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La Corea del Nord mette paura al mondo

Da decenni la musica scandisce gli avvenimenti storici, in maniera più consapevole e meno racchiusa in se stessa, delle arti figurative. Prendete la traccia più celebre del gruppo britannico “Orchestral Manoeuvres in the Dark” ove con un ritmo contagioso, capace di far ballare tre differenti generazioni, si racconta la tragedia dell’atomica sganciata dagli USA su Hiroshima nel 1945. Il nome di quella traccia è “Enola Gay”, lo stesso della madre del pilota Paul Tibbets che con un gesto ha cambiato irrimediabilmente la storia dell’umanità. Questo cambiamento non dipende dalla vittoria degli “alleati” sui Nipponici, bensì dal fatto che da quel giorno l’umanità possiede un ‘arma capace di annientare essa stessa. Sessantotto anni dopo il mondo del terzo millennio in queste ore vive la medesima paura e sconforto a causa del nucleare nordcoreano.

KIM JONG-UN ED IL PROGETTO NUCLEARE – Per comprendere la crisi di queste ore bisogna partire da un dato di fatto storico ovvero che la Guerra di Corea non è mai terminata. E’ rimasta sopita, ha visto scontri a bassa intensità, ma il progetto di fondo del Nord Corea marxista non si è mai modificato. Le analisi militari in stato d’allarme vengono condotte su numeri oggettivi e motivazioni di fondo. Dai rapporti statunitensi, russi e cinesi appare chiaro che le unità coinvolte nello sviluppo e nell’assetto nucleare nordcoreano sono 3.000. A capo della struttura militare che sta facendo tremare il mondo ed in particolare il Pacifico vi è il leader marxista Kim Jong-un. Centro di controllo dell’intera filiera nucleare è il sito di Yongbyon ove si parla di almeno due decine d’impianti dediti allo stoccaggio di uranio e plutonio per la produzione del nucleare.Dati per certi i dati su Yongbyon e altri siti dediti allo sviluppo nucleare, Washington riconosce come unica pedina, data anche la struttura gerarchica della Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea, quella di Kim Jong-un. Motivo principale di questa rincorsa al nucleare del nuovo leader nordcoreano risiede nella convinzione di molti analisti geopolitici che da tempo registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang.

L’INTERVENTO DI MOSCA E PECHINO – Da molti mesi l’intelligence e non solo di Mosca e Pechino sono a lavoro per contenere il fanatismo atomico di Piongyang. Xi Jinping, dallo scorso Marzo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in queste ore è spinto da un duplice timore ad affievolire i venti di guerra. Il primo motivo risiede nella consapevolezza che se Pyongang dovesse perdere un eventuale scontro militare, tutta la penisola coreana finirebbe sotto l’egemonia geopolitica statunitense. Il secondo timore risiede nel non doversi sbilanciare troppo a favore del non-amico statunitense a discapito del compagno nordcoreano. Vladimir Putin, dopo aver ridato un’importanza geopolitica alla Russia post crollo sovietico, sta aiutando tramite il fortissimo apparato moscovita a rendere, tramite canali non ufficiali, più quiete le acque nel Mar di Corea. A spingere tale decisione vi è la consapevolezza che, qualora venisse evitato uno scontro dovuto a Kim Jong-un, Obama non dovrebbe più perseguire nell’estromissione della Russia dal Mar Mediterraneo tramite la campagna di Siria. Ciò è confermato dal fatto che a diramare le inquietanti intenzioni di Pyongyang sia stato il Ministero degli Esteri di Mosca.

OBAMA E LE MANOVRE MILITARI – Se ad Oslo avessero saputo che la veridicità del premio Nobel per la Pace “preventivo” ad Obama sarebbe stata una crisi nucleare molto probabilmente lo avrebbero dato a “Medici senza Frontiere”. Eppure, il Presidente degli Stati Uniti d’America non sta sbagliando una mossa in questa difficilissima situazione. Come comandante in capo delle Forze Armate ha autorizzato lo spostamento dalle basi del Giappone interno e da Okinawa verso la base di Osan in Corea del Sud, al fine di evitare attacchi a sorpresa. Non appena la CIA ha confermato le notizie provenienti dai servizi russi ha disposto lo spostamento dei bombardieri nucleari B2 ed inviato una grandissima flotta di portaerei a propulsione nucleare nell’Oceano Pacifico. Diplomaticamente ha rafforzato il rapporto con la minacciata Tokio e avviato nuovi rapporti informativi con le uniche due potenze capaci di dare una mano in questa situazione. Londra e Parigi? No, Pechino e Mosca.

Resta un dilemma: Obama attaccherà preventivamente Pyongyang per poi avviare un’intera campagna militare nella penisola coreana o aspetterà la mossa del giovane Kim Jong-un? Presto lo sapremo. Ciò che già sappiamo è che la storia si fa nell’Oceano Pacifico.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY

Un barile al giorno non leva il problema di torno

L’attuale crisi economica con le vertenze Alcoa, Ilva, Fiat e similari lo ha ribadito ulteriormente, l’Italia è in crisi energetica e da qui ne segue la mancanza di crescita. I dati sono ineccepibili e difficilmente possono esser contestati perché provenienti da vari studi di settore sia pubblici che privati ed affermano che produrre in Italia costa minimo il 30% in più che in altri paesi europei.

Lo scorso governo aveva messo in campo il nucleare, bocciato nel 1987 da un referendum abrogativo e confermato nel 2009 con una schiacciante maggioranza. Sebbene ambientalisti ed esperti del settore abbiano messo in campo varie proposte alternative, nulla sembra poter competere nella produzione energetica nostrana con i “combustibili fossili”, di fatto al momento manca la completa alternativa a tale forma produttiva per il raggiungimento del fabbisogno nazionale da parte delle energie rinnovabili. Come “fossili” vengono definiti quei “combustibili” che derivano dalla carbogenesi di una sostanza organica, seppellitasi per ere geologiche, in molecole più stabili ricche di carbonio.

Secondo dati statistici del 2007, il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia è il più alto in Europa calcolando sul piano domestico. Nell’ambito produttivo tale dato non varierebbe se non nel caso lo Stato italiano non si facesse carico del surplus dei costi a forma d’incentivi a favore degli investimenti industriali. L’acutizzarsi della crisi dei debiti pubblici e le ferree regole sulla libera concorrenza correlate da limitazioni ad interventi pubblici da parte dell’Unione Europea rendono non più usufruibili forme di promozione d’incentivi energetici da parte dell’Italia. Ne deriva dall’analisi finora affrontata del “problema energia” che la dipendenza strutturale della penisola italica dall’estero è pari al 76,7% lordo su base annuale e che con tali mancanze è praticamente utopica la prospettiva di una qualsiasi crescita economica sul piano industriale. Con questo pesantissimo fardello deve far i conti l’attuale governo tecnico.

Ora sarebbe da chiedersi: chi meglio di un esecutivo tecnico possa affrontare il problema della sudditanza energetica dall’estero. Eppure al momento pare che esso viva in uno stato di schizofrenia. Da un lato il Ministero per lo Sviluppo Economico retto da Corrado Passera afferma in forma ufficiale l’intenzione di transitare e diminuire il nostro fabbisogno energetico attraverso il potenziamento delle rinnovabili (senza alleggerirne però il carico burocratico), dall’altro nel Decreto “Cresci Italia” prospetta e apre la via alle richieste di estrazione di petrolio nelle terre e nei mari italici. Come facilmente potrete intuire il piano per l’unità energetica nazionale favorisce di gran lunga il secondo aspetto sopracitato, con uno slogan che potrebbe essere: “Più trivellazioni per tutti”.

Attualmente nella quasi totalità delle Regioni italiane sono attive piattaforme di estrazione con benefici apparentemente indecifrabili dal punto di vista del costo dell’energia per industrie e consumatori. L’articolo del 35 del Decreto Sviluppo promosso e redatto dal Ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera agevolerà, l’approvazione è quasi certa vista l’ampia maggioranza parlamentare, la possibilità di ricerca e perforazione del territorio e dei mari italiani.

Al momento dai dati raccolti dall’associazione Lega Ambiente nel Rapporto del corrente anno “Trivella Selvaggia” sono circa settanta le richieste di ricerca per la perforazione a fini di estrazione. Personalmente dal Rapporto dell’associazione ambientalista ho calcolato che sono interessati circa 30.000 Kmq di mare concessi alla ricerca e perforazione per l’estrazione di idrocarburi. Gli investimenti sarebbero pari a 15 miliardi di euro e creerebbero secondo il Ministero per lo Sviluppo economico 25.000 posti di lavoro.

Si potrebbe pensare che il prezzo da pagare sia adeguato al rischio, ma su stessa indicazione del Dicastero con sede nella via della Dolce Vita la prospettiva si articolerebbe in 7 anni per il gas e 14 per l’olio. A ciò va aggiunto che le royalties (Imposte dirette di produzione) sono pari al 4% ove il nostro paese leader in tutte le classifiche di tassazione farebbe pagare alle compagnie petrolifere la metà di quanto imposto dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia. Se come evidenziato dallo stesso Ministero dello Sviluppo economico sui nostri fondali sono certe solamente 10,3 milioni di tonnellate che potrebbero contenere e supportare l’attuale fabbisogno energetico per due mesi.

A pagare il prezzo più grande è la Sicilia che per i suoi mari è al centro di metà delle richieste di estrazione di idrocarburi, con notevoli problemi che ne potrebbero derivare per turismo e pesca. Turismo e pesca che nell’isola più grande del mediterraneo hanno una forza maggiore ben più ampia dei 25.000 ipotetici posti lavoro che sarebbero indotte dalle trivellazioni.

Se ora continuate a chiedervi quale sia la risposta alla dipendenza energetica la mia risposta è la stessa che do a molti altri interrogativi durante i nostri tempi: l’Europa. L’Europa se davvero fosse unita anche dal punto di vista energetico potrebbe rendere il fabbisogno collettivo la metà dell’attuale con imposizioni e direttive in campi come l’edilizia e le rinnovabili capaci da salvaguardare anche territori e mari del vecchio continente. Quanto al governo posso solo affermare che l’idea di un impianto di trivellazione a largo delle Isole Egadi mi fa schifo quanto una discarica a pochi passi da Villa Adriana.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli