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USA 2016. La rivoluzione di Bernie Sanders

Nelle primaria americane, oltre Trump, c’è un dibattito tra i democratici fatto di idee e soprattutto di visioni del mondo. Se Hillary Clinton rappresenta la politica dei potentati familiari americani, che incidono con le loro fondazioni sulla struttura della più grande superpotenza globale da ormai trent’anni, è nel competitor che si rivelano gli aspetti contenutistici più interessanti.

 

Il rivale della Clinton e di conseguenza dell’establishment statunitense, porta il nome di Bernard Sanders. Bernard Sanders, detto Bernie  è nato a New York l’otto settembre 1941, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Pur essendo nato nella grande mela, Bernie Sanders rappresenta lo Stato del Vermont. E’ un personaggio anticonformista e lontanissimo dalla banalità dei contenuti progressisti democratici.

 

Esponente indipendente affiliato al Partito Democratico si qualifica come un socialista democratico  dagli anni cinquanta, ovvero dal periodo della persecuzione anticomunista e antisocialista del maccartismo. Infatti, è stato l’unico membro del Congresso ad autodefinirsi espressamente «socialista» e non genericamente progressista o liberal, come la dottrina del “politicamente corretto” richiederebbe.

 

Se la Clinton è la luce dei leader del Pse, come Renzi e Hollande, Bernie Sanders rappresenta il faro per la generazione dei giovani nati dopo il muro. La sua peculiarità risiede nell’essere un vecchio che non vuol necessariamente apparire giovane, ma che vuol apportare delle rivoluzioni al sistema attraverso alcuni shock. Tra questi shock spicca la richiesta e promessa di un sistema sanitario nazionale, in contrasto con i miglioramenti della Obamacare, che pur essendo un atto dalla portata storica, resta troppo cara per ampie fette di ceti medi e bassi ossia laddove si concentrano i sostenitori del candidato indipendente.

 

Più volte nei suoi discorsi ha auspicato al ritorno al Glass-Steagall Act, ossia la la legge bancaria del 1933, che prese il nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall. Fu una legge fondamentale per i cittadini la quale istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti d’America e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione finanziaria.

Inoltre, in antitesi con la candidata dei potentati finanziari, Bernard Sanders vorrebbe promuovere la separazione tra banche e banche d’investimento, contro la difesa dell’attuale Dodd-Frank.

 

Se si pensa che il voto dei giovani sia una questione di semplice marketing, Sanders rappresenta il contrario. Poiché i giovani statunitensi sono maggiormente interessati ai programmi che li riguardano, più che ai bellissimi spot d’autore che impervarsano sulle reti di ogni Stato interessato dalle primarie. Per fare un parallelo, mentre la Commissione del Parlamento italiano si appresta a osteggiare ancor di più gli atenei pubblici attraverso la prossima riforma della “ buona università”, Sanders promuove l’idea di un’università pubblica gratuita pagata con una imposta sulla speculazione a Wall Street, contro modesti aiuti a ridurre i debiti della rivale. Ulteriore parallelo con l’Italia, dove manca ogni tipo di controllo normativo sul minimo salariale è l’idea del Senatore del Vermont portare il salario minimo a 15 dollari l’ora.

 

L’appeal sull’elettorato e le politiche di marketing son di rilevanza accademica durante le primarie per la corsa alla Casa Bianca. Eppure, anche in questo caso Sanders ha stravolto tutti i dettami della canonica iconografia statunitense e contemporanea. Si nota come nelle immagini prodotte nella sua campagna si noti un Bernie Sanders che marcia contro il Vietnam e poi contro ogni tipo di guerra, Iraq compreso. In ogni Stato dove si presenta lo si nota mentre parla nelle assemblee dei ceti più deboli dove si concentra di norma l’astensionismo. Mentre, illustra i suoi progetti dai palchi del comune di Burlington di cui è stato sindaco, e infine da candidato presidente.

 

La politica di Bernie è riassunta nella sua frase che rappresenta una sfida all’establishment “Non piaccio a Wall Street e ricambio la diffidenza” a 18 anni come a 30, 50, 70.

Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery - MARZO, 1965
Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery – MARZO, 1965

 

Gli Stati Uniti d’America anche dopo Obama stanno cambiando e vogliano continuare a farlo. E’ probabile che vinca il candidato dei potentati che da sempre segnano la politica stelle e strisce. Ma, il processo innescato dal socialismo democratico di Sanders e dalla distruzione del banale e nichilista “ politicamente corretto” da parte di Trump è ormai in atto. E non è arrestabile dagli scogli dell’attuale classe dirigente occidentale.

USA: Sorry we’re closed!

Dalla mezzanotte di martedì primo ottobre gli Stati Uniti d’America sono entrati nella procedura di “shutdown”. La Costituzione degli Stati Uniti d’America, posta come fonte gerarchica dai padri fondatori nel 1789, prevede che il Congresso approvi la legge di spesa che finanzia il governo federale entro lo scadere dell’anno fiscale (il primo ottobre di ogni anno). Non raggiunta l’intesa tra Repubblicani e Democratici, che guidano rispettivamente Camera e Senato, gli USA sono in “arresto”. Lo shutdown non avveniva dal 1995, quando per ventuno lunghissimi giorni il “governo federale” venne rallentato in molte delle sue funzioni. La procedura imposta dallo “shutdown” prevede un rallentamento delle funzioni amministrative fatta eccezione per quelle essenziali: forze armate, le agenzie di sicurezza, gli agenti del fisco, le Corti di Giustizia ed i membri del Congresso. A bloccarsi sono tutti quei “servizi” considerati superflui come musei, biblioteche, zoo e parchi. Anche gli istituti clinici di ricerca hanno dovuto sospendere da martedì l’accettazione di nuovi pazienti. Questi servizi non prioritari sono attualmente in fase d’arresto e coinvolgono lo stop lavorativo di 818.000 addetti amministrativi a cui si aggiunge il milione di lavoratori federali che rimarranno privi dello stipendio, tra cui il 97% degli operatori e ricercatori della NASA. Eccezione fanno i dipendenti del distretto di Washington D.C. per i quali il Consiglio e l’amministrazione locale hanno previsto una legge d’emergenza e stanziato fondi speciali, resi disponibili dal recupero del fondo di riserva per l’emergenze. Nonostante trattative serrate e la chiusura immediata della Statua della Libertà, simbolo di un’intera nazione e del suo essere, lo Stato Federale è entrato in “arresto” con pesantissime conseguenze a livello amministrativo ed economico.

LA VENDETTA ALL’OBAMACARE – Un detto popolare recita come “La vendetta sia un piatto da servire freddo”. Lo stesso hanno pensato i Repubblicani guidati dal senatore texano Ted Cruz che hanno bloccato l’approvazione della legge di spesa che finanzia il governo federale. I Repubblicani che hanno il controllo della Camera bassa hanno provocato l’avvio dello “shutdown” sostenendo che la legge di spesa debba contenere emendamenti che annullino la copertura delle spese per la Patient Protection and Affordable Care Act (la cosiddetta Obamacare). Di fatto, il partito repubblicano, ha bloccato ogni finanziamento all’obamacare proponendo un via libera ai fondi a patto che si ritardasse di un anno l’entrata in vigore della celebre riforma, prevista proprio per martedì 1 ottobre. Giunti al Senato, a maggioranza democratica, gli emendamenti sono stati rispediti al mittente. Da questa partita parlamentare esce chiaro ed inequivocabile l’intenzione repubblicana e delle frange del Tea Party di vendicarsi della riforma sanitaria, voluta ed approvata durante il primo mandato di Barack Obama,a loro dirsi di “stampo socialista” e costruita su un innalzamento tributario. Un interesse di parte a scapito della copertura finanziaria di un’intera nazione su cui si basano le differenze ideologiche degli statunitensi. Ironia della sorte, la mancata approvazione della legge di spesa, non dovrebbe bloccare l’implementazione della Obamacare poiché gli exchanges, in quanto ritenuti essenziali, sono attivi dalla giornata di ieri anche per le nuove polizze assicurative.

IL COSTO DELL’ARRESTO FEDERALE TRA PIL E MUTUI – Nel 1995 lo “shutdown”, che durò per ventuno giorni, costò all’erario stelle e strisce 2 miliardi di dollari. Dai report finanziari, resi noti dalla CNBS, si evince come la mancata approvazione della legge di spesa costi lo 0.2% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Quindi, qualora lo “shutdown” non dovesse essere risolto nelle prossime dodici settimane, gli “States” potrebbero vedere bruciata tutta la crescita prevista ovvero l’1.4%. Tra le varie implicazioni previste dallo “shutdown” vi è quella che riguarda il rallentamento nella concessione di mutui e prestiti sostenuti dal governo. Secondo quanto riportato da Bloomberg, lo shutdown potrebbe allungare l’attesa per i mutuatari in cerca di approvazione per i mutui garantiti dalla Federal Housing Administration perché il suo personale a tempo pieno è ora meno di un decimo della sua dimensione normale e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti , che sostiene i mutui nelle zone rurali , ha deciso di non adempiere a nessuno dei nuovi contratti durante la procedura d’arresto.

 LO SPETTRO DEL DEFAULT – Dalle varie analisi degli economisti pare sostenibile, purché sia trovato in un breve periodo un accordo, la procedura d’arresto delle attività del governo federale per gli Usa. Quel che realmente preoccupa il mondo finanziario globale e non solo è il possibile “default” della più importante nazione al mondo. Infatti, in caso di mancato accordo entro il 18 ottobre sul “debito federale” gli Stati Uniti dovranno dichiarare il “default”, in quanto incapaci di onorare i propri impegni di pagamento. Il debito del Tesoro, attualmente attestato intorno ai 16,699 trilioni di dollari, nell’eventualità in cui il proprio tetto spesa non dovesse esser aumentato con voto dal Congresso porterebbe gli Usa e l’intera finanza mondiale ad un punto di non ritorno. Le premesse per uno scontro epico tra Repubblicani e Democratici , dato il nuovo shutdown, appaiono esserci tutte. E così una disputa congressuale potrebbe portare il mondo in una crisi ancor più acuta dagli effetti inimmaginabili.

Ora, nonostante il braccio di ferro e le ideologie contrapposte, entro i prossimi sette giorni il Congresso troverà un accordo. Ciò non avverrà ne’ per senso di responsabilità, ne’ per l’affossamento dell’Obamacare. Piuttosto,come nel 1995 quando Bill Clinton ne usufruì per ottenere il secondo mandato, i Repubblicani visti i sondaggi sfavorevoli nell’opinione pubblica americana faranno un passo indietro. Il tutto condito dal declino dell’Amministrazione Obama, che dal mese di agosto sta vivendo un incubo apparentemente senza fine. Stati Uniti che non solo sembrano in difficoltà nelle decisioni internazionali, ma anche nella salvaguardia dell’economia del proprio Stato.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

The Pursuit of Health

E’ gennaio, fa freddo, eppure a Roma ogni tanto qualcosa o qualcuno si impegna a portare qualcosa degno di nota. E così a poco meno di trecento metri dal Macro la Galleria Mondo Bizzarro espone quell’artista tanto bravo nella tecnica quanto a vendere anche le mutande con il proprio marchio che ti risolve il pomeriggio di un sabato pomeriggio privo di calcio. Entri, è strapieno di amanti dell’arte e anche di quel genere di ragazze che si danno un tono vestendosi da zecca con casa di proprietà a Via Cortina d’Ampezzo. Il punto non sono le donne, ma l’artista Shepard Fairey aka Obey. Lo street artist per chi non considera questa espressione come arte è conosciuto esclusivamente per le t-shirt che vende e per l’immagine con la scritta ”Hope” che ha portato il Senatore dell’Illinois a diventare il primo Presidente di colore degli Stati Uniti d’America.

La campagna alle Presidenziali statunitensi coadiuvata dall’immagine di Shepard Fairey ed incentrata sul tema della “Speranza / Hope” portò alla Casa Bianca un quarantenne di colore: Barack Hussein Obama. Alla sua elezione il mondo mediatico celebrò l’elezione del primo Presidente di colore con il “Premio del Times – Persona dell’anno 2008” successivamente gli venne assegnato anche il Premio Nobel per la Pace del 2009. Riflettendoci è stato il primo Premio Nobel preventivo, nel senso che è stato assegnato al Presidente della Nazione che spende più al mondo per l’armamento e che è impegnata da oltre un decennio in una lunghissima guerra al terrorismo, senza che quest’ultima sia stata conclusa. La crisi finanziaria degli ultimi anni, assieme alla sconfitta sul campo (non dichiarata) in Afghanistan e il rimescolamento degli equilibri geopolitici dovuti ad una ribalta cinese e al ritorno della Russia sullo scacchiere mondiale hanno offuscato o quantomeno appannato l’immagine del Presidente americano. In molti, troppi, per mesi hanno celebrato come una vittoria la cattura ed uccisione di Osama Bin Laden, seppur consapevoli dell’avanzata dei Talebani in Afghanistan e dell’incremento delle azioni terroristiche nel centro Africa.

Come spesso accade in un paese dove l’informazione è concentrata sulla politica nostrana e su falsi intellettuali da salotto la “vera” riforma del Presidente Obama per troppo è stata trascurata o in molti casi ignorata. E così seppur approvata a Marzo del 2010 la riforma madre di tutte, personalmente paragonabile a quella del New Deal del 1929, per un biennio è stata messa in bilico dalla pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America e dimenticata dai media italiani.

La riforma che ha portato a sancire nella storia degli Stati Uniti d’America, non solo per il colore della pelle, Barack Obama riguarda la “Sanità”. Non una promozione a pieni voti, ma nell’essenza del testo normativo. Infatti la Riforma Sanitaria ribattezza “Obamacare” ha visto pronunciarsi in modo favorevole la Corte Suprema riguardo all’obbligatorietà nel contrarre una polizza assicurativa sanitaria da parte di ogni cittadino statunitense. Esclusa della Corte Suprema la parte della riforma che prevedeva una maggiore attenzione da parte dei singoli Stati nel concedere fondi assistenziali alle classi più povere e svantaggiate. Questa parziale bocciatura è stata motivata affermando nella sentenza che il Congresso può offrire fondi agli Stati “per estendere l’accesso ai servizi sanitari”, ma “ciò che il Congresso non è libero di fare e’ penalizzare gli Stati che decidono di non partecipare al nuovo programma, sottraendo loro i fondi Medicaid” di spettanza.

L’altra parte della “Obamacare” – l’Individual Mandate – è stata approvata dalla Corte per un solo voto, stranamente grazie al favore del giudice di provenienza Repubblicana John Roberts. L’Individual Mandate prevede l’acquisizione obbligatoria da parte del contraente americano, pena una multa, inoltre le Compagnie assicurative non potranno più escludere particolari patologie dalla polizza stessa. Tale parte della Riforma impone alle società con un numero di dipendenti maggiore a cinquanta di contribuire alla polizza assicurativa dei propri subordinati. Questa clausola, ha scritto il chief justice John Roberts nella sua pronuncia, “può ragionevolmente essere considerata come una tassa.Visto che la Costituzione permette una simile tassa, non rientra nel nostro compito proibirla o giudicarne l’opportunità o l’equità”.

Ora al di là delle pronunce giurisprudenziali, degli encomi propagandistici della stampa e della difficile gestione economica Obama ha concesso e ampliato il diritto alla Salute a trentaduemilioni di americani, mettendo al centro della propria politica il “diritto”, ben diverso dai “diritti” (d’altronde è un avvocato). La riforma non nasce dalle istanze classiste illuministe europee, ma dalla forza del diritto di imporsi e imporre ciò che è giusto e fondato su di esso alla società. Questa è una vittoria vera di Barack Obama, così come la ricerca del diritto alla Salute. Perché le uniche cose che a questo mondo ci si può assicurare sono l’inferno ed il paradiso.