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Medio Oriente, una prognosi aggiornata

Il 12 e 14 maggio scorsi, Donald Trump ha mosso due importanti pedine sulla scacchiera del Vicino e Medio Oriente.
Il 12 maggio ha ritirato gli USA dall’accordo sul nucleare stipulato nel 2015 tra Obama e Rohani.
Appena due giorni dopo ha inaugurato l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Due mosse dall’enorme portata diplomatica che seguono un calcolo preciso.

 

L’abrogazione del trattato sul nucleare con l’Iran ha provocato una profonda spaccatura con gli alleati europei. Francia e Germania si sono subito smarcate dalle posizioni statunitensi.
Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha sottolineato l’importanza dell’accordo nel mantenere la stabilità dell’area.
Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire si è spinto oltre, affermando che l’Europa debba distanziarsi dalle pretese statunitensi di agire come vigilantes del Mondo.
Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno poi telefonato a Vladimir Putin, stabilendo una linea di difesa comune dell’accordo.
La mossa di Trump ha mostrato al Mondo che la distanza tra USA e UE si sta allargando di giorno in giorno.

Chi ha gioito per questo accordo sono stati due preziosi alleati degli USA nell’area: Israele e l’Arabia Saudita.
Benyamin Nethanyahu, a inizio maggio, ha premuto sul piede dell’acceleratore affermando che il Mossad avrebbe raccolto migliaia di documenti che dimostrano la malafede degli iraniani. Un assist insperato a Trump. Nethanyahu sembra voler puntare  ad un risultato storico: l’annessione de jure del Golan siriano (occupato dal 1967).
Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita e factotum del regno, ha annunciato la possibilità di un riarmo nucleare saudita, probabilmente grazie un alleato storico provvisto di testate atomiche: il Pakistan.

Il 14 maggio Donald e Ivanka Trump hanno inaugurato l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. La cerimonia è stata accompagnata da imponenti manifestazioni organizzate dal popolo palestinese (organizzate ogni venerdì già da aprile).
Le manifestazioni avevano provocato la reazione violenta degli israeliani, con decine di morti. Gran parte della comunità internazionale aveva condannato la risposta brutale dell’esercito israeliano, invano.
Il 14 maggio i cortei palestinesi sono stati meno pacifici, e gli israeliani hanno risposto militarmente, uccidendo sessanta manifestanti e ferendone quasi tremila. Una strage rimasta impunita.

Di fronte a questi fatti, la diplomazia europea si è mossa in maniera  contraddittoria. Francia e Germania hanno ribadito di voler mantenere le proprie ambasciate a Tel Aviv, mentre Repubblica Ceca, Austria, Ungheria e Romania hanno affermato di voler imitare l’esempio statunitense.
Trump, con questa mossa, è riuscito a dividere l’Unione Europea, creando una frattura tra il fronte islamofobo conservatore e il blocco fautore dell’integrazione religiosa e culturale.

Tuttavia, se Donald Trump ha segnato un punto contro l’unità europea, questa azione ha fatto rallentare il percorso di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.
Già invisi a buona parte dell’opinione pubblica sunnita per le nuove aperture a Israele, i sauditi faranno passare un po’ d’acqua sotto i ponti prima di tendere di nuovo la mano a Nethanyahu. Cosa che faranno, vista l’instabilità innescata col ritiro degli USA dall’accordo con l’Iran.

 

A ben vedere, per gli USA queste azioni si muovono in una sola direzione: quella di rientrare prepotentemente nella politica dell’area. Dopo il rimescolamento di carte con la Corea del Nord, Trump vuole un successo netto nel Medio Oriente per rilanciare una politica estera statunitense in affanno.
Trump vuole usare lo strumento economico per far ritirare gli iraniani dalla Siria e per innescare una rivolta popolare che rovesci il regime. Si tratta di aspettative illusorie: l’Iran è supportato in Siria dalla Russia, e il sentimento antiamericano è ben radicato nel paese.
Questa filosofia può essere semplificata in una frase: se non possiamo avere influenza diretta nell’area, che non l’abbia nessuno.

Lo spazio dell’occupazione nei territori Palestinesi

Nei giorni della “Marcia del ritorno” l’attenzione della stampa internazionale torna a concentrarsi sulla questione israelo-palestinese, in particolare sulle condizioni di vita nello spazio della striscia di Gaza. Ma proviamo a domandarci, come architetti, cosa vuol dire vivere lo spazio dell’occupazione.

La domanda è: come interpreti quel vicolo? Lo interpreti come un luogo da attraversare, come fanno tutti gli architetti e gli urbanisti, o lo interpreti come un luogo che è proibito attraversare? Tutto dipende dalla tua interpretazione. Noi abbiamo interpretato il vicolo come un luogo che è proibito attraversare, la porta come un luogo da non varcare, la finestra come un luogo da cui è proibito guardare.[1]

Se la materia prima dell’architettura è lo spazio, allora agire come architetti in uno scenario di occupazione vuol dire dunque essere capaci di dare allo spazio nuova forma, leggendo tra le macerie del disordine possibili conformazioni spaziali capaci di generare una nuove libertà. Mentre lo spazio della ricostruzione a seguito di un disastro naturale è per sua natura etico, quello della costruzione in scenari di occupazione richiede un posizionamento dell’architetto: le frontiere, per quanto labili e dinamiche, separano due mondi. Mondi in cui l’interpretazione dello spazio è funzionalmente sovvertita, in cui gli elementi stessi che lo definiscono interpretano significati opposti, generando uno spazio inverso.

3 m2 al secondo: il dato sul consumo di suolo[2] che tanto preoccupa noi italiani, sarebbe accolto in maniera molto diversa per un residente dei territori Palestinesi occupati. Non a caso, al ritorno dai negoziati con l’autorità palestinese nel Maryland del 1998, l’allora ministro degli esteri israeliano Ariel Sharon invitava i coloni israeliani a “muoversi, correre e mettere le mani su quante più colline possibile, perché quanto prendiamo ora resterà nostro. Tutto quello su cui non mettiamo le mani ora, sarà loro[3]. L’occupazione è la prova muscolare che, da una parte, determina i ruoli – chi domina e chi è dominato – e, dall’altra, impone una struttura spaziale al territorio: quello determinato, ordinato, esclusivo degli insediamenti israeliani o quello spontaneo, caotico, labirintico di quelli palestinesi. In maniera solo apparentemente paradossale è dunque lo spazio di vita dell’occupato ad incarnare principi di vitalità – o aspirazione alla vita – e dinamismo, mentre quello dell’occupante si rivela simulacro di principi astratti.

A section of the controversial Israeli barrier is seen between the Shuafat refugee camp (R), in the West Bank near Jerusalem, and Pisgat Zeev (rear), in an area Israel annexed to Jerusalem after capturing it in the 1967 Middle East war, January 27, 2012. Israel has presented Palestinians with its ideas for the borders and security arrangements of a future Palestinian state, in a bid to keep exploratory talks alive, Palestinian and Israeli sources said on Friday. REUTERS/Baz Ratner (JERUSALEM – Tags: POLITICS) – RTR2WXMJ

Il tema del paesaggio determina un’ulteriore inversione semantica rispetto ai modelli contemporanei di intervento. Agire alla scala territoriale nel paradigma contemporaneo occidentale può avere obiettivi molteplici: ricostituire un’unità naturale, generare una nuova visione del paesaggio antropico, consentire alla comunità di riappropriarsi di brani di territorio inaccessibili. Qualunque strategia si adotti il fine ultimo è consentire l’accessibilità al territorio, generare ecosistemi interconnessi, attribuire allo spazio un valore collettivo. Nei territori occupati questi valori risultano ribaltati: gli insediamenti, sempre situati su alture o colline, si configurano come esclusione del sistema territoriale. La loro presenza costituisce, per natura spaziale e valenza politica, l’interdizione di una porzione di popolazione da quella fascia di paesaggio: rappresenta un limite. In modo analogo le infrastrutture che, per la loro natura di essere tra le cose hanno per noi un valore intrinsecamente connettivo, nei territori occupati sono vere cesure nel territorio. A costruirle sono gli operatori israeliani, che ne hanno il diritto legale in quanto paese occupante, ma i residenti palestinesi dei territori occupati ne sono interdetti. Ogni infrastruttura richiede una fascia di sicurezza che varia tra i 50 ed i 100 metri: il suolo disponibile diminuisce ancora.[4]

Un tema sembra ricorrere in questi ragionamenti: quello del limite, del confine. Lo spazio dell’occupazione è ineludibilmente uno spazio confinato o uno spazio confinante. Il confine in quanto tale, in un regime di occupazione, è uno spazio che non è dato, perché flessibile, mutevole.

Le frontiere hanno una geografia diversa da quella dei luoghi statici e stabili. Prive dell’equilibrio di cui godono i confini nazionali saldi e lineari, esse sono territori profondi, mobili, frammentati, elastici. Linee d’azione temporanee, marcate da barriere improvvisate, non segnano i limiti dello spazio politico ma lo attraversano, in tutta la sua profondità. Le distinzioni tra il dentro ed il fuori sono impossibili da stabilire con chiarezza.”[5]

Per la sua natura labile lo spazio del confine è, da un lato, lo spazio del sopruso e dell’oppressione, dall’altro, quello della sicurezza e del controllo. Ne incarna i principi la barriera difensiva israeliana (anche nota come West Bank Barrier, in inglese, o Apartheid Wall, in arabo جدار الفصل العنصري) la cui capacità di conformare il territorio è percepita da israeliani e palestinesi in maniera antitetica.

E se nei territori Palestinesi occupati questa inversione semantica e spaziale è evidente e tragica, è quasi inconcepibile nel territorio della striscia di Gaza. Qui dove lo spazio dell’occupazione non è delimitato dalle barriere israeliane, è il mare a costituire un limite invalicabile, a causa del controllo marittimo di Israele. In uno spazio di poco più di 350 km2, abitato da quasi 2 milioni di persone, anche il mare costituisce un muro.

Arcò – Centro per l’infanzia Terra dei Bambini

E allora come può l’architettura lavorare in uno spazio così dicotomico, complesso e contraddittorio? Ricavando spazi di libertà, costruendo luoghi di resistenza e felicità, come lo studio Arcò ha fatto nel 2011, costruendo nel piccolo villaggio di Um Al Nasser il centro per l’infanzia “Terra dei Bambini”. Un luogo così simbolico e potente che nel 2014 è stato distrutto dai bombardamenti israeliani. Ma nello spazio dell’occupazione l’aspirazione alla vita non termina mai: nel 2016 la scuola è stata ricostruita, una nuova terra dei bambini, un nuovo spazio di libertà.

Arcò – Nuova Terra dei Bambini
[1] Intervista di Eyal Weizman e Nadav Harel con Aviv Kochavi, 24 Settembre 2004, in una base militare israeliana vicino Tel Aviv, in “Architettura e occupazione”, E. Weizman, Mondadori, Milano, 2009, p. 203
[2] Dati ISPRA 2017
[3] Agence France Press, 15/11/1988
[4]To start a city from Scratch, an interview with architect Thomas M. Leitersdorf”, Eran Tamir-Tawil, in R. Segal e E. Weizman, “A civilian occupation, The politics of Istraeli architecture”, Verso Book, Londra, 2004
[5]  “Architettura e occupazione”, E. Weizman, Mondadori, Milano, 2009, p. 8

Brutalism in Rome: Michelangelo vs Spence

L’Irgun Zvai Leumi, conosciuto come Irgun, è stato un gruppo paramilitare sionista attivo dal 1931 al 1948, durante il Mandato britannico sulla Palestina (1920-1948).

Appare incredibile eppure, in parallelo ai due conflitti mondiali, la Gran Bretagna e questo movimento armato indipendentista ebraico, hanno combattuto una guerra altrettanto efferata che come un fiume carsico ha attraversato le viscere del Vecchio Continente. L’obiettivo dichiarato era come sempre uno solo, il controllo sulla Palestina.
Sarà utile ricordare, e qui l’incredulità si avvicina al paradosso, che da una costola dell’Irgun prenderà vita, distaccandosene, quella Banda Stern che, come sappiamo,

collaborerà con i nazisti, considerati come un “persecutore preferibile” al nemico britannico, visto come ostacolo alla nascita dello stato ebraico.

Nel 1946 Roma diventerà teatro di una delle azioni armate più sorprendenti di questa guerra dimenticata. E’ passata da poco la mezzanotte, quando tre giovani, appena scesi da un taxi, depositano un paio di valigie di fronte la sede dell’ambasciata britannica in Via XX Settembre.
Alle 2:46 del 31 ottobre, così riportano le cronache, un boato accompagna la distruzione dell’edificio. Moriranno due passanti italiani estranei alla vicenda.

2.46

L’architettura è un cronista poco ordinato, certo registra tutto ma lo fa con i suoi tempi, con i suoi taccuini scritti fitti ed incomprensibili, difficili da decifrare. Così ci troviamo a parlare di un pragmatico e sofisticato architetto scozzese, un fuoriclasse, che nel 1971 porta a termine l’edificio che oggi ospita la nuova cancelleria britannica a Roma.

Sir Basil Urwin Spence firma uno dei progetti romani più discussi della seconda metà del Novecento. Su L’Architettura. Cronache e Storia, indimenticata testata diretta da Bruno Zevi, troviamo un articolo di Renato Pedio, dai toni marcatamente polemici. Il nodo del problema appare essere l’alterazione dell’impianto urbanistico:

La rottura di Via XX Settembre, imposta dalla caparbia genialità dei tecnici capitolini, compromette imperdonabilmente la concezione michelangiolesca spezzando il rapporto tra la strada e Porta Pia, e rendendolo, da sottilmente asimmetrico, volgarmente sbilenco.

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E’ evidente che il precedente dinamitardo abbia lasciato il segno: l’edifico retrocede sensibilmente rispetto al fronte stradale, facendosi precedere da un generoso invaso, oggi attentamente sorvegliato dalle forze armate. Per di più si innalza pesante su pilotis massicci. E’ di certo un’architettura sprezzante, ingrata con il contesto urbano adiacente; un’architettura che fa ben poco per dimenticare quanto accaduto.

Se il rapporto con la Porta e la Strada Pia risulta svilito, alterato, come detto, irrimediabilmente, l’architettura è risolta con maestria. La pianta quadrata è chiara e funzionale. La sezione, salendo, accelera verso l’esterno, dai 15 pilotis cruciformi alle travi di copertura. Il crescendo, oltre ad essere sapientemente calibrato, viene narrato dalle ombre che caratterizzano la facciata, rendendola uno spartito di chiari e scuri. L’unica campata a toccare terra ospita la scenografica scalinata ed il vano ascensori. Infine il travertino, coadiuvato dai due specchi d’acqua, stempera e rende vibrante un linguaggio brutalista altrimenti eccessivo.

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Comunque, la prima ambasciata moderna a Roma che non si rifugi in una villa o in un palazzo antico e che miri a un linguaggio aggiornato e personalizzato.

Oggi riconosciamo nella sede dell’Ambasciata del Regno Unito a Roma uno degli edifici cult della Capitale, un tassello iconico della città contemporanea.

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Bellini e Spence – Serie Brutalista #3 – Roma, Vicolo della Tinta, ROBOCOOP, 2015; photos by Siliva P.

 

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

Il post-Charlie: si fa presto a parlare di libertà di espressione…

Europa e Medio Oriente; incontro con Ilan PappèLunedì 16 febbraio a partire dalle 14 si è tenuto un evento di grande interesse culturale dal titolo “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi: dialoghi con Ilan Pappé”. Un incontro organizzato e voluto da Assopace Palestina e che ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi come Ruba Salih (antropologa italo-palestinese della School of Oriental and African Studies di Londra), Francesco Pompeo e Michela Fusaschi (antropologi dell’Osservatorio sul razzismo e la diversità dell’università di Roma Tre), Anna Bozzo (Professoressa di Storia dei Paesi Islamici dell’Università di Roma Tre), Bianca Maria Scarcia Amoretti (Professoressa emerita di Islamistica dell’Università “La Sapienza”), Luisa Morgantini (Presidentessa di Assopace Palestina ed ex vice presidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle Politiche Europee per l’Africa e per i diritti umani), Moni Ovadia (attore e scrittore ebreo) e – ospite d’onore – Ilan Pappé, storico israeliano attualmente Professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter. L’incontro si sarebbe dovuto tenere nel Centro di Studi Italo-Francesi dell’Università di Roma Tre.

Accade però un fatto. A pochi giorni dall’evento il luogo dell’incontro viene improvvisamente cambiato: non più al Centro di Studi Italo-Francesi ma al Centro Congressi Frentani. Un semplice disguido organizzativo tra gli organizzatori e l’università di Roma Tre? Non proprio. Perché il 14 febbraio (cioè due giorni prima dell’evento) Moni Ovadia pubblica un pezzo su Il Manifesto dal titolo “La censura preventiva blackout della democrazia”. L’attore, noto per le sue posizioni antisioniste, scrive nell’articolo:«Pare che il ret­tore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo die­tro pre­sunte pres­sioni dell’ambasciata israe­liana e della comu­nità ebraica romana.» Possibile? Davvero nel 2015 a poche settimane dal grido unanime “Je suis Charlie” un ateneo universitario, luogo per sua natura che dovrebbe essere preposto al dibattito pubblico, neghi una sala per una tavola rotonda che vede la partecipazione di autorevoli studiosi, ritenuti scomodi dalla comunità ebraica? La conferma arriva direttamente dal Professor Pompeo che all’inizio dell’incontro chiarisce una volta per tutte la dinamica dei fatti. A pochi giorni dall’evento (giovedì 13) gli organizzatori ricevono una scarna mail dalla direzione del Centro di Studi Italo-Francesi in cui viene comunicato loro che a causa di non meglio precisate “irregolarità tecnico-procedurali” non è più possibile concedere la sala per il dibattito. Gli organizzatori dell’evento comprensibilmente cadono dal pero ma non si danno per vinti e riescono a trovare in pochi giorni l’alternativa. Certo l’accaduto è strano; quali potrebbero essere le “irregolarità tecnico-procedurali”, una volta che la sala Capizucchi del Centro di Studi Italo Francesi era stata concessa? E infatti, andando a scavare per canali ufficiosi, gli organizzatori scoprono che l’improvvisa negazione della sala risponde a precise pressioni, ribadite off the records da uno dei relatori al termine della tavola rotonda.

Le pressioni della comunità ebraica sembra siano dovute soprattutto alla presenza di Ilan Pappé. Ma chi è Ilan Pappé? Perché l’ambasciata israeliana dovrebbe temere la presenza di uno storico israeliano? Semplice, perché Ilan Pappé è sì israeliano, ma convintamente antisionista. Lo storico è autore, tra gli altri, anche di The Ethnic Cleansing of Palestine (La pulizia etnica della Palestina, 2008, Fazi), che aspre polemiche ha suscitato come d’altronde altre prese di posizione di Pappé, in passato anche protagonista del mondo della politica israeliana candidatosi con il Maki, il Partito Comunista Israeliano.

In ogni modo, che vi possano essere pressioni da parte di un’ambasciata o di una comunità, che piaccia o meno, rientra nella realtà della cose. La cosa grave è che un’istituzione universitaria che si trova nella capitale di uno stato che si definisce democratico venga incontro e si sottometta a queste pressioni. Eppure ospitare un evento non dovrebbe voler dire sposare in toto le opinioni e le tesi di un accademico di fama mondiale. Anzi, se davvero si fosse voluto dare un contributo alla comunità (scientifica e non) Roma Tre avrebbe potuto contrapporre uno storico con posizione differenti da quelle di Pappé. Tutto questo sarebbe avvenuto se davvero si aveva a cuore mettere in piedi un dibattito vivace ma civile, se realmente ciò che contava era il confronto di opinioni diverse. Purtroppo però tutto ciò che riguarda la questione Israelo-Palestinese nel nostro paese deve essere avvolto da un’incomprensibile coltre di fumo. Scrive ancora Moni Ovadia:«Nei grandi media, nelle tv, nei talk show la que­stione israelo-palestinese è off limits. Sull’argomento c’è una cen­sura com­pa­ra­bile solo a quella impo­sta dallo sta­li­ni­smo e durante l’epoca fasci­sta. La cen­sura è tanto più grave per­ché viene com­piuta per mano di un ate­neo, luogo del sapere e del dibattito. Quanto acca­duto è una cata­strofe per la demo­cra­zia ita­liana, sì, per noi, ma anche per coloro che impon­gono il silen­zio senza ren­dersi conto di cen­su­rare il pen­siero prima che que­sto venga espresso. Ad uscirne scon­fitta è la società, la demo­cra­zia, e non solo noi, orga­nizza­tori di un evento e depo­si­tari di un’opinione, non della verità asso­luta. E nel momento in cui si cal­pe­sta la libertà di un indi­vi­duo di espri­mere il pro­prio pen­siero, il prin­ci­pio vol­ter­riano, la demo­cra­zia muore.» Se una questione è tanto delicata, è meglio non parlarne: perché confutare nel merito le tesi di chi mantiene certe posizioni è troppo impegnativo.

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE SMARRITA – Malgrado il cambio di destinazione improvviso, l’evento ha avuto una notevole affluenza di pubblico. E nonostante lo spiacevole episodio sia stato presente nella mente di tutti i presenti un po’ per tutta la durata del dibattito, l’incontro ha proposto molti spunti di riflessione. Non sono mancate tra l’altro domande spinose, a cui lo studioso israeliano non ha risparmiato di rispondere. Ma cosa dice di tanto pruriginoso questo storico? «Non mi interessano le rivendicazioni basate sulla nazionalità o sulla religione: bisogna garantire i diritti umani a tutti – non importa quale sia la religione – di poter vivere in pace e sicurezza in Palestina. Gli israeliani erano come degli ospiti invitati a casa di qualcuno; ma se gli ospiti rivendicano la paternità di quella stessa casa bisogna chiamarli con il loro nome: invasori. La cosa ironica è che ora le autorità israeliane trattano i palestinesi come fossero degli immigrati clandestini. Chiunque osi criticare le politiche sionistiche viene improvvisamente etichettato come antisemita. E ciò è inaccettabile; in primo luogo perché la stragrande maggioranza degli ebrei morti nella Shoah non era sionista; in secondo, perché il sionismo – non mi stancherò mai di dirlo – è forse il movimento più secolare che ci sia. Si spaccia come religioso, ma di religioso non ha niente. Il sionismo non afferma infatti l’esistenza di un Dio. Afferma che un Dio esiste in funzione del fatto che garantisca agli ebrei di vivere in Palestina. Cosa che è ben diversa dal credere in un Dio incondizionatamente. Personalmente ritengo che nel corso della storia i regimi arabi abbiano accumulato delle responsabilità nell’evolversi in negativo di questa situazione. Tuttavia, uno storico deve guardare innanzitutto ai fatti: e i fatti dicono che il movimento sionista è stato l’unico a cui è stato riconosciuto qualcosa nella spartizione del Medio Oriente che Francia e Gran Bretagna fecero tra il 1916 e il 1923, all’indomani della fine dell’Impero Ottomano. Tutte le minoranze religiose volevano ottenere uno stato per sé: i drusi, gli alawiti, i cristiani. L’unico però che ha ottenuto qualcosa è stato il movimento sionista: occorre ripeterlo ancora una volta, il movimento sionista, non quello ebraico.  Il fatto poi che i regimi arabi abbiano sbagliato qualcosa non deve far dimenticare che ai palestinesi è stata sottratta la loro casa. E se davvero bisogna far ricondurre tutto alla Shoah, allora sarebbe stato più sensato pretendere la spartizione della Germania piuttosto che quella dalla Palestina.»

Su queste dichiarazioni si può essere d’accordo o meno, si possono condividere o no. Ancora una volta, occorre però ricordare che sarebbe stato molto ma molto più interessante poter vedere uno storico di posizioni diverse – magari promosso dalla stessa università – cimentarsi in un confronto con Pappé. Ciò che davvero intristisce è vedere come un’università statale italiana di fatto cerchi di ostacolare la libertà di esprimersi di uno storico che ha la “colpa” di non essere allineato ai voleri della comunità ebraica. Un episodio che avviene a poco più di un mese di distanza dai fatti di Parigi, che tanta commozione e sgomento hanno provocato nell’opinione pubblica mondiale, che avevano regalato nuova linfa ad appassionati editoriali che esaltavano la libertà d’espressione come valore assoluto e che invocavano il principio “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo” che la scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall (nota con lo pseudonimo di S. G. Tallentyre) in The Friends of Voltaire attribuiva al filosofo francese.

Di tutto questo sembra non esserci già più traccia. Eppure è difficile non essere d’accordo con lo stesso Ilan Pappé quando afferma che «Se persino il mondo accademico rifiuta il confronto e il dibattito aperto su questioni spinose come quella palestinese, come si può pensare che il mondo della stampa e i politici possano lasciare spazio ad opinioni differenti in un clima sociale e culturale sempre più asfissiante?» Chissà, forse sarà (anche) per episodi come questo che l’informazione italiana ha trattato come una notizia secondaria il riconoscimento come stato della Palestina da parte del parlamento britannico e di quello francese. Un gesto politico e simbolico importantissimo, che però per l’Italietta rinchiusa in sé stessa conta meno di un Patto del Nazareno o dell’ennesima inchiesta per corruzione che vede coinvolti imprenditori e politicanti di turno.

Inoltre, il quadro generale della libertà di espressione è molto più complesso di alcune frasi ad effetto ad uso e consumo di social network. In un anno l’Italia è crollata dalla già poco onorevole quarantanovesima posizione al settantatreesimo posto della classifica stilata ogni anno dalla ONG Reporter sans Frontières; secondo l’organizzazione nei primi 10 mesi del 2014 ben 129 cronisti sono stati citati illegittimamente per diffamazione – chiara forma di intimidazione – da politici o pezzi grossi della finanza. Si sono inoltre verificati 43 casi di aggressioni fisiche. Questa è la dura realtà del mondo dell’informazione italiana. Si è spesso abituati a commentare e a discutere degli editoriali dei vari Travaglio, Gramellini, Scalfari, Galli della Loggia e compagnia cantante. Ma troppe volte ci si dimentica dei giornalisti dei cosiddetti “quotidiani minori” che ogni giorno si sporcano le mani e che, talvolta, rischiano la pelle in mezzo a condizioni salariali sempre più delicate. Ci si dimentica di quelli finiti nel mirino della criminalità organizzata per le loro inchieste e che subiscono  costanti intimidazioni e aggressioni. Ci si dimentica degli eterni freelance pagati 3 euro al pezzo. Si rammenta poche volte che in Italia il mercato dell’informazione è pervaso da molteplici conflitti di interessi: non esiste solo quello macroscopico di Berlusconi, si dovrebbe guardare (solo per citare un esempio) ai nomi dei soci che fanno parte del CDA del più importante quotidiano italiano. Occorrerebbe rimarcare la pressoché totale assenza di editori puri all’interno del mercato informativo italiano. Senza trascurare il fatto che alla Camera è attualmente allo studio una legge sulla diffamazione che, con il pretesto di impedire che i giornalisti possano essere arrestati nell’esercizio delle loro funzioni (come stava per accadere al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, tre anni fa), introduce obblighi di rettifica quantomeno discutibili ed aumenta in maniera spropositata le sanzioni pecuniarie a danno dei professionisti dell’informazione. Altro che libertà di espressione, altro che “Je suis Charlie”! Un dibattito serio sul reale stato della libertà di espressione e di stampa nel nostro paese dovrebbe ripartire da questi punti. Ma si sa, nell’epoca del renzismo chiunque si permette di muovere critiche o appunti sui fatti di più stretta attualità è di per sé un “gufo”, un “disfattista”, un “portaiella” che vuole solo “remare contro”; con tanti saluti al caro principio della libertà di espressione, rivendicato da tutti, sancito dall’art. 21 della nostra costituzione ma realmente rispettato da pochissime persone nel nostro paese. Forse parlare di “svolta autoritaria” è eccessivo; ma definire la situazione attuale come “profonda involuzione democratica” appare un esercizio per nulla azzardato.

È infinitamente comodo e molto, molto facile solidarizzare in nome della libertà di espressione quando c’è il sangue di mezzo come nel caso di Charlie Hebdo. Ma quando ad essere esercitata è l’altra forma di intimidazione o censura, il cui unico merito è quello di non attentare alle vite umane (e quindi per questo non fa notizia)? Quando i censori non sono uomini incappucciati e armati, ma persone in giacca e cravatta che riconoscono il principio della libertà di espressione solo quando fa loro comodo? Quando si confondono volutamente i piani dell’antisemitismo – per la verità ancora molto presente nella nostra società – con quelli dell’antisionismo con il solo scopo di voler reprimere l’espressione di un pensiero? Come la si mette? Siam tutti Charlie, ma sempre lì e mai qui; siam tutti Charlie ma in fondo la libertà d’espressione ci piace così e così; e se a negarla è un’università statale in combutta con la comunità ebraica che importa? Chi ricorda che qualche ora dopo l’attentato a Charlie Hebdo il presidente di quella stessa comunità ebraica, Riccardo Pacifici, dichiarava:«Dobbiamo capire come coniugare la libertà di espressione, che in questo momento è stata brutalmente violata, i principi fondanti di libertà che sanciscono tutti gli stati democratici dell’Unione Europea e la lotta al terrorismo.» E le pressioni esercitate sui vertici di Roma Tre per non accogliere uno storico evidentemente sgradito a quale delle due esigenze rispondevano? Ai “principi fondanti di libertà” o alla “lotta al terrorismo”? Qualcosa non torna…