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The importance of being Palladio

In una sua commedia di grande successo, Oscar Wilde (1854-1900) narrava le avventure/sventure di una losca comitiva di personaggi legati gli uni agli altri da malintesi e volontarie omissioni. Il tutto si svolgeva fra la città – Londra – e la campagna, presso un villino classicheggiante tipico dei contesti rupestri anglosassoni. Non è dato sapere chi fosse stato l’architetto di un simile complesso campestre ma, certamente, si può immaginare che la costruzione fosse stata una delle tante rielaborazioni dell’ammirata villa veneta messa a punto da Andrea di Pietro della Gondola (1508-80), meglio noto come Palladio.

A. Palladio, Chiesa del Redentore, interno, foto dell’autore.

Siamo a metà del Cinquecento. Venezia, cresciuta oltremodo attraverso i commerci, viste le crescenti difficoltà imposte dall’avanzata turca e la fine dell’Impero Romano d’Occidente (ormai pressoché inesistente) aveva cominciato a rivolgere il suo sguardo all’entroterra: il Veneto. La regione era florida, produttiva e – cosa più importante – strategicamente indispensabile per proteggere la città lagunare da incursioni dall’interno. Peraltro, assoggettare le città del contado non appariva neanche così complesso; anzi, molte si concedevano di loro iniziativa in cambio di protezione, un po’ come in tempi remoti doveva essere stato al principio il rapporto instauratosi fra il contadino e il Signore feudale. Do ut des: ti porgo doni e coltivo la tua terra in cambio di protezione. Lo stesso accadeva per città come Vicenza: difesa in cambio di aiuti e fedeltà. Si trattava però di una dialettica complessa in cui intervenivano non solo campanilismi di vario genere e retrograde posizioni di conflitto ma anche la necessità di mescolare le classi dirigenti. Ecco dunque un punto fondamentale che potrebbe chiarire molto su Palladio. Infatti, numerosi nobili della laguna se da una parte si spostarono verso il barigellato per stabilizzare ed ampliare la loro forza economica nonché la loro incidenza politica, dall’altra i medesimi si mostrarono insofferenti ad un rinnovamento portato fra i canali da personaggi pur sempre ‘di provincia’. Questo atteggiamento dispotico ed opportunista rappresentò per il grande progettista la più grande sia fortuna sia sventura giacché, mentre si moltiplicavano le commesse di ville, sul fronte opposto l’azione in pianta stabile a Venezia apparve continuamente ostacolata per ragioni culturali, al punto tale che i principali incarichi di Palladio furono in città due chiese. Immaginate: una comunità restia all’influenza papale, spesso in lotta con il Pontefice per ampliare i reciproci possedimenti e il raggio di influenza, pur di non cedere sul fronte delle proprie residenze accettò altresì un rinnovamento radicale nel settore dell’edilizia religiosa. Sembrerebbe una contraddizione in termini ma, invero, l’eccezionale caso della chiesa del Redentore (dal 1575) mostrava in sé tutta la complessità della società dell’epoca che, gelosa del proprio, nel pubblico lasciava emergere la novità.

A. Palladio, I quattro libri dell’architettura, II, tav. 14, Villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’.

Ma torniamo alla villa: una struttura articolata per essere un centro nevralgico del contado o un punto di osservazione e controllo del lavoro dei mezzadri? Un po’ entrambe le cose. Anzitutto, la residenza era simbolo della magnificenza del suo possessore, il quale attraverso la propria dimora ricostruiva l’antico legame poc’anzi ricordato e ribadiva l’alleanza stabilita: un rapporto di reciproco rispetto non proprio equo ma, allora, accettabile. L’abitazione dominicale si univa così alle ‘barchesse’: quest’ultime, spazi appositamente predisposti per ospitare fieno, animali e prodotti di vario genere. Rusticità e nobiltà: tali erano i canoni che avrebbero dovuto quindi informare la progettazione e che Palladio fuse nel segno della simmetria. Regolare il disordine, governare la natura e dominarla come era proprio della mentalità rinascimentale. Queste erano le intenzioni dell’architetto che, attraverso gli strumenti della ragione e il saldo studio dei ruderi dell’antica Roma, riuscì a costruire un linguaggio fondato sulla aulicizzazione del contenuto: in definitiva una latinizzazione della sintassi che abbandonando il lessico gotico non si poneva tuttavia in antitesi con lo stesso; al contrario, ne manteneva alcuni caratteri spaziali ora però rielaborati in una formulazione differente, simbolo di modernità.

A. Palladio, Villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’, foto dell’autore.

Molteplici potrebbero essere a questo punto le ville immagine di questa ricerca attuata per mezzo di una sistematica sperimentazione. Ciò nondimeno, pare emblematico segnalare come nel corso del tempo l’immobile sia andato impadronendosi del contesto: da dominatore lontano, astratto, opposto al naturale inserimento espresso nella villa di Almerico Capra detta ‘La Rotonda’, in cui il professionista raggiunse l’apice di un pensiero che – chissà – aveva animato le sue riflessioni, ovvero l’integrazione. Infatti, con i suoi quattro fronti uguali risolti come fossero ognuno un pronao posto ad ammirare l’intorno, lo stabile abbandonava la propria rigidità intellettuale per riconnettersi all’ambiente circostante. Gli alti podi si tramutavano in punti privilegiati per l’osservazione e l’insieme in sé stesso assumeva i contorni di un climax ideale e paesaggistico allo stesso tempo: un modus operandi tanto lontano dal passato quanto contemporaneamente estremamente vicino al futuro. Forse, un preludio al Barocco.

Bibliografia essenziale

  • S. Ackerman, Palladio, Einaudi, Torino 1972.
  • D. Battilotti, Andrea Palladio, Mondadori Electa, Milano 2011.
  • R. Cevese, Invito a Palladio, Rusconi libri, Milano 1980.

Sulla ‘classica’ campagna romana

Non di rado accade di sentir parlare di ‘villeggiatura’ o di ‘casa in campagna’: un concetto che richiama non soltanto all’evasione dalla caotica vita cittadina ma che segnala anche un concetto di ambiente distinto e di norma dal carattere bucolico. In passato, questa precisa distinzioni si riconduceva a puntuali accorgimenti che informavano l’abbigliamento come anche la produzione architettonica. Infatti, la residenza in campagna doveva rispondere a precisi requisiti in rapporto al contesto d’appartenenza: essa doveva di dimensioni imponenti al fine di segnalare la propria presenza rispetto i piccoli sporadici centri abitati nonché doveva altresì essere capace di controbilanciare la forza dirompente della natura. Del resto, all’epoca il paesaggio non era ancora così antropizzato come oggi. Inoltre, sempre un simile manufatto doveva essere capace di assolvere anche a funzioni solitamente assenti in città e afferibili alla pratica agricola. Dunque, dal concetto di palazzo quale ‘monolite’ si passava ad un sistema di edifici in reciproco rapporto in ragione dei compiti assegnati ad ognuno. In tal senso, l’unitarietà era garantita dall’adozione del medesimo codice linguistico che garantiva omogeneità e coerenza ai vari stabili. E il linguaggio classico si adattava perfettamente a questo network, giacché poteva essere declinato secondo distinte modalità adattabili alle specifiche condizioni del luogo e agli intenti figurativi a cui dovevano assolvere. Del resto, una facies dignitosa rappresentava un obbligo imprescindibile e la gerarchia fra i corpi di fabbrica della ‘villa’ doveva apparire il più possibile chiara onde rendere evidente al possibile visitatore quale fosse l’immobile in cui risiedeva il ‘Signore’.

Treviso, A. Palladio, Villa Barbaro Maser (1554-60), esterno.

Andrea di Pietro della Gondola – meglio noto solo come Palladio (1508-80) – aveva chiara questa concinnitas sottesa alle elaborazioni di campagna e introdusse nelle sue celebri costruzioni nell’entroterra lagunare una precisa conformazione rispondente alle istanze di autorappresentazione di un’aristocrazia desiderosa di curare i suoi affari ma, al contempo, ambiziosa di vivere nell’agio della propria posizione sociale.

«Le case della Città sono veramente al Gentil’huomo di molto splendore, e commodità, havendo in esse da habitare tutto quel tempo, che li bisognerà per la amministratione della Republica, e governo delle cose proprie: Ma non minore utilità, e consolatione caverà forse dalle case di Villa, dove il resto del tempo si passerà in vedere, & ornare le sue possessioni, e con industria, & arte dell’Agricoltura accrescer le facultà, dove ancho per l’esercitio, che nella Villa si suol fare a piedi, & à cavallo, il corpo più agevolmente conserverà la sua sanità, e robustezza, e dove finalmente l’animo stanco delle agitationi della Città, prenderà molto ristauro, e consolatione, e quietamente potrà attendere à gli studi delle lettere, & alla contemplatione; come per questo gli antichi Savi solevano spesse volte usare di ritirarsi in simili luoghi, ove visitati da vertuosi amici, e parenti loro, havendo case, giardini, fontane, e simili luoghi sollazzeuoli, e sopra tutto la lor Vertù; potevano facilmente conseguir quella beata vita, che quà giù si può ottenere. Per tanto havendo con l’aiuto del signore Dio espedito di trattare delle case della Città; giusta cosa è che passiamo a quelle di Villa: nelle quali principalmente consiste, il negotio famigliare, e privato».

(Palladio, I quattro Libri dell’Architettura, Domenico de Franceschi, Venezia 1570, Cap. XII)

Monumentalità e magnificenza: questi erano i termini ricercati dall’architetto che su tali obiettivi calibrò la sua architettura accogliendo un classicismo in apparenza rigido ma, in verità, disponibile a corrispondere ad opportune correzioni. Rispetto però al Veneto, la campagna intorno a Roma si presentava assai differente perché per via dello stesso intrinseco carattere collinare. Di conseguenza, in questo conteso, più che punteggiare la vastità dello spazio, questi edifici si ponevano come apici di un discorso concludendo un certo agglomerato urbano o costituendosi quale apice dello stesso. Adunque, un ruolo fondamentale era quindi ricoperto dal giardino che si poneva come compendio necessario nonché strumento di esaltazione della costruzione che si integrava con lo stesso. La villa d’Este a Tivoli (dal 1550) – elevata per volere del card. Ippolito II (1509-72) della stessa famiglia da cui prende il nome – si presenta come un perfetto esempio di questo discorso: un luogo in cui la naturalezza si esprime attraverso l’integrazione delle parti e in cui Pirro Ligorio (1513-83) seppe coniugare razionalità e slancio emotivo definendo un unicum artistico perché coerente fusione di logicità e irrazionalità.

Tivoli, G. B. Piranesi, Veduta della Villa Estense in Tivoli, incisione (1773).

Purtroppo, ben presto questa idea si perse e mutò in altro. Infatti, i viaggiatori settecenteschi del Grand Tour videro non più la dialettica innestata da queste elaborazioni ma la staticità e la solennità dell’insieme: una suggestione che li portò addirittura a cercare di rappresentare ‘classicamente’ la campagna romana.

Bibliografia essenziale.

  • S. Ackerman, Palladio, Ed. Macula, Parigi 1981.
  • M. Di Gregorio, Il paesaggio della Campagna Romana tra ideale e natura: Gaspard Dughet e la sua eredità tra Sei e Settecento, in I. Salvagni, M. Fratarcangeli (a cura di), Oltre Roma, De Luca, Roma 2012, pp. 20-28.
  • M. Formica, Roma e la Campagna Roma nel grand tour, atti del convegno interdisciplinare (Monte Porzio Catone, 17-18 maggio 2008), Laterza, Bari 2009.
  • J. Pinto, City of the soul: Rome and the romantics, University Press of New England, London 2016.