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The Disaster Artist: Un iconico trash d’autore

Divertente e dissacrante. Con «The Disaster Artist»,  James Franco ci mostra l’altra faccia del sogno americano.

Prendete la bacchetta magica e recitate con fermezza “Audentes fortuna iuvat!”. Fatto? Bene. Immagino che ora penserete che io sia impazzito del tutto. Sebbene quest’ipotesi non sia totalmente remota, mi duole comunicarvi che sono ancora sano di mente (almeno per il momento). L’espressione da me utilizzata, o meglio, il modo con il quale ho deciso di enunciarla, non è altro che l’esatta rappresentazione di ciò che avviene puntualmente nella mia testa quando incappo nei proverbi latini (tranquilli, mi è capitato solo un paio di volte in tutto l’arco della mia vita).

Comunque, accantonando le mie speranze di ricevere la letterina da Hogwarts, il detto “Audentes fortuna iuvat”, noto ai più come “la fortuna aiuta gli audaci” è, a mio avviso, una tra le migliori chiavi di lettura di cui potremmo disporre se volessimo comprendere a pieno il significato che si cela dietro l’espressione “The American Dream”.

Immagino che ora stiate pensando “ma come? Sei partito da un detto latino per arrivare a parlare del mito americano? Ma non si doveva parlare di cinema in questo articolo?”. Se questo è quello che avete pensato, per quanto il mio compito consista nel levarvi ogni dubbio, devo perlomeno convenire con voi che il volo pindarico da me creato è considerevole. Tuttavia, per quanto contorto vi possa sembrare, abbiate la pazienza di seguirmi nel seguente ragionamento.

Ebbene, se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese dove tutto è possibile, dove l’impegno e la determinazione vengono sempre ripagati, è altrettanto vero che essi sono anche il paese in cui solo chi è disposto a correre qualche rischio può sperare di farcela. Perché in America puoi anche essere l’Einstein della situazione ma se decidi di rimanere tutto il giorno spaparanzato sul divano, puoi anche scordarti la gloria. Lì la strada del successo appartiene solo a coloro che (oltre che di un bel conto in banca) dispongono di una certa dose di coraggio.

Insomma, se si vuole realmente “sfondare” nel nuovo continente bisogna dimostrare di possedere gli attributi. Soprattutto se si sceglie di farlo nel mondo dello show-business. E di questo ne sa qualcosa James Franco che con il suo The Disaster Artist (già vincitore di un Golden Globes e di un nomination ai prossimi Oscar) è riuscito a  trasformare un’idea folle in una trovata geniale. Tanto che potremmo dire che a Hollywood il motto vincente più che essere “la fortuna aiuta gli audaci” sia “la fortuna aiuta i folli”. Ma andiamo con ordine. Che cos’è e come nasce The Disaster Artist?

The Disaster Artist, uscito nelle sale italiane il 21 febbraio del 2018, è un film tratto dall’omonimo romanzo «The Disaster Artist: my life inside the Room, the Greatest Bad Movie Ever Made» il quale ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione di quel lungometraggio che risponde  al nome di: The Room. Se non ne avete mai sentito parlare state pure tranquilli, nessuno ve ne farà una colpa, anzi ritenetevi più che fortunati. Questo perché The Room senza ombra di dubbio è il film più brutto che sia mai stato realizzato. Non è un caso che la critica l’abbia definito come “Il Quarto Potere dei film brutti”.

Scritto, diretto ed interpretato dal quanto mai eccentrico Tommy Wiseau, la pellicola ruota attorno ad un tormentato triangolo amoroso tra il protagonista Johnny, la sua futura sposa Lisa e il suo migliore amico Mark. Se a questo punto vi state chiedendo se ciò che ha indignato il mondo della critica sia stato semplicemente la realizzazione dell’ennesimo film dalla trama stucchevole quanto banale, fidatevi di me quando vi dico che non sapete ancora di cosa sto parlando. Questo perché nei cento minuti di visioni offerti da The Room, lo spettatore più che vivere un dramma sentimentale, assiste ad uno spettacolo senza precedenti, che potremmo definire  “Fantozzianamente” come una «cagatapazzesca!» Se pensate che sia un giudizio troppo lapidario, il video che vi propongo qui sotto (dalla durata di poco più di 40 secondi) saprà levarvi ogni dubbio.

Come avrete avuto modo di constatare, ciò che è totalmente assente in The Room è il benché minimo talento recitativo. E credetemi, quel senso di smarrimento che avete provato dopo aver premuto play, non è causato dalla totale decontestualizzazione del video rispetto al resto della pellicola. Se non volete credermi, godetevi pure quest’altro piccolo estratto tratto dal film.

The Room è semplicemente questo. Un susseguirsi interminabile di dialoghi privi di qualsiasi logica, di battute banali e di scene al limite del grottesco. Non a caso è considerato per antonomasia come la massima espressione del cinema nonsense. Ciononostante, o forse proprio per questo, WiseauThe Room godono oggi di una popolarità incredibile. Una fama tanto inspiegabile quanto radicata, capace di spingere, nel 2015, il regista/attore James Franco a realizzare un film che raccontasse la genesi di questo “fallimentare successo mondiale”.

The Disaster Artist ripercorre quindi la vita di Tommy Wiseau alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, con l’aiuto del suo amico attore Greg Sestero, un film che mostri al mondo le proprie qualità artistiche. Insomma, quello proposto da James Franco è un esilarante spaccato di vita due uomini che sfidano la sorte per tentare di inseguire i propri sogni, andando contro tutto e tutti, perfino contro se stessi. Tuttavia è importante capire che The Disaster Artist non è né la presa in giro di The Room né tanto meno del suo creatore, tutt’altro. Si tratta di un omaggio al folle coraggio di quei due uomini che, stanchi e delusi di un Hollywood incapace di percepirli, decidono di rischiare tutto e di puntare solo su se stessi. “The American dream is still alive”.

A mio modesto parere la scelta di James Franco è vincente. Prendere il miglior film trash che esista e renderlo un prodotto unico. Ma ora basta con le chiacchiere inutili, fate largo a The Disaster Artist!

Loving Vincent: il genio oltre la follia

Non è né un romanzo né una mostra. Loving Vincent è un omaggio cinematografico alla bellezza.

Anche l’occhio meno esperto sa riconoscere un van Gogh. Le tele del pittore olandese godono di fama mondiale. I paesaggi di campagna, le notti stellate, le composizioni floreali, i ritratti e gli autoritratti fanno tutti parte dell’immaginario collettivo. Insomma, si può dire che chiunque conosce van Gogh. Ma è veramente così?

Già il fatto che sbagliamo la pronuncia del suo nome dovrebbe essere un dato indicativo. Eh si, signore e signori, Vincent van Gogh si pronuncia Vincent fan Hoock. Il trucco per non sbagliare sta nel ricordarsi che la “G” di Gogh è muta e nel saper emettere un suono gutturale quando si  pronuncia Hoock. Il video qui sotto potrebbe esservi d’aiuto.

Bene, se siete stati in grado, come me, di superare la sfida lanciata dalla fonetica olandese è giusto ammettere a noi stessi  (per una volta) che abbiamo raggiunto un traguardo importante nella nostra vita. Malgrado ciò,  la domanda che ci siamo posti all’inizio attende ancora una risposta. Conosciamo veramente van Gogh? ( questa volta sono sicuro che l’avete pronunciato bene)

È ormai assodato che chiunque sa della storia legata all’orecchio e delle turbe psichiche ed emotive che hanno reso celebre Vincent come il pittore più folle d’Olanda, ma oltre a questo? Certo, è anche vero che abbiamo un’eredità artistica notevole. Più di 800 quadri, esposti per lo più al Van Gogh Museum di Amsterdam, che proprio per il loro valore simbolico e culturale diventano spesso merci itineranti nelle varie mostre in giro per il mondo. E poi che altro? Insomma, siamo veramente sicuri che sia possibile comprendere l’essenza di un’artista esclusivamente guardando le sue opere?

Fortunatamente nell’ottobre del 2017, il film Loving Vincent è venuto in nostro soccorso. Proponendoci un viaggio unico nel suo genere, Loving Vincent ripercorre l’esistenza di Van Gogh attraverso gli occhi di chi lo ha amato, odiato e pianto. Non è di certo la prima volta che un film tenta di far luce sulla tormentata quanto misteriosa vita del pittore, tuttavia Loving Vincent è senza alcun dubbio una delle trasposizioni cinematografiche più originali mai realizzate. Definirlo semplicemente come un film d’animazione sarebbe quanto mai riduttivo o, più propriamente, è impossibile considerarlo come un pellicola d’animazione qualsiasi. Questo perché per la prima volta nella storia del cinema gli attori fatti di carne ed ossa lasciano il posto ai dipinti su tela.

La tecnica utilizzata si chiama Rotoscope, e consiste nel prendere le scene girate con attori veri e usarle come riferimento per ricrearle a mano successivamente. In pratica, in un primo momento il film è stato  girato in modo tradizionale e poi, in fase di post-produzione, ogni singolo fotogramma realizzato è stato trasformato in un dipinto. Per ottenere questo straordinario risultato Loving Vincent ha richiesto 6 anni di lavoro e uno staff composto da 125 pittori che, tenendo sempre fede allo stile di Van Gogh,  hanno rielaborato all’incirca 65.000 fotogrammi. E’ il caso di dirlo, siamo di fronte ad una vera e propria impresa titanica.

Ma si sa, la pazienza è la virtù dei forti e si può dire che quella dei registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman è stata ampiamente ripagata. Loving Vincent oltre ad ottenere una nomination sia ai Golden Globes che agli Oscar ha  incassato 30 milioni di euro a fronte di un modesto budget di 5.5 milioni. Un risultato davvero notevole se si considera che in molti paesi europei la pellicola è stata proiettata solo per un week-end. A tal proposito fa piacere ricordare che l’Italia nel suo piccolo ha giocato un ruolo rilevante nel raggiungimento di questo successo.

In soli 3 giorni di programmazione, dal 16 al 18 ottobre dello scorso anno, Loving Vincent ha attirato 130 mila spettatori  arrivando ad incassare più di 1.2 milioni di euro, divenendo così il film evento più visto di sempre in Italia. Un successo tanto eclatante quanto inaspettato, infatti, sebbene la pellicola fosse stata distribuita in ben 283 sale, gli innumerevoli sold-out hanno costretto gli esercenti ad  aggiungere una data extra fissata per il 20 novembre 2017. Ma come si spiega questo trionfo?

Semplice, è bastato unire due ingredienti fondamentali: un’esecuzione impeccabile ed una trama originale. Appena si spengono le luci, dopo i primi minuti di spaesamento iniziale, Loving Vincent trascina lo spettatore nel turbine delle meraviglie create dal massimo rappresentante dell’arte post-impressionista, facendo sentire il pubblico parte attiva di un processo creativo. Come se non bastasse ad “animare” il tutto vi è una trama coinvolgente, in bilico tra una lezione di storia ed un’indagine poliziesca. Ma non vi darò altri elementi a riguardo. Come ho già avuto modo di dire precedentemente, Loving Vincent deve essere vissuto come un viaggio e come tale nessuno ha il diritto di rovinarvelo anticipandovi le tappe che percorrerete.  Il mio compito è stato solo quello di farvi salire la voglia di partire, quindi non mi resta che augurarvi, Buon Viaggio!

L’Olimpo del Cinema

“Robberto”. Era dal 1999 che la bandiera Italiana non volava così in alto ad Hollywood nell’Olimpo del Cinema, quando Sophia Loren gridava entusiasta il nome di Benigni. Nella giornata di martedì 23 gennaio sono state annunciate le candidature alle ambite statuette. La 90esima edizione degli Oscar vede Luca Guadagnino con il suo film “Chiamami col tuo nome” comparire nella lista dei candidati al Miglior Film. Ricordiamo bene che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che riunisce circa ottomila professionisti del settore, è la cerimonia di premiazione per film di produzione americana. Noi abbiamo il David di Donatello.

L’ultima statuetta a rientrare in patria non è stata nel 2014 quella di Paolo Sorrentino con la sua poetica pellicola sulla città eterna “La Grande Bellezza” nella categoria dei Film Stranieri. Sicuramente è stata la più importante in termini d’immagine e divulgazione della nostra cultura, ma gli italiani sono sempre presenti e spesso vincitori a questo evento così importante. Recentemente siamo stati protagonisti nell’animazione, le musiche che ci hanno incantato di Ennio Morricone, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini per il magnifico trucco e acconciatura Suicide Squad, i visionari Dante Ferretti e Milena Canonero, Gianfranco Rosi e molti altri.

Quest’anno “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro con tredici nomination guida la classifica, seguito da Christopher Nolan che con “Dunkirk” e le sue otto si aggiudica il secondo posto. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” ne ha ottenute sette, The Post soltanto due, ma una di queste porta il nome dell’infinita Meryl Streep alla sua ventunesima candidatura, la delusione dell’anno Blade Runner 2049 comunque si contenderà una delle categorie più apprezzate con il maestro della fotografia Roger Deakins. Rachel Morrison abbatte forse l’ultima barriera degli Oscar essendo la prima donna ad essere candidata per la miglior fotografia e tra i migliori registi rivediamo finalmente una donna Greta Gerwig con “Lady Bird” e l’afroamericano Jordan Peele con il suo debutto “Get Out”.

 

“Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino si candida a quattro Oscar: miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura e miglior canzone originale. Fin dalla sua anteprima al Sundance Film Festival è stato molto acclamato dalla critica. La pellicola, si perchè girato in pellicola 35 mm, è l’ultimo film della “trilogia del desiderio”, dopo “Io sono l’amore” (2009) e “A Bigger Splash” (2015). Il regista ha commentato: “Questo è un film per famiglie, mi piace pensare che sia un film volto alla trasmissione della conoscenza. Di conseguenza abbiamo mostrato sullo schermo solo ciò che volevamo mostrare.”

Nota dolente è la continua assenza nella categoria cortometraggi, ma l’Italia è ancora una volta presente e protagonista alla cerimonia che si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles il 4 marzo p.v.. Speriamo che qualcuno al check-in di ritorno debba imbarcare una valigia più pesante.

 

La notte degli Oscar, tutte le nomination

 

Grande attesa per la notte degli Oscar 2017, nella quale il grande protagonista sembra possa essere “La La Land” con ben 14 nomination. La cerimonia inizierà quando a Los Angeles saranno le 17.30 (e in Italia le 2.30 di notte). La premiazione dovrebbe durare circa tre ore, sarà condotta da  Jimmy Kimmel e si potrà seguire in diretta sia su Sky Cinema Oscar HD, a pagamento, sia in chiaro su TV8.

 

Tutte le nomination 

Miglior film 
Arrival
Barriere
La battaglia di Hacksaw Ridge
Il diritto di contare
Hell or High Water
La La Land
Lion
Manchester by the Sea
Moonlight

La La Land

 

Miglior regia 
Denis Villeneuve – Arrival
Mel Gibson – La battaglia di Hacksaw Ridge
Damien Chazelle – La La Land
Kenneth Lonergan – Manchester by the Sea –
Barry Jenkins – Moonlight

Miglior attore protagonista 
Casey Affleck – Manchester by the Sea
Andrew Garfield – La battaglia di Hacksaw Ridge
Ryan Gosling – La La Land
Viggo Mortensen – Captain Fantastic
Denzel Washington – Barriere

Casey Affleck- Manchester by the Sea

 

Miglior attrice protagonista 
Isabelle Huppert – Elle
Ruth Negga – Loving
Natalie Portman – Jackie
Emma Stone – La La Land
Meryl Streep – Florence

Meryl Streep – Florence

 

Miglior attore non protagonista 
Mahershala Ali  – Moonlight
Jeff Bridges – Hell or High Water
Lucas Hedges – Manchester by the Sea
Dev Patel – Lion
Michael Shannon – Animali notturni

Miglior attrice non protagonista 
Viola Davis – Barriere
Naomie Harris – Moonlight
Nicole Kidman – Lion
Octavia Spencer – Il diritto di contare
Michelle Williams – Manchester by the Sea

Miglior sceneggiatura originale
Hell or High Water
La La Land
The Lobster
Manchester by the Sea
20th Century Women

Miglior sceneggiatura non originale
Arrival
Barriere
Il diritto di contare
Lion
Moonlight

Miglior film straniero
Land of Mine
A Man Called Ove
Il cliente
Tanna
Vi Presento Toni Erdmann

Land of Mine

 

Miglior film d’animazione 
Kubo e la spada magica
Oceania
La mia vita da zucchina
La tartaruga rossa
Zootropolis

Miglior montaggio
Arrival
La battaglia di Hacksaw Ridge
Hell or High Water
La La Land
Moonlight

Miglior scenografia
Arrival
Animali fantastici e dove trovarli
Ave, Cesare!
La La Land
Passengers

Miglior fotografia
Arrival
La La Land
Lion
Moonlight
Silence

Miglior cortometraggio d’animazione
Blind Vaysha
Borrowed Time
Pear Cider and Cigarettes
Pearl
Piper

Piper

 

Migliori costumi
Allied
Animali fantastici e dove trovarli
Florence
Jackie
La La Land

Miglior trucco e acconciature 
A Man Called Ove
Star Trek Beyond
Suicide Squad

Migliori effetti speciali 
Deepwater: Inferno sull’oceano
Doctor Strange
Il libro della giungla
Kubo e la spada magica
Rogue One: A Star Wars Story

Miglior sonoro 
Arrival
La battaglia di Hacksaw Ridge
La La Land
Rogue One: A Star Wars Story
13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi

Miglior montaggio sonoro 
Arrival
Deepwater Horizon
La battaglia di Hacksaw Ridge
La La Land
Sully

Miglior colonna sonora originale 
Jackie
La La Land
Lion
Moonlight
Passengers

Miglior canzone 
“Audition ( The Fools Who Dream)” – La La Land
“Can’t Stop the Feeling” – Trolls
“City of Stars” – La La Land
“The Empty Chair” – Jim: the James Foley Story
“How Far I’ll Go” – Oceania

Miglior documentario 
Fuocoammare
I am not your negro
Life Animated
O.J.: Made in America
13th

Fuocoammare

 

Miglior corto documentario
Extremis
4.1 Miles
Joe’s Violin
Watani: My Homeland
The White Helmets

Miglior cortometraggio 
Ennemis Intérieurs
La Femme et le TGV
Silent Nights
Sing
Timecode

 

Brooklyn di John Crowley

Domenica avrà luogo la cerimonia degli Oscar e su Polinice concludiamo la carrellata dei candidati parlando di un piccolo film con poche candidature, ma di peso. Brooklyn è infatti la classica pellicola che partecipa alla kermesse hollywoodiana con spirito in larga parte decoubertiniano: non sono andato a guardare le sue quotazioni presso i bookmakers ma davanti alla sfilata di megaproduzioni, star e paillette sarebbe molto sorprendente se a spuntarla fosse una piccola pellicola irlandese che racconta la piccola storia di una piccola ragazza in una grande città.
Resta il fatto che Brooklyn è candidato per il miglior film e la miglior sceneggiatura non originale, e la sua protagonista, Saoirse Ronan, è candidata come migliore attrice protagonista, primo grande riconoscimento di una carriera che già da diversi anni si preannuncia di livello, ed essendo uno dei film meno chiacchierati della stagione merita di ricevere il suo quarto d’ora almeno su queste pagine.
Brooklyn racconta la storia di Eilis, una giovane irlandese che lascia la sua casa in cerca di fortuna, e con l’intercessione di un sacerdote trova lavoro nel borough di New York che dà il titolo al film.
La nostalgia di casa, le difficoltà nell’ambientarsi alla nuova realtà, i primi passi verso la normalità, la corte di un ragazzo italo-americano: gli elementi che caratterizzano la trama del film sono molto classici e quasi vecchia maniera, e in effetti l’attenzione dell’Academy non giunge come una sorpresa per un film così sentimentale e romanzesco.
Per certi versi il grande clamore che il film ha suscitato tra i critici d’oltreoceano sembra eccessivo: Brooklyn è un film che non si prende un rischio che sia uno, e si potrebbe dire che le sue candidature sono la sintesi perfetta del motivo per cui gli Oscar sono una manifestazione così obsoleta e irrilevante. D’altra parte un tempo e un luogo per un film del genere ci saranno sempre, e nella categoria abbiamo sicuramente visto di molto peggio, per cui sarebbe ingeneroso fare le pulci per questioni di principio ad un film che non ha nessuna ambizione al di là di quella di raccontare una storia e di farlo con buon gusto ed equilibrio.
Per quanto mi riguarda gli occhioni di Saoirse rappresentano un motivo sufficiente a considerare Brooklyn due ore ben spese, tutto il resto è un incentivo solo discreto che non mi sento di esaltare più di tanto ma che di sicuro non dovrebbe scoraggiare nessuno.

The Revenant di Alejandro Gonzalez Iñarritu

Dopo aver immeritatamente trionfato agli Academy Awards lo scorso anno, torna nei cinema Alejandro Iñarritu con un film piuttosto inusuale per i suoi canoni. Ambientato in un far west non meglio precisato, The Revenant è il primo film in costume del regista messicano, e racconta la storia del viaggio di sopravvivenza di un battipista determinato a vendicare l’assassinio del suo figlio mezzosangue.

A caratterizzare il film, che immerge i personaggi in una natura selvaggia ed ostile, è in maniera predominante la fotografia di Emmanuel Lubezki, probabilmente il più riconoscibile e celebrato direttore della fotografia in attività negli ultimi anni. Salito alla ribalta grazie alle sue collaborazioni coi fratelli Coen e con Terrence Malick, è proprio al look di film come The New World e The Tree of Life che Lubezki si rifà, in un esercizio di autoplagio che se da una parte non fa fatica a raggiungere i livelli di assoluta eccellenza artigianale cui siamo abituati, dall’altra ammanta tutto il film di un aria di già visto che non aiuta ad emanciparlo dalla sensazione di genericità e mancanza di mordente che lo affligge più in generale.

The Revenant è un film molto lungo e deliberato nel suo incedere, e pur non risultando noioso o trascinato, non riesce mai a trascendere il piano della competenza tecnico/narrativa che il suo regista è senz’altro in grado di infondergli. Questo basta a renderlo un passo avanti rispetto all’inutile accozzaglia che era Birdman, ma veniamo lasciati comunque con un lavoro che è molto lontano dal riuscire a lasciare il segno, nonostante la relativa regolarità con cui ci presenta scene a tinte forti. Queste scene suggeriscono l’impatto viscerale che il film vorrebbe avere sullo spettatore, lo lasciano immaginare diciamo, ma come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo l’ennesima piroetta ingiustificata della telecamera, l’ennesimo generico intermezzo onirico che nulla aggiunge, ed è proprio tra queste carinerie che The Revenant si perde.

Obbligatoria menzione per DiCaprio che tenta l’ennesimo assalto all’oscar con un ruolo classicamente statuettabile. Non faccio paragoni con gli altri candidati perché non mi ricordo nemmeno bene di chi si tratti, ma al di là della qualità dell’interpretazione (che è buona ma non straordinaria, messa in parte in ombra da due ottimi comprimari in Tom Hardy e Domhnall Gleeson) questo sembrerebbe essere l’anno buono per il Leo nazionale.

Non essere cattivo di Claudio Caligari

A rappresentare l’industria nostrana gli Oscar quest’anno sarà Non essere cattivo, l’ultimo film di Claudio Caligari, regista poco prolifico che era salito alla ribalta negli anni ’80 col suo Amore tossico, rimasto un piccolo cult.
Caligari è morto poco dopo la conclusione delle riprese del film, e non posso fare a meno di pensare che questa circostanza abbia almeno in parte stimolato l’enorme consenso che Non essere cattivo ha raccolto a Venezia e dalla critica in generale, visto che la qualità della pellicola, pur non avventurandosi sotto la soglia della decenza, fa fatica a giustificare il clamore suscitato.
Non che sia troppo stupefacente che un film di questo tipo riscuota il favore della critica e del pubblico cinefilo nostrani, che sui drammoni popolari di ascendente neorealista continuano a versare fiumi di inchiostro immeritato (vedi l’abominevole La nostra vita di qualche anno fa): Non essere cattivo è ambientato ad Ostia a metà degli anni ’90, dove Cesare e Vittorio vivono alla giornata in un mondo di microcriminalità e degrado vario ed eventuale. Quando Vittorio, reduce dall’ultima notte di schifo, decide di darci un taglio e trovarsi un lavoro, Cesare sembra sprofondare ancora più giù nel vortice che ormai lo intrappola, fino alle estreme conseguenze che potete immaginare.

Volendo partire dai pregi, Non essere cattivo non risparmia colpi ai suoi spettatori, e riesce a conciliare questa crudezza con un ritmo a tratti quasi frizzante; l’assenza di uno scopo moralizzatore è anch’essa notevole, non tanto perché ci aspettassimo una pubblicità progresso, quanto piuttosto perché qualche stoccata ligabuesca del tipo “la vita è la vita e noi la viviamo” poteva infiltrarsi come spesso fa in film di questa fatta, e nel suo essere sopra le righe e quasi melò Non essere cattivo se non altro evita questa trappola.
Questa volontà di aprire il più possibile tutte le manopole emotive del film è peraltro un tratto apprezzabile sulla carta, e penso che, fossi stato meno familiare con lo slang utilizzato dai protagonisti della pellicola, avrei trovato tutta l’operazione meno caricaturale.
Il problema di fondo credo sia che come film drammatico nel senso canonico del termine, Non essere cattivo vale poco. Ha degli assi nella manica come ammucchiata grottesca e postmoderna, ma è chiaro che l’intento del regista non è davvero quello, e la forzatura e innaturalezza dei dialoghi sono troppo ingenue per suscitare un’ilarità che non sia in qualche misura derisione. Ho riso di Cesare e Vittorio, mai con loro.
L’esperienza nel complesso non è stata sgradevole, e riesco ad immaginare che altri spettatori possano trovare stimoli maggiori dei miei in Non essere cattivo, per cui diciamo che non lo sconsiglierei in assoluto, ma faccio molta fatica a non sorridere davanti ai superlativi che sono stati usati per una pellicola che possiamo vedere come una brutta copia dei fratelli Dardenne o in alternativa come una versione vietata ai minori de I Cesaroni.

Sono stato anche io al Grand Budapest Hotel

 “Era un’affascinante e vecchia rovina, ma non ci riuscì più di rivederla”

Esistono luoghi che costruiscono un immaginario collettivo, che siano esperibili oppure no.

The Grand Budapest Hotel, l’ultimo film dell’americano Wes Anderson, ha portato a casa quattro statuette dalle premiazioni degli Oscar: trucco, costumi, colonna sonora e miglior scenografia. E’ evidente che il giovane regista, coadiuvato da Robert Yeoman alla fotografia e Adam Stokhausen per l’allestimento scenico, sia stato abilmente capace nel raccontare  l’atmosfera, nel narrare il paesaggio e mettere a fuoco tutto ciò che è contenitore: la scenografia è protagonista tanto quanto il racconto. Lo stesso titolo è dedicato ad un Luogo ed ogni inquadratura è una costante dichiarazione di amore allo spettacolo d’immaginario creato dal team.

L’architettura la fa da padrona, le riprese sono fisse, le prospettive a quadro centrale e vi è una quieta ed imperiosa simmetria nella composizione in eco a Kubrick. La camera scorre con viste di pianta e di prospetto: sono gli spazi a svelarsi. Le porte si aprono da sole e gli uomini entrano ed escono, portando con sé quel tantino di sangue caldo si muovono nel gelo degli spazi, nella stasi dell’immobile.

Pareti, soffitti, pavimenti, l’atrio, la scala, l’ascensore, ognuno di questi elementi è ben distinto nelle inquadrature di Wes e conquista il proprio peso nella scena come il viso le mani e le gestualità sono espressione dell’agire umano.  Il risultato è glorioso ed il contenitore e gli elementi inanimati diventano protagonisti, l’Hotel prende il ruolo di un attore, ha la propria identità, si è studiato il suo carattere, deve dar vita ad un’istituzione. Gli uomini sono fatti di volumi di tessuto: abiti magistralmente disegnati dal quattro volte premio Oscar Milena Canonero che qua, come in Barry Lyndon, insegna come il colore del costume rafforzi l’identità alla pelle degli attori ed al loro ruolo emotivo nella scena.

 

A sinistra una copertina del The Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell, a destra un'inquadratura tratta da The Grand Budapest Hotel
A sinistra una copertina del The Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell, a destra un’inquadratura tratta da The Grand Budapest Hotel

Tre epoche diverse si intrecciano nel film: gli anni ’30 con il loro agrodolce sapore di una Belle Époque passata e di una guerra alle porte, gli anni ’60 con i resti del comunismo e le pareti incrostate e stanche del passato doloroso e gli anni ’80 della postmodernità,  dello scrittore che racconta.  Le scenografie sono ricostruzioni ed in quanto tali interpretazioni di quel che fu, ricomposizioni di vecchie maniere, stilizzazioni e scelte di cosa voler riportare di una data epoca e cosa voler nascondere. L’edificio in quanto attore figurante del film prende parte al gioco e così cambia abito in base agli anni che veste: la grande torta di panna montata, fatta di un movimento continuo di stucco, marmo colorato, dura ghisa e moquette purpurea con vago richiamo al Jugendstil tedesco, si asciuga nel design sodo degli anni ’60. L’unica maniera di riconoscere il lobby del nostro glorioso Hotel è attraverso gli elementi significativi dell’architettura: le scale rimangono dove sono, gli ascensori non si spostano e la corte della hall ha sempre la stessa capienza spaziosa.

 

A confronto: sopra la Hall dell'Hotel in veste anni '60, sotto la Hall in veste anni '30
A confronto: sopra la Hall dell’Hotel in veste anni ’60, sotto la Hall in veste anni ’30

Se l’esterno della costruzione viene realizzato con l’ausilio di un plastico rifinito in ogni piccolo dettaglio così da ingannare lo spettatore col gioco illusorio dei falsi rapporti di scala, lo spazio interno invece è stato ambientato in un luogo esistente. Un europeo per costruire tale immagine e carattere avrebbe probabilmente scelto una vecchia stazione ferroviaria o un teatro abbandonato; quale posto migliore invece per un americano, che ha vissuto con le copertine de The Saturday Evening Post disegnate da Norman Rockwell ed ha studiato filosofia in Texas, se non un vecchio Grande Magazzino abbandonato, pioniere dello shopping mall: il Görlitzer Warenhaus department store. Costruito nel 1913 e poi a lungo utilizzato come centro commerciale, il Görlitzer è un luogo che anticipa le visioni di Robert Venturi di un’architettura della vendita guidata dalla comunicazione commerciale. Perfino nella realtà torna il gioco divertito di complessa relazione tra spazio e tempo presente in tutto il film: Belle Époque, Dopoguerra e Postmoderno.

 

Il Görlitzer Warenhaus department store negli anni '80
Il Görlitzer Warenhaus department store negli anni ’80

Il Grand Budapest non è disegnato per l’esperienza umana, ma è costruito per la camera.

In questo appunto si marca l’impreciso confine di queste due pratiche del costruire: scenografia ed architettura. Così si mostrano gli ibridi, le costruzioni di Robert Venturi, così l’Eur, quartiere amato da Fellini proprio perché un immenso palcoscenico. Dietro alle facciate esistono rapporti umani di relazione? La prima è progettata per essere percorsa dalla camera, o dalla momentanea performance dell’attore, la seconda è abitata dall’uomo in tutto il suo quotidiano. Eppure proprio perché liberata dai confini del funzionalismo è nella scenografia che viene resa manifesta la psicologia dell’architettura. La misura e logica dello spazio è in funzione di chi lo osserva, si dilata e si chiude in base a ciò che vuole comunicare allo spettatore (non al fruitore). L’architetto ha solo che da imparare da questa curiosa materia dell’immagine, perché in essa si mostra il seme del vissuto, l’empatia tra luogo e abitante, in essa si manifesta l’esperienza collettiva della percezione. Il Grand Budapest Hotel racconta cosa rende un luogo un’istituzione, quello che spaventa, quel che diverte, ciò che respinge da ciò che invita. Scale, atri e ascensori sono lì a rendere manifesto dove l’immaginario è comune, dove i punti di riferimento sono condivisi. E si sa che vedere un buon film è come fare esperienza di noi stessi, se dunque la scenografia di The Grand Budapest Hotel ci ha sequestrato emotivamente vorrà dire che avremo qualche luogo dell’animo in più nel taschino.

 “Qualunque sia il fenomeno studiato, occorre innanzitutto che l’osservatore studi se stesso, poiché l’osservatore o turba il fenomeno osservato, o vi si proietta in qualche misura.” Edgar Morin

Glory: John Legend e la strada per la libertà

Anche se questa sezione non è dedicata al cinema, mi concedo un piccolo off topic: “Selma” è un gran bel film, con una gran colonna sonora.

Per chi non lo avesse visto, il film racconta di un momento cruciale della storia dei diritti civili: Martin Luther King Jr, appena insignito del premio Nobel per la pace, capisce di dover sfruttare il momento e organizza una rivolta non-violenta a Selma, in Alabama, culla del più bieco razzismo negli USA di quel tempo. Inutile dire quanta carica emotiva sprizzi da ciascun fotogramma.

Tante emozioni, ovviamente, vanno anche musicate a dovere, e c’è da dire che anche in questo gli autori meritano un pollice in su.

L’alternanza di momenti di euforia organizzativa e di pessimistica rassegnazione dei personaggi è accompagnata da work song e gospel scelti decisamente ad hoc; i silenzi introspettivi sono riempiti dalle voci commosse e partecipi di artisti del calibro di Otis Redding o Bob Dylan. E, infine, il cerchio è chiuso da un pezzo che mi ha lasciato inchiodato alla poltrona del cinema anche durante i titoli di coda: “Glory” di John Legend e Common.

Un pezzo semplice, essenziale, fatto di pochi accordi, un pianoforte, un po’ di archi, due voci e un coro sullo sfondo. Una perfetta sintesi di tutti gli eventi che hanno scosso gli animi degli spettatori.

Inizia con John Legend che canta di una gloria che, una volta arrivata, “sarà nostra”, che affida alle note del pianoforte il compito di far entrare l’animo di chi ascolta in sintonia con le vibrazioni di un intero popolo. Che chiede solo che “il mondo sia uno”.

Gli subentra Common, rapper da sempre impegnato nella composizione di liriche positive ed afrocentriche. La sua strofa non ha pretese, se non quella di raccontare. Rifiuta virtuosismi e tecnicismi fini a sé stessi in favore di un messaggio che risuona forte e chiaro “Giustizia per tutti non è abbastanza specifico”. Parla di Rosa Parks e della sua resistenza sul bus. Parla della morte del giovane Jimmie Lee Jackson, la goccia che fece traboccare il vaso a Selma.

Altro ritornello, dopo il quale John si dilunga per ricordare che “la guerra non è finita, la vittoria non è vinta”, ma ci tiene anche a specificare che “lotteremo fino alla fine”.

E lo conferma anche Common con la seconda strofa “Non guardiamoci mai indietro, abbiamo fatto centinaia di chilometri”. Loro, uomini e donne che si facevano forza cantando “la nostra musica è le ferite attraverso cui sanguiniamo”. Fino alla vittoria, finché “i miei occhi hanno visto la gloria”.

Il tutto finisce come era iniziato: John Legend, il suo pianoforte e il coro meravigliosamente gospel che con regolarità ribadisce il concetto di “Gloria”.

Personalmente ho anche apprezzato la scelta di inserire il pezzo durante i titoli di coda, fatto che ha evitato che gli eventi rappresentati nel film impedissero di metabolizzare ogni singola parola delle strofe e dei ritornelli.

Non posso far altro che augurarvi un buon ascolto.

Donne da Oscar: tutto sulle candidate all’Academy 2015

È molto più di un premio. Molto più di una statuetta da 300 dollari da mettere in una teca. Molto più di un tentativo di entrare nelle grazie della nipote Margaret, zio Oscar è uno status symbol. Una di quelle cose in cui puoi dividere il mondo degli attori: chi ce l’ha e chi no (con buona pace di Di Caprio). Ma ogni panettiere, avvocato, medico, idraulico, anche tu, almeno una volta, hai pensato chi avresti ringraziato se dopo quel “..and the Oscar goes to” ci fosse il tuo nome.

Mancano poche ore all’87esima edizione degli Academy Award. Domani, 22 febbraio, si apriranno le porte del Dolby Theatre di Los Angeles. Tanti gli scivoloni, i testa a testa, le polemiche ma soprattutto i vestiti che sono passati di lì. Perché quello degli Oscar è il red carpet per eccellenza. Nulla sfuggirà e nulla sarà perdonato. Nessuna sbavatura di mascara, pelo sotto le ascelle, rotolino sui fianchi è concesso a chi calca quel tappeto. Certo puoi cadere, ma se centri il look e vieni innalzata all’Olimpo delle dee dello stile, persino il ruzzolone sui gradini di Jennifer Lawrence, ti sarà perdonato. Occhi puntati sulle donne che affiancheranno Neil Patrick Harris sul palco (Nicole Kidman, Liam Neeson, Gwyneth Paltrow, Jason Bateman, Channing Tatum e Idris Elba), ma soprattutto sulle candidate alla statuetta di miglior attrice protagonista. Altro che incontro in metropolitana, se c’è un momento nella vita in cui vale il famoso “e tu sei pronta?” per loro è questo. Vediamole una per una.

Felicity Jones per La Teoria del Tutto

Felicity Jones

Raffinata e semplice, elegante e allo stesso tempo fresca e spontanea: Felicity Jones è diventata in poco tempo una delle star più amate del grande schermo (e anche dalla moda, visto che il suo fascino non è sfuggito a Dolce e Gabbana che l’ha voluta come volto beauty nel 2012. Inglese, classe 1983, ha iniziato la sua carriera giovanissima, ma il primo vero successo è arrivato nel 2011, al Sundance Film Festival, quando è stata protagonista del film vincitore Like Crazy. Da quel momento per Felicity Jones si sono aperte le porte di Hollwood, anche se la sua carriera verso il mainstream è stata più lenta di quella della sua collega Jennifer Lawrence anche lei star del cinema indipendente prima di approdare alla notta degli Oscar (con tanto di statuetta vinta per Il lato positivo). Che il destino abbia in serbo una vittoria anche per la bella inglesina?

Reese Witherspoon per Wild

Reese Witherspoon

Per anni è stata la ragazza della porta accanto: minuta, bionda, sorridente. Si era presto sposata col collega Ryan Philippe, altrettanto giovane e carino – seppure vagamente più irrequieto e dark – e aveva messo al mondo due bei bambini (Ava e Deacon, di 16 e 12 anni). Le sue commedie romantiche – e il personaggio della reginetta dell’associazione studentesca di La rivincita delle bionde – avevano fatto di lei l’attrice più desiderata del cinema americano (con un cachet di 20 milioni di dollari a film). Insomma una favola hollywoodiana. Almeno fino a quando Philippe, l’adorato marito, fu sorpreso con una collega australiana. Oggi l’attrice premio Oscar (nel 2005, con Quando l’amore brucia l’anima, nel ruolo di June Carter Cash, accanto a Joaquin Phoenix) è di nuovo, a 39 anni, tra le “certezze al botteghino”. L’ abito blu cobalto con sfumature nere di Louis Vuitton che ha scelto per gli Oscar 2013 è rimasto nella storia dei migliori look, cosa indosserà quest’anno?

Rosamund Pike per Gone Girl – 

Rosamund Pike

La bella neo mamma classe 1979 – lo scorso 5 dicembre è nato il suo secondo figlio – grazie al film del regista americano David Fincher, è riuscita a tirare fuori tutto il suo talento trasformista e il suo fascino, impersonando la già iconica Amy Dunne, moglie scomparsa nel nulla di un Ben Affleck subito sospettato di averla uccisa. Il ruolo della vita (almeno per il momento) che ha portato Rosamund Pike sui red carpet più importanti di questa Awards Season hollywodiana, dai Golden Globes ai Sag Awards, mostrando così anche il suo stile, di classe e seducente allo stesso tempo, come una diva d’altri tempi. Bionda ed elegante, sarebbe stata perfetta in un film di Alfred Hitchcock, vista la sua predilezione per attrici à la Grace Kelly e Tippy Hedren.

Marion Cotillard per Two days, one night –

Marion Cotillard

Figlia d’arte, classe 1975, la bella parigina debutta al cinema con Y’a des nounours dans les placards, diretta dal cugino Laurent Cotillard. Dopo piccoli ruoli nelle serie Highlander e Extrême Limite, lavora nel film di Luc Besson Taxi (1998). Ottiene il suo primo César (l’Oscar francese) come attrice non protagonista nel 2005 grazie all’interpretazione di Tina Lombardi in Una lunga domenica di passioni. L’attrice partecipa attivamente alle azioni di Greenpeace per lottare contro la deforestazione in Congo e in Amazzonia o per sensibilizzare i giovani all’ambiente. La musa di Dior si è anche permessa di rifiutare un contratto con L’Oréal a causa dei test che fanno sugli animali. Se Marion Cotillard sembra vivere un amore perfetto con il collega Guillaume Canet, dal quale ha avuto il piccolo Marcel nel 2011, la vita sentimentale dell’attrice francese non è sempre stata tranquilla: la relazione con Julien Rassam è quella che probabilmente l’ha segnata di più. Il giovane attore, diventato tetraplegico, si è suicidato gettandosi da una finestra sotto i suoi occhi nel 2002. Un atto che ha messo fine a “un amore intenso e carnale”, secondo le parole dell’attrice.

Julianne Moore per Still Alice

Julianne Moore

“La più grande attrice americana vivente che non ha ancora vinto un Oscar”, così Wash Westmoreland, coregista con Richard Glatzer di Still Alice, ha definito Julianne Moore. La rossa più apprezzata (critica compresa) di Hollywood ancora, nella sua lunga carriera, non ha vinto la statuetta, sempre negata. Quest’anno però è lei la super favorita. Cinquantaquattro anni, vive a New York, e si è costruita una vita privata invidiabile, con una relazione che dura da diciannove anni e due figli. Sul fronte lavorativo, ha sfidato una di quelle verità che a Hollywood si danno per scontate – ovvero che a quarant’anni un’attrice sia finita – e ha realizzato buona parte delle sue cose migliori: Lontano dal paradiso e The Hours nel 2002, I figli degli uomini nel 2006. Come Meryl Streep, riesce ad alternare con disinvoltura film commerciali come Hunger Games e progetti indipendenti. Si è inoltre affermata anche nel mondo della bellezza e in quello della moda, firmando contratti a sei zeri con marchi come L’Oréal e Bulgari.