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Ex Machina di Alex Garland

Il genere della fantascienza è di solito uno dei più complicati da affrontare. Di film ad ambientazione “fantascientifica” ce ne sono molti, ma quello a cui mi riferisco sono quelle pellicole (o altre forme di fiction) che si sforzano di porre domande sulle conseguenze possibili o immaginate dell’evoluzione della scienza e della tecnologia sulle nostre vite.
Ex Machina sicuramente fa parte di questa categoria, e l’argomento a cui si interessa è uno dei più classici e ampiamente esplorati nell’ambito, ossia l’intelligenza artificiale. La trama del film ci racconta di un giovane programmatore invitato dal capo dell’azienda per cui lavora nel suo laboratorio top-secret in mezzo ad un imprecisato bosco, dove sta lavorando allo sviluppo di un androide senziente. La mansione affidata al ragazzo sembrerebbe essere quella di somministrare un test di Turing all’androide, ma ovviamente le intenzioni dell’imprenditore si riveleranno ben presto più opache e imprevedibili.

Il film è ambientato interamente all’interno della casa/laboratorio e cerca da subito di comunicare un senso di claustrofobia e discomfort allo spettatore con i classici mezzi a disposizione: musica atmosferica, fotografia che affianca i colori naturali del bosco che circonda l’edificio alle luci artificiali e metalliche dell’interno, dialoghi molto lenti e allusivi.
È un lavoro che non spicca per originalità, ma è quantomeno competente, e che sarebbe in grado di sorreggere una sceneggiatura un po’ più interessante. Dove Ex Machina fallisce è nel presentare una qualche riflessione sulla natura di un’intelligenza non biologica, e ben presto si ricade in una trattazione piuttosto banale di temi come la possibilità di una tale intelligenza di innamorarsi, o la legittimità di una sua eventuale terminazione.

Che il film sia indirizzato verso una svolta più o meno brusca nel finale è immediatamente chiaro a chi abbia mai visto mezzo film in vita sua, e il fatto che la soluzione della storia fallisca sia nel risultare imprevedibile, sia nell’avere un forte impatto emotivo è il sintomo più chiaro che posso mostrare del fatto che Ex Machina non merita il vostro tempo.

Anni violenti

A Most Violent Year è un ottimo esempio di un buon film che non può funzionare. Ambientato a New York durante l’anno, il 1981, passato alla storia per il vertiginoso tasso di criminalità che aveva martoriato la grande mela, il terzo film del regista J. C. Chandor racconta dei tentativi di un immigrato diventato imprenditore di mantenere il suo business il più pulito possibile davanti alla violenza che i suoi concorrenti gli hanno scatenato contro.
È una classica storia del lato oscuro del sogno americano, ben raccontata, ben interpretata da una coppia di attori, Oscar Isaac e Jessica Chastain, che rappresentano la crème de la crème della Hollywood contemporanea, e diretta in maniera competente, impreziosita da una fotografia elegante.
Ignorato dall’Academy agli ultimi oscar, sarebbe stato sicuramente un degno candidato in molte delle categorie maggiori, ma è stato penalizzato probabilmente da un aria demodè che non può essere un buon segno quando avvertita persino dalle cariatidi dispensa-premi di cui sopra.
In molti potrebbero additare A Most Violent Year come un film vecchio stile, di quelli che non fanno più, e ho pochi dubbi che se avesse 20 o 30 anni sul groppone sarebbe passato molto meno inosservato presso un pubblico anche semi-cinefilo.

Qual è il problema allora? Perché un film con tutte queste buone qualità non dovrebbe poter funzionare? Quella iniziale è una frase ad effetto, ma il dato di fatto, doloroso per alcuni, è che il cinema come spaccato di vita o come veicolo di parabole morali è finito, o meglio è passato di moda, il che per certi versi è una condanna anche peggiore, se pur non altrettanto definitiva. La cosa vale in maniera particolare per il cinema americano perchè fuori dallo studio system ovviamente la libertà degli autori è sempre stata maggiore, ma il volto di quello che l’industria cinematografica considera un buon rappresentate del suo operato è sostanzialmente diverso da quello che era forse anche solo 10 anni fa, e A Most Violent Year sembra non aver ricevuto la circolare.
Basta guardare proprio all’ultima cerimonia degli oscar: ha trionfato un film che qualche anno fa sarebbe stato un also ran menzionato per contentino come curiosità passeggera, prevalendo per altro su una pellicola che pur mettendo in mostra valori alquanto contemporanei, trattava del conseguimento della maggiore età, della famiglia come culla, e della vita che ci prende di sorpresa, tutti temi solitamente cari ai votanti dell’Academy. A Most Violent Year è la più classica vittima della cappa di post modernismo omogeneizzato che incombe su grossissime fette della cultura pop di questi anni.

Chiariamo, questo post non vuole essere un canto funebre in onore dei bei film di una volta, e pur avendo apprezzato A Most Violent Year non penso che la relegazione di pellicole di questo tipo allo scantinato dell’industria sia un fatto negativo. Quello che voglio sottolineare è un cambiamento di gusto in fatto di racconti, e quindi di quello che, forse non ancora per molto, rimane il principale e più diffuso mezzo per la narrazione.