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Soros contro Trump, c’è il magnate dietro le proteste dei democratici

A Soros e ai suoi compagni di merende, i magnati della finanza, non va giù l’elezione di Trump, non riescono ad accettarla. Dalle rivoluzioni “colorate” nei paesi dell’ex Patto di Varsavia alle proteste anti Trump, questo è il modo di operare di George Soros, pagare i manifestanti per influenzare l’opinione pubblica. Un esercito di pullman noleggiati per spostare i manifestanti/attori pagati dai 15 ai 20 dollari l’ora per gridare «Not my President» contro Trump, panini e bibite gratis.

Lo  dimostra il fatto che dietro ai manifestanti si trovano le associazioni UsAction e MoveOn, entrambe sovvenzionate e finanziate fortemente da George Soros. MoveOn si propone di “portare la gente comune nella politica” e ora si dichiara contro l’elezione di Donald Trump, UsAction invece rappresenta una rete di 501 associazioni e gruppi distribuiti su tutti gli Stati Uniti.

Inoltre al Mandarin Oriental Hotel di Washington, si è svolto un “seminario” a porte chiuse, fra i partecipanti la Democracy Alliance, un club iper esclusivo il cui tesseramento costa 30 mila euro l’anno e richiede un minimo di donazioni di altri 20 mila euro. Si batte, come da statuto, per “una democrazia onesta, un’economia inclusiva e un futuro sostenibile” La sua presidente Gara Lamarche, oggi fa mea culpa: «non si perde un’elezione che si doveva vincere e con così tanto in gioco senza commettere errori pesanti nella strategia e nella tattica». Al Mandarin Oriental Hotel hanno partecipato anche Nancy Pelosi (ex presidente della Camera dei Rappresentanti) e la senatrice Elisabeth Warren, oltre ai capi dei sindacati e dei gruppi di pressione liberali.

Ordine del giorno? Organizzare la resistenza anti-Trump. La notizia è stata riportata da Politico.

Per chi ancora non ha capito di chi si parla, George Soros è uno squalo della finanza globale. Uno che si è arricchito speculando su titoli di industrie e scommettendo sul fallimento degli Stati. Tutto in modo assolutamente legale, in un mondo che permette alla finanza e a chi ci opera di fare qualsiasi cosa. George Soros non è nuovo nell’architettare proteste, attraverso le sue fondazioni ha promosso le rivoluzioni che poi hanno consentito ad Obama di compiere le invasioni e le carneficine nei Paesi in cui negli ultimi anni si è “esportata la democrazia”.

Con Donald Trump questo giochino dell’interventismo imperialista sembra essere finito, e George Soros non ci vuole stare.

Come dice Pietrangelo Buttafuoco: “i liberal non sono più dalla parte del torto, ma dei privilegi. La sinistra, adesso, è il potere. L’anti-potere è il popolo. E di chi se lo prende.”

USA 2016. Tutti i dibattiti tra Clinton e Trump, l’analisi

A poche ore dall’ultimo dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca, si può già stilare un bilancio di come siano andati gli incontri in tv tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Si tratta di una guerra tra poveri, questo è sempre stato chiaro, due tra i peggiori candidati di sempre alla presidenza degli Stati Uniti. Donald Trump è la versione peggiorata (e di molto anche) di Silvio Berlusconi, mentre Hillary Clinton rappresenta tutto quello che non è mai andato all’interno del sistema di potere statunitense, ma anche mondiale. Di seguito proponiamo l’analisi di tutti e tre i dibattiti sostenuti dai candidati.

Il primo dibattito si è tenuto davanti a circa 100 milioni di telespettatori nel mondo, e si tratta di una stima certamente riduttiva. Al centro del dibattito i temi caldi dell’economia e della sicurezza, tuttavia già dal primo incontro i due si sono attaccati andando sul personale e lasciando perdere il piano politico. La Clinton ha cominciato muovendo delle critiche sui metodi che Donald Trump ha utilizzato per costruire il suo impero milionario (cominciò come “palazzinaro” con i soldi di papà, ndr) e ha concluso il tycoon con lo scandalo delle email della Clinton, argomento senz’altro più vincente e politico.

 


Il secondo dibattito tra i due candidati ha avuto luogo a Saint Louis in Missouri ed è senz’altro il clima teso ad aver avuto il ruolo di protagonista. Trump e Clinton non si sono neanche salutati all’inizio e hanno cominciato a dirsene di tutti i colori. La Clinton ha dimostrato debolezza nel ritirare fuori argomenti vecchi di 30 anni: “I russi vogliono che il candidato repubblicano Donald Trump diventi presidente degli Stati Uniti. Non era mai successo prima che un avversario si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni. E credetemi, non stanno cercando di far eleggere me”.  In effetti sarebbe il caso di ricordare alla candidata democratica che il “nemico” in questo momento non è più la Russia, bensì l’Isis, avversario che sta combattendo anche Putin, in modo decisamente più risolutivo di quanto non abbia mai fatto Obama fino ad oggi.

Hillary ha poi continuato ad attaccare Trump sul tema del sessismo (il Washington Post qualche giorno prima aveva pubblicato un video del 2005 in cui il tycoon utilizzava termini decisamente volgari riferiti  delle donne), Trump ha replicato porgendo delle scuse e poi ha puntualizzato dicendo che si trattava di temi che distraevano dal dibattito politico. Infine lo scontro è tornato sul tema delle tasse e poi della Siria: Hillary Clinton si schiera con i curdi, “che stanno combattendo sul campo e hanno già ottenuto grandi risultati contro l’Isis”, mentre Trump è dell’avviso che la guerra contro lo stato islamico non possa prescindere da Putin e Assad: loro combattono l’Isis.


Il terzo e ultimo dibattito che ha avuto luogo questa notte ha visto crescere il clima teso creatosi durante il secondo incontro in tv, infatti i due candidati non si sono stretti la mano né all’inizio né alla fine della trasmissione.

“Sei il candidato più pericoloso nella storia delle elezioni americane” questa una delle frasi rivolte a Trump dalla Clinton che continua “c’è il governo russo dietro l’attacco degli hacker che sono entrati in possesso delle email private, passando poi le informazioni. Diciassette agenzie di intelligence, militari e civili, lo confermano. Putin vuole condizionare le nostre elezioni”.

Sul tema delle armi invece Trump si dimostra apertamente fiero di rivendicare il diritto dei cittadini a possedere un’arma e aggiunge “A Chicago, dove c’è una delle leggi più restrittive sulle armi, c’è il maggior numero di morti” conclude poi dicendo che gode del sostegno della lobby statunitense delle armi la NRA. Anche la Clinton non si dimostra sfavorevole dichiarando più sommessamente: “Capisco e rispetto le nostre tradizioni sul possesso di armi, fa parte della nostra storia, ma credo ci debba essere una regolamentazione”.

In tema di aborto, la Clinton si è dichiarata favorevole ad ogni tipo di interruzione di gravidanza e Trump ha ribattuto: “Sulla base di questo ragionamento il feto si può eliminare in qualsiasi momento, ma questo non va bene”.

Il candidato repubblicano dichiara che il voto è truccato e che forse potrebbe non accettare un esito negativo in quanto “Clinton non avrebbe potuto concorrere a causa dello scandalo delle email”, e ribadisce infine la volontà di voler innalzare un muro al confine con il Messico per contrastare il traffico di droga e l’ingresso dei clandestini.

Per concludere anche il tema delle tasse è stato soggetto di grande battaglia, Trump ha dichiarato che taglierà le tasse mentre Clinton le aumenterà e la candidata ha ribattuto dicendo che Trump le taglierà solo ai suoi amici imprenditori, alzandole alla classe media.

Nessun dei due candidati, mai come questa volta, sembra essere meglio dell’altro. L’unica certezza è che in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente più isolazionista e di avere in serbo una strategia migliore di quella fortemente fallimentare di Obama. Si vota l’8 Novembre, ai posteri l’ardua sentenza.

Obama a Cuba fa la storia

Il 21 Marzo 2016 è iniziata la primavera e, come la stagione dei ciliegi in fiore da inizio al periodo del disgelo, così la visita di Obama a Cuba ha avviato la distensione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’isla mas linda. Un tale evento ha destato molta attenzione, curiosità ed aspettative tra gli studiosi di politica internazionale.
Nuove relazioni con Cuba possono significare nuove relazioni tra gli USA e l’intero continente, in quanto, l’embargo tutt’ora in vigore, ha senza dubbio influenzato il rapporto tra le due Americhe.
Dopo un periodo in cui la Cina ha potuto dispiegare tutti i suoi mezzi economici in quello che una volta veniva ritenuto “il cortile di casa” degli Stati Uniti, oggi, forse, i rapporti tra USA e Cuba potrebbero diventare profittevoli per entrambi, con il conseguente incremento di un mutuo sostegno. Ciò, ovviamente, solo se il prossimo presidente vorrà continuare a perseguire questa linea politica cogliendo, in tal modo, un’ottima opportunità.
La diplomazia di Obama lascerà dunque la possibilità di una scelta al prossimo presidente degli Stati Uniti. Girare le spalle all’America Latina e tornare a dare adito ai propri risentimenti oppure aprirsi al continente sudamericano, una regione di democrazie sempre più prospere, e perciò abbastanza mature da essere coinvolte in legami politici ed economici con gli USA. Nell’immediata vigilia dell’arrivo di Obama a Cuba, Raul Castro ha ricevuto la visita a sorpresa del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il quale si è precipitato a L’Avana per poter dialogare con Castro, prima che arrivasse il Presidente degli Stati Uniti. Maduro ha affermato che questi in cui le due Nazioni si trovano oggigiorno sono tempi di rinnovamento e di fratellanza. Inoltre ha tenuto a ricordare, congiuntamente con il Ministro degli Esteri cubano Rodriguez, le tante differenze tra l’isola e Washington. Una fra tutte, la ferma e piena solidarietà da parte di Cuba con la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
È opportuno porre in evidenza che molte delle amministrazioni latinoamericane, in questi anni, hanno lamentato la poca incisività della politica estera degli USA in Sud America. A partire dal dicembre 2014, quando è stata enunciata la forte volontà di normalizzazione dei rapporti tra gli USA e Cuba e poi nell’aprile 2015, quando è stata riaperta l’ambasciata statunitense a L’Avana, le opinioni al riguardo sono state discordanti. Il Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha da sempre sostenuto che questo sarebbe stato un nuovo fondamentale capitolo della storia dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Come lei, così la pensa anche il successore di Chávez, che pure rappresenta la meno filoamericana tra le realtà del continente dell’America Latina.
Di particolare rilievo si mostra, per gli Stati Uniti, la questione dei diritti umani. C’è una ferma volontà degli USA di volerli tutelare e dunque che Cuba si apra al mondo intero. Sono inoltre care agli USA le tematiche relative alla tutela delle libertà personali, e le libertà in generale. Già una simile interruzione al forte isolamento, rappresenta per molti analisti un terreno su cui sarà possibile espandere sempre di più la democrazia. Durante la sua visita, Barack Obama, si è appellato a maggiori libertà per il popolo cubano ed ha inoltre invocato una serie di riforme, a carattere economico e politico, oltre che libere elezioni e maggiore tutela dei diritti umani. Un grande applauso è seguito alle parole di Obama, quando si è espresso a favore della rimozione dell’embargo, in vigore da 54 anni. È opportuno qui ricordare che però solo il Congresso potrà decidere se cancellarlo o meno.
La centralità di Cuba nello scenario attuale delle relazioni internazionali è stata inoltre messa in evidenza dalla decisione dei due massimi rappresentanti della cristianità, occidentale e orientale, di incontrarsi nella cornice dell’isla mas linda. Lo scorso febbraio, infatti, a L’Avana è stata firmata la «dichiarazione di Cuba», ovvero il documento comune sottoscritto da Papa Francesco e dal Patriarca di Mosca, Kirill. Le due massime autorità cristiane ritengono, difatti, che nei prossimi secoli i destini del cristianesimo troveranno maggior spazio nella cornice meridionale del mondo (Sud America ed Africa).

È di ciò significativo il fatto che le due principali autorità europee non abbiano deciso di incontrarsi, per suggellare un simile accordo, nel Vecchio Continente. Già nel 2014, di fronte al Parlamento europeo, Bergoglio affermava che il mondo era sempre meno eurocentrico. Durante l’incontro con il capo della Chiesa ortodossa russa, ha inoltre ribadito che Cuba (dunque non l’Europa, ndr) “se continua così, sarà la capitale dell’unità tra le due Chiese”.
Erano 88 anni che un presidente americano non metteva piede sull’isola di Castro. La TV di Stato cubana ha interrotto i suoi programmi per far seguire al suo popolo l’arrivo di Obama a Cuba.
Anche se la distanza tra gli Usa e Cuba è poca, la distanza politica tra i due Stati è sempre stata molto grande. Sono trascorsi quasi 60 anni dall’inizio della separazione. Una separazione che per Cuba è stata molto dura, perche migliaia di cubani hanno dovuto vivere, a causa di una questione politica, un problema personale come la distanza dai famigliari.
Oggi la visita di Obama significa per i cubani un grande riavvicinamento sentimentale tra i due paesi e anche tra molti cubani ed i propri famigliari. I cubani di oggi sono stati segnati tutti dalla stessa vita: una vita famigliare divisa per quasi sessant’anni.
Negli anni Settanta, a Cuba, agli adolescenti veniva insegnato ad usare le pistole, dicendo loro che i nemici americani sarebbero arrivati ad usurpare la loro terra. Oggi quegli stessi adolescenti hanno ricevuto con fiori e con tanto affetto Obama, un presidente molto amato nell’isola. Un presidente amato perfino come uomo, un afroamericano che ha anche un po’ del loro sangue afrocubano. Pertanto questa è stata un’accoglienza speciale, perché ha avuto luogo in un periodo storico nel quale i cubani non si sentono più distanti dai propri vicini. Il popolo cubano, durante quei giorni, è stato in festa. Si è percepita un’aria di gioia. Cuba si stava rendendo conto che un tale avvenimento avrebbe significato un grosso passo in avanti verso la fine delle lunghe tensioni tra i due popoli.
Come pocanzi affermato, l’embargo è purtroppo ancora in vigore. Ad esempio, i cittadini americani non possono andare a Cuba senza un valido motivo. Una simile limitazione non solo non permette ai cittadini americani di recarsi sull’isola come turisti, ma vieta anche alle aziende americane di fare affari con L’Avana. Secondo alcuni funzionari della Casa Bianca, il Presidente potrà ridurre alcune restrizioni approfittando del suo potere esecutivo, tuttavia solo il Congresso ha il potere di abolirlo totalmente. Per il momento, per ciò che concerne i rapporti degli USA con l’isola, sono solo state riavviate le comunicazioni postali, e sono stati riallacciati i voli commerciali. Da inizio aprile è altresì possibile prenotare un alloggio su Airbnb, la piattaforma online famosa in tutto il mondo per chi cerca appartamenti in affitto. Modesto ma significativo segno dei tempi che cambiano realmente.
La visita di Obama è avvenuta a suggello dei 15 mesi di un disgelo, lento ma costante, che dovrebbe in futuro portare ad una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Ciò a patto che il prossimo presidente degli Stati Uniti voglia tenere fede a tutte le scelte e gli impegni presi fin’ora. Questa distensione con Cuba, per quanto riguarda la presidenza Obama, ha radici lontane. È opportuno ricordare che dopo pochi mesi dal suo insediamento alla Washington, nell’aprile del 2009, Obama partecipò al Vertice delle Americhe, tenutosi a Trinidad, e, in quell’occasione, pronunciò un discorso davanti a tutti i leader latino e centroamericani affermando che avrebbe voluto invertire la rotta dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Avrebbe voluto interrompere una simile relazione, così come si era configurata da più di un secolo, a partire dalla dottrina Monroe (1823), con momenti di forte ingerenza, al fine di istituirne una nuova in cui sarebbe valsa la c.d. equal partnership, basata sul reciproco rispetto e su valori condivisi ed interessi comuni. Eravamo nell’aprile del 2009. Poi le la realtà dei fatti, com’è noto, ha subito un leggero rallentamento. Nondimeno, oggi hanno subito una considerevole spinta in avanti.

Dunque, questa visita non ha un valore soltanto simbolico ma è forse un passo in avanti verso la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Obama conta inoltre di riuscire a far ritirare l’embargo dal Congresso prima della scadenza del suo mandato.
Il prossimo presidente avrà pertanto la possibilità di una scelta. Potrà scegliere di volgere di nuovo le spalle a quel “cortile di casa” e lasciare per esempio che la Cina ne possa disporre liberamente, oppure decidere di tornare ad occuparsi di quella piccola porzione di terra e svolgere il ruolo di interlocutore privilegiato. Secondo molti analisti, agli Stati Uniti gioverebbe avere un rapporto fluido, di interlocutore paritario e non dominante, con l’America Latina ed i paesi del centro America.
Gli investimenti cinesi in America Latina gravano considerevolmente sugli equilibri mondiali, in quanto questa è una regione dalle molteplici potenzialità. Certamente, questa idea dell’amministrazione Obama, di un rafforzamento progressivo dei rapporti con Cuba, potrebbe modificare le interdipendenze tra i paesi dell’intero globo.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Economia- Il successo di Barack Obama

Tracciare bilanci è quanto mai difficoltoso. Ancor di più lo è nella prossimità di una scadenza di mandato del Presidente della più importante nazione al mondo. Nel tracciare il bilancio degli otto anni dell’amministrazione Obama in economia mi rifarò a dati oggettivi e analitici, lasciando alla speculazione politica filosofica gli altri aspetti. Ciò, per il semplice motivo per il quale nel 2008 non trovai nulla di affascinante nell’essere un afroamericano in Obama, anzi, come la sua più grande sconfitta è rappresentata dall’ineguaglianza nell’organizzazione sociale americano, specie degli afroamericani. Certo non mancano ambiti negativi, come del resto negarli, sarebbe affermare il falso, ma di certo assieme a Putin è stato l’unico leader capace di riformare il suo Paese e portarlo fuori dal pantano del nuovo millennio.

L’economia è il capolavoro di Barack Obama. Egli, ha preso le redini della superpotenza economica per eccellenza proprio nel momento in cui dalla stessa, un anno prima, si era scatenata la crisi dei titoli sub prime che avrebbe, nel giro di pochi mesi, fatto crollare l’intera economia mondiale.

Se da un lato Obama è stato troppo morbido con le banche e altre istituzioni finanziarie poiché come affermato dal premio Nobel Krugman «nessuna figura importante è andata in prigione; banche come Citigroup e Goldman si sono comprate una via d’uscita piuttosto pulita», allo stesso tempo e modo Barack Obama ha attuato due riforme tombali. La prima grande riforma è stata la legge finanziaria Dodd-Frank del 2010 che ha avuto un effetto molto più positivo di quanto ci si potesse aspettare: le legge in questione ha previsto l’istituzione di un registro di systemically important financial institutions (abbreviate in SIFI: cioè aziende che in caso di fallimento produrrebbero effetti su tutto il sistema) che prevedesse, per le aziende che ne facessero parte, alcuni vincoli federali per potere avere accesso ad aiuti economici da parte del governo. Un cambiamento storico, che paragonato all’Unione Europea si pone in maniera diametralmente opposta.

Seconda riforma dal valore imprescindibile è stata l’istituzione del “Consumer Financial Protection Bureau”, un’agenzia creata nel 2011, progetto ideato dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. Tale agenzia è riuscita a tutelare con efficacia cittadini che hanno contratto dei prestiti a condizioni irregolari o eccessivamente svantaggiose. Un modo di combattere le clausole vessatorie e i tranelli posti in essere da molteplici attori economici i quali grazie a questa istituzione hanno trovato un forte ostacolo federale sulla loro strada. La mente per gli Italiani va facilmente a quanto accaduto recentemente con le Banche toscane.

A sei anni dall’inizio della «cura Obama » il presidente degli Stati Uniti ha potuto annunciare l’uscita dal paese dalla fase di recessione, la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 10% (15 milioni di persone) al 5, 6 (8 milioni di disoccupati), una percentuale di crescita costante del Pil tra il 3,5 % e il 4,5 % e l’assunzione di 2,6 milioni di persone nell’anno 2014, con la prospettiva di una nuova direzione dell’economia nazionale.

Dal febbraio 2009, una serie di misure economiche assunte dal governo che incontrano in una prima fase serie difficoltà, possono essere definite NeoKeynesiane. Ciò significa che queste sono state attuate in piena avversione e controtendenza con i dogmi propagati dalla Commissione Europea e dal passato board della Banca Centrale Europea, per capirsi quello precedente alla Presidenza di Mario Draghi, che ha fatto dell’austerità in Europa quello che per i Cattolici è rappresentato dalla ” Trinità” Primo importante provvedimento è stato il Recovery act, una legge di stimolo economico da 787 miliardi di dollari in esenzioni fiscali a imprese e lavoratori, spese per le infrastrutture. Se in un primo tempo tale Atto ha riscontrato sterili risultati e molte difficoltà, ma fin dopo il terzo trimestre successivo alla sua promulgazione ha rappresentato uno dei volani per la crescita dell’economia reale e del Pil statunitense.

L’iniezione di liquidità immessa nell’economia anche attraverso il quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di stato pubblici e privati, o di pacchetti di azione, sul mercato delle borse finanziarie in cambio di denaro contante da parte della Fed , la Banca federale, ha come in Europa, dove la sua approvazione è stata dovuta solo a Draghi, ridato slancio al credito e agli investimenti. I progetti previsti e proposti dall’amministrazione Obama di lavori pubblici infrastrutturali «di rapido intervento e attivazione» sul modello del New Deal di Roosvelt per dare rapidamente lavoro ai disoccupati, non vengono accolti dai parlamentari dei differenti Stati federali che lanciano controproposte di progetti a lungo termine nei propri Stati, con pochi effetti immediati sull’economia. In quel torno di tempo, tra il 2009 e il 2010, sembra valere il vecchio detto keynesiano che la politica monetaria del quantitative easing «nel suo splendido isolamento» non è in grado da sola di fare da stimolo alla ripresa economica.

Per far fronte a questo isolamento la politica dell’Amministrazione Obama è stata di guida degli investimenti privati rimettendo in piedi il mercato automobilistico, MG e Chrysler, sostenendo l’attività chimica e di ricerca farmaceutica, con forti e seri progetti strutturali sul territorio federale.

Per dar maggior convinzione alla mia esposizione basta pensare che l’economia Usa è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre del 2015, quando attese degli economisti erano per una crescita del 3,7%, ben diverso dal 0,2 Italiano.

Ora con buona pace degli ultras dell’austerity, dell’intellighenzia italiana e degli europeisti privi di patria, posso facilmente affermare con convinzione che l’economia è stato il ” Capolavoro dell’Amministrazione Obama”. Un Presidente che ha dato speranza a una parte di mondo, illuso forse i più deboli e che a sua volta è stato forse impotente di fronte chi ha provocato la crisi, ma che di sicuro ha lasciato una buona traccia.

Un lascito economico sul quale ripartire o affondare, se le prossime elezioni dovessero presentare cattive sorprese, come amici dell’austerità europea o capitalisti dogmatici. 

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Le figlie di Michelle Obama e i minidress dello scandalo

“Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre..”La prima cosa che mi è venuta in mente sentendo le polemiche sul look delle figlie di Michelle Obama è stata questa vecchia canzone. Sasha, 14 anni e Malia, 16, non hanno fatto in tempo a scendere dall’Air Force Two che le ha portate a Milano Malpensa che è scoppiata la polemica. Certo sono le figlie del Presidente degli Stati Uniti, fanno parte della classifica delle teenager più influenti al mondo insieme, fianco a fianco con Malala. Sono due, il che le fa rientrare nel gruppo delle sorelle vip come Kate e Pippa Middleton, Paris e Nicky Hilton, Cara e Poppy Delevingne. Sarebbero icone anche senza volerlo.

Le figlie Michelle Obama a Milano
Le figlie Michelle Obama a Milano

Niente eccessi, niente feste in piscina nudiste stile Principe Harry, niente twerking o tagli di capelli radicali alla Miley Cyrus, ancora nessun ricovero in Rehab. Malia e Sasha quando partecipano alle visite ufficiali in giro per il mondo con mamma Michelle non possono neanche usare i social network come fanno i loro coetanei: niente profilo facebook per loro, niente selfie o foto buffe da postare o condividere in vacanza. Aldilà della sconvenienza di vedere la First Daugther che chatta con lo smartphone mentre la madre tiene un discorso, ci sono ovvii motivi di sicurezza per cui alle due Obama girls i social sono vietati: postare foto in tempo reale significa essere immediatamente localizzabili. Così quando Malia (o qualcuno per lei), qualche settimana fa, ha postato su Instagram una sua foto con indosso una maglietta hip hop quello scatto è diventato immediatamente virale sul web.

A cosa si è attaccata dunque una nota giornalista americana per fare un po’ di polemica? Le figlie di Michelle Obama sono troppo “sane”. Troppo sportive. Mercoledì, all’arrivo all’aeroporto di Malpensa madre e figlie erano tutte e tre in minidress. Per la first lady americana top nero dal classico taglio all’americana con gonna dal disegno grafico e colorato. Per Sasha abitino a righe bianco e azzurro e capelli raccolti in uno chignon. Capelli sciolti sulle spalle invece per Malia, che indossava un completo spezzato sui toni dell’argento. Visi acqua e sapone, gambe e braccia scoperte, scarpe bassissime. Un look impeccabile, quello delle donne presidenziali,  uno stile consolidato come nel caso della recentissima visita nel Regno Unito,

Uno stile impeccabile ma secondo alcune/i poco innovativo. “I vestiti di Mrs. Obama telegrafano un’idea di femminilità da anni Cinquanta”, ha scritto Vanessa Friedman, critica di moda del New York Times. “Le sue sembrano scelte poco assertive se davvero vuole trasmettere un messaggio di empowerment”, insomma se vuole ispirare le ragazze a sentirsi forti e potenzialmente potenti. Poi, sempre secondo la Friedman c’è un altro problema: la First lady e le sue figlie, con questo tour europeo, sono diventate icone di stile globali difficilmente imitabili. Malia e Sasha, sono passate dalle felpe nonstop al “dress to impress”, al vestirsi per fare colpo, sull’opinione pubblica. Ma se ci fosse stata la cara Vanessa, o ognuna di noi, sulla scaletta dell’aereo, con la consapevolezza che i fotografi di tutto il mondo erano li pronti a scattare e a scovare ogni capello fuori posto, avremmo scelto un look tuta e capello unto? Credo di no.


figlie Michelle Obama

Michelle, fanno sapere dalla Casa Bianca, si alza alle 4.30 del mattino per fare palestra. Le figlie anche sono palesemente atletiche. Insomma sono tutte e tre in forma, hanno braccia e gambe toniche. Troppo secondo i critici, tanto da rischiare di scoraggiare proprio le donne e fanciulle che vorrebbero ispirare. Messe di fronte a standard così alti, potrebbero arrendersi e consolarsi con pizza patatine e quel cibo spazzatura contro cui Michelle combatte. Ma è tanto sbagliato che una First Lady impegnata a livello globale a promuovere l’attività fisica regolare e l’alimentazione sana, sia la prima a dare il buon esempio?

Infine capitolo minidress. Pare che Michelle & figlie non si facciano regalare niente; pagano vestiti e accessori; la First lady si fa prestare – solo prestare – abiti dagli stilisti per le occasioni ufficiali. I minidress che indossavano durante la visita a Londra sono stati criticati perché “poco democratici”. Erano della marca Usa, Shoshanna e costavano sui 200 euro. Più o meno quanto una borsetta di Suri Cruise.

Sasha e Malia Obama a Londra
Sasha e Malia Obama a Londra

Lungi da me dire “povere le figlie del presidente degli Stati Uniti” perché sarebbe una contraddizione in termini ma di fronte a tante ragazze che hanno problemi di peso, alla battaglia contro l’anoressia e la bulimia, l’immagine di due adolescenti che fanno sport, non scheletriche e a loro agio con il proprio corpo non può che essere un messaggio positivo.

Medioriente: l’ennesima sconfitta per Obama?

I reciproci attacchi tra Israele e Gaza sembrano non vedere alcun termine, nell’immediato futuro: morti, feriti, sfollati, ma soprattutto più di un centinaio d’innocenti bambini sono tra le vittime di questa nuova, sanguinosa guerra. Mentre l’ONU, che ospita nelle sue strutture novantamila sfollati, si dichiara impossibilitato ad accogliere un maggior numero di profughi (a causa di un’ingente mancanza di fondi) e fa uso di ogni possibile risorsa per convincere Israeliani e Palestinesi a porre fino al disumano genocidio, il Presidente USA Barack Obama ha incaricato John Kerry, Segretario di Stato, di recarsi in Israele per chiedere una tregua. Secondo Obama, le fondamenta sulle quali tale immediato accordo di “cessate il fuoco” dovrebbe basarsi sono quelle che già nel 2012 portarono a una tregua, mediata dall’Egitto.Pur mantenendo un estremo riserbo su quanto sia ora in fase di discussione in Israele, Kerry ha affermato che le negoziazioni stiano facendo importanti passi avanti. A lavorare in stretta collaborazione con Kerry nel suo impegno diplomatico a Israele è Ban Ki-moon, Segretario generale ONU, con il quale il segretario di Stato USA si è già riunito due volte questa settimana.

 obama-twitter-threat

Nonostante Obama abbia assicurato che gli Stati Uniti, rappresentati da Kerry in questa circostanza, faranno tutto il possibile per porre fine alla strage di vittime civili, il Presidente degli Stati Uniti si trova al centro di un’animata polemica sul suo operato. Quanto sta accadendo ora in Medioriente, infatti, è considerato da molti come un fallimento personale di Obama.Le politiche di Obama in Medioriente sono state concepite da molti osservatori come deboli, prive dell’autorità necessaria a imporre decisioni diplomatiche e sin troppo scrupolose.Una delle principali cause dell’impotenza di Obama rispetto al conflitto tra Israele e Hamas è di certo la mancanza di stima e collaborazione tra il Presidente americano e Benjamin Netanyahu, attuale Primo Ministro di Israele che, nonostante gli accordi con gli USA e i fondi annuali garantiti da Obama al suo Paese, ha scelto di adottare politiche di sicurezza differenti da quelle suggerite dal governo americano.

Palestine Iron

D’altro canto, quando Obama fu eletto, i Palestinesi gioirono per la fine del mandato di Bush, auspicando a un futuro di rapporti più equi con gli USA, che erano stati apertamente pro-Israele sotto la precedente presidenza.Tuttavia, nonostante a parole Obama abbia più volte proclamato l’imprescindibile importanza della questione Israele-Palestina, i Palestinesi si sono sentiti messi in disparte, convinti che il Presidente degli Stati Uniti abbia delegato troppo ai suoi Segretari di Stato senza occuparsi sufficientemente del conflitto in prima persona.In seguito alle critiche per la sua gestione della crisi siriana, per il lacunoso intervento degli Americani in Afghanistan e una sbagliata amministrazione rispetto alla questione Irachena, la percepita incapacità di Obama di risolvere il conflitto di Gaza sembra segnare un ennesimo fallimento del governo USA in Medioriente.La speranza riposta dai cittadini americani e dallo stesso Medioriente in Obama, all’inizio del suo mandato, è stata rapidamente sostituita da una profonda delusione.I fallimenti mediorientali di Obama rischiano d’influenzare negativamente l’eredità che il Presidente lascerà in memoria.Nel frattempo, le statistiche rivelano che la maggioranza dei cittadini americani si oppongono al coinvolgimento diretto degli USA non soltanto in Medioriente, ma anche nell’Est Europa.

USA: il ruolo del governo afgano e del Pakistan nelle negoziazioni di pace con i Talebani

Il 18 giugno ha segnato una fase cruciale per la storia dell’Afghanistan. Due gli avvenimenti principali della giornata. Il Presidente afghano Hamid Karzai e Rasmussen, segretario generale della NATO, hanno dichiarato che le ANSF, le forze di sicurezza nazionali afghane, sono pronte a guidare la battaglia contro i talebani nell’intero Paese. Lo stesso giorno, è stata rilasciata la notizia che gli USA sono in procinto di aprire un ufficio politico a Doha, in Qatar: in tale occasione, gli Americani si sono detti pronti a iniziare negoziazioni con i talebani.

Nonostante Karzai si sia inizialmente proclamato a favore delle negoziazioni, con la speranza che l’High Peace Council afghano possa essere il principale mediatore con i talebani, il Presidente è ancora incerto riguardo alle reali intenzioni degli americani. Inoltre, Karzai ha manifestato il timore che gli USA possano interrompere il dialogo con i Talebani, data la riluttanza di questi ultimi a negoziare con un governo che ritengono illegittimo. Un ruolo estremamente vitale nel processo di pace è giocato dal Pakistan. Il governo afghano è ancora incerto se poter considerare il Pakistan un alleato per la pace, nonostante il Paese sostenga di aver contribuito a portare i Talebani a Doha, per negoziare. La leadership politica talebana in Pakistan, che include alcuni ex ministri, potrebbe agire nella consapevolezza che il suo potere militare si limita al controllo delle zone rurali nel sud e nell’est del Paese; tuttavia, ci sono altri gruppi di talebani che continuano a credere in una seconda vittoria jihadista contro la superpotenza americana.

Un dato che fa sperare in un esito positivo delle negoziazioni è rappresentato dal sempre crescente controllo che le ANSF esercitano sulle grandi città, supportate da esperti ufficiali NATO. In questa fase del processo, l’ANA (Afghan National Army) richiede ancora un grande supporto logistico. Un’aperta dichiarazione di supporto da parte di Barack Obama sarebbe a questo punto indispensabile a favorire un più rapido svolgimento delle negoziazioni di pace. D’altro canto, l’Afghanistan dev’essere in grado di garantire chiare e oneste elezioni presidenziali per il 2014. Queste due tappe sono fondamentali per far capire ai talebani che non potranno vincere.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

I used to be carried in the arms of cheerleaders

Una campagna elettorale, come qualsiasi altra forma di competizione, è un evento intrinsecamente molto spettacolarizzabile. Gli americani di questo se ne sono accorti prima degli altri, ed è da molti anni ormai che le presidenziali a stelle e strisce si sono trasformate in una sorta di reality show con protagonisti i candidati, in qualità di uomini e comunicatori ben più che di leader politici.
Stupisce solo fino a un certo punto dunque che a soli quattro anni di distanza dalle elezioni del 2008 sia stato realizzato dalla HBO (emittente via cavo nota per numerosi sceneggiati di successo) un film su quello che è stato uno dei ticket elettorali probabilmente più dimenticabili degli ultimi anni, inesorabilmente eclissato dall’ascesa di una superstar come Obama.
Tratto dall’omonimo libro, “Game Change” racconta della bizzarra campagna elettorale condotta da John McCain e Sarah Palin nel 2008 vista principalmente attraverso gli occhi di Steve Schmidt, che di quella campagna fu uno dei principali strateghi ed artefici.
Appoggiandosi fortemente sulle tre performance centrali di Julianne Moore (Palin), Woody Harrelson (Schmidt) ed Ed Harris (McCain) il film si concentra sull’aspetto umano e psicologico dello sforzo elettorale repubblicano, descrivendo in maniera piuttosto convincente il rapporto tra persone private e personaggi pubblici nel contesto del terrificante stress-test che è la corsa a due delle poltrone più importanti del mondo.
Sotto questo punto di vista è molto curioso il fatto che sia McCain sia la Palin abbiano pubblicamente rinnegato libro e film, mentre Schmidt e Nicolle Wallace, un’altra importante consigliera della campagna, si siano spinti a definirlo “un’esperienza extra-corporea” sostenendo la sostanziale veridicità della drammatizzazione rispetto agli eventi reali. Curioso perchè “Game Change” dipinge McCain in una luce favorevolissima di persona per bene, dai saldi valori e in possesso di un pragmatismo non cinico. Della Palin invece, pur essendo lei stigmatizzata come fondamentalmente inadatta per competenze e personalità al ruolo per cui era stata candidata, viene sicuramente esaltato il carattere materno ed energico che l’avevano resa uno degli amministratori locali più popolari d’America.
Questo iato tra ciò che al giorno d’oggi un politico può considerare come buona pubblicità e quello che una persona qualsiasi accetterebbe come un’equa o addirittura positiva rappresentazione di sé è un aspetto su cui riflettere man mano che la linea che separa i programmi politici dai piani di marketing si assottiglia e il controllo che un potenziale candidato ha sulla sua immagine deve raggiungere i livelli di quello che un’impresa ha su un suo prodotto o brand.