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Giovanni Antonio de Rossi, Carlo Fontana e la seconda generazione del Barocco

Con la scomparsa di Francesco Borromini (1599-1667) e – due anni dopo – di Pietro Berrettini da Cortona (1596-1669), Roma perdeva due dei suoi più importanti artisti del Barocco. Certamente, attivo restava ancora Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) ma i tempi stavano mutando. L’immenso costo sostenuto dal Papato nella costruzione di piazza San Pietro aveva dilapidare il patrimonio della Santa Sede e la perdita di prestigio del Pontefice sul piano internazionale cominciava a imporre maggiore parsimonia, il che si era tradotto immediatamente in un contenimento dell’attività edilizia.

Nonostante però questo contesto poco favorevole, alcuni operatori – fra cui, in particolare, spiccarono Giovanni Antonio De Rossi (1616-95) e Carlo Fontana (1638-1714) – riuscirono a distinguersi tanto per la loro iniziativa personale quanto per la loro capacità di rielaborare le sperimentazioni dei decenni immediatamente precedenti.

Nello specifico, De Rossi fu uno dei primi architetti che, nell’ambito dell’esercizio del mestiere, tentò di assorbire e riproporre secondo le proprie intenzioni il linguaggio di Borromini. E, il fatto che si fosse avvicinato alle ricerche del ticinese quando ancora questi era in vita, testimonia inoltre quanto fosse stata precoce la sua manifestazione di interesse nei confronti di un linguaggio allora oggetto di pareri discordanti.

Coraggioso appare quindi essere stato il suo comportamento: un azzardo di successo. Lo dimostra soprattutto palazzo d’Aste (1657-1677): un immobile sorto all’angolo fra piazza Venezia e via del Corso (fig. 01).

fig. 01 – G. A. De Rossi, Palazzo D’Aste, Roma, esterno.

Sviluppato su un lotto lungo e stretto, il progetto appariva complesso fin dall’inizio. Infatti, mancava lo spazio per realizzare un vero e proprio cortile e la posizione imponeva di prestare eguale attenzione a entrambi i fronti pubblici. Dunque, si trattava di vincoli importanti e stringenti che – tuttavia – il professionista seppe affrontare con genialità, utilizzando soluzioni planimetriche non convenzionali e senza rinunciare alla monumentalità che richiedeva la committenza nonché il sito. Più precisamente, attraverso la predisposizione di un cortile eccentrico a cavallo del quale si allineavano l’androne e il vestibolo d’ingresso, De Rossi riuscì a modernizzare la tradizione senza infrangerla. Per di più, aprendo questo spazio sulla strada posteriore si ricavava una dimensione sufficiente per disegnare ambienti di ottimale qualità dal lato della strada principale, come era in uso in città. Infine, sfruttando la soluzione dello smusso angolare propria del ticinese, si garantiva la continuità dei prospetti e si delineavano i presupposti per una decorazione svincolata, anch’essa poi tratta dal repertorio del Borromini.

Invece, più sensibile a posizioni classiciste e più attento a rendere l’idioma barocco universalmente replicabile – attraverso la scansione delle sue componenti – fu Carlo Fontana, allievo diretto di Bernini e attento osservatore del suo tempo: un progettista che seppe trasformare il proprio atelier in un punto di riferimento per la formazione delle nuove generazioni, aprendo la strada a quel processo di regolarizzazione e geometrizzazione dell’esperienza barocca che ebbe poi il suo apice nel concorso per la nuova facciata di San Giovanni in Laterano (1732).

Forte della sua preparazione e del suo ruolo d’insegnante presso l’Accademia di San Luca, Fontana mantenne per molti anni una posizione egemone in una Roma incerta sull’avvenire e alla costante ricerca di un soddisfacente equilibrio fra passato e presente. Il suo formalismo e dinamismo compositivo – nonché la sua abilità nel fondere lessici diversi – gli garantì non solo fortuna economica ma anche la possibilità di orientare gli indirizzi generali del gusto romano.

Eppure, quel modus operandi quasi artigianale e attento al dettaglio che Borromini aveva valorizzato non scomparve. Anzi, nel sottobosco delle piccole realizzazioni questo atteggiamento trovò molteplici margini di espressione in virtù del senso di modernità connessovi e facilmente comprensibile per chiunque: un desiderio di attualizzazione fittizio che però non aggiornava altro se non i volti esterni di alloggi desueti e privi dei necessari comfort.

In definitiva, complesso si rivelava pertanto l’ultimo quarto di secolo del Seicento: un momento di riflessione e valutazione che non si risolveva nella sola copia ma che, al contrario, cercava di assimilare quanto già concretizzato per tramutarlo in presupposto per il futuro.

 

Bibliografia essenziale

  • A. Antinori, I primi “imitatori” di Borromini. Roma 1650 – 1675, in C. L. Frommel, E. Sladek (a cura di), Francesco Borromini, atti del convegno internazionale (Roma, 13-15 gennaio 20000), Electa, Milano 2000, pp. 431-439.
  • H. Hager, Carlo Fontana, in A. Scotti Tosini (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il Seicento, I, Electa, Milano 2003, pp. 238-161.