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Blackhat, il ritorno di Michael Mann

Quando si scrive di cinema bisognerebbe cercare di fornire un’immagine il più possibile d’insieme del lavoro di cui si sta parlando. Spacchettare il film in una serie di componenti da valutare separatamente è un approccio nella maggior parte dei casi poco fruttuoso, specie se si cominciano a prendere in considerazione i vari aspetti tecnici ciascuno indipendentemente dagli altri. Montaggio e fotografia sono ingranaggi di una macchina di cui ci interessa in definitiva solo il funzionamento per come si presenta allo spettatore, e ha poco senso dire di un film che “è montato bene” se non si specifica quale scopo espressivo quel particolare montaggio persegue. Questo approccio “comportamentista” ovviamente non esaurisce tutti i possibili piani di analisi, ma fornisce una prospettiva significativa per il più ampio numero possibile di lettori.
Mantenere questa prospettiva unificata diventa più difficile quando viene a crearsi un conflitto tra parti di natura disomogenea. Un film bello a vedersi ma scritto male (o viceversa) presenta una sfida particolare per il recensore perchè a fine visione ci si è di norma formati un’idea “di pancia” su quale dei due piatti della bilancia abbia finito col prevalere, ma bisogna argomentare per il caso specifico un’opinione che in tanti altri casi può essere stata di segno opposto.
Caso esemplare di questa situazione è stato per me Blackhat, l’ultimo film di Michael Mann -regista celebre per pellicole come Heat, Alì o Collateral– uscito in sala il mese scorso ma sparito con rapidità sorprendente: la critica è stata caustica e il pubblico evidentemente si è fidato.

Mann è da anni un pioniere nella rivoluzione digitale che il cinema sta attraversando. I suoi ultimi film sono caratterizzati da un iperrealismo fotografico che ha fatto storcere il naso a molti, ma che per come la vedo io rappresenta l’esito (se non altro tecnico) più esaltante del cinema americano contemporaneo. Mann è il più grande compositore di notturni metropolitani che abbiamo in attività, e il suo stile che associa immagini cristalline ad un cinetismo poderoso ha toccato vette di livello assoluto, la cui influenza sarà sempre più evidente col passare degli anni.
Sotto questo punto di vista Blackhat non fa eccezione, e anzi, porta la poetica visuale di Mann a degli estremi che faranno la gioia dei suoi estimatori. Da un punto di vista di atmosfera, di creazione del mondo, Blackhat è senza dubbio la parola definitiva nella recente rinascenza noir di film come Drive o Nightcrawler, che del resto già si portavano dietro un evidente debito verso lavori precedenti di Mann come Strade violente, il suo debutto del lontano 1981.
Il climax finale ambientato (in un rinvio alla celebre scena della discoteca di Collateral) nel bel mezzo di un’affollatissima processione al centro di Jakarta rappresenta un apice forse irripetibile, che da solo rende la pellicola che lo contiene un must per chiunque pensi al cinema come qualcosa in più che un semplice mezzo per raccontare storie.
Se invece sono le storie che vi interessano nei film, Blackhat potrebbe non suscitare in voi lo stesso senso di meraviglia che ho finora cercato di trasmettere. Blackhat è un termine usato per indicare i più malintenzionati tra gli hacker, quelli che sono accostabili a dei veri e propri terroristi informatici, ed è proprio su un attacco digitale ad una centrale elettrica, risultante in un’analogicissima esplosione, che si apre il film. Una task force sino-americana viene messa insieme per investigare l’incidente, e la condizione del capitano Chen Dawai è che venga arruolato il suo vecchio compagno di stanza al MIT, attualmente incarcerato per una serie di truffe informatiche. Il genio ribelle in questione è interpretato da Chris Hemsworth, il Thor degli Avengers, e il suo ruolo è una rivisitazione di molti altri leading men dei film di Mann. Da James Caan in Strade violente a Johnny Depp in Nemico pubblico, passando per Robert DeNiro in Heat, i protagonisti di Mann sono uomini d’azione taciturni, che celano il proprio tormento dietro una maschera di distacco e cinismo, come da tradizione noir. Si potrebbe ironizzare sul pedigree di Hemsworth paragonato a quello dei nomi di cui sopra, ma la verità è che, con risultati di qualità variabile, l’immaginario hard-boiled manniano non ha mai brillato per originalità o profondità, e che il più grande degli attori non potrebbe del tutto rimuovere l’aria stantia di machismo che caratterizza molti dei film del regista di Chicago. Con questo non voglio fare le pulci alla prospettiva “gender” di Mann, un po’ perchè non è questo il punto dell’articolo, un po’ perchè le sue qualità di regista metterebbero in ombra peccati ben peggiori, ma non posso fare a meno di sottolineare che le sceneggiature di cui il nostro si è servito durante gli anni hanno oscillato tra l’adeguato e il discutibile. Anche in questo senso Blackhat non si distanzia dalla tradizione. Non caratteristica è l’assenza di Mann stesso nei crediti di sceneggiatura, attribuiti invece al tal Morgan Davis Foehl, ma stando a Wikipedia il soggetto è del regista, e il solco in cui il film si inserisce è quello che ormai conosciamo da più di trent’anni.

blackhat

Nel caso specifico la scrittura è di qualità inferiore anche alle non elevate aspettative, con dei dialoghi triti e legnosi e uno sviluppo della trama labirintico e poco credibile. É un peccato perchè il film crea un’atmosfera pressochè cyberpunk in un’ambientazione non fantascientifica, e si sforza di non esagerare con le supercazzole a sfondo informatico. Sarebbe bastata un po’ di economia letteraria per elevare il tutto ad un livello di aurea mediocritas che ci lasciasse concetrare sugli altri e notevolissimi pregi della pellicola, e per quanto apprezzi l’assoluto rigetto di tentativi di ingraziarsi il pubblico con siparietti comici e menate tarantiniane, nel complesso non si può parlare di un film che vada anche solo vicino a risultare avvincente nel significato più canonico della parola.

Ecco quindi che si configura il divario di cui sopra. Per quanto la predilezione del regista per certe atmosfere e ambientazioni abbia probabilmente carburato il perfezionamento delle tecniche che poi di fatto usa per evocarle, non c’è dubbio che la poetica visiva e quella narrativa siano in Mann abbastanza scollegate da poter essere considerate separatamente, specie quando la forbice tra la compiutezza dell’una e quella dell’altra è così ampia. Visto questo stato di cose risulta difficile astrarmi dal mio spirito apologetico di fanboy, e non so quanto la mia conclusione che in fin dei conti il gioco valga la candela sia condivisibile dall’uomo della strada, probabilmente poco. Del resto l’uomo della strada tende a non capire un cazzo, e non avete letto fin qua per conoscere la sua opinione, quindi il succo è questo: Blackhat è un capolavoro a metà, che per certi versi lascia l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere più di quanto non riesca ad esaltare per quello che di fatto è. Nonostante questo la pellicola porta inequivocabilmente il marchio di uno dei più grandi registi americani in attività, e se lo spettatore casual non necessariamente riuscirà a cavarne qualcosa, il cinefilo troverà sicuramente pane per i propri denti, e non dovrebbe lasciarsela scappare.

Topolinia Confidential

Sono cresciuto in una casa piena di fumetti. No, riformulo. Sono cresciuto in una casa piena di fumetti comprati dai miei in età in cui la società non lo giudichi ancora un sintomo di sociopatia. Quindi vecchi. Quindi graphic novel. È forse per questo che da sempre ho considerato abbastanza familiare il settore fantasma delle fumetterie, quello in cui nessuna storia parla di shinigami, mecha e mutazioni radioattive, non esistono copertine non cartonate e 10 euro per 50 pagine sono considerati un buon prezzo. Esplorando tali (spesso) paradossali meandri ho messo una volta gli occhi su una copertina di Blacksad: un gattone antropomorfo vestito come Dick Tracy caccia il ferro e imbruttisce qualcuno fuori scena mentre una rossa gli si stringe contro. Lì per lì non gli concessi più di una sfogliata incuriosita, più o meno dimenticandomene fino a qualche tempo fa, quando grazie all’internet me ne sono potuto procurare diversi volumi.

Blacksad, creato da spagnoli per il mercato francese (regno del fumetto d’autore), è incentrato sulle indagini dell’omonimo protagonista, investigatore privato di un’America di fine anni ‘50 popolata da animali antropomorfi. Sorta di Topolinia in cui la Banda Bassotti gestisce piazze di spaccio, Paperone fa sparire i sindacalisti e Topolino è membro del Ku Klux Klan.

Personalmente sono un maniaco della forma, non riesco proprio a godermi un’opera di cui non apprezzi i disegni, e in questo senso non sono certo rimasto deluso. Juanjo Guarnido è un Vero Drago dell’illustrazione, passato per Marvel e Disney (quando ancora erano roba separata) e comunque capace di fondere accademia ed estro per dare vita ad uno stile impeccabile e personale. Il tratto è netto, ma accompagnato da tinte tenui e sfumate.
Molte vignette sono contraddistinte da un dinamismo travolgente, e arrivo a dire di essermi sentito seriamente fomentato dalle pose con cui i personaggi corrono, saltano, volano dalle finestre, randellano il prossimo o si scaricano addosso caricatori. Il livello di dettaglio è incredibile, ogni ambiente trabocca di personaggi, elementi scenici, dettagli architettonici. Più di una volta mi sono ritrovato a scandagliare i fondali in cerca dell’ennesima delizia grafica, senza mai uscirne deluso. Il culmine è raggiunto nella tavola unica contenuta nel volume “L’inferno, il silenzio”, impressionante istantanea di un Mardi Gras a New Orleans che non ha nulla da invidiare ad un paginone di “Where’s Wally?” (non escludo si potesse trattare di un tributo).

L’opera è chiaramente il frutto della passione per il noir degli autori, e attinge a piene mani da mezzo secolo di cinema, letteratura e musica. Riferimenti a pellicole come Il Grande Sonno si sprecano, ma sono evidenti anche influenze meno canoniche: l’universo corrotto di Ellroy, la città del peccato di Miller, le tele di Rothko, le angosce di Ginsberg; il tutto accompaganato dalle note di jazzisti e bluesmen ormai iconici.
Il tono generale sembra costantemente in bilico tra parodia e adozione dei luoghi comuni del genere: è tutto un susseguirsi di bettole fumose, baristi complici, guardie dure e pure, trench, informatori pidocchiosi, femme fatales, tuguri-abitazioni-uffici, pugili suonati, scagnozzi nati per essere massacrati, e spesso non capisco se gli autori pieghino il mezzo al loro volere o ne stiano invece rimanendo schiacciati.
Tra l’altro mi sono sembrati mancare alcuni dei più interessanti tratti del noir, i carichi pesanti.
Il senso di disillusione che spesso serpeggia nel genere, fa da impalcatura a storie basate sull’impotenza del bene e trascina all’inferno i protagonisti è qui del tutto assente.
Nonostante non siano tutte rose e fiori, e può capitare che il nostro gattone prenda la sveglia, la palese convinzione dei creatori è che in fondo il bene prevalga sempre (“l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”). Sentimento nobile nella vita di tutti i giorni, ma di certo non il miglior fondamento per una storia crime che lasci il segno. I dialoghi, altro elemento caratteristico del genere, sono in questo caso, spesso, di un didascalismo inaccettabile. Ora, non dico che sia obbligatorio adottare l’ermetismo esasperato di Ellroy, che nove volte su dieci lascia al lettore il compito di ricostruire doppi sensi, intuizioni e moventi; francamente però in un’opera che si sente adulta, e come tale si presenta, stridono i continui spiegoni che ogni personaggio si sente in dovere di effettuare ad ogni svolta della trama.

Estratto riassuntivo e simulato dai dialoghi di Blacksad:

personaggio X:”Quindi, è stato proprio personaggio Z a sparare a personaggio W!”

personaggio Y:”Esatto, è stato Z a sparare a W perchè lo aveva tradito con l’idraulico.”

personaggio X:”Ecco perchè Z è sembrato così a disagio quando gli ho chiesto del suo
rapporto con W..”

Eddai su.

A ciò si aggiunge quella che è per me la pecca più grave di un’opera che, al netto di quanto detto fin’ora, avrei comunque potuto annoverare tra i migliori fumetti su cui avessi mai messo gli occhi:
la visione del mondo manichea di Juan Dìaz Canales, cui evidentemente nessuno ha mai rivelato che al mondo non tutto è bianco o nero. Mi spiego: non che di tanto in tanto un bel cattivone vecchia maniera o un paladino senza macchia non siano godibili, ma un’intera saga così impostata? Insostenibile.
Nel mondo di Blacksad non esistono le sfumature, o si è diavolo o si è acqua santa. Personalmente trovo che poche cose siano intriganti come un protagonista controverso, e qui ci troviamo agli antipodi: Blacksad, seppur burbero, è perfetto. Infallibile, simpatico, furbo, altruista, tombeur de femmes, mansueto ma, alla bisogna, esperto nel distribuire legnate; allo stesso tempo i suoi nemici sono il Male incarnato, privi del più piccolo briciolo di umanità, interessati solo al profitto, al potere e capaci di calpestare tutto e tutti per raggiungere i propri obbiettivi.
Il tutto è peggiorato da una delle letture politiche più semplicistiche che mi sia mai capitato di leggere: a sinistra i buoni, a destra i cattivi. Così. Punto. Senza deroghe o eccezioni.
Personalmente sarei il primo ad esultare se ciò corrispondesse alla realtà, tuttavia una simile lettura non solo risulta miope (chi ritiene che chiunque non la pensi come lui sia sempre una merda anaffettiva dovrebbe contattare uno specialista al più presto) e debole dal punto di vista di soggetti e testi, ma è anche dannosa.
Pensarla a questo modo significa essere certi delle proprie posizioni in maniera acritica, non interrogarsi mai sulla loro validità. È una strategia facile, rassicurante e totalmente sterile. Non porta all’evoluzione del pensiero, ci lascia ingrassare in un nido di convinzioni incrollabili.
Non è un caso secondo me che Blacksad dia il meglio di sè quando le sue trame evitano di affrontare in maniera esplicita temi come kkk o Maccartismo, lasciandoli invece sullo sfondo per concentrarsi su trame più vicine al giallo che al fumetto politico.

Nel complesso ritengo Blacksad un prodotto discretamente interessante, innalzato da un tocco artistico pazzesco, una vera delizia per gli occhi, e affossato da grossi difetti di scrittura. Ironia della sorte, un’opera nè bianca nè nera, con buona pace del suo creatore.