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The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains

«A Roma la prima tappa europea dopo Londra per The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.»

Retrospettiva epocale a 50 anni dalla nascita di uno dei gruppi musicali più innovativi e influenti della storia, dal 19 gennaio arriva a Roma, acclamata dalla critica e in esclusiva per l’Italia, la mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.

Hanno presentato la mostra, in conferenza stampa a Roma, uno dei membri fondatori della band, Nick Mason, insieme al Vicesindaco con delega alla Crescita culturale, Luca Bergamo. L’esposizione – promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale – verrà inaugurata al MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma di via Nizza il prossimo 19 gennaio e sarà la prima ospitata dal museo con la nuova gestione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Dopo l’enorme successo del debutto di qualche mese fa al Victoria and Albert Museum di Londra, che ha visto la partecipazione di più di 400.000 persone, la mostra si sposta a Roma per la prima tappa internazionale.

Ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey ‘Po’ Powell di Hipgnosis, che ha lavorato in stretta collaborazione con Nick Mason (consulente della mostra per conto dei Pink Floyd), The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains è un viaggio audiovisivo nei 50 anni di carriera di uno dei più leggendari gruppi rock di sempre e offre una visione inedita ed esclusiva del mondo dei Pink Floyd.

Il colossale allestimento del Victoria and Albert Museum di Londra, descritto dai quotidiani inglesi come “impressionante”, “un’autentica festa per i sensi” e “quasi altrettanto emozionante che ascoltare i Pink Floyd dal vivo”, è stato il più visitato di sempre nel suo genere.

In esclusiva per l’Italia il MACRO ospiterà l’esposizione e lo stesso Mason ricorda che – a meno di 1 km di distanza – proprio al Piper ebbe luogo uno dei primi concerti dei Pink Floyd in Italia nell’aprile del 1968. La mostra racconta quale fu il ruolo della band nel cruciale passaggio culturale dagli anni sessanta in poi. Grazie al suo approccio sperimentale – che rese il gruppo inglese esponente di spicco del movimento psichedelico che cambiò per sempre l’idea della musica in quegli anni – la band venne riconosciuta come uno dei fenomeni più importanti della scena musicale contemporanea.

I Pink Floyd hanno prodotto alcune delle immagini più leggendarie della cultura pop: dalle mucche al prisma di The Dark Side of the Moon, fino al maiale rosa sopra la Battersea Power Station e ai “Marching Hammers”. La loro personale visione del mondo si è realizzata grazie a creativi come il moderno surrealista e collaboratore di lunga data Storm Thorgerson, l’illustratore satirico Gerald Scarfe e il pioniere dell’illuminazione psichedelica Peter Wynne-Wilson.

Il percorso espositivo che guida il visitatore seguendo un ordine cronologico, è sempre accompagnato dalla musica e dalle voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, tra cui Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, appositamente mixata con l’avanguardistica tecnologia audio AMBEO 3D della Sennheiser, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione del gruppo a Pompei.

The Pink Floyd Exhibition è prodotta e organizzata dalla Concert Productions International B.V. di Michael Cohl, da Mondo Mostre e da Live Nation. È curata dal direttore creativo dei Pink Floyd, Aubrey ‘Po’ Powell (dello studio graficoHipgnosis) e da Paula Webb Stainton, che ha lavorato a stretto contatto con membri del gruppo tra cui Nick Mason (consulente per i Pink Floyd), con il contributo di Victoria Broackes del Victoria and Albert Museum. La mostra è in collaborazione con lo studio Stufish, uno dei maggiori studi di architetti d’intrattenimento e progettisti di lunga data dei palchi della band, e con gli interpretativi exhibition designer di Real Studios.

Il libro ufficiale per i 50 anni della band è edito da Skira ed è già disponibile nelle librerie.

Informazioni

Luogo

MACRO Via Nizza
Orario
Dal 19 gennaio all’ 1 luglio 2018
Per dettagli su orari e costo biglietti vai su www.museomacro.it

Tipo

Mostra

Prenotazione obbligatoria:

No
Altre informazioni

Una mostra Concert Productions International B.V.

Promossa da
Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale

In collaborazione con
Azienda Speciale Palaexpo
MondoMostre
Live Nation

Sound Experience By Sennheiser

 

È morta Dolores O’Riordan, la cantante dei Cranberries

A dare la notizia l’agente della cantante irlandese da tempo ammalata. Si spegne una delle migliori voci degli ultimi decenni.

 

Questa la sua BIO

Dolores O’Riordan entra a far parte dei Cranberries nel 1990 in sostituzione del cantante Niall Quinn, che lascia il gruppo che aveva contribuito a fondare nel 1989 assieme a Noel e Mike Hogan e Fergal Patrick Lawler.

La band pubblicherà tre album: Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? (1993), No Need to Argue (1994), l’album contenente la canzone Zombie premiata agli MTV Awards come migliore canzone del 1995, e To the Faithful Departed (1996). Il 12 settembre 1995, Dolores O’Riordan è sul palco a duettare con Luciano Pavarotti. Nel 1999 esce il nuovo album, Bury the Hatchet, a cui seguirà un tour. Dopo altre due pubblicazioni, Wake Up and Smell the Coffee e il loro Greatest hits Stars – The Best of 1992 – 2002, i componenti della band si separano, senza molto clamore e senza dichiarare ufficialmente lo scioglimento, nel 2003.

Il 25 agosto 2009, durante un’intervista sul suo secondo album pubblicato nel mondo lo stesso giorno, la O’Riordan annuncia la riunione del gruppo. Prima e durante il Reunion Tour della band, prende corpo e si concretizza un nuovo album. Il 21 febbraio 2012, infatti, segna la data di uscita, in esclusiva in Italia, di Roses, distribuito in tutto il mondo il 27 febbraio successivo.

La sua canzone Black Widow, è destinata a comparire nella colonna sonora di Spider-Man 2, ma per ragioni dovute al taglio di alcune scene il progetto non va in porto. La sua prima uscita solista è del 2004, per la colonna sonora del film di Mel Gibson La passione di Cristo; per promuovere questa sua prima prova è anche ospite al Festival di Sanremo lo stesso anno.

Nel 2004 compare nell’album Zu & Co. di Zucchero Fornaciari, con la canzone Pure Love, eseguita anche dal vivo in duetto nello Zu & Co. Tour, e nella colonna sonora del film Evilenko. Recita inoltre in un cameo nel film di Adam Sandler Cambia la tua vita con un click, uscito il 23 giugno 2006, interpretando se stessa e cantando la sua hit Linger in una versione completamente rinnovata.

Nell’ottobre del 2007 Dolores O’Riordan duetta con Giuliano Sangiorgi (leader dei Negramaro) nel brano intitolato Senza fiato. La canzone fa parte della colonna sonora di Cemento armato, film che segna l’esordio da regista dello sceneggiatore Marco Martani. Senza fiato è stata scritta dal cantante dei Negramaro e dalla ex voce dei Cranberries. Nel gennaio 2009 è stato rilanciato il suo sito web ufficiale con notizie, video e foto recenti ed una webradio.

Il suo primo album da solista, intitolato Are You Listening?, viene pubblicato il 4 maggio 2007 dalla Sanctuary Records, poco prima della sua unione alla Universal music. L’album è preceduto dal singolo Ordinary Day, reso disponibile dal 16 marzo. Alla realizzazione del disco partecipa come batterista l’ex dei Therapy? Graham Hopkins, il bassista Marco Mendoza, il chitarrista Steve Demarchi, e Denny Demarchi alle tastiere e ai fiati. In un’intervista radiofonica del 15 marzo descrive le tracce come più sperimentali ed elettroniche delle sue precedenti.

L’album è formato da dodici tracce molto varie; una delle prime canzoni dell’album, Black Widow, è stata composta nel 2003 dopo la morte per cancro della suocera; questa canzone ha segnato il punto di svolta dell’album, volgendolo ai ritmi più aggressivi di In the Garden e Loser, ed escludendo altre tracce più lente scritte in precedenza come Letting Go, anche questa sulla morte della suocera, e Without You, sulla nostalgia per la famiglia. Il primo singolo è Ordinary Day, dedicato alla figlia Dakota. Nell’agosto 2007 esce il secondo singolo estratto dall’album, When We Were Young, canzone più ritmica e “fresca” rispetto alla precedente Ordinary Day.

Il secondo album solista di Dolores O’Riordan è No Baggage, pubblicato il 25 agosto 2009; contiene dieci brani inediti più una nuova versione di Apple of My Eye, canzone contenuta nell’album precedente. L’album viene anticipato a giugno dal singolo The Journey. Il video della canzone è girato nella baia di Howth, in Irlanda.

Magnifico Blue Monday

Oggi, lunedì 15 gennaio è il «Blue Monday» ossia il giorno più triste nell’arco dei 12 mesi . Tale ricorrenza si celebra il terzo lunedì di gennaio di ogni anno. A calcolare la data del «fatidico lunedì» è stato quasi per scherzo, nei primi anni 2000, Cliff Arnall, uno psicologo dell’Università di Cardiff, che tramite una complicata equazione di fattori economici, climatici e comportamentali ha calcolato che questo è proprio il giorno più «nero» dell’anno.  Oltre al meteo, a rendere questo il giorno più triste dell’anno inciderebbero anche le spese accumulate durante il precedente periodo natalizio, la mancanza di soldi in attesa del prossimo stipendio, la presa di coscienza dei propositi per l’anno nuovo.

Eppure il lunedì nero per alcuni, per gli amanti della musica parla di uno splendido ricordo. Forse, dell’inizio del movimento dei rave, la fine del rock indie da trent’anni in mano alle major ( non me ne vogliano gli Hypster chic della Piazzetta di S.Maria in Monti a Roma) e la rigenerazione di uno dei gruppi più importanti della storia.

I NEW ORDERE’ il 1981 e i New Order prendono le mosse da un patto tra i quattro componenti dei Joy Division: se uno di loro fosse uscito dal gruppo, i rimanenti tre avrebbero dovuto cambiare nome e genere musicale. Nel maggio dell’anno prima a togliersi la vita fu il leader Ian Curtis, un personaggio che partendo dalla propria malattia e depressione  scrisse alcuni die brani più belli della storia musicali, degli antidoti alle nubi intrisi di puro romanticismo e lotta interiore. E’ il 1982 quando l’espressione Blue Monday diventa la carica per qualsiasi ragazzo o ragazza d’Europa. Sono infatti i New Order a creare l’inno degli anni ottanta ossia “Blue Monday/586” (1983) il quale si basava esclusivamente sui sample della celeberrima drum-machine Oberheim DMX, dalla quale Steve Morris preleva e sovrappone in un crescendo di complessità le più svariate soluzioni ritmiche disponibili.

TRA GUERRA E MUSICA – Sebbene sia uno dei brani più ballati della storia. Nonostante sia l’antidoto al grigio e tetro panorama di gennaio, esso rappresenta anche un testo no banale. Infatti, con rara finezza estetica e pragmatica,  Sumner scrive un testo riferito alla guerra delle Falkland che riflette perfettamente la sensazione dell’ascoltatore di venire frustato dall’incedere della batteria: “How does it feel/ to treat me like you do/ when you’ve your hands upon me/ and told me who you are” . La strofa diverrà una delle più cantate e apprezzate del decennio.

 

Così il Blue Monday è per gli amanti della musica, del clubbing e del mondo post-indie un inno di felicità e di lotta. Come negli anni ottanta la Gran Bretagna appare lontana. Vicina è la sua generazione tornata nelle terrace, a creare subculture e a spingersi contro la guerra del mercato che li ha resi poveri prima interiormente e poi economicamente. Si riparte dall’ultima crisi di fine novecento per affrontare quella di inizio duemila. Così il Blue Monday diventa giorno triste e di speranza. Si balla per sconfiggere i tempi distorti di una musica ormai arida. Come a dire ” Magnifico Blue Monday”.

 

LOOPS. Quando l’arte è esperienza

LOOPS è un evento ma prima di tutto è esperienza. Visiva, sonora, sensoriale. Artistica. Tre artisti per due performance per due momenti unici in uno spazio tanto non convenzionale da sembrare surreale.

Siamo stati al LOOPS, l’evento prodotto da Artchivio + Cultrise e ve lo raccontiamo.

Ci avevano incuriositi con la promessa di un’ambiente surreale, un’esperienza, un viaggio verso un universo parallelo così non abbiamo potuto che fare i bagagli e partire alla volta del LOOPS. Le premesse ci sono tutte, a partire dall’ingresso. Già fuori il portone del Popping Club si respirava infatti un’aria particolare, come sospesa, qualcosa stava accadendo all’interno. All’inizio sotto voce per poi non parlare più, le luci soffuse, l’ambiente è avvolto nella penombra ma presto, il buio. Dei fasci di luce ci guidano verso il LOOP 1. Viviamo così la prima performance dell’evento.

Ci troviamo su un piano rialzato, questo è tutto quello che si riesce a percepire. Quanto sia grande la sala, quante persone ci siano è impossibile da capire. La musica è penetrante, il fumo ci avvolge e il buio è rotto da proiezioni luminose. Si tratta di VEGA. Davanti a noi e dietro le macchine c’è il duo artistico Meta- composto da Simone Giudice e Luigi Calfa, autori appunto di VEGA. La loro collaborazione comincia nel 2014 dedicandosi alla musica elettronica sperimentale e alla musica ambient. La peculiarità del duo sta nella loro formazione professionale, entrambi infatti hanno alle spalle gli studi al conservatorio.

VEGA è una live performance in tutto e per tutto, la musica è suonata dal vivo così come gli effetti luce creati sul momento. L’intensità è crescente, sia quella musicale che luminosa seguono un climax.L’inconsistenza della luce prende forma e viene resa tridimensionale grazie al fumo. Come una bambina l’impulso di alzare la mano per provare ad afferrarla è più forte di me. 

L’intento degli artisti è quello di permettere allo spettatore di percorrere un viaggio, che non deve essere uguale per tutti ma che deve essere il risultato delle emozioni e sensazioni di ognuno rispetto alla performance. Il luogo è importante, tanto che l’esibizione è stata costruita su misura per la location ma allo stesso tempo non deve essere determinante. Lo spettatore deve infatti poter intraprendere il proprio viaggio libero da qualsiasi “condizionamento” all’insegna della propria immaginazione e percezione. Un gioco di luci strobo ci risveglia e dal viaggio ci riporta alla realtà. VEGA è finito ma è la volta di un’altra esperienza artistica, ci prepariamo al LOOP 2.

Luce, suono e colore sono le cifre di INTERCONNESSIONI, l’esposizione artistica di Mario Carlo Iusi, giovane artista sperimentatore. Studente di Filosofia, la sua ricerca spazia dalla pittura al cinema, alla Street Art, ispirato da Paul Klee, elabora un linguaggio espressivo del tutto originale e personalissimo.

Alle pareti ci sono le sue opere, quadri corposi e densi, colorati, le pennellate vigorose danno vita all’acrilico che sembra uscire dalla cornice. Elemento importantissimo perché oltre ad essere decorativo ha una funzionalità ben precisa. Rendere lo spettatore parte attiva dell’opera, coinvolgerlo. Di sua ideazione, le cornici sono dotate di un sistema di illuminazione a led capace di interagire in maniera inedita sia con l’opera che con il pubblico. Quattro pulsanti infatti, permettono di illuminare indipendentemente i quattro lati del quadro o anche nessuno. Il tutto a discrezione dello spettatore che si connette in questo modo con l’opera. Luce, colore ma anche musica. Colonna sonora dell’esposizione il sound di Riccardo Gasparini. A rendere unica l’esposizione è la presenza dell’autore stesso che con un’energia invidiabile ti accompagna alla scoperta delle sue opere.

Insomma dicevamo..quando l’arte è esperienza, la nostra che viviamo l’evento in prima persona, prendendo parte alla performance e degli artisti, che la mettono a nostra disposizione.

 

 

 

 

 

Emmanuel Macron – Nuovo Imperatore d’Europa

Quando la Francia negli ultimi seicento anni non ha governato in Europa, perché sempre più debole della perfetta macchina economica tedesca o degli Imperi (Britannico e Asburgico), ha scelto la via della guerra. Poi con il Trattato di Roma (mi spiace tanto per Severgnini che non lo abbiano sottoscritto a Milano) le cose si sono modificate.

Da quel momento è iniziato il lungo e tortuoso processo che ha portato alla costituzione e formazione dell’ente sovranazionale denominato attualmente Unione Europea. La Francia ne è stata tra le fondatrici e alle volte, guidata dal suo Padre, il generale De Gaulle ne ha condizionato tempi e struttura.

La storiografia racconta che siano stati dei funzionari francesi ad aver imposto il tetto del 3% del deficit.

Il 2017 sarebbe dovuto esser l’anno della conferma della stabilità tedesca e del magma incerto francese, alle prese entrambi con le votazioni per il rinnovo del potere esecutivo nazionale. Ebbene, se la Große Koalition, che solamente oggi ha ancora visto una risoluzione al vuoto di potere in Germania, i transalpini hanno incoronato come loro leader l’ambizioso Emmanuel Macron. Allo stesso tempo e modo la Francia, da cui nacquero le moderne destra e sinistra, nella contemporaneità ha distrutto i paradigmi del passato in nome del pragmatismo e della società liquida ha nuovamente segnato la strada che verrà nei processi decisionali collettivi.

Il giovane presidente ha fatto della bilateralità e degli stretti rapporti internazionali, si badi non per l’Unione Europea, la chiave del proprio successo personale.

Solamente in questo mese Emmanuel Macron è stato in Cina per rinsaldare i ricchi rapporti che rendono la Francia il player europeo d’eccellenza. L’approccio che caratterizza Macron è certamente il pragmatismo, che l’analista Tian Dongdong di Xinhua sintetizza in un’uscita del francese: quando durante la campagna elettorale gli fu chiesto di commentare la divisione tra sinistra e destra, l’allora candidato di En Marche rispose che

 “non importa se il gatto è nero o bianco, a patto che catturi i topi”, ossia usò una famosa massima del leader cinese Deng Xiaoping.

 

A dicembre Macron ha risolto la complicata e, in parte ancor oggi misteriosa, questione Ḥarīrī. Il quale il 4 novembre 2017 ha annunciato le sue dimissioni durante una visita di Stato in Arabia Saudita, denunciando una forte interferenza dell’Iran (che supporta Hezbollah, a sua volta una delle forze politiche a sostegno del Governo Ḥarīrī) in Libano ed ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Dopo aver avuto colloqui in Francia con il presidente Emmanuel Macron, è rientrato nel paese dei cedri il 22 novembre e, su richiesta di Aoun, ha sospeso le dimissioni, per poi revocarle definitivamente il 5 dicembre. Il Libano vede la Missione di pace sotto l’effige ONU guidata da Italia e Francia. Ma, se la prima è in scia, la seconda ne trae benefici.

E’ palese come durante l’ultima legislatura italiana appena conclusa, la Francia si sia impossessata degli asset del Bel Paese di maggior valore: da Telecom, a parte di Mediaset, fino ad arrivare a Luxottica. Senza scordare il possesso di quella che fu la Banca Nazionale del Lavoro e le intenzioni di prenderci Generali.

In questo quadro se la sponda con i sauditi è salda, Macron nel vuoto di carisma degli altri grandi è volato recentemente in Qatar. Nei giorni in cui il mondo discuteva sull’opportunità di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, la Francia ha guidato il fronte contrario a tal decisione. Al contempo il presidente francese Emmanuel Macron, in visita a Doha, ha firmato contratti per il valore di 14 miliardi di dollari con il piccolo ma ancora ricchissimo Emirato del Qatar, potenza mondiale del gas naturale liquefatto. Qatar proprietario anche del PSG. Nella fattispecie si è trattato di contratti per l’acquisto di almeno 12 caccia Rafale e 50 aerei passeggeri Airbus A-321.

Se questo non bastasse la Francia di Macron ha strappato i contratti maggiormente vantaggiosi dall’accordo con l’Iran, piazzando la Total e la Renault.

Il mondo europeo, nell’attesa che l’eterna potenza del mare si riorganizzi, ha ritrovato nella Francia la sua guida. Giusta o sbagliata che sia, la Francia di Macron si è ripresa un ruolo che gli mancava dal 1870 e lo ha fatto a dicembre. D’altronde ai francesi è sempre piaciuto farsi imperatori sotto Natale.  

LOOPS | Artchivio – Cultrise. Un’esperienza surreale

La sera dell’11 gennaio tre artisti ci invitano a varcare la soglia di un ambiente surreale. Un’ex rimessa dell’ATAC, nel cuore del rione Monti, diventerà la sede di un’esperienza visiva e sonora che ti trasporterà in un universo parallelo.

Loops è un evento prodotto da Artchivio e Cultrise. L’evento avrà luogo giovedì 11 gennaio nei suggestivi spazi del Popping Club di via Baccina a Roma, un’ex rimessa dell’ATAC oggi adibita a spazio espositivo. Il momento centrale della serata è una performance audiovisiva di Meta-, seguito dall’esposizione delle opere del giovanissimo Mario Carlo Iusi. Questi due momenti si situeranno in momenti diversi della serata e in parti diverse dello spazio, ma formeranno un insieme omogeneo che avvolgerà lo spettatore a mano a mano che l’evento procede. Tramite l’unione di arti visive e sonore, Loops propone al pubblico un’esperienza sensoriale dal carattere immersivo inedita nel panorama romano. L’evento aprirà alle 19:00, e per partecipare sarà necessario registrarsi ad una lista di accredito. Il costo del biglietto è di 10 euro e include un open bar di vino e un rinfresco.
Loops è cerchio, circolo, ciclo, sequenza, ripetizione. Loops è al tempo stesso un’immersione e un’evasione dalla circolarità del tempo.
Meta- è un duo di musica elettronica sperimentale attivo dal 2014, composto da Simone Giudice e Luigi Calfa. I due musicisti si sono formati tra studi di composizione in conservatorio e live performances in club ed eventi. Ad oggi hanno al loro attivo la pubblicazione di una release (Ambienti vol. I – Kabalion Records) e la presentazione di una live performance multimediale intitolata “Nova” (presentata al Centro di Ricerche per le Arti Contemporanee di Lamezia Terme). Negli ultimi anni si sono esibiti in tutta Italia, e nel 2017. Per Loops, Meta- propone una performance inedita e site-specific, costruita appositamente per valorizzare le suggestione offerte dagli spazi dell’ex rimessa dell’ATAC. Tramite l’interazione continua tra suono e immagine, il duo punta a creare uno spazio di ascolto e di visione in grado di trasportare lo spettatore in un ambiente percettivo alternativo.
Mario Carlo Iusi, ventiduenne originario di Alatri e attualmente studente di filosofia, è un artista poliedrico che spazia dalla pittura al cinema. La sua ricerca artistica affonda le proprie radici nel terreno della Street art. Ispirato dalla lettura di Paul Klee, Iusi elabora un linguaggio espressivo originale e approfondisce la tecnica pittorica e il disegno. Il frutto della sua ricerca più recente è l’ideazione di cornici dotate di un sistema di illuminazione a led capaci di interagire in maniera inedita sia con l’opera sia con il pubblico. Nel 2017 è il più giovane pittore ad esporre le sue opere alla Rome Art Week, e in questi giorni le sue opere sono esposte presso la galleria la Nuvola di Via Margutta accanto ai grandi nomi dell’arte contemporanea. Collaborando con Meta- per Loops, Iusi esplorerà le molteplici possibilità di dialogo tra luce, suono e colore, dando vita a scenari perturbanti ed immersivi capaci di abbracciare completamente lo spettatore.
L’evento è prodotto da Artchivio e Cultrise, due realtà emergenti sulla scena artistica Romana che condividono l’obiettivo di promuovere la creatività. Nato nel 2017, Artchivio è un nuova rete di artisti e professionisti creativi. Il sito www.artchivioweb.com ospita un network tramite il quale tutti i creativi possono condividere il proprio portfolio, entrare in contatto tra loro e sviluppare progetti. Artchivio è anche una casa di produzione che produce eventi e contenuti originali, con l’intento di dare visibilità e opportunità a tutti i giovani professionisti della creatività. CultRise nasce nel 2014 con l’obiettivo di promuovere giovani talenti, collettivi artistici e menti creative attivi in diversi settori dell’arte e della cultura. Ad oggi l’associazione vanta numerose collaborazioni artistiche e un ricco portfolio di mostre ed eventi curati a Roma e in alcune delle maggiori manifestazioni culturali nazionali.
11 gennaio 2018
via Baccina 84 Rione Monti
h 19.00 Enter the Loop
h 20.00 Loop 1
h 21.00 Loop 2

Roger Waters – La leggenda torna in Italia

L’estate esalta l’arte custodita in Italia, soprattutto a Roma, che da sempre è la capitale dei live musicali durante la stagione più calda. Così, oltre a Björk, tornerà a suonare e incantare Roma, la leggenda dei Pink Floyd. Lo farà Roger Waters, compositore e musicista che ha scritto la storia del rock e della musica. Allo stesso tempo e modo si esibirà in Toscana, che vede come sua capitale musicale Lucca.

Il ritorno di Roger Waters è previsto a Luglio. Lo farà però con una rappresentazione molto diversa, una produzione imponente e spettacolare finora messa in scena solo a Città del Messico e allo storico Desert Trip Festival lo scorso anno. Una lunga attesa che la più eclettica mente creativa d’Europa ha scelto di far approdare nel continente. Il format live del Desert Trip, portato in Italia da D’Alessandro & Galli, prevede elementi di altissima spettacolarità, a partire da un palco innovativo che riproduce la Battersea Power Station di Londra che evoca la storica copertina di Animals. Un album decisamente degno di un maggior rilievo, ma racchiuso in penombra dalla portata musicale e soprattutto dell’immaginario collettivo evocato di due colossi come Wish You Were Here e The Wall.

Se la Brexit spaventa i salotti e gli alternativi di Monti, stavolta un inglese, Roger Waters ha scelto solamente tre città europee. Partirà da Londra, la capitale culturale del vecchio continente, che ospiterà il concerto ad Hyde Park a cui si aggiungono ben due date italiane: Lucca e Roma. 

Lo spettacolo di una delle colonne portanti dei Pink Floyd, debutterà in Italia l’11 Luglio al Lucca Summer Festival, nell’area adiacente alle Mura Storiche. Non si tratta di una scelta casuale ma di un indirizzo preciso dell’Artista affascinato dal collegamento tra le Mura cinquecentenarie che avrà al fianco del palcoscenico e The Wall, la sua opera principe, i cui brani avranno una parte fondamentale nella scaletta di questo show che vedrà Roger Waters interpretare tutti i grandi classici del repertorio dei Pink Floyd insieme ai brani del suo nuovo album “Is This The Life We Really Want?”

La seconda data Italiana si terrà invece nell’affascinante scenario del Circo Massimo di Roma, laddove si respira come in nessun altro posto il fascino della storia. Un concerto che segnerà il ritorno di Roger Waters a Roma a 5 anni di distanza dalla sua rappresentazione di The Wall allo Stadio Olimpico.

Due occasioni imperdibili per coloro che amano la musica e dopo Venezia e Pompei, vogliono poter dire di aver visto la leggenda suonare. Incantare. A pochi chilometri dal cimitero di Anzio che è sede delle sue origini e dei motivi per cui la musica si è evoluta così come la conosciamo noi.

Edoardo Cozzani. L’obiettivo critico di un giovane fotografo

Abbiamo intervistato Edoardo Cozzani. L’obiettivo critico del giovane fotografo romano ci racconta le Città globali e le imperfezioni della società contemporanea.

Edoardo Cozzani è il giovane fotografo romano che abbiamo conosciuto in occasione della sua personale Babel presso il Lab 174 a Roma. La fotografia per lui è stata una scelta di vita, una necessità. 24 anni e due progetti di successo alle spalle. Il suo lavoro ci mostra una metropoli senza nome e l’impatto disastroso del processo di urbanizzazione aggressiva sulla qualità di vita del cittadino moderno. Le sue opere sono una finestra sul mondo, sulla società contemporanea. Il suo obiettivo critico ha aperto una breccia, scuotendo gli animi di chi osserva il suo lavoro, spronandolo alla riflessione. Con noi ha funzionato e abbiamo voluto incontrarlo per saperne di più.

Come è nata la tua passione per la fotografia?

Da bambino in modo del tutto casuale, quasi giocando. Mia madre aveva una Reflex Nikon e quando me lo permetteva ci facevo pratica. Scattare mi piaceva, mi incuriosiva. Da ragazzino andavo in edicola e invece di comprare topolino, compravo il Corso Mondadori sulla fotografia, sai quelli a puntate. Così da solo mi sono documentato, ho letto sempre di più per apprendere le tecniche. Questo è stato un po’ l’inizio. Poi sono cresciuto e finalmente ho avuto la mia di macchinetta fotografica, ho cominciato a viaggiare. Ho unito queste mie due passioni e mi sono dedicato alla fotografia di viaggio.

Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo lavoro?

Come dicevo, a un certo punto ho cominciato a viaggiare. Mi fu tutto chiaro durante un viaggio in particolare, quello in Centro America, quasi tre mesi, da solo tra la Costa Rica e il Nicaragua. Mi ha aperto gli occhi circa il valore della felicità che possiamo raggiungere solo facendo ciò che ci piace, lo status non conta. Se prima di partire pensavo che la fotografia potesse essere solo un hobby nella mia vita, al ritorno è cambiato tutto.

Avevi un’altra carriera davanti a te…

Sì, studente di Giurisprudenza a Roma. Mi piace, in qualche modo mi è stata utile, mi ha dato tanto a livello di contenuti, ha aumentato il mio senso critico ma sentivo che non era la mia strada. La passione per la fotografia che era quasi un bisogno, una necessità di espressione, premeva sempre di più. Gli studi di Diritto li ho terminati, mi sono laureato ma nel frattempo avevo fatto application per una prestigiosa scuola di fotografia a New York ed ero stato preso. Ho vissuto quel momento tirando un sospiro di sollievo.

Perché New York?

Mi trovavo lì per un tirocinio in uno studio legale, un’opportunità unica, una figata per chiunque voglia intraprendere quella carriera…per me è stato il contrario. Da una parte però quell’esperienza è stata fondamentale, la prova del nove. New York mi ha molto stimolato perché dal punto di vista artistico ha tanto da offrire, continui spunti, stimoli e opportunità. Il tirocinio l’ho lasciato ma sono rimasto per dedicarmi alla fotografia e ho fatto domanda all’ International Center of Photography.

Come ti sei preparato a questo nuovo inizio?

Un altro viaggio. India e Sri Lanka, sempre da solo. Questa volta però con un progetto circa quello che volevo fotografare e come.

C’è da dire che non sono possibilità da tutti. Ti reputi fortunato?

Sicuramente ma soprattutto grato. Devo molto alla mia famiglia che mi ha sostenuto e supportato. È stata dura conquistare la loro fiducia. Mio padre inizialmente era del tutto contrario. All’inizio è stato difficile ma poi determinazione, passione e risultati mi hanno aiutato piano piano a guadagnarmi il suo rispetto e la sua fiducia. È stato il primo a scommettere su di me.

Hai detto che per il tuo ultimo viaggio prima di trasferirti a NY avevi già un progetto. Cosa serve perché riesca bene e quanto conta la tematica?

La tematica è tutto. È come la mappa del tesoro. La mia più grande soddisfazione sta proprio nell’aver trovato, in un’infinità di possibilità espressive, l’area tematica a cui dedicarmi. Quella sociopolitica principalmente. Solo con la motivazione e l’interesse per un focus, un obiettivo, una tematica definita la produzione è efficace.

Hai viaggiato molto in cerca di spunti, il tema sociale, come abbiamo visto, è centrale nei tuoi lavori. Non trovi che altrettanti spunti si possano trovare anche “dietro casa”? Penso al tema delle periferie…

 La tematica delle periferie, per quanto interessante, per come affronto la mia tematica, è fin troppo specifica. Quello che mi interessa di più è osservare il mondo in macro sistema, guardare la società in toto da una prospettiva più ampia e meno specifica. Nonostante si tratti di un soggetto contemporaneo…Io parlo dell’individuo in generale, che si tratti dello svantaggiato in periferia o il ricco del centro.

Bianco e nero o a colori?

Entrambi, dipende dal progetto. Io poi sono sempre per la sperimentazione, unire i mezzi di espressione. Fotografia, installazione, giochi di luci e di riflessi. La cosa fondamentale è partire da un concept forte, studiarlo, fare ricerca, approfondire, entrare in quell’idea tanto da esserne saturi e poi lasciarsi andare e sperimentare ancora. Raccogliere i dati e veder cosa funziona per comunicare il proprio messaggio.

Quanto conta l’occhio e quanto la tecnica?

La tecnica è fondamentale per un progetto di successo però viene dopo. La scuola a NY, l’I C P mi ha permesso di esprimermi in modo più sofisticato ma quello può venire anche dopo. Più importante è avere un tema e forte motivazione. Le tecniche si possono sempre imparare…

Foto con il cellulare?

Si perché no, ne faccio molte…chiaramente poi per i progetti seri il mezzo professionale è necessario… Le foto con il cellulare però hanno una loro genialità che va oltre la tecnica. Vince se il soggetto è molto forte. Ciò che conta è il concept, qualsiasi mezzo va bene e il contenuto della foto ha un valore talmente grande che te ne freghi che è scattata con il cellulare…si possono fare foto interessanti.

Instagram si o Instagram no? Toglie alla fotografia?

No è solo una finestra, una vetrina. In questo senso può dare un apporto positivo e allora va sfruttato. Da una parte poi io mi oppongo concettualmente all’idea di Social però allo stesso tempo vivo la mia epoca e quindi alla fine lo utilizzo. Se vivi la vita con una sensibilità tale che ti faccia vedere poesia ovunque allora il mezzo Instagram diventa utile per condividerlo e questo viene apprezzato.

Come hai approcciato i temi che tratti?

Dalla mia esperienza personale di vita. Mi sono avvicinato all’influenza della società sull’individuo, partendo dalle mie ragioni, quello che provavo e sentivo io. Mi è sempre interessato il discorso delle maschere e dell’autenticità che a volte si sacrifica a causa delle pressioni che subiamo e dei condizionamenti. A volte lottiamo per uno status che dobbiamo mantenere ma che non ci rende felici.

Sei giovanissimo ma con due progetti importanti alle spalle, Anamorphosis e Babel. Sei soddisfatto?

Il livello di soddisfazione non è ancora pieno, bisogna essere sempre aperti allo studio e all’ approfondimento. Babel ad esempio è chiuso ma continuerò a cercare nella quotidianità qualcosa che possa apportare un plus e nel caso lo aggiungerò al progetto. In questo senso dunque il rapporto con il progetto non si conclude mai davvero.

Che rapporto hai con le tue foto? È difficile separartene?

Ci sono tre fasi in cui ti separi dall’opera, tutte e tre diverse. C’è la selezione per una mostra, la mostra e la vendita. Alcune foto sono difficili da rimuovere dalla selezione, soprattutto quando ti piacciono molto. Se però per il progetto non sono funzionali allora bisogna saper essere razionali nella scelta… l’esperienza “esposizione” è ansia e gioia allo stesso tempo. La tua idea si materializza e la dai in pasto al giudizio di tutti…La volontà è quella di migliorarsi e per farlo servono anche le critiche proprio allo scopo di crescere sempre di più. Non ho un rapporto morboso con le mie foto, separarmene non è problema. Il massimo è rispettare la persona che si porta a casa la tua opera.

Qual è il ruolo dell’artista nella società?

Avere un’opinione forte è fondamentale, così come riuscire a imporre la propria voce e la propria voglia espressiva. Il ruolo dell’artista però non è dare una risposta ma creare interrogativi, incuriosire e dare degli spunti di riflessione. Chi produce arte non deve togliere opinione all’individuo, piuttosto lo deve aiutare a crearsene una propria.

Hai una foto che ti ha ispirato, una preferita?

Me ne piacciono molte. Apprezzo il lavoro del fotografo Andreas Gursky. In una sua fotografia c’è un fiume, uno scenario stratificato. Rappresenta un po’ una metafora vita per me. Vedo il fiume come la fluidità dell’esistenza. Ragione e morale che devono trovare un equilibrio. La morale è un’urgenza che deve essere espressa da una ritualità o dalla religione quando non diventa politica…

Trovi interessante fotografare l’uomo?

L’uomo singolo non mi interessa, o meglio mi interessa nel momento in cui il singolo racconta la storia di una pluralità. Quello che trovo interessante è la metafora che un uomo singolo rappresenta.

Se non avessi scelto la fotografia, chi saresti oggi? Un avvocato?

L’arte sarebbe stata una costante nella mia vita, ho sempre avuto una fascinazione e una certa sensibilità in materia… l’avvocato l’avrei potuto fare, meccanicamente ma non sarebbe stata vita.

 

 

CILE – Piñera: a volte ritornano

Prendete il Cile e unitelo all’Italia per un istante o almeno per chi ha più di venticinque anni verrà semplice comprendere la statura del personaggio di cui si parla.

Quando si parla di Cile, il mio pensiero automaticamente va al giocatore cileno che ha riempito per anni il mio cuore: David Pizarro. Non scorderò mai il suo attaccamento ai suoi colori nazionali, che occasione abbastanza rara, lo portarono a lanciare la propria maglia verso la Sud, nel settore un tempo occupato dal più glorioso gruppo ultras della storia romanista (se non italiana). Lo stesso gruppo nella sua mitologica antologia è rimasto celebre per lo striscione “A volte ritornano”. Questo si potrebbe dire di Sebastian Piñera, il nuovo presidente del Cile, che ha vinto il ballottaggio di domenica. 

Tornando all’unica religione mondialmente riconosciuta ossia il calcio, il neo eletto presidente è proprietario della squadra Colo Colo e della tv Chilevision e questo ci riporta a pensare a un altro, forse il più grande presidente della storia del calcio europeo, che a Marzo giocherà l’ultima discesa in campo, ma stavolta in Italia.

L’analogia con il Bel Paese vuole che a sinistra, al Presidente di un club e di una televisione, gli siano ricordate le storie di scandali dovute a problemi giudiziari. 

Come per l’Italia, marzo 2018,  sarà un mese cruciale e tre giorni prima le nostre elezioni giorno Sebastian Piñera s’insedierà al Palacio de La Moneda. Piñera è considerato un moderato, e non una figura direttamente associata ai conservatori di estrema destra che hanno fatto parte della dittatura militare guidata da Augusto Pinochet che ha governato il Cile dal 1973 al 1990.

Coe in ogni elezione al mondo il punto centrale della sconfitta della sinistra di Bachelet è stata la situazione economica. Nel 2016 la crescita del Pil è stata del 1,6% e nel 2017 del 1,4%, dati similari o di poco migliori di quelli italiani.

Ma, tutto ciò è assai poco per un Paese con straordinarie ricchezze naturali, il pensiero va al devastato Venezuela.

Le sfide maggiori e qui una nuova simbiosi con l’Italia sono le pensioni, ma con il problema inverso ossia il flop del sistema dei fondi privati e infine un’istruzione troppo elitaria per essere considerata degna in uno Stato democratico. O per lo meno la mia persona considera tale chi prende spunto dal testo della Politica di Aristotele.

E nel frattempo in Cile sta per arrivare papa Francesco, il primo pontefice sudamericano, la cui presenza non è caldeggiata dalla popolazione. Scrive infatti Vatican Insider:

La Chiesa cilena è una Chiesa ferita. Le sue molteplici piaghe, sofferenze, patimenti, fanno parte di un elenco lungo: dai difficili rapporti con il governo uscente della signora Bachelet (depenalizzazione dell’aborto, riforma educazionale, diritti civili, questione “Mapuche”, solo per citarne alcuni), ai gravissimi problemi di pedofilia, con particolare riferimento a casi di occultamento o copertura (che coinvolgerebbero anche alcuni vescovi), la vicenda del vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros (nominato da Francesco e molto inviso a una parte dei fedeli), una stampa in generale piuttosto ostile e molto critica dei tre cardinali del Paese

Cile che sembra Italia, con le stesse problematiche strutturali. Gli eterni ritorni, una Chiesa Cattolica in difficoltà e, infine, la speranza di chi al welfare preferisce il sole.

Troppi coltelli sulla torta siriana

Il vertice organizzato da Vladimir Putin a Sochi tra il 20 e il 22 novembre scorso è stato da molti paragonato alla conferenza di Jalta con cui, tra il 4 e l’11 febbraio del 1945, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Iosif Stalin concordarono l’assetto che l’Europa postbellica avrebbe dovuto assumere.

 

Per molti versi il paragone è azzeccato. Come a Jalta nel 1945, a Sochi i protagonisti sono stati tre: il presidente turco Erdogan, il presidente iraniano Hassan Rouhani e il padrone di casa Vladimir Putin. Al centro della discussione, la crisi mediorientale e in particolare quella siriana.

 

Il vertice è stato un successo diplomatico russo che corona tre anni di intervento diretto in Siria in supporto di Bashar al-Assad.
La lunga e sanguinosa guerra civile sembra risolversi, almeno per ora, con una riconferma del potere di al-Assad e dell’influenza russa nell’area, con la variazione importante dell’espansione dell’egemonia iraniana. Il successo russo-iraniano in Siria si accompagna a quello in Iraq, dove sono state fissate nuove elezioni legislative per il 15 maggio 2018. Probabilmente la coalizione sciita vincerà la tornata elettorale, e l’Iraq si porrà sempre più nettamente sotto l’ombrello iraniano. Va comunque ricordato che l’Iraq è un paese letteralmente in mano a decine di milizie armate fino ai denti e spesso in netta contrapposizione. Pur essendo un paese stremato da quasi quindici anni di guerre ininterrotte (e dai precedenti dodici anni di embargo), la situazione in Iraq potrebbe stabilizzarsi solo nell’arco di diversi anni, e non è da escludere una ripresa della lotta armata da parte di qualche gruppo dissidente.

 

L’espansione della sfera d’influenza dell’Iran, forse il principale vincitore di questa serie di conflitti, ha provocato la reazione scomposta dell’Arabia Saudita, che è intervenuta in Yemen e in Qatar. Ma queste azioni si sono rivelate un’arma a doppio taglio per i sauditi, che sono ora impegnati in un conflitto sanguinoso e difficile in Yemen, mentre in Qatar hanno attirato la reazione turco-iraniana.

 

La Turchia, il terzo partecipante della conferenza di Sochi, ha raggiunto un compromesso paradossale. Sul piano della semplice proiezione di potenza, la Erdogan ha ottenuto molto meno di ciò che avrebbe desiderato solo un paio di anni fa. Ha acconsentito sul tema dell’indivisibilità della Siria, ha appoggiato la tesi russa di una permanenza provvisoria di Assad, ha accettato di mediare tra i guerriglieri turcofoni e il presidente siriano.
Anche su un punto delicatissimo, quello della costituzione di una regione curda dotata di larghe autonomia in seno alla nazione siriana, la Turchia sembra essersi piegata al piano russo, anche se su un nodo delicato come questo le effettive posizioni saranno chiare solo tra qualche tempo.

 

Cedendo su questi punti, però, Erdogan ha ottenuto il vantaggio di potersi sedere al tavolo dei vincitori, ottenendo diverse concessioni negli import-export con la Russia e con l’Iran, che frutteranno negli anni a venire. Disilluso nei confronti dell’Unione Europea, Erdogan sta cercando da anni di sganciarsi dall’asse della NATO, allacciando buoni rapporti con il mondo islamico (diventato il vero punto di riferimento della Turchia, come dimostrato dall’impegno militare in Siria e in Qatar).

Chi esce palesemente sconfitto dalla risoluzione di questa crisi sono gli Stati Uniti. Invadendo l’Iraq nel 2003, gli statunitensi hanno approfittato di un momento di estrema debolezza della Russia e di isolamento dell’Iran per imporre la propria influenza nell’area. Nel 2011, a tal scopo, hanno supportato e finanziato le primavere arabe per rovesciare i regimi di Gheddafi e di al-Assad.
Donald Trump però non si è dato per vinto, e ha deciso di rimanere un attore molto attivo nell’area. Il supporto all’Arabia Saudita continua ed è anzi uno dei pilastri su cui si poggia la politica estera statunitense non solo nell’area. L’Arabia Saudita si sta opponendo attivamente all’espansione della potenza iraniana, continuando il proprio intervento militare in Yemen, mantenendo isolato il Qatar, finanziando gruppi di miliziani che in Siria si oppongono agli sciiti (cioè ad Assad ed Hezbollah). Ciò che più conta, è che l’Arabia Saudita sta proseguendo nel suo deprezzamento del petrolio che, oltre a dar man forte alle politiche antiecologiste di Trump, indebolisce e destabilizza regimi invisi a Washington, come l’Iran, la Russia e il Venezuela.

 

Oltre a potenziare il comodo alleato saudita con un continuo afflusso di armi, Trump ha cercato di confermare il peso statunitense nell’area tramite azioni militari per lo più estemporanee. La rappresaglia del 7 aprile 2017 contro al-Assad per il presunto uso di armi chimiche, ad esempio, non è stata seguita da un impegno sistematico; le incursioni aeree in supporto dei curdi e dei ribelli filo-occidentali (una definizione tanto vaga quanto fuorviante) sono state portate avanti con regolarità, in particolare nella battaglia di Raqqa, ma senza che alle spalle delle azioni militari ci fosse un’idea politica d’insieme. Il supporto ai ribelli curdi dell’Iraq è andato rapidamente scemando man mano che il Daesh veniva battuto e messo in fuga. E bisogna dire che i curdi sono stati abbondantemente supportati anche dall’Unione Europea, e perfino dalla Russia, per cui non possono essere considerati alleati degli USA, ma piuttosto elementi della ben più vasta coalizione anti-ISIS.

Come si era già scritto in questa rubrica, il nuovo ordine che sta sorgendo nel Vicino e Medio Oriente dalle devastazioni delle guerre civili irachena e siriana vede un nuovo protagonista, che nei prossimi anni acquisirà sempre più peso in campo internazionale: l’Iran.

 

Gli alleati e partner commerciali di questa potenza emergente, ovvero Russia, Turchia e Cina, hanno tutto da guadagnare da una stabilizzazione dell’area sotto l’egida di Teheran. Gli Stati Uniti hanno tutto da perdere.
Per il momento, la “guerra petrolifera” condotta dall’Arabia Saudita ha danneggiato a tal punto la Russia e l’Iran da riuscire a riportare la bilancia su un asse di sostanziale pareggio. Ma con un debito pubblico che si sta alzando rapidamente, questa strategia dovrà essere presto o tardi abbandonata. A quel punto, il nuovo assetto della regione diventerà evidente.
Non è da escludere che di fronte all’evidenza dello strapotere iraniano il giovane principe saudita Mohammad Bin Salman (l’artefice dell’intervento in Yemen e dell’embargo al Qatar) decida di rischiare un intervento militare diretto nel Golfo Persico. Le vie del petrolio sono infinite.