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Red Bull: tra Felix Baumgartner, controversie e buzz marketing

La scorsa domenica milioni di persone, in Austria e nel mondo intero, sono state incollate agli schermi di Youtube ed Eurosport, per seguire l’impresa di Felix Baumgartner e del team Red Bull Stratos. Un’impresa folle che sancisce un record mondiale, che dimostra come l’uomo possa superare la velocità del suono e di come, dove c’è pericolo, sport estremo e voglia di superare i limiti dell’uomo, a sponsorizzare e sostenere tutte queste operazioni vi è un’unica azienda: Red Bull. Da vent’anni a questa parte parlare d’imprese estreme vuol dire raccontare la storia dell’azienda produttrice dell’energy drink più conosciuto al mondo.

Questa storia parte nel 1982 in Asia, quando un dirigente austriaco della multinazionale Unilever, Dietrich Mateschitz, colpito da una classifica sui dieci uomini più facoltosi del Giappone scopre che al primo posto tra di essi vi fosse Mr. Taisho, il quale dirigeva un azienda che si occupa della produzione e della distribuzione di una bevanda energizzante. Tornato in Austria, superate molteplici difficoltà, prime fra tutte l’autorizzazione del Ministero della Sanità austriaca e la reperibilità di capitali da investire, Mateschitz riesce ad immettere a fine anni ottanta in Austria e ad inizio novanta in Europa la bevanda energizzante più famosa del globo. La Red Bull a differenza della Coca-Cola non possiede una formula segreta, mantiene la grafica dei propri prodotti e pubblicità identica da due decenni, la sede operativa risiede tuttora in Austria. E allora viene da chiedersi da dove derivi il successo di questo prodotto e brand.

Il segreto del successo dell’azienda austriaca risiede nella strategia adottata da Dietrich Mateschitz e nel suo modo di operare ed intendere il marketing. Ad oggi Red Bull ed Energy drink, nonostante i molteplici competitors, sono per il pubblico sinonimi l’una dell’altro. Formula vincente della strategia di diffusione del prodotto è l’invenzione strategica dello stesso Mateschitz, ovvero il “Buzz Marketing”. Per “Buzz marketing” s’intende quella strategia commerciale che induce il consumatore a partecipare, attraverso una preventiva sponsorizzazione sulla rete web, ad eventi con grande copertura mediatica, ove il main sponsor sia facilmente riconoscibile e assoggetti la disciplina presentata allo stesso. Per questo motivo la società austriaca reinveste del proprio profitto il 30% in pubblicità, seguendo in particolar modo discipline spettacolari e con alto tasso di rischio. Attualmente il numero di atleti supportati dalla Red Bull è pari a cinquecento, gli investimenti pubblicitari non puntano al breve termine, tant’è che l’impresa di Felix Baumgartner è stata supportata dal 2010.

Per comprendere appieno la strategia del “Buzz Marketing” e del marketing virale basta citare lo stesso Mateschitz: “Noi non portiamo il prodotto al consumatore, noi portiamo i consumatori verso il prodotto”. Grazie a questa formula di marketing, ad essere stata la prima azienda ad immettere nella grande distribuzione un prodotto che non fosse ne’ un alcolico ne’ un soft drink, Red Bull ad oggi ha un valore che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro.

Aldilà delle perfette strategie di marketing e del fatto che il modus operandi dell’azienda austriaca sia divenuto oggetto di analisi e studio accademico, permangono molte perplessità riguardo il libero uso da parte dei consumatori. Ciò è dovuto, secondo il mio parere, all’inconsapevolezza che porta i consumatori a usufruire e ed acquistare prodotti, che in molti casi, possono indurre effetti indesiderati. Tra questi prodotti figura la Red Bull. Su questa azienda e sul suo prodotto girano molte storie, le quali il più delle volte si rivelano essere leggende metropolitane. Ad ogni modo, i dubbi espressi in passato, dalle commissioni ministeriali di Francia e Norvegia, riguardano l’utilizzo e la mescolanza dell’energy drink assieme ad alcolici, in quanto potrebbe intaccare le normali funzioni cognitive e la forte presenza di caffeina, se non unita ad un’attività fisica, può creare sintomi cardiaci anche di una certa rilevanza. Altre perplessità sono indotte dalla presenza del glucuronolattone, il quale è contenuto in una misura duecento volte superiore alla normale dose giornaliera, ma gli effetti negativi ancora non sono stati dimostrati dalla scienza medica. Infine, la vitamina B12 contenuta nella bevanda, utilizzata in casi di coma etilico, è messa al pari di alcune droghe da una certa scuola di pensiero scientifico. Anche in questo caso però non esistono prove di dannosità permanente per gli utilizzatori di bevande che contengono tale vitamina.

Riallacciandomi al preambolo di questo paragrafo, ove sostenevo l’inconsapevolezza di ciò di cui si usufruisce da parte del consumatore medio, tengo a precisare che nel retro di ogni confezione Red Bull è chiaramente consigliato di bere assieme ad essa molta acqua e di compiere attività fisica dopo averla bevuta.

Ora, tra controversie di natura medica, report finanziari, marketing e composizione chimica del più famoso Energy drink al mondo, resta che Dietrich Mateschitz con le sue sponsorizzazioni e scommesse su folli atleti ci aiuta a sognare. Produce lavoro e forza capitale in Europa. E, infine, soddisfa quell’insaziabile bisogno umano di abbattere i propri limiti. Non importa che tu ti chiami Antonio e vuoi scalare il Monte Velino oppure Felix Baumgartner e intendi abbattere la velocità del suono, gettandoti da 39.050 metri.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Venezuela: tra petrolio, welfare, povertà e Hugo Chàvez

Nell’ultimo articolo su questa rubrica affermavo che le elezioni che si sarebbero tenute nel giro di un mese, ovvero da ottobre a novembre, in tre aree differenti avrebbero inciso sul futuro della geopolitica e sui rapporti economici internazionali. La seconda tappa elettorale è il Venezuela. Paese sudamericano, che straborda di petrolio e che dalla fine del 1998 è il simbolo di tutti coloro hanno una visione del mondo socialista o quantomeno non liberista.

L’anno che cambia irrimediabilmente la storia recente del Sud America è il 1998, quando in una notte di dicembre, mentre le Chiese di Caracas si preparavano a celebrare l’Immacolata Concezione, un socialista di ispirazione bolivariana, dalle visioni laiche e affine alla Teologia della Liberazione vince la sua prima elezione. Il suo nome è Hugo Rafael Chávez Frías. Da quel momento il suo unico obiettivo è rendere reale la sua prospettiva di una Quinta Repubblica (nome del suo movimento politico). All’indomani del suo insediamento indice un referendum che propone il cambio della Costituzione, il consenso alle urne raggiunge l’80%. Tenete ben presente che il periodo in cui si affermano Chàvez e il MQR è antecedente all’11 settembre e a quel che ne consegue in termini di priorità per le cancellerie occidentali. Era l’epoca della critica alla globalizzazione deregolamentata e un Presidente che si ispira a Simon Bolivar altro non può fare se non dichiarare guerra al liberismo e al cosiddetto “imperialismo occidentale”. E’ questa la chiave di volta socialista che permette la vittoria anche nei tredici anni a seguire: Welfare, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle imprese ed autodeterminazione latina.

Non si limita il MQR a cambiare la serie di relazioni internazionali che intercorrevano tra il paese caraibico e l’occidente liberista. Nel 2000 richiama al volere popolare ogni carica elettiva e cambia il nome del paese in “Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Non finisce qui, in una prospettiva socialista, il paese esce dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Agli Stati Uniti d’America e all’occidente in generale ciò non può andar bene. Tenete presente che il discorso che sto articolando non si basa sulla condivisione di ideali o sulla reale capacità nel riconoscere i governi legittimati dalle elezioni, bensì esso fonda le proprie radici sulla cosiddetta “Real Politik” e sulla reale convenienza o meno per l’occidente di accettare modelli subalterni. Tant’è che nel 2002, quello che sembrava un “colpo di stato” fu subito avallato dagli Stati Uniti d’America ed in seconda battuta dalla Spagna con l’UE a far da garante. Le migliaia di sostenitori di Chàvez e la fedeltà alla Nuova Costituzione della maggior parte dell’esercito fecero fallire il tentativo di golpe. Nulla tornerà come prima. Il Venezuela stringerà e risalderà alleanze con paesi come Cuba, Iran, Nord Corea e con le FARC colombiane. La ideologizzazione della politica estera porterà nel 2009 il Venezuela ad espellere l’ambasciatore Israeliano e al riconoscimento dello Stato Palestinese.

Data l’analisi finora apportata penserete che un paese che porta avanti un tale indirizzo in politica estera sia stato accantonato dai paesi in costante crescita economica del Sud America. Eppure, Chàvez riesce nel suo intento di rendere sempre più forte l’autonomia dell’America Latina, mediante l’Alba (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) costituita in contrapposizione all’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli USA. Il resto lo fanno nel tempo la vittoria del comunista Lula in Brasile, di Evo Morales in Bolizia e della peronista Kirchner in Argentina. Altro dato da sottolineare è il ruolo forte che il Venezuela si è ricavato all’interno dell’OPEC, quasi a rimarcare una subalternità ai paesi arabi ed alla Russia. D’altronde l’economia Venezuelana si fonda su un unico grande elemento: il petrolio.

Il petrolio nel corso del tempo ha permesso a Chàvez di apportare alcune delle modifiche sociali da lui aspirate. Vista l’importanza dell’oro nero, il Venezuela sotto il primo mandato di Chavez nazionalizza tutte le compagnie petrolifere, in modo da aumentare le forme di Welfare visto il grande gettito derivato dalla produzione. Un’altra grande riforma in campo economico risiede in una legge in materia agricola la cui importanza nella storia è paragonabile solo ed esclusivamente a quella proposta al Senato Romano da Tiberio Gracco. Questa legge trova il suo fondamento nella lotta al latifondismo. Certo, la parola latifondismo a noi Europei fa sorridere, ma in un paese come il Venezuela, in cui il 10% della popolazione possiede ben l’80% dei terreni disponibili, è un problema. Su alcune espropriazioni, in contrasto ad ogni principio di libero mercato, anche se rassomigliante ad un oligopolio, si fonda la redistribuzione delle terre alle fasce più povere della popolazione. Con un modello di stato sociale fondato su nazionalizzazione e socialismo in Venezuela crescono gli investimenti nella ricerca scientifica. Dal 2004 per la prima volta tutta la popolazione venezuelana riceve assistenza sanitaria pubblica. Con la forte presenza dello Stato crolla il dato riguardante l’analfabetismo.

Ora come in tutte le storie che non sono scritte in un libro di favole c’è anche il rovescio della medaglia. Sì perché il Venezuela vive sotto un regime economico d’iper-inflazione, con dati pari al 28%. Le nazionalizzazioni, se da un lato hanno migliorato, con il gettito ricavato, le condizioni di vita delle fasce più deboli, dall’altro hanno bloccato gli investimenti esteri. In molti casi le risorse petrolifere sono rimaste ancoraggio della borghesia venezuelana, il che non permette miglioramenti della condizione sociale collettiva, ne’ favorisce i liberi investimenti interni ed esterni. Altro dato su cui riflettere è stato riportato dell’Economist, il quale ha affermato che sotto i mandati di Hugo Chàvez il tasso di omicidi si è triplicato. Il doppio tasso di cambio inoltre crea incertezza sul mercato e le condizioni degli oppositori politici sono pessime. A far da cornice ai problemi del Venezuela vi è l’altissimo tasso di corruzione. I dati sopra proposti aiutano a comprendere come se gli Usa sono pieni di contraddizioni, forse il Venezuela ne possiede ancora di più. Eppure, le forti politiche sociali di stampo bolivariano applicate da Chàvez hanno, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Habitat, diminuito la povertà, esteso il diritto alla salute, privato il paese di alcune delle più forti differenze sociali, ma non dalla corruzione e dalla criminalità.

Con queste premesse la scorsa domenica si sono svolte le seconde elezioni più importanti da qui ai prossimi quattro anni. La loro importanza deriva,innanzitutto per il ruolo che sotto i mandati Chàvez si è ritagliato il paese caraibico sullo scacchiere mondiale. In secondo luogo, perché dopo un golpe fallito e vari candidati inadatti l’opposizione si è ritrovata un candidato realmente spendibile. Lo sfidante alla presidenza di Chàvez è stato Henrique Capriles. Ex governatore quarantenne, in pochi mesi di campagna elettorale è riuscito ad erodere migliaia di voti ad Hugo Chavez, ma l’indefinitezza del programma economico, correlata alla rivendicazione del diritto ad un libero mercato hanno ancora una volta fatto prevalere Hugo Chàvez. Il Terzo motivo d’importanza della passata tornata elettorale venezuelana è dovuto alle capacità attuali e future di estrazione degli idrocarburi non convenzionali di cui Caracas è ricchissima. Su tali idrocarburi non convenzionali si baserà il mercato energetico dei prossimi cinquant’anni.

Di fatto la spinta ad un’ autodeterminazione continentale, la proiezione di un economia fondata su principi socialisti ed il forte welfare hanno riconsegnato per la terza volta il Venezuela a Chàvez, con un’ affluenza che ha toccato l’80%. Resta come dato fondante del successo chavista la povertà, che costringe miliardi di persone in ogni dove a cercare risposte diverse al capitalismo globalizzato -ove l’uomo sia al centro di politiche efficaci e non di dati macroeconomici-. Al momento il destino della nazione mi appare incerto tra il sogno di abbattere la povertà e le differenze sociali e la sensazione di essere schiacciato da modelli troppi grandi e attualmente troppo forti per esser vinti. D’altronde ogni medaglia ha il suo rovescio, a cominciare dai diritti umani. Ma, quantomeno, il Venezuela la sua medaglia se la vuole giocare per appendersela al collo, mentre noi guardiamo come Europa il susseguirsi degli eventi in una non azione perpetua.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Apple: tra Asia e nuove strategie passando per l’iPhone 5

Giornata uggiosa a Roma con un caldo ed umidità stile India. Stesso trantran settimanale con la Biblioteca del Senato a farmi da seconda casa ed il solito panino come pasto. La cornice del Pantheon invece è da far invidia a chiunque. C’è Emiliano accanto a me e mentre il mio sguardo si perde sulla ragazza ventenne o poco più che dalla festa NoBrain dello scorso venerdì non riesco a scordare, si fa ora di rientrare a studiare. Riavviandoci verso Piazza della Minerva Emiliano mi chiede – Anto, ma a te quanto ti dura la batteria? – Da lì è un susseguirsi di considerazioni sugli smartphone e sui possibili risultati trimestrali di Apple, Samsung e Nokia. Ad ogni modo capisco che per la terza volta avrò da scrivere della protagonista della settimana: l’Apple.

Purtroppo e senza alcuna remora nell’affermarlo a tenere banco su tutti i media, nelle discussioni sul web e anche in quelle da bar (a Roma se la gioca con la S giunta Polverini) c’è l’Apple. Sostengo ciò, concordando a pieno con le parole espresse sul New York Times dal premio Nobel Paul Krugman – Un altro modo per evitare di parlarci o di guardarci negli occhi – e a mio modo di vedere di focalizzarci sulle reali problematiche e su prossimi scenari dell’economia reale e finanziaria. Tant’è che comunque la corazzata di Cupertino ha presentato al mondo il nuovo Iphone 5 con gli appassionati e nerd del mondo delusi dalle poche innovazioni rispetto al predecessore, ma con analisti finanziari ed economici concentrati sulla nuova tipologia d’investimento lanciata da Apple.

La nuova strategia messa in campo da Apple, non si basa più sulla sola ricerca tecnologica, ma tanto più nel potenziamento della capacità produttiva e nell’organizzazione delle spedizioni. In poche parole il contrario di quel che fa Fiat. Da una personale analisi del report di bilancio di Apple lo scorso anno, più della metà degli gli oltre 7 miliardi di Usd d’investimenti in conto capitale sono stati dedicati allo sviluppo delle tecniche di sviluppo gestionale dell’azienda. Di fatto, grazie a questa strategia, l’azienda che da sola ha un valore di oltre 200miliardi di dollari, superiore all’intera capitalizzazione della Borsa di Milano, è riuscita il primo giorno ad immettere l’Iphone 5 in quasi il doppio dei paesi rispetto al precedente lancio dell’Iphone 4 ed entro la fine dell’anno saranno 100 i paesi ove sarà possibile acquisire il cosiddetto “melafonino”. Per quel che concerne il lato tecnologico il nuovo dispositivo ha un peso del 20% inferiore al 4S ed è più sottile per un 18%, anche se la vera novità è rappresentata dal LTE (ribattezzato 4G). LTE (Long Term Evolution) è l’ultimo standard di riferimento per la trasmissione dati sulla rete mobile, con prestazioni che a pieno regime possono superare di ben venti volte la velocità dell’Adsl.

Se le competenze tecniche non riguardano questa rubrica, gli scenari che dall’immissione di un prodotto così annunciato possono scaturire nell’economia globale sì. Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il fatto che non solo i prodotti ormai sono usufruibili e commercializzati in tutto il mondo, ma che anche la fase produttiva riguarda in vasta scala il globo nelle fasi di inventiva e assemblaggio di ogni singolo oggetto. Quel che molti non leggono (poiché scritto in ogni custodia Apple) è che il design è sviluppato in California, mentre la produzione è in Cina. Il paese che un tempo viveva dei precetti di Mao Tse Tung ora è il fulcro della produzione di tutti i prodotti della corazzata stelle e strisce ove le recenti rivolte avvenute nella Foxcoon (che gestisce l’appalto della produzione) rispecchiano la fragilità nella diffusione dei diritti dei lavoratori da parte del sistema capitalista ormai globalizzato. L’azienda di Cupertino ancora paga i danni d’immagine provocati dal report giornalistico di un inviato in incognito dell’agenzia Shangai Evening ove si dimostravano le pessime condizioni lavorative dei dipendenti della sopracitata Foxcoon. Oltre a rappresentare il luogo prediletto dalle multinazionali per produrre, la Cina rappresenta anche il più vasto mercato al mondo, il che è facilmente intuibile visto che essa rappresenta il 20% della popolazione del mondo .

Per l’analisi finora condotta, il lancio dell’Iphone 5 può essere considerato il più importante della storia di Apple, infatti l’azienda californiana si appresta ad invadere l’Asia. Se fino a ieri la Samsung ha liberamente introdotto i propri prodotti nel paese e continente dell’acerrima rivale (e dell’alleata Google-Android), l’Apple era impossibilitata da una serie di fattori, tra cui la gestione della produzione e distribuzione dei prodotti, e lo sviluppo del mercato in gran parte dell’oriente. Per questo motivo ci si appresta ad osservare quali saranno i margini di crescita dell’Apple e quelli della Samsung, con la seconda che ha citato in molteplici tribunali mondiali l’azienda che fu di Steve Jobs per violazione dei brevetti che riguardano l’applicabilità della tecnologia LTE agli smartphone.

Tornando alla Cina, secondo il Financial Times potrebbe scavalcare gli Stati Uniti come il più grande mercato mondiale per gli smartphone. Resta lo scoglio per l’azienda californiana dovuto al fatto che i programmatori dell’Apple ancora non hanno sviluppato un dispositivo che si adatti alla rete dati 3G della China Mobile, ma viste le recenti applicazioni agli Iphone della LTE presto da Cupertino si potrebbe giungere ad invadere la Cina con i melafonini californiani.

Se vi chiedete a che punto dello scontro siamo, dovete sapere che la partita è a metà del primo tempo nella lotta tra Apple e concorrenti, con Samsung che continua a rimanere il primo produttore al mondo in tandem con Android, e con molti analisti (come anticipato da questa rubrica) che scommettono sulle proiezioni che danno Microsoft/Nokia nel prossimo biennio ad un +15%. Detto ciò resta il fatto che Apple non produce semplici apparecchiature, ma veri e propri status symbol, capaci di creare isterie collettive. Mentre noi giorno dopo giorno ci guardiamo sempre meno negli occhi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli