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Progettare la complessità

 

Nota:brani di questo articolo sono estratti della tesi di dottorato dell’autore, redatta nell’ambito del Corso di Dottorato in Architettura – Teorie e Progetto, presso Sapienza, Università di Roma

Il problema dell’osservatore-progettista ci appare capitale, critico, decisivo. Deve disporre di un metodo che gli permetta di progettare la molteplicità dei punti di vista e poi di passare da un punto di vista all’altro. Deve disporre di concetti teorici che, invece di chiudere e isolare le entità, gli permettano di circolare produttivamente. Ha bisogno anche di un metodo per accedere al meta-punto di vista di soggetto inscritto e radicato in una società[1]

Edgar Morin

Spesso nel parlare di architettura, in particolar modo di quella contemporanea, si richiama la nozione di complessità. Ma a cosa ci si riferisce esattamente con questo termine? Certo, il progetto di architettura è complesso per definizione: è un processo che coinvolge molti attori (progettisti specializzati, le amministrazioni, le imprese, i cittadini) e che necessita di procedure e metodi. Tuttavia questa generica descrizione pone una questione: perché si parla di complessità in architettura solo a partire dagli anni ’60? Il progetto di architettura per come definito in precedenza non è forse stato sempre complesso? Le risposte a questa domanda sono molte e di diversa natura. Affrontiamo il tema su due fronti: da un punto di vista scientifico, a partire dagli anni ’40 e sull’impulso dei lavori dei matematici della fine del XIX secolo, il concetto di complessità si fa strada nell’ambito delle scienze naturali come modello alternativo a quello riduzionista; testi dal valore fondativo come “Science and Complexity” di Warren Weaver e “More is different” di Philip Warren Anderson, iniziavano a definire il solco culturale in cui la teoria della complessità sarebbe germogliata con pensatori come Edgar Morin, Gregory Bateson e molti altri. Dal punto di vista architettonico, invece, fu la giuntura del secondo dopoguerra a generare un vuoto ideologico che – transgenerazionalmente – investì tutta l’architettura, obbligando gli attori della scena culturale a costruire nuovi valori per una contemporaneità azzerata. In questo contesto il pensiero di autori come Cristopher Alexander e Robert Venturi ha aperto scenari opposti sul mondo della complessità: il primo con i suoi modelli prestazionali il secondo con la visione di complessità come antitetica alla rigidità del movimento moderno[2].

Cosa è dunque la complessità? La complessità è, nella bella formula di Paul Valéry, l’imprevedibilità essenziale: la proprietà di un sistema modellizzabile di manifestare comportamenti non interamente pre-determinabili dall’osservatore ma potenzialmente anticipabili, in quanto coerenti al sistema stesso. Una definizione articolata, forse non esattamente operativa ma, come direbbe Morin, non esiste una definizione semplice di complessità. Tuttavia è più semplice descrivere, pur in termini generici, un sistema complesso: si tratta di un sistema in cui le singole parti sono interessate da interazioni locali, di breve raggio d’azione, che provocano cambiamenti nella struttura complessiva. Gli elementi dei sistemi complessi non sono dispersi e liberi da sistemi organizzativi – si parlerebbe in quel caso di “sistemi caotici”, il cui comportamento è leggermente differente ed è descritto da modelli diversi – ma obbediscono ad una logica gerarchica. Nonostante la presenza di una gerarchia la scienza riduzionista può rilevare le modifiche locali, ma non può determinare con certezza uno – ed uno solo – stato futuro del sistema considerato nella sua interezza. Il comportamento di tali sistemi non può essere compreso perciò solo grazie all’analisi dei singoli elementi: è infatti la combinazione delle possibili interazioni tra essi che determina il comportamento globale dei sistemi e fornisce loro delle proprietà che possono essere completamente estranee agli elementi singoli. Queste proprietà sono chiamate comportamenti emergenti, proprietà cioè che, a partire dalle interazioni tra i singoli componenti del sistema, generano comportamenti globali non previsti dallo studio delle singole parti. Si tratta, per esempio, delle capacità di conservazione e rielaborazione delle informazioni della materia organica, delle possibili evoluzioni del traffico in un sistema urbano composto da varie e complesse ramificazioni infrastrutturali, dei movimenti di un gruppo di persone in un luogo soggetto ad una situazione che rompe la normalità e si configura come episodio straordinario, ad esempio un incendio o un attacco terroristico.

Il modello di pensiero che discende dalla Teoria della Complessità è chiaramente un modello sistemico: non è più possibile indagare i singoli agenti del sistema su cui si interviene, ma è necessario tenere conto delle relazioni che all’interno dello stesso sistema sono generalmente intessute. Si tratta di un modello intrinsecamente ecologico, che abbandona la visione deterministica della realtà per abbracciare una sua rappresentazione più realistica e che si reitera in modalità operative nuove che muovono parzialmente il campo di azione del progettista: dall’oggetto al processo. Per dirla con G. Lynn: «il passaggio dal determinismo a una controllata indeterminatezza è assolutamente centrale nello sviluppo di un metodo di progettazione dinamica». È proprio nel controllo del livello di indeterminatezza che, come dice Morin, il progettista trova la posizione per generare quella molteplicità dei punti di vista necessaria ad una progettazione sistemica.

L’interrogativo che ci si pone dunque è: si può progettare la complessità? In fondo il dubbio che una complessità che si possa progettare, quindi prefigurare, comprendere ed immaginare, sia solo una iper-complicazione – nella definizione che ne dà Edgar Morin – appare come legittimo. La risposta a questa domanda richiede un cambio del punto di osservazione sulla complessità. Il nodo della questione risiede, in effetti, proprio nel rapporto tra oggetto ed osservatore: la complessità infatti non è insita nel fenomeno o nell’organismo osservati – che di per sé non sono né semplice né complesso, categorie di giudizio che l’osservatore adotta per la classificazione di un fenomeno che ha a che fare con la sua percezione – ma nel modello che di quel fenomeno o organismo tracciamo per poterne interpretare e prevedere i comportamenti ed il funzionamento. Si tratta di quello che in letteratura è stato definito come ‘postulato dell’ambiguità della modellazione’ e che è funzione di considerazioni di carattere percettivo sul fenomeno della complessità.

In particolare J. L. Le Moigne fa risalire questo postulato alla ‘concezione crittografica della complessità’, che utilizza la crittografia come strumento per l’indagine del rapporto tra osservatore e fenomeno.

Per dimostrare come la complessità non sia insita nel fenomeno osservato quanto nel modello interpretativo che di quel fenomeno costruiamo, Le Moigne utilizza l’esempio del codice cifrato:

La complessità scoraggiante della sua traduzione (del codice cifrato, n.d.a.) diventa a un tratto perfettamente intellegibile, non appena l’osservatore dispone della “cifra”. […] Per lui (l’osservatore, n.d.a.) la complessità sembra dipendere dalla natura del messaggio, finché non dispone di una “cifra” di decodificazione. Ritiene dunque questa realtà intrinsecamente complessa! Ma non appena è informato del fatto che si tratta di un messaggio cifrato, la complessità ontologica del messaggio svanisce, a favore della complessità della ricerca del codice.

Se la complessità risiede dunque nelle categorie interpretative che adoperiamo per la comprensione di un fenomeno e non in esso stesso, il tema della sua progettazione si tramuta, a ben vedere, in una meta-progettazione, una progettazione del metodo. Il problema del progettista è dunque quello di sviluppare un metodo che consegni risultati non interamente prevedibili, ma coerenti al sistema complessivo che si progetta. Progettare la complessità dunque richiede, in prima istanza la creazione di un metodo, un metodo che produca complessità, ma non la incarni. Al contrario, più strutturato e semplice il metodo, maggiori sono i fattori di controllo che possano determinare il risultato.

Bibliografia essenziale

BATESON G. (1977) “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, Milano

BOCCHI G. e CERUTI M. (1985) “La sfida della complessità”, Mondadori, Milano

CAPRA F. (2001) “La rete della vita. Perché l’altruismo è alla base dell’evoluzione”, BUR, Milano

MORIN E. (200) “Il metodo, libro I – La natura della natura”, Raffaello Cortina editore, Milano

PAZZAGLINI M. (2015) “Architettura sostenibile e progetto complesso”, LetteraVentidue, Siracusa

REDA B. (2007) “La teoria della complessità”, Bollati Boringhieri, Torino

 

[1] E. Morin, Le Méthode, vol. 1, p. 179

[2] L’evoluzione del concetto di complessità in architettura meriterebbe un’analisi autonoma, non possibile in questa sede. Si rimanda a: PAZZAGLINI M. (2015) “Architettura sostenibile e progetto complesso“, LetteraVentidue, Siracusa