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La notte degli Oscar, tutte le nomination

 

Grande attesa per la notte degli Oscar 2017, nella quale il grande protagonista sembra possa essere “La La Land” con ben 14 nomination. La cerimonia inizierà quando a Los Angeles saranno le 17.30 (e in Italia le 2.30 di notte). La premiazione dovrebbe durare circa tre ore, sarà condotta da  Jimmy Kimmel e si potrà seguire in diretta sia su Sky Cinema Oscar HD, a pagamento, sia in chiaro su TV8.

 

Tutte le nomination 

Miglior film 
Arrival
Barriere
La battaglia di Hacksaw Ridge
Il diritto di contare
Hell or High Water
La La Land
Lion
Manchester by the Sea
Moonlight

La La Land

 

Miglior regia 
Denis Villeneuve – Arrival
Mel Gibson – La battaglia di Hacksaw Ridge
Damien Chazelle – La La Land
Kenneth Lonergan – Manchester by the Sea –
Barry Jenkins – Moonlight

Miglior attore protagonista 
Casey Affleck – Manchester by the Sea
Andrew Garfield – La battaglia di Hacksaw Ridge
Ryan Gosling – La La Land
Viggo Mortensen – Captain Fantastic
Denzel Washington – Barriere

Casey Affleck- Manchester by the Sea

 

Miglior attrice protagonista 
Isabelle Huppert – Elle
Ruth Negga – Loving
Natalie Portman – Jackie
Emma Stone – La La Land
Meryl Streep – Florence

Meryl Streep – Florence

 

Miglior attore non protagonista 
Mahershala Ali  – Moonlight
Jeff Bridges – Hell or High Water
Lucas Hedges – Manchester by the Sea
Dev Patel – Lion
Michael Shannon – Animali notturni

Miglior attrice non protagonista 
Viola Davis – Barriere
Naomie Harris – Moonlight
Nicole Kidman – Lion
Octavia Spencer – Il diritto di contare
Michelle Williams – Manchester by the Sea

Miglior sceneggiatura originale
Hell or High Water
La La Land
The Lobster
Manchester by the Sea
20th Century Women

Miglior sceneggiatura non originale
Arrival
Barriere
Il diritto di contare
Lion
Moonlight

Miglior film straniero
Land of Mine
A Man Called Ove
Il cliente
Tanna
Vi Presento Toni Erdmann

Land of Mine

 

Miglior film d’animazione 
Kubo e la spada magica
Oceania
La mia vita da zucchina
La tartaruga rossa
Zootropolis

Miglior montaggio
Arrival
La battaglia di Hacksaw Ridge
Hell or High Water
La La Land
Moonlight

Miglior scenografia
Arrival
Animali fantastici e dove trovarli
Ave, Cesare!
La La Land
Passengers

Miglior fotografia
Arrival
La La Land
Lion
Moonlight
Silence

Miglior cortometraggio d’animazione
Blind Vaysha
Borrowed Time
Pear Cider and Cigarettes
Pearl
Piper

Piper

 

Migliori costumi
Allied
Animali fantastici e dove trovarli
Florence
Jackie
La La Land

Miglior trucco e acconciature 
A Man Called Ove
Star Trek Beyond
Suicide Squad

Migliori effetti speciali 
Deepwater: Inferno sull’oceano
Doctor Strange
Il libro della giungla
Kubo e la spada magica
Rogue One: A Star Wars Story

Miglior sonoro 
Arrival
La battaglia di Hacksaw Ridge
La La Land
Rogue One: A Star Wars Story
13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi

Miglior montaggio sonoro 
Arrival
Deepwater Horizon
La battaglia di Hacksaw Ridge
La La Land
Sully

Miglior colonna sonora originale 
Jackie
La La Land
Lion
Moonlight
Passengers

Miglior canzone 
“Audition ( The Fools Who Dream)” – La La Land
“Can’t Stop the Feeling” – Trolls
“City of Stars” – La La Land
“The Empty Chair” – Jim: the James Foley Story
“How Far I’ll Go” – Oceania

Miglior documentario 
Fuocoammare
I am not your negro
Life Animated
O.J.: Made in America
13th

Fuocoammare

 

Miglior corto documentario
Extremis
4.1 Miles
Joe’s Violin
Watani: My Homeland
The White Helmets

Miglior cortometraggio 
Ennemis Intérieurs
La Femme et le TGV
Silent Nights
Sing
Timecode

 

Brooklyn di John Crowley

Domenica avrà luogo la cerimonia degli Oscar e su Polinice concludiamo la carrellata dei candidati parlando di un piccolo film con poche candidature, ma di peso. Brooklyn è infatti la classica pellicola che partecipa alla kermesse hollywoodiana con spirito in larga parte decoubertiniano: non sono andato a guardare le sue quotazioni presso i bookmakers ma davanti alla sfilata di megaproduzioni, star e paillette sarebbe molto sorprendente se a spuntarla fosse una piccola pellicola irlandese che racconta la piccola storia di una piccola ragazza in una grande città.
Resta il fatto che Brooklyn è candidato per il miglior film e la miglior sceneggiatura non originale, e la sua protagonista, Saoirse Ronan, è candidata come migliore attrice protagonista, primo grande riconoscimento di una carriera che già da diversi anni si preannuncia di livello, ed essendo uno dei film meno chiacchierati della stagione merita di ricevere il suo quarto d’ora almeno su queste pagine.
Brooklyn racconta la storia di Eilis, una giovane irlandese che lascia la sua casa in cerca di fortuna, e con l’intercessione di un sacerdote trova lavoro nel borough di New York che dà il titolo al film.
La nostalgia di casa, le difficoltà nell’ambientarsi alla nuova realtà, i primi passi verso la normalità, la corte di un ragazzo italo-americano: gli elementi che caratterizzano la trama del film sono molto classici e quasi vecchia maniera, e in effetti l’attenzione dell’Academy non giunge come una sorpresa per un film così sentimentale e romanzesco.
Per certi versi il grande clamore che il film ha suscitato tra i critici d’oltreoceano sembra eccessivo: Brooklyn è un film che non si prende un rischio che sia uno, e si potrebbe dire che le sue candidature sono la sintesi perfetta del motivo per cui gli Oscar sono una manifestazione così obsoleta e irrilevante. D’altra parte un tempo e un luogo per un film del genere ci saranno sempre, e nella categoria abbiamo sicuramente visto di molto peggio, per cui sarebbe ingeneroso fare le pulci per questioni di principio ad un film che non ha nessuna ambizione al di là di quella di raccontare una storia e di farlo con buon gusto ed equilibrio.
Per quanto mi riguarda gli occhioni di Saoirse rappresentano un motivo sufficiente a considerare Brooklyn due ore ben spese, tutto il resto è un incentivo solo discreto che non mi sento di esaltare più di tanto ma che di sicuro non dovrebbe scoraggiare nessuno.

The Revenant di Alejandro Gonzalez Iñarritu

Dopo aver immeritatamente trionfato agli Academy Awards lo scorso anno, torna nei cinema Alejandro Iñarritu con un film piuttosto inusuale per i suoi canoni. Ambientato in un far west non meglio precisato, The Revenant è il primo film in costume del regista messicano, e racconta la storia del viaggio di sopravvivenza di un battipista determinato a vendicare l’assassinio del suo figlio mezzosangue.

A caratterizzare il film, che immerge i personaggi in una natura selvaggia ed ostile, è in maniera predominante la fotografia di Emmanuel Lubezki, probabilmente il più riconoscibile e celebrato direttore della fotografia in attività negli ultimi anni. Salito alla ribalta grazie alle sue collaborazioni coi fratelli Coen e con Terrence Malick, è proprio al look di film come The New World e The Tree of Life che Lubezki si rifà, in un esercizio di autoplagio che se da una parte non fa fatica a raggiungere i livelli di assoluta eccellenza artigianale cui siamo abituati, dall’altra ammanta tutto il film di un aria di già visto che non aiuta ad emanciparlo dalla sensazione di genericità e mancanza di mordente che lo affligge più in generale.

The Revenant è un film molto lungo e deliberato nel suo incedere, e pur non risultando noioso o trascinato, non riesce mai a trascendere il piano della competenza tecnico/narrativa che il suo regista è senz’altro in grado di infondergli. Questo basta a renderlo un passo avanti rispetto all’inutile accozzaglia che era Birdman, ma veniamo lasciati comunque con un lavoro che è molto lontano dal riuscire a lasciare il segno, nonostante la relativa regolarità con cui ci presenta scene a tinte forti. Queste scene suggeriscono l’impatto viscerale che il film vorrebbe avere sullo spettatore, lo lasciano immaginare diciamo, ma come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo l’ennesima piroetta ingiustificata della telecamera, l’ennesimo generico intermezzo onirico che nulla aggiunge, ed è proprio tra queste carinerie che The Revenant si perde.

Obbligatoria menzione per DiCaprio che tenta l’ennesimo assalto all’oscar con un ruolo classicamente statuettabile. Non faccio paragoni con gli altri candidati perché non mi ricordo nemmeno bene di chi si tratti, ma al di là della qualità dell’interpretazione (che è buona ma non straordinaria, messa in parte in ombra da due ottimi comprimari in Tom Hardy e Domhnall Gleeson) questo sembrerebbe essere l’anno buono per il Leo nazionale.

Non essere cattivo di Claudio Caligari

A rappresentare l’industria nostrana gli Oscar quest’anno sarà Non essere cattivo, l’ultimo film di Claudio Caligari, regista poco prolifico che era salito alla ribalta negli anni ’80 col suo Amore tossico, rimasto un piccolo cult.
Caligari è morto poco dopo la conclusione delle riprese del film, e non posso fare a meno di pensare che questa circostanza abbia almeno in parte stimolato l’enorme consenso che Non essere cattivo ha raccolto a Venezia e dalla critica in generale, visto che la qualità della pellicola, pur non avventurandosi sotto la soglia della decenza, fa fatica a giustificare il clamore suscitato.
Non che sia troppo stupefacente che un film di questo tipo riscuota il favore della critica e del pubblico cinefilo nostrani, che sui drammoni popolari di ascendente neorealista continuano a versare fiumi di inchiostro immeritato (vedi l’abominevole La nostra vita di qualche anno fa): Non essere cattivo è ambientato ad Ostia a metà degli anni ’90, dove Cesare e Vittorio vivono alla giornata in un mondo di microcriminalità e degrado vario ed eventuale. Quando Vittorio, reduce dall’ultima notte di schifo, decide di darci un taglio e trovarsi un lavoro, Cesare sembra sprofondare ancora più giù nel vortice che ormai lo intrappola, fino alle estreme conseguenze che potete immaginare.

Volendo partire dai pregi, Non essere cattivo non risparmia colpi ai suoi spettatori, e riesce a conciliare questa crudezza con un ritmo a tratti quasi frizzante; l’assenza di uno scopo moralizzatore è anch’essa notevole, non tanto perché ci aspettassimo una pubblicità progresso, quanto piuttosto perché qualche stoccata ligabuesca del tipo “la vita è la vita e noi la viviamo” poteva infiltrarsi come spesso fa in film di questa fatta, e nel suo essere sopra le righe e quasi melò Non essere cattivo se non altro evita questa trappola.
Questa volontà di aprire il più possibile tutte le manopole emotive del film è peraltro un tratto apprezzabile sulla carta, e penso che, fossi stato meno familiare con lo slang utilizzato dai protagonisti della pellicola, avrei trovato tutta l’operazione meno caricaturale.
Il problema di fondo credo sia che come film drammatico nel senso canonico del termine, Non essere cattivo vale poco. Ha degli assi nella manica come ammucchiata grottesca e postmoderna, ma è chiaro che l’intento del regista non è davvero quello, e la forzatura e innaturalezza dei dialoghi sono troppo ingenue per suscitare un’ilarità che non sia in qualche misura derisione. Ho riso di Cesare e Vittorio, mai con loro.
L’esperienza nel complesso non è stata sgradevole, e riesco ad immaginare che altri spettatori possano trovare stimoli maggiori dei miei in Non essere cattivo, per cui diciamo che non lo sconsiglierei in assoluto, ma faccio molta fatica a non sorridere davanti ai superlativi che sono stati usati per una pellicola che possiamo vedere come una brutta copia dei fratelli Dardenne o in alternativa come una versione vietata ai minori de I Cesaroni.

Sono stato anche io al Grand Budapest Hotel

 “Era un’affascinante e vecchia rovina, ma non ci riuscì più di rivederla”

Esistono luoghi che costruiscono un immaginario collettivo, che siano esperibili oppure no.

The Grand Budapest Hotel, l’ultimo film dell’americano Wes Anderson, ha portato a casa quattro statuette dalle premiazioni degli Oscar: trucco, costumi, colonna sonora e miglior scenografia. E’ evidente che il giovane regista, coadiuvato da Robert Yeoman alla fotografia e Adam Stokhausen per l’allestimento scenico, sia stato abilmente capace nel raccontare  l’atmosfera, nel narrare il paesaggio e mettere a fuoco tutto ciò che è contenitore: la scenografia è protagonista tanto quanto il racconto. Lo stesso titolo è dedicato ad un Luogo ed ogni inquadratura è una costante dichiarazione di amore allo spettacolo d’immaginario creato dal team.

L’architettura la fa da padrona, le riprese sono fisse, le prospettive a quadro centrale e vi è una quieta ed imperiosa simmetria nella composizione in eco a Kubrick. La camera scorre con viste di pianta e di prospetto: sono gli spazi a svelarsi. Le porte si aprono da sole e gli uomini entrano ed escono, portando con sé quel tantino di sangue caldo si muovono nel gelo degli spazi, nella stasi dell’immobile.

Pareti, soffitti, pavimenti, l’atrio, la scala, l’ascensore, ognuno di questi elementi è ben distinto nelle inquadrature di Wes e conquista il proprio peso nella scena come il viso le mani e le gestualità sono espressione dell’agire umano.  Il risultato è glorioso ed il contenitore e gli elementi inanimati diventano protagonisti, l’Hotel prende il ruolo di un attore, ha la propria identità, si è studiato il suo carattere, deve dar vita ad un’istituzione. Gli uomini sono fatti di volumi di tessuto: abiti magistralmente disegnati dal quattro volte premio Oscar Milena Canonero che qua, come in Barry Lyndon, insegna come il colore del costume rafforzi l’identità alla pelle degli attori ed al loro ruolo emotivo nella scena.

 

A sinistra una copertina del The Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell, a destra un'inquadratura tratta da The Grand Budapest Hotel
A sinistra una copertina del The Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell, a destra un’inquadratura tratta da The Grand Budapest Hotel

Tre epoche diverse si intrecciano nel film: gli anni ’30 con il loro agrodolce sapore di una Belle Époque passata e di una guerra alle porte, gli anni ’60 con i resti del comunismo e le pareti incrostate e stanche del passato doloroso e gli anni ’80 della postmodernità,  dello scrittore che racconta.  Le scenografie sono ricostruzioni ed in quanto tali interpretazioni di quel che fu, ricomposizioni di vecchie maniere, stilizzazioni e scelte di cosa voler riportare di una data epoca e cosa voler nascondere. L’edificio in quanto attore figurante del film prende parte al gioco e così cambia abito in base agli anni che veste: la grande torta di panna montata, fatta di un movimento continuo di stucco, marmo colorato, dura ghisa e moquette purpurea con vago richiamo al Jugendstil tedesco, si asciuga nel design sodo degli anni ’60. L’unica maniera di riconoscere il lobby del nostro glorioso Hotel è attraverso gli elementi significativi dell’architettura: le scale rimangono dove sono, gli ascensori non si spostano e la corte della hall ha sempre la stessa capienza spaziosa.

 

A confronto: sopra la Hall  dell'Hotel in veste anni '60, sotto la Hall in veste anni '30
A confronto: sopra la Hall dell’Hotel in veste anni ’60, sotto la Hall in veste anni ’30

Se l’esterno della costruzione viene realizzato con l’ausilio di un plastico rifinito in ogni piccolo dettaglio così da ingannare lo spettatore col gioco illusorio dei falsi rapporti di scala, lo spazio interno invece è stato ambientato in un luogo esistente. Un europeo per costruire tale immagine e carattere avrebbe probabilmente scelto una vecchia stazione ferroviaria o un teatro abbandonato; quale posto migliore invece per un americano, che ha vissuto con le copertine de The Saturday Evening Post disegnate da Norman Rockwell ed ha studiato filosofia in Texas, se non un vecchio Grande Magazzino abbandonato, pioniere dello shopping mall: il Görlitzer Warenhaus department store. Costruito nel 1913 e poi a lungo utilizzato come centro commerciale, il Görlitzer è un luogo che anticipa le visioni di Robert Venturi di un’architettura della vendita guidata dalla comunicazione commerciale. Perfino nella realtà torna il gioco divertito di complessa relazione tra spazio e tempo presente in tutto il film: Belle Époque, Dopoguerra e Postmoderno.

 

Il Görlitzer Warenhaus department store negli anni '80
Il Görlitzer Warenhaus department store negli anni ’80

Il Grand Budapest non è disegnato per l’esperienza umana, ma è costruito per la camera.

In questo appunto si marca l’impreciso confine di queste due pratiche del costruire: scenografia ed architettura. Così si mostrano gli ibridi, le costruzioni di Robert Venturi, così l’Eur, quartiere amato da Fellini proprio perché un immenso palcoscenico. Dietro alle facciate esistono rapporti umani di relazione? La prima è progettata per essere percorsa dalla camera, o dalla momentanea performance dell’attore, la seconda è abitata dall’uomo in tutto il suo quotidiano. Eppure proprio perché liberata dai confini del funzionalismo è nella scenografia che viene resa manifesta la psicologia dell’architettura. La misura e logica dello spazio è in funzione di chi lo osserva, si dilata e si chiude in base a ciò che vuole comunicare allo spettatore (non al fruitore). L’architetto ha solo che da imparare da questa curiosa materia dell’immagine, perché in essa si mostra il seme del vissuto, l’empatia tra luogo e abitante, in essa si manifesta l’esperienza collettiva della percezione. Il Grand Budapest Hotel racconta cosa rende un luogo un’istituzione, quello che spaventa, quel che diverte, ciò che respinge da ciò che invita. Scale, atri e ascensori sono lì a rendere manifesto dove l’immaginario è comune, dove i punti di riferimento sono condivisi. E si sa che vedere un buon film è come fare esperienza di noi stessi, se dunque la scenografia di The Grand Budapest Hotel ci ha sequestrato emotivamente vorrà dire che avremo qualche luogo dell’animo in più nel taschino.

 “Qualunque sia il fenomeno studiato, occorre innanzitutto che l’osservatore studi se stesso, poiché l’osservatore o turba il fenomeno osservato, o vi si proietta in qualche misura.” Edgar Morin

Glory: John Legend e la strada per la libertà

Anche se questa sezione non è dedicata al cinema, mi concedo un piccolo off topic: “Selma” è un gran bel film, con una gran colonna sonora.

Per chi non lo avesse visto, il film racconta di un momento cruciale della storia dei diritti civili: Martin Luther King Jr, appena insignito del premio Nobel per la pace, capisce di dover sfruttare il momento e organizza una rivolta non-violenta a Selma, in Alabama, culla del più bieco razzismo negli USA di quel tempo. Inutile dire quanta carica emotiva sprizzi da ciascun fotogramma.

Tante emozioni, ovviamente, vanno anche musicate a dovere, e c’è da dire che anche in questo gli autori meritano un pollice in su.

L’alternanza di momenti di euforia organizzativa e di pessimistica rassegnazione dei personaggi è accompagnata da work song e gospel scelti decisamente ad hoc; i silenzi introspettivi sono riempiti dalle voci commosse e partecipi di artisti del calibro di Otis Redding o Bob Dylan. E, infine, il cerchio è chiuso da un pezzo che mi ha lasciato inchiodato alla poltrona del cinema anche durante i titoli di coda: “Glory” di John Legend e Common.

Un pezzo semplice, essenziale, fatto di pochi accordi, un pianoforte, un po’ di archi, due voci e un coro sullo sfondo. Una perfetta sintesi di tutti gli eventi che hanno scosso gli animi degli spettatori.

Inizia con John Legend che canta di una gloria che, una volta arrivata, “sarà nostra”, che affida alle note del pianoforte il compito di far entrare l’animo di chi ascolta in sintonia con le vibrazioni di un intero popolo. Che chiede solo che “il mondo sia uno”.

Gli subentra Common, rapper da sempre impegnato nella composizione di liriche positive ed afrocentriche. La sua strofa non ha pretese, se non quella di raccontare. Rifiuta virtuosismi e tecnicismi fini a sé stessi in favore di un messaggio che risuona forte e chiaro “Giustizia per tutti non è abbastanza specifico”. Parla di Rosa Parks e della sua resistenza sul bus. Parla della morte del giovane Jimmie Lee Jackson, la goccia che fece traboccare il vaso a Selma.

Altro ritornello, dopo il quale John si dilunga per ricordare che “la guerra non è finita, la vittoria non è vinta”, ma ci tiene anche a specificare che “lotteremo fino alla fine”.

E lo conferma anche Common con la seconda strofa “Non guardiamoci mai indietro, abbiamo fatto centinaia di chilometri”. Loro, uomini e donne che si facevano forza cantando “la nostra musica è le ferite attraverso cui sanguiniamo”. Fino alla vittoria, finché “i miei occhi hanno visto la gloria”.

Il tutto finisce come era iniziato: John Legend, il suo pianoforte e il coro meravigliosamente gospel che con regolarità ribadisce il concetto di “Gloria”.

Personalmente ho anche apprezzato la scelta di inserire il pezzo durante i titoli di coda, fatto che ha evitato che gli eventi rappresentati nel film impedissero di metabolizzare ogni singola parola delle strofe e dei ritornelli.

Non posso far altro che augurarvi un buon ascolto.

Donne da Oscar: tutto sulle candidate all’Academy 2015

È molto più di un premio. Molto più di una statuetta da 300 dollari da mettere in una teca. Molto più di un tentativo di entrare nelle grazie della nipote Margaret, zio Oscar è uno status symbol. Una di quelle cose in cui puoi dividere il mondo degli attori: chi ce l’ha e chi no (con buona pace di Di Caprio). Ma ogni panettiere, avvocato, medico, idraulico, anche tu, almeno una volta, hai pensato chi avresti ringraziato se dopo quel “..and the Oscar goes to” ci fosse il tuo nome.

Mancano poche ore all’87esima edizione degli Academy Award. Domani, 22 febbraio, si apriranno le porte del Dolby Theatre di Los Angeles. Tanti gli scivoloni, i testa a testa, le polemiche ma soprattutto i vestiti che sono passati di lì. Perché quello degli Oscar è il red carpet per eccellenza. Nulla sfuggirà e nulla sarà perdonato. Nessuna sbavatura di mascara, pelo sotto le ascelle, rotolino sui fianchi è concesso a chi calca quel tappeto. Certo puoi cadere, ma se centri il look e vieni innalzata all’Olimpo delle dee dello stile, persino il ruzzolone sui gradini di Jennifer Lawrence, ti sarà perdonato. Occhi puntati sulle donne che affiancheranno Neil Patrick Harris sul palco (Nicole Kidman, Liam Neeson, Gwyneth Paltrow, Jason Bateman, Channing Tatum e Idris Elba), ma soprattutto sulle candidate alla statuetta di miglior attrice protagonista. Altro che incontro in metropolitana, se c’è un momento nella vita in cui vale il famoso “e tu sei pronta?” per loro è questo. Vediamole una per una.

Felicity Jones per La Teoria del Tutto

Felicity Jones

Raffinata e semplice, elegante e allo stesso tempo fresca e spontanea: Felicity Jones è diventata in poco tempo una delle star più amate del grande schermo (e anche dalla moda, visto che il suo fascino non è sfuggito a Dolce e Gabbana che l’ha voluta come volto beauty nel 2012. Inglese, classe 1983, ha iniziato la sua carriera giovanissima, ma il primo vero successo è arrivato nel 2011, al Sundance Film Festival, quando è stata protagonista del film vincitore Like Crazy. Da quel momento per Felicity Jones si sono aperte le porte di Hollwood, anche se la sua carriera verso il mainstream è stata più lenta di quella della sua collega Jennifer Lawrence anche lei star del cinema indipendente prima di approdare alla notta degli Oscar (con tanto di statuetta vinta per Il lato positivo). Che il destino abbia in serbo una vittoria anche per la bella inglesina?

Reese Witherspoon per Wild

Reese Witherspoon

Per anni è stata la ragazza della porta accanto: minuta, bionda, sorridente. Si era presto sposata col collega Ryan Philippe, altrettanto giovane e carino – seppure vagamente più irrequieto e dark – e aveva messo al mondo due bei bambini (Ava e Deacon, di 16 e 12 anni). Le sue commedie romantiche – e il personaggio della reginetta dell’associazione studentesca di La rivincita delle bionde – avevano fatto di lei l’attrice più desiderata del cinema americano (con un cachet di 20 milioni di dollari a film). Insomma una favola hollywoodiana. Almeno fino a quando Philippe, l’adorato marito, fu sorpreso con una collega australiana. Oggi l’attrice premio Oscar (nel 2005, con Quando l’amore brucia l’anima, nel ruolo di June Carter Cash, accanto a Joaquin Phoenix) è di nuovo, a 39 anni, tra le “certezze al botteghino”. L’ abito blu cobalto con sfumature nere di Louis Vuitton che ha scelto per gli Oscar 2013 è rimasto nella storia dei migliori look, cosa indosserà quest’anno?

Rosamund Pike per Gone Girl – 

Rosamund Pike

La bella neo mamma classe 1979 – lo scorso 5 dicembre è nato il suo secondo figlio – grazie al film del regista americano David Fincher, è riuscita a tirare fuori tutto il suo talento trasformista e il suo fascino, impersonando la già iconica Amy Dunne, moglie scomparsa nel nulla di un Ben Affleck subito sospettato di averla uccisa. Il ruolo della vita (almeno per il momento) che ha portato Rosamund Pike sui red carpet più importanti di questa Awards Season hollywodiana, dai Golden Globes ai Sag Awards, mostrando così anche il suo stile, di classe e seducente allo stesso tempo, come una diva d’altri tempi. Bionda ed elegante, sarebbe stata perfetta in un film di Alfred Hitchcock, vista la sua predilezione per attrici à la Grace Kelly e Tippy Hedren.

Marion Cotillard per Two days, one night –

Marion Cotillard

Figlia d’arte, classe 1975, la bella parigina debutta al cinema con Y’a des nounours dans les placards, diretta dal cugino Laurent Cotillard. Dopo piccoli ruoli nelle serie Highlander e Extrême Limite, lavora nel film di Luc Besson Taxi (1998). Ottiene il suo primo César (l’Oscar francese) come attrice non protagonista nel 2005 grazie all’interpretazione di Tina Lombardi in Una lunga domenica di passioni. L’attrice partecipa attivamente alle azioni di Greenpeace per lottare contro la deforestazione in Congo e in Amazzonia o per sensibilizzare i giovani all’ambiente. La musa di Dior si è anche permessa di rifiutare un contratto con L’Oréal a causa dei test che fanno sugli animali. Se Marion Cotillard sembra vivere un amore perfetto con il collega Guillaume Canet, dal quale ha avuto il piccolo Marcel nel 2011, la vita sentimentale dell’attrice francese non è sempre stata tranquilla: la relazione con Julien Rassam è quella che probabilmente l’ha segnata di più. Il giovane attore, diventato tetraplegico, si è suicidato gettandosi da una finestra sotto i suoi occhi nel 2002. Un atto che ha messo fine a “un amore intenso e carnale”, secondo le parole dell’attrice.

Julianne Moore per Still Alice

Julianne Moore

“La più grande attrice americana vivente che non ha ancora vinto un Oscar”, così Wash Westmoreland, coregista con Richard Glatzer di Still Alice, ha definito Julianne Moore. La rossa più apprezzata (critica compresa) di Hollywood ancora, nella sua lunga carriera, non ha vinto la statuetta, sempre negata. Quest’anno però è lei la super favorita. Cinquantaquattro anni, vive a New York, e si è costruita una vita privata invidiabile, con una relazione che dura da diciannove anni e due figli. Sul fronte lavorativo, ha sfidato una di quelle verità che a Hollywood si danno per scontate – ovvero che a quarant’anni un’attrice sia finita – e ha realizzato buona parte delle sue cose migliori: Lontano dal paradiso e The Hours nel 2002, I figli degli uomini nel 2006. Come Meryl Streep, riesce ad alternare con disinvoltura film commerciali come Hunger Games e progetti indipendenti. Si è inoltre affermata anche nel mondo della bellezza e in quello della moda, firmando contratti a sei zeri con marchi come L’Oréal e Bulgari.

 

I vestiti dei sogni tra cinema e moda

Diciamoci la verità, le mostre di abiti rischiano sempre di fare un po’ tristezza. C’è dietro l’angolo quell’effetto “cassettone della nonna” per cui sontuosi abiti sembrano antiche glorie conservate in naftalina. Persino quando Valentino, nel 2007, allestì una spettacolare esibizione di abiti all’Ara Pacis per celebrare i 45 anni di carriera, la sala in cui erano esposti neri abiti barocchi che penzolavano dal soffitto sembrava più un ritrovo dei mangiamorte di Harry Potter che una selezione di Haute Couture.

Manichini sì o manichini no? Anche quella è una scelta sostanziale, è come dire: bambola assassina o costume di Elvis da Planet Hollywood? Eppure certi abiti dovrebbero veramente essere consegnati alla storia dell’umanità come pezzi da museo, opere d’arte. La sfida è trovare la chiave espositiva giusta. La giusta prospettiva, o forse basta la giusta illuminazione.

I vestiti dei sogni è la mostra che racconta un secolo di storia del cinema attraverso i grandi abiti di scena: da quello indossato da Angelica nel Gattopardo alla giacca rossa di Jep Gambardella nella Grande Bellezza. Al Museo di Roma Palazzo Braschi fino al 22 marzo 2015, l’esposizione è promossa dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Roma, allestita dallo studio Warehouse of Architecture and Research e illuminata da Luca Bigazzi, uno dei più apprezzati direttori della fotografia contemporanei.

“I costumi sono creati per vivere indossati, dagli interpreti, durante il breve tempo delle riprese – racconta il direttore della Cineteca di Bologna e curatore della mostra Gian Luca Farinelli – Esibirli al di fuori di quel contesto rischia sempre di trasformarli in fiori appassiti. Per questo abbiamo chiesto a uno dei più valenti direttori della fotografia del cinema, Luca Bigazzi, di immaginare per i costumi esposti un percorso di luci, che è stato realizzato da un artigiano eccellente e gran sperimentatore della luce, Mario Nanni. Sono luci magiche, velate naturalmente, che restituiscono alle stoffe, ai colori che abbiamo visto sullo schermo, una vita presente nella quale abbiamo il privilegio di trovarci anche noi, spettatori che avevano già conosciuto gli stessi costumi nel sogno della proiezione cinematografica”.

I costumi per il cinema sono un’eccellenza del nostro Paese come dimostra il fatto che l’unica italiana candidata ai prossimi Oscar è Milena Canonero, per i costumi di Grand Budapest Hotel. La Canonero si è già aggiudicata il riconoscimento dell’Academy con Stanley Kubrick per Barry Lyndon, poi per Momenti di gloria e in anni recenti per la Marie Antoniette di Sofia Coppola. Ma gli Oscar sono anche quelli dei costumisia Piero Tosi (alla carriera, nel 2013) e Danilo Donati (nel 1969 per Romeo e Giulietta di Zeffirelli e nel 1977 per Il Casanova di Fellini) e di Gabriella Pescucci (al lavoro con Martin Scorsese per L’età dell’innocenza).

I vestiti dei sogni raccoglie decine di bozzetti e una selezione di oggetti (tra i quali spicca l’unicum della pressa che un maestro come Danilo Donati costruì per foggiare i costumi del Satyricon di Federico Fellini) ma soprattutto più di 100 abiti originali che hanno fatto la storia del cinema.

Ecco quelli che non potete assolutamente perdere:

  • Gli abiti di Il gattopardo (1963), disegnati da Pietro Tosi. In particolare il famosissimo vestito da ballo di Angelica
  • Gli abiti del film Giulietta degli Spiriti (1965) di Federico Fellini disegnati da Danilo Donati
  • I sontuosi costumi di scena del film Casanova, per i quali Danilo Donati vinse l’Oscar nel 1977
  • Gli abiti di fine Ottocento del film L’età dell’innocenza disegnati da Gabriella Pescucci e indossati da Michelle Pfeiffer e Winona Ryders
  • I costumi di scena di Audrey Hepburn nel film Guerra e pace (1956) di King Vidor realizzati da Maria De Matteis e Fernanda Gattinoni
  • Gli abiti da sogno indossati da Kirsten Dunst nel film Marie Antoinette disegnati da Milena Canonero

 

 

Grande Bellezza e grandi sciocchezze

Dopo qualche settimana di sedimentazione sono finalmente pronto a scrivere due righe sulla vittoria de La Grande Bellezza agli ultimi Oscar, argomento che ha infiammato una grossa percentuale dei miei contatti Facebook, il mondo giornalistico e mediatico italiano e persino politici e istituzioni. Nel mezzo della fisiologica gaiezza che l’evento ha suscitato ci sono state infatti un paio di tendenze abbastanza censurabili che volevo sottolineare.

La prima, che ho notato principalmente su Facebook, ma che ha avuto anche qualche riverbero su alcuni mezzi di stampa minori, è stata una specie di caccia alle streghe nei riguardi dei detrattori del film, categoria alla quale mi sento di appartenere. Quanti stati del tenore de “la gente che critica La Grande Bellezza non capisce un cazzo”, “vi meritate Biagio Izzo” e simili sono comparsi nei giorni circostanti la premiazione? La cosa assurda è che questi attacchi da cui il film evidentemente ha così tanto bisogno di essere difeso erano ben più sporadici e molto meno accorati delle infuocate apologie che hanno invaso la rete, e se non è sorprendente che il picco di consensi per il film si sia avuto nel momento del suo trionfo, c’è anche da dire che all’epoca dell’uscita in sala non avevo per nulla avuto la sensazione di uno schiacciante plebiscito a favore della pellicola e non vedo il perchè di tanta indignazione nei confronti di quelli che sono stati bollati pressochè come nemici della patria. Peculiare anche l’argomentazione secondo la quale “se non ti sta bene La Grande Bellezza allora continua a guardarti la D’Urso”. Al di là della discutibile solidità del sillogismo, vorrei far notare come la qualità dell’intrattenimento nazionalpopolare sia tendenzialmente bassa ovunque -noi abbiamo Pomeriggio 5 e loro hanno Sixteen and Pregnant- ma se poi il corrispettivo “duello” è Sonic Youth contro Afterhours o Letterman contro Fazio, la colpa non è certo della Barbarona nazionale.

La seconda enormità che è stata suggerita questa volta anche e soprattutto dai grandi mezzi di comunicazione, è che il successo di Sorrentino ad Hollywood possa o addirittura debba preannunciare un rinascimento per il cinema italiano, quando non proprio per l’economia e l’intero paese.

Quanti dei vincitori come miglior film straniero degli scorsi anni sapreste nominare? Quanti di questi avete visto? Quanti miracoli economici hanno preannunciato? La verità è che il premio di per sè conta veramente poco e che quello che eventualmente aiuterebbe sarebbe un grosso successo ai botteghini esteri, cosa che non mi risulta sia accaduta, anche perchè fuori dal microcosmo italiano La Grande Bellezza è solo un altro film d’autore lento e pretenzioso, e film del genere, che siano capolavori o cagate pazzesche, raramente si rivelano miniere d’oro. Francamente non mi stupirei di scoprire che il film sia stato filato sostanzialmente meno anche solo spingendosi fuori da Roma, per cui non farei troppo affidamento sugli spettatori tedeschi o americani per sancirne il successo.

In conclusione inviterei a raffreddare gli entusiasmi per un evento che ha probabilità estremamente basse di avere strascichi significativi a qualsiasi livello e che ha per il resto del mondo la stessa importanza che hanno avuto da noi le analoghe vittorie di Departures e Nowhere in Africa. Esatto.

Paolo Sorrentino: ritratto del regista per neonati opinionisti

Premessa: non ho nessuna intenzione di fare un altro inno a La Grande Bellezza ne’ di sparare a zero sul film con titoli tipo “la grande bruttezza/schifezza/monnezza”. Direi che ne abbiamo abbastanza. Su ogni sito, giornale, blog, social network esistente sono fioccati sapienti critici cinematografici che sanno tutto sulla decadenza o sullo splendore di Roma ma sono convinti che Gep Gambardella sia Paolo Sorrentino. Quindi spendiamo due parole sul regista (che non è anche l’interprete) de La Grande Bellezza.

Parla poco, è ossessionato dalla scrittura, ascolta la musica di Califano e considera twitter una “stronzata”. Questo è Paolo Sorrentino l’uomo del momento, il regista che ha riportato in Italia l’Oscar dopo quindici anni. Allora, era il 1999, la vita era bella per Roberto Benigni che dopo l’annuncio si arrampicò sulla poltrona del Dolby Theatre di Los Angeles, salì sul palco saltellando, e in un discorso di quasi tre minuti ringraziò “mamma e papo” e la “life that is beautiful”, la vita che è bella. Oggi, è il 2014, “The Great Beauty”, La Grande Bellezza, trionfa agli Oscar come miglior film straniero, ma Sorrentino non è Benigni e chi si aspettava un altro “One man show” è rimasto deluso. Niente urla di gioia, solo una rapida stretta di mano agli attori Ewan McGregor e Viola Davis dai quali ha ricevuto la statuetta. Meno di un minuto di ringraziamenti pronunciati tutti d’un fiato in cui le menzioni d’obbligo ad attori e produttori si sono mischiate a quelle per i Talking Heads e Maradona, accenni di comicità un po’ malinconica in linea con il suo Gep Gambardella. Un discorso a braccio, ma decisamente più articolato di quello, dominato dall’emozione, ai Golden Globes, in cui definì l’Italia “Crazy country but beautiful”, “paese pazzo ma bello”. Torna a sedersi, tutto finito, alla stampa poi dichiarerà che avrà bisogno di mesi prima di rendersi conto di quello che è successo ieri notte a Los Angeles.

Paolo Sorrentino non è un animale da palcoscenico eppure di premi ne ha sempre vinti tanti. Il regista napoletano che avrebbe potuto essere un dottore in economia e commercio, si lancia nel cinema per divertimento, per mettersi alla prova, perché un buon film “richiede solo un buon dilettantismo”. Debutta nel lungometraggio con L’uomo in più nel 2001, del quale è anche sceneggiatore. Un film profetico, basato sull’idea dell’omonimia e del caso che decide la vita dei due protagonisti.

Per Sorrentino sarà proprio Servillo “l’uomo in più” e la collaborazione tra i due porterà fortuna anche negli anni successivi. Le conseguenze dell’amore (2004), ottiene un successo critico ancora maggiore dell’opera precedente, vincendo 5 David di Donatello. Il riconoscimento internazionale arriva nel 2008 con Il Divo, ispirato alla storia di Giulio Andreotti, che si aggiudica il premio della giuria al Festival di Cannes 2008 e sette Golden Globes. Il regista vince e non cambia la sua squadra, un po’ perché le storie le costruisce partendo dai personaggi, un po’ perché gli attori in generale gli stanno antipatici, troppo “narcisisti”, “capricciosi” e “finti anche nella vita”, mentre lui lavora bene solo con chi riesce a instaurare una sorta di “affinità elettiva”.

Con la fama arriva anche un nuovo look. Sorrentino posa per Vogue e veste Armani. Lo stilista ha dato anche un party in suo onore a Los Angeles la sera prima degli Oscar. Nonostante il taglio più scompigliato e sbarazzino, Sorrentino pare non montarsi la testa: “Io tendo a non interrogarmi molto su quello che faccio e a che punto mi trovo nel mio lavoro. – ha dichiarato in una vecchia intervista – A costo di essere deludente, dico che io prendo tutto molto più alla leggera. Il cinema, mi dà l’idea di un rifugio per chi non sa fare nulla, anche se in realtà poi uno le cose deve saperle fare eccome, ma è certamente una cosa molto divertente, un grande gioco e come tale va vissuto”. Dice di non seguire un percorso, una direzione, quando lavora, eppure ogni suo film è curato al dettaglio. Nulla è lasciato all’improvvisazione, Sorrentino è attentissimo alla fotografia e fa personalmente sopralluoghi per scegliere le ambientazioni dove girare. Ma l’elemento fondamentale è per lui la scrittura, la grande passione. Ogni altra cosa è recuperabile e correggibile nel fare un film. Il testo se è fatto male, farà andare tutto male. Non lo recuperi strada facendo”. Sorrentino scrive su tutto e di tutto e nel curriculum annota anche l’esperienza come sceneggiatore per la tv generalista per la serie “La Squadra”.

L’ossessione per la scrittura, la fotografia spettacolare, il protagonista di sempre, l’avversione personale verso i narcisisti capricciosi, sono tutti elementi che ritroviamo nel film La Grande Bellezza. Nel cast oltre a Servillo ci sono anche Sabrina Ferilli, Iaia Forte, Carlo Verdone, Pamela Villoresi, Isabella Ferrari. Ma nessuno di loro c’era a Los Angeles, ogni film candidato ha diritto a un certo numero di poltrone nella sala del Dolby Theatre: quattro quelle assegnate a La grande bellezza, a occuparle, oltre al regista, la moglie Daniela D’Antonio, il produttore Nicola Giuliano e ovviamente Toni Servillo, con lui anche sul palco a ritirare il premio. Niente posto dunque per la coppia Ferilli – Verdone, già contrariati da un altro “incidente diplomatico” verificatosi durante la consegna dei Golden Globe: i due attori non erano stati nemmeno menzionati nei ringraziamenti pubblici del regista Sorrentino. Infine, per tutti quelli che in questi giorni scrivono, twittano, postano commenti su di lui, sappiate che non li vedrà mai. Da uomo di penna, Sorrentino delle nuove tecnologie ha un po’ paura (“sono tutte una stronzata” ha detto una volta), persino per il cinema digitale ha un’avversione. Ma dopo l’Oscar nulla è impossibile, nel suo prossimo film combatterà con la sua nuova ossessione. Si intitolerà “Il Futuro”.