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VALORI ASIATICI

Il paradosso della corrispondenza tra confini asiatici e valori asiatici

Immaginiamo la storia dell’incontro/scontro tra l’Ovest e l’Est del mondo come un loop di partite a dama, dove per secoli si è giocato su molteplici terreni di competizione -religiosa, razziale, culturale, filosofica- prima ancora di giungere all’attuale sfida economica.
Ciò che si è giocato, semplificando il discorso al minimo, è l’attribuzione del ruolo “fondamentale” della partita tra civiltà: chi fosse lo specchio e chi fosse lo specchiato, chi fosse l’origine, la “madre”, chi delle due civiltà si fosse costruita sull’immagine creata dall’altro. Una contrapposizione orizzontale che vedrà utilizzati più volte i termini “Eurocentrismo” e “Orientalismo” nella loro accezione negativa: il primo a identificare il senso di superiorità e dominio occidentale, il secondo a racchiudere forzatamente tutti quegli interessi verso la civiltà e la cultura orientale, determinando una presunta omogeneità di essi. La Critica dello scrittore palestinese E. Said nel saggio “Orientalism” ne sviluppa ampiamente le tematiche.

Il trascinarsi dell’immagine collettiva di un costante contrasto tra blocchi antagonisti, ha portato il consolidarsi dell’attributo “Asiatico” come insieme omogeneo e unificato di civiltà. In realtà questo blocco racchiude un’infinità di differenze al suo interno, così come una matrioska può contenere innumerevoli altre matrioske differenti.

Uno dei più grandi problemi legati all’illusorietà di quest’unione è quello concernente i “valori asiatici”, questione ripetutamente rimarcata dal filosofo politico e Nobel per l’Economia Amartya Sen, strenuo difensore della democrazia quale efficace creazione autonoma, anche asiatica e non solo occidentale (“La democrazia degli altri”, A. Sen).


Nel 1993, con la Dichiarazione di Bangkok, in corrispondenza alla Vigilia della Conferenza Mondiale sui Diritti umani di Vienna, i rappresentanti dei paesi asiatici si riunirono per discutere quali fossero le effettive convergenze ideologiche e molti rifiutarono diritti civili e politici contrari ai loro valori: come l’ex primo ministro di Singapore Lee Kwan Yew, definito da Sen, ironicamente, il “sommo campione dei valori asiatici” tentò di indirizzare le scelte comunitarie verso i valori confuciani, difendendo gli ordinamenti autoritari “adducendone l’efficacia nel promuovere il successo economico”, così anche molti altri mostrarono le loro differenti condotte.

   Da un punto di vista diverso la difesa della causa di un canone pan-asiatico può essere ricondotta al “bisogno di resistere all’egemonia occidentale”, e la rivendicazione di una pretesa superiorità di questi valori può essere la risposta alle accuse provenienti dall’Occidente di violare alcuni diritti umani fondamentali (che ahimè anche gli stessi occidentali violano ripetutamente). Il mantenere quest’unità illusoria deve pur servire a qualcosa, e vederne una forma di autodifesa e di forza comunitaria può esserne una lettura plausibile. Allo stesso tempo l’idea di “valori asiatici” comuni, suggerisce lo stesso Sen, dovrebbe essere reinterpretata: non più un insieme unificato di pensiero che attraversa l’Asia, ma una costruzione che, al pari delle costruzioni comunitarie occidentali, serva a rafforzare le differenti identità proprio in questa loro diversità, e a ridefinire e i confini interni a partire dalle diverse richieste di integrazione legate alle politiche antitetiche tra stati democratici, alcuni dei quali India, Bangladesh, Corea del Sud, Filippine, Pakistan, Indonesia e Tailandia e stati autoritari, come Cina e Corea del Nord.

“La tesi di una grande dicotomia tra valori asiatici e valori europei aggiunge poco alla nostra comprensione e molto alla confusione sulle basi normative della libertà e della democrazia”, ricorda Amartya Sen durante un convegno tenuto a New York quasi vent’anni fa insieme alle prime osservazioni sul tema dei valori asiatici, la cui attualità in questi giorni d’inasprimenti interni ai paesi asiatici, dal regime dittatoriale della Corea del Nord, alla crescita del nazionalismo indiano, al contrasto ideologico cinese, ci porta alla conclusione che forse non sia più realistico far coincidere i confini geografici asiatici con quelli dei loro valori, ma che in questo momento di riassesto dei confini e di crisi interne, ancora serva pensarli.




Costanza Fino