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India, un colosso paralizzato da se stesso

All’inizio della crisi economica, nel 2008, in molti scommettevano sull’imminente esplosione economica dell’India. Il secondo stato più popoloso del Mondo, sede di innumerevoli industrie delocalizzate dalle multinazionali occidentali, sembrava avere molte delle carte giuste per spiccare il volo e affiancarsi alle grandi superpotenze globali. Così non è stato, ed è molto probabile che ciò non avvenga nemmeno nei prossimi decenni. In questo articolo cercheremo di capire perché.

 

La diseguaglianza economica

L’India è una nazione enorme (circa undici volte l’Italia) e popolosa (ha il doppio degli abitanti dell’intera Unione Europea), suddivisa in stati secondo un ordinamento federale. Ogni stato presenta peculiarità storiche, religiose, linguistiche, politiche, economiche ed etniche. Per questo si parla anche di subcontinente indiano.
Amministrare una realtà così complessa sarebbe un compito difficile per qualunque politico. La crisi economica ha poi innescato nuovi processi che portano in luce tutte le contraddizioni del sistema India.

Più che nel resto del Mondo, la crisi finanziaria ha aumentato la diseguaglianza economica tra la ristretta élite alto-borghese e le sterminate masse operaie e contadine. Il PIL dell’India è quadruplicato tra il 2003 e il 2016, e la sua crescita è stimata del 6,5% per il 2018 (se tutto va bene, quello italiano crescerà dell’1,3%).
Nonostante questi dati, il PIL pro capite rimane uno dei più bassi al Mondo, e gran parte della popolazione non può godere i frutti di questo impetuoso sviluppo.
È interessante notare che uno dei motivi per cui la crisi ambientale globale non è ancora nella sua fase più drammatica sta nel fatto che 700 milioni di indiani utilizzino sterco di bovino invece del gas come combustibile per la cucina.

 

Una società divisa

La divisione è, da sempre, la cifra della società indiana.
Organizzata tradizionalmente in caste poco comunicanti tra loro, a popolazione è divisa sotto il profilo religioso in indù, musulmani, sikh, buddhisti e cristiani.
Dal punto di vista etnico, il subcontinente è un mosaico variegato che meriterebbe un saggio a parte.
Anche sul piano politico e sociale, i partiti politici indiani hanno prospettive radicalmente diverse, dall’istituzionale Partito del Congresso di orientamento socialdemocratico ai guerriglieri naxaliti del Partito Maoista, che con un esercito di 15.000 uomini ostacolano l’espansione delle multinazionali occidentali nelle aree rurali del Paese.

La questione di genere è ancora un tema tabù per gran parte degli indiani, le violenze sulle donne sono molto diffuse, e la discriminazione delle donne sul posto di lavoro è molto pesante. Negli ultimi tempi si sono registrati timidi progressi, ma l’emancipazione è ancora un traguardo lontano per la maggior parte delle indiane.

A partire all’incirca dall’inizio della crisi finanziaria globale si è venuta a creare in India una classe intellettuale colta e moderna, che parla inglese e rifiuta il sistema delle caste. Questa classe, trasversale per religione, casta e ricchezza, può forse essere il primo accenno ad una società indiana più coesa. Ma è ancora in stato embrionale, e la popolazione indiana è ancora divisa da un enorme quantità di fattori.

 

Un gigante pietrificato

Per i motivi sopra descritti, per molti decenni i governi indiani si sono concentrati sull’ardua impresa di migliorare le condizioni di vita del proprio popolo, con alterne fortune. In questo modo, però, hanno trascurato la politica estera della propria nazione, e l’India sembra oggi un colosso immobile circondato da nazioni ostili.

Cina e Pakistan si sono legati nel progetto del corridoio sino-pakistano, ovvero la costruzione di una serie di infrastrutture che verranno completate entro alcuni anni. Si tratta di una tappa nella strategia cinese della Nuova via della Seta. Con questa mossa, la Cina otterrà uno sbocco sull’Oceano Indiano, e si garantirà un alleato nella spartizione del Kashmir, dove oltre all’India e al Pakistan è presente appunto la stessa Cina.
Le relazioni tra Cina e Pakistan non sono comunque semplici, e le tensioni interne al Pakistan potrebbero rallentare il progetto di cooperazione. La Cina vorrebbe un Pakistan privo di terrorismo per mettere al sicuro i propri investimenti, ma è molto probabile che un obiettivo del genere non possa essere raggiunto in tempi brevi.
La manovra cinese favorirà il Pakistan e danneggerà l’India, e rinsalderà un’alleanza dannosa per gli interessi indiani. Tuttavia, esporrà la Cina ad attriti con l’Iran, perché tra Iran e Pakistan scorre tradizionalmente cattivo sangue. È probabile che però la Cina preferisca Islamabad a Teheran, proprio in virtù dei propri progetti egemonici.

Contro l’accerchiamento operato da Cina e Pakistan sull’Himalaya, l’India può contare su due alleati tradizionali: il Nepal e il Buthan. Il Nepal ha un’economia in forte crescita ma segnata da arretratezze e diseguaglianze. Il Buthan è uno degli stati più felici al mondo (che utilizza l’indice del Prodotto di Felicità Lordo al posto del PIL). Si tratta comunque di due pesi piuma rispetto alle superpotenze che li circondano.
Anche lo Siri Lanka e le Maldive rientrano grosso modo nell’orbita indiana, che però non va oltre. La conquista dell’Africa da parte dell’economia cinese ha visto una risposta molto debole da parte dell’India, nonostante la presenza di emigrati indiani di lungo corso in numerose nazioni africane.

Gli Emirati Arabi Uniti, approfittando della crisi in Yemen, stanno operando un’annessione de facto dell’arcipelago di Socotra, ma anche questa mossa è avvenuta totalmente indisturbata.

È evidente che l’Oceano Indiano non sia un Lago Indiano, e vede una capacità di intervento minima da parte dell’India.

Anche la spaventosa crisi umanitaria che coinvolge il Bangladesh, altro alleato storico dell’India, vede questa incapace di fornire un qualsiasi aiuto. Qui circa mezzo milioni di profughi Rojynga vivono in condizioni durissime a ridosso della frontiera con la Birmania. Una situazione che non è destinata a migliorare.

A causa dei suoi problemi interni, quindi, l’India è un gigante immobile, con una scarsissima capacità di intervento in politica estera, e una proiezione strategica molto limitata. L’unico modo che ha questo colosso per giocare un ruolo di potenza di primo piano è quello di risolvere le proprie contraddizioni. Ma questo, osservando la storia recente dell’India, potrebbe non avvenire mai.

India/Pakistan: quando la pace si gioca a cricket

Quando ascolto persone ed anche esperti del settore sul tema del “nucleare iraniano”, aldilà delle preoccupazioni dei filoisraeliani, mi viene da chiedergli se ricordano quel disastro diplomatico che è stato la concessione su voto delle Nazioni Uniti del Nucleare a Pakistan ed India. L’ex “India Britannica” forse è il vero e principale nemico strategico e non ideologico o religioso per l’Iran, e sebbene la fine dell’oro nero sembra allontanarsi sempre di più, tale ragionamento non è valido per quei paesi che hanno come vicini superpotenze atomiche. Queste superpotenze atomiche, in costante crescita economica, da oltre sessantacinque anni sono in perenne stato di conflitto, con al centro la disputa per il Kashmir e le differenze religiose.

Così quando sulle spiagge italiane l’intera popolazione in crisi da quarantanove anni si prende a gavettoni per il “ferragosto”, Pakistan ed India celebrano la “Partition” ovvero l’Indipendenza dalla Gran Bretagna. Come nel rituale italico non vi sarebbe nulla di inconsueto se non nel fatto che dopo sessantacinque anni Pakistan ed India sembrano seriamente intenzionate a riallacciare i negoziati di pace.

A dir il vero i colloqui bilaterali di pace erano partiti anche nel 2006, ma la Strage di Mumbai li aveva sospesi, con il sospetto che a macchinare tale operazione da parte delle autorità Indiane vi fosse parte dell’Intelligence deviata di Islamabad. Negoziati di Pace che oltre la stabilità politica internazionale hanno al loro fine e si fondano sulla reciproca crescita e cooperazione economica, tant’è che il primo obiettivo fissato dalle cancellerie di Nuova Dehli ed Islamabad è quello di raddoppiare gli scambi economici entro il prossimo biennio.

A confermare l’importanza strategica e prettamente vantaggiosa nel campo degli scambi finanziari e di capitali sono le parole del Presidente della Camera di Commercio ed Industria di Islamabad che ha dipinto l’impostazione di una nuova cooperazione economica tra le due ex colonie britanniche come – Un rafforzamento che riavvicinerà le due nazioni – dalle colonne del Daily News pachistano. La partita economica ora si gioca sul riconoscimento dello status di nazione preferita all’India da parte del Pakistan in cambio di forti investimenti e prestiti da parte di Nuova Dehli.

Altra partita non meno importante per la stabilità dell’intero globo, poiché ad essa sono intrinsechi gli interessi dell’intera Asia e di buona parte del Medio Oriente, è legata al Kashmir. La regione da sempre contesa tra le due nazioni nei decenni ha portato a non poche difficoltà tra le popolazioni, alla prolificazione dell’integralismo religioso ed a un perenne stato di guerra, ben diverso dalle pubblicità di Telecom Italia che attraverso scritti del leader di liberazione Gandhi rendono alla popolazione italiana India sinonimo di ricerca di Pace ad ogni costo. Non è così perché le ferite aperte nel paese dove Madre Teresa di Calcutta ha concentrato la propria missione, a causa di una lunghissima guerra sono ancora da rimarginare.

Così l’Hindustan Times di New Dehli ha riportato la dichiarazione dell’ex capitano della Nazionale di cricket, il quale dopo aver rimarcato la sua appartenenza alla città natia e fulcro degli affari indiani Mumbai si è detto stupito dall’urgenza di riprendere rapporti con un paese (il Pakistan n.d.r.) che non sta collaborando con le indagini sugli attentati. E questa è l’ennesima conferma che soldi e buoni propositi possono assopire rabbie ed istinti temporanei, ma per cancellare il sangue versato dai popoli bisogna operare al lungo e con piena consapevolezza. A dar man forte ad i tentavi sia indiani che pachistani di riavvicinamento è il cricket. Sport britannico ed in generale apprezzato da tutto il Commonwealth è paragonabile nell’Oceano Indiano alla passione che vi è per il calcio nei paesi del Mediterraneo. Così di pari passo alla ripresa dei colloqui di pace è ripresa la competizione sportiva tra i due vecchi possedimenti britannici e dopo tre anni la Rappresentativa nazionale pachistana è stata invitata a partecipare ad un torneo internazionale in India.

Ora sarebbe sciocco parlare di strada in discesa per una pacifica convivenza tra le sue potenze atomiche, sono ancora troppo forti le lobby che ricavano benefici da una certa instabilità e l’intolleranza reciproca dimostrata dagli integralisti islamici ed induisti. Ma chi lo sa che il cricket non aiuta a metter a posto quel che i membri delle Nazioni Unite nel 1998 han complicato ancor di più, visto che le sanzioni per i test nucleari effettuati furono stralciati per dar spazio alla globalizzazione.