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Loro 2: il riscatto passa per il peccato… e che peccato.

Meno fuffa e più contenuti. Con «Loro 2», Sorrentino aggiusta il tiro, spingendosi parecchio oltre la banalità.

Sono passate poco più di due settimane da quel funesto 27 aprile. Una data che difficilmente potrò dimenticare, visto che quel giorno, preso da un’inspiegabile senso d’ottimismo, decisi di dar fiducia a Paolo Sorrentino, andando ad assistere alla proiezione pomeridiana del suo ultimo film, Loro 1 (Per chi volesse vivere o rivivere quei momenti, questo è il link ). Ebbene, solo chi almeno una volta nella vita ha subito una delusione d’amore, sa che nelle settimane successive a tale evento difficilmente si metabolizza e quasi mai si dimentica. Figuriamoci poi, se ci troviamo nella condizione di dovere incontrare per forza chi ci ha fatto del male.

Immaginatevi, quindi, lo stato emotivo con il quale, ieri, mi sono recato al cinema per vedere Loro 2. Per darvi un’idea, durante tutto il tragitto in auto, il mio cervello continuava a ripetermi, “Ahó, non t’è bastata la sola dell’urtima volta, stai pè butta artri 8 euro”. Eccome dargli torto. Tuttavia, tempo di rendermi conto di dove fossi, che già ero seduto in ottava fila, posto H-10. Grazie a Dio, almeno questa volta mi ero ricordato di portare con me un pacchetto di M&M’s. Si sa che nei momenti difficili il cioccolato tira sempre su e infatti, dopo aver ingerito una decina di quei fantastici “confetti” colorati (sì, mi hanno pagato per la sponsorizzazione) il sentimento di frustrazione aveva lasciato il posto ad un sano senso di rassegnazione. Tant’e vero che anche il cervello aveva cambiato atteggiamento, da “Ahó, hai buttato arti 8 euro” a “Ahó, alle brutte puoi sempre dormì”.

Un’idea non del tutto da scartare… soprattutto dopo 20 minuti di pubblicità gentilmente offerta dal cinema The Space. Ad ogni modo, Loro 2, alla stregua di un secondo tempo di un unico film, riparte puntualmente da dove si era interrotto il primo capitolo. Siamo di nuovo in Sardegna, più precisamente dalla parti di Porto Cervo, esattamente in quella lingua di mar Tirreno che separa la villa dell’arrivista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) da quella di Silvio Berlusconi (Toni Servillo). Già dai suoi primi istanti, la pellicola sembra riproporre il solito e melenso copione (già visto nel primo capitolo) fatto per lo più di tette e fondoschiena scelti a caso. Tuttavia, passati i primi minuti, accade qualcosa di nuovo e totalmente inaspettato. La dinamica dell’opera di Sorrentino subisce una profonda metamorfosi. Finalmente viene dato spazio alla  trama. Non più solo sequenze fotografiche messe a caso, ma veri e propri dialoghi studiati nei minimi particolari, in cui il Silvo di Sorrentino racconta e si racconta.

Nel primo di questi, vediamo il Cavaliere seduto ad un tavolo alla cui estremità opposta siede Ennio Doris (per intenderci, il tizio di Banca Mediolanum che è una vita che ci ripete che è tutto intorno a noi). I due chiacchierano, affrontando vari nodi dolenti, il più importante dei quali riguarda proprio il futuro di Silvio. Uscito sconfitto alle ultime elezioni, il Cavaliere rivela ad Ennio parte delle proprie perplessità per ciò che sarà di Lui nell’avvenire, manifestando un certo grado di arrendevolezza e titubanza. Insomma, un atteggiamento ben lontano da quello a cui siamo stati abituati da più di vent’anni a questa parte. Ed infatti, quella del perdente è una maschera che poco si adatta al volto del Berlusca e questo Ennio lo sa bene.

“Silvio, tu sei quello che ha creato un impero dal niente. Partendo come semplice immobiliarista sei riuscito a creare una nuova città. Hai comprato una fallimentare emittente televisiva di provincia e l’hai resa il  conglomerato mediatico privato più grande d’Europa. Non solo possiedi tutto ma sei riuscito in ogni ambito in  cui hai deciso di cimentarti, e lo sai perché? Perché sei il migliore venditore che esista. Tu sei in grado di vendere sogni alle gente, ed un uomo che è in grado di fare questo, cosa non riuscirebbe a fare?”

Da questa semplice chiacchierata fra amici, in parte fedele, in buona sostanza rielaborata dal sottoscritto (ho perso il taccuino dove annotavo le battute), il Cavaliere non solo formula quella che sarà la sua nuova strategia politica per tornare alla guida del paese ma riconferma ciò che egli sa da sempre: Lui può tutto perché egli, al pari di Dio, è il solo che conta. Può creare ed infrangere regole, può dire e fare come vuole, può tradire ed amare come meglio crede. In sostanza, Loro 2 mostra allo spettatore come le manie di onnipotenza abbiano in qualche modo contraddistinto l’esistenza di Silvio Berlusconi e di come queste si siano scontrate contro il peggiore dei suoi avversari, ovvero, l’inesorabilità del tempo. Si ha quindi l’impressione di assistere ad un pietoso quanto grottesco siparietto di stampo Settecentesco, in cui un re, ormai arrivato alla fine dei suoi giorni, si rifiuta categoricamente di abdicare al trono.

Se nel primo capitolo al centro della trama c’erano fondamentalmente Loro, ovvero quelli che non contano, nel secondo esiste solo Lui, Silvio. In tutta la sua opulenza e decadenza. Non è un caso che in questa pellicola le figure interpretare da Scamarcio, Kasia Smutniack e Euridice Axen, scompaiono quasi completamente. In conclusione, Loro 2 riesce dove Loro 1 aveva miseramente fallito: catturare il pubblico proponendo qualcosa di autentico. A questo punto resta però da chiedersi se fosse realmente necessario fare un film diviso in due parti. Sarebbe bastato riassumere il primo capitolo in non più di 20 minuti ed inserirli nel secondo. Così, per come stanno le cose è un vero peccato.

Loro 1: la pesantezza dell’inconsistenza.

L’Italia delle cortigiane, l’Italia dei cicisbei. Con la sua nuova opera, «Loro 1», Paolo Sorrentino mostra quel lato del bel paese che il mondo ci invidia: quello del bunga bunga.

 Sono esattamente milleottocentosettantuno i chilometri che separano Roma da Londra. Una distanza davvero ragguardevole se considerate che per percorrerla in macchina ci vogliono più di 19 ore (senza considerare le eventuali e necessarie soste lungo il tragitto). Tuttavia, grazie ai privilegi del mondo moderno, oggi possiamo arrivare nella capitale britannica impiegando solo 2 ore e 45 minuti. Ma non è tutto. Con una giornata soleggiata e con il vento favorevole la durata del viaggio si accorcia di un’ulteriore quarto d’ora. In definitiva, con due ore e mezza si è a Londra. Solo due ore e mezza. Immagino che ora però vi starete chiedendo per quale motivo ho deciso di raccontarvi questa storiella.

Semplice, per mettervi in guardia. Perché se mai vi venisse in mente di andare a vedere il nuovo film di Paolo Sorrentino, è giusto che sappiate che quelle due ore e mezza di proiezione non ve le restituirà nessuno. Loro 1 più che intrattenervi vi scipperà della cosa più preziosa che possedete, il tempo. Tempo che avreste potuto impiegare per leggere, divertirvi, viaggiare e magari, che so, andare proprio a Londra. Ma se proprio siete masochisti è doveroso, da parte mia, darvi qualche elemento su questo im/perdibile capolavoro.

Loro 1 non è altro che un documentario sull’arrivismo italico. La pellicola mostra infatti la ferocia predatoria con cui “coloro che non contano” tentano la “svolta”, sacrificando tutto e tutti, persino se stessi. Una spirale fatta di droga e alcol, di escort e di appalti, di eccessi e successi. È l’Italia a cavallo tra il 2006 e il 2010, quella in cui uno dei protagonisti, Sergio Morra alias Riccardo Scamarcio, tenta la scalata. Un cammino che lo porterà dalle strade di Taranto ai sontuosi salotti di Roma e dai salotti di Roma alle paradisiache spiagge di Porto Cervo. Tutto questo per arrivare a Lui, il solo che conta, il solo che comanda: Silvio Berlusconi (Toni Servillo).

Recluso nel suo eremo sardo, Silvio canta, scherza ma soprattutto pianifica il suo futuro. Pianifica come ritornare alla guida del paese, pianifica come scalzare i suoi rivali, pianifica come portare il suo Milan sulla vetta d’Europa e perfino come riconquistare la sua bella Veronica (Elena Sofia Ricci) l’unico vero amore della sua vita (o quasi). Insomma, Silvio fa quello che sa fare meglio, amministrare il suo impero. Paradossalmente però, anche conducendo un’esistenza del tutto singolare, la vita del Cavaliere sembra essere contraddistinta da un certo grado di normalità. Ma è tutta apparenza. La normalità infatti poco si adatta alla smania di potere e di controllo, specialmente per chi ha già tutto ma che, allo stesso tempo, non ne ha mai abbastanza.

La ricerca dell’eccesso e del divertimento che viene mostrata nel corso della pellicola sembra quindi essere una componente necessaria, quasi vitale, per chi si trova all’apice. Una risultante figlia di un sistema che ha fatto della mercificazione della dignità e del superamento dei limiti i suoi elementi fondanti. Loro 1 ci propone quindi, in una maniera fantasiosa ma comunque reale, l’elementare incontro tra offerta di esuberanza e domanda di sregolatezza. La prima ascrivibile alla figura dell’intraprendente Sergio Morra e la seconda al quella del nostro volubile Silvietto nazionale.

Insomma, si può dire che con Loro 1 Sorrentino abbia giocato sul sicuro. In fondo, si sa che basta nominare Berlusconi e i cinema di tutto il mondo si riempiono incredibilmente. Raccontare scandali resta pur sempre una delle attività più remunerative nel campo dell’intrattenimento. Tuttavia, anche con la presenza dell’illustre cavaliere, la pellicola soffre comunque della mancanza di un aspetto fondamentale: l’originalità. Questo perché Loro 1 si limita solamente a raccontare ciò che gli italiani sanno già da un pezzo, non apportando nulla di nuovo e soprattutto adottando un approccio estremamente semplicistico. Guardandolo attentamente, si ha infatti la sensazione che sia un film pensato per un pubblico internazionale, per lo più ignaro o più propriamente, non avvezzo al decadentismo di stampo italiano.

Certo, bisogna ammettere che la fotografia, come in tutti i film di Sorrentino è qualcosa di incredibile (merito del maestro Luca Bigazzi) ma credere che essa, da sola, possa sopperire alla mancanza di contenuti è pura follia. Più che a un film siamo di fronte a un découpage di scene, ricalcate qui e là e appiccicate senza tener troppa cura della trama. In conclusione, Loro 1 non è altro che un incommensurabile assolo di sbadigli dalla durata di due ore e mezza.

PS: Ora provate ad immaginarvi quanto sarò felice quando il 10 maggio andrò a vedere il secondo capitolo di questo grandissimo capolavoro. Evviva.

 

Gioventù italica: Youth e la pirateria

Non sono un grande ammiratore di Paolo Sorrentino, ma un po’ per curiosità, un po’ per poter lanciare su Facebook qualche flame vecchio stile, sono andato a vedere i suoi ultimi film al cinema abbastanza celermente. Vi sarete forse accorti che non ho pubblicato nessun post riguardo Youth, il suo ultimo lavoro, e il semplice motivo è che non ho avuto modo di vederlo. Non perché non avrei voluto, ma a causa di un peculiare embargo voluto dalla Fox Searchlight, che distribuirà Youth nelle sale americane: nessuna copia in versione originale potrà essere distribuita prima dell’uscita a stelle e strisce, prevista per l’autunno.
Il disagio è minimo sinceramente, nel senso che una grossa fetta dei film che ogni anno attendo anche più febbrilmente di questo, nelle sale italiane non hanno nemmeno la speranza di fare un’affacciata, e l’esercizio della virtù dei forti non mi è nuovo in questo campo.

Sono rimasto però un po’ stupito dalle motivazioni di questa interdizione, che non credo avere molti precedenti. Il distributore americano è infatti preoccupato che distribuendo copie inglesi della pellicola in giro per il mondo, aumentino le possibilità che questa venga piratata ben prima della sua uscita oltreoceano, minando i potenziali ritorni al box-office.
Non voglio dire che si tratti di un precedente pericoloso, perché in fondo il numero di film che si trovano nella strana intersezione di circostanze che hanno fatto venire in mente ai capoccia americani questa strategia è molto limitato, ma è sempre abbastanza curioso e quasi divertente osservare queste aziende colossali dibattersi goffamente nel tentativo di ostacolare una serie di fenomeni su cui evidentemente non hanno nessun controllo.

Per valutare quanto efficace o meno un provvedimento del genere possa essere avrei bisogno di numeri e dati che non saprei dove andare a cercare, ma quello che mi pare chiaro è che non è con queste toppe improvvisate che si potrà mai risolvere il “problema” della pirateria alla radice. Questo in particolare in Italia, dove un appassionato di cinema ha veramente poche maniere di spendere cifre ragionevoli per dei servizi on demand di buona qualità, e la pirateria si diffonde innanzitutto perchè il “servizio” che offre è di gran lunga il migliore su piazza.
Si potrebbe obiettare che il servizio gratuito sarà sempre preferito dal pubblico, ma il successo di piattaforme come Steam e Spotify in altri ambiti ci dimostra come le persone siano più che disposte a mettere mano al portafogli quando sentono di potersi fidare di un prodotto che percepiscono come ben concepito e di semplice accesso e impiego.

Non so cosa renda l’industria cinematografica così di retroguardia rispetto ad altre aree dell’intrattenimento, probabilmente il semplice fatto che per molti anni le connessioni casalinghe non consentivano l’agevole condivisione di file di grandi dimensioni come quelli video, ma non c’è dubbio che, come i loro colleghi discografici hanno dovuto imparare sulla loro pelle, cercare di arginare la circolazione del materiale è un’impresa pressochè impossibile. Spendere risorse nello sviluppo di servizi di nuova concezione invece che nel combattere una guerra coi mulini a vento è chiaramente l’unica maniera per sopravvivere, e prima questo concetto passerà, prima potremo lasciarci alle spalle iniziative strampalate e dilettantesche come questa di cui è stato protagonista Youth.

Grande Bellezza e grandi sciocchezze

Dopo qualche settimana di sedimentazione sono finalmente pronto a scrivere due righe sulla vittoria de La Grande Bellezza agli ultimi Oscar, argomento che ha infiammato una grossa percentuale dei miei contatti Facebook, il mondo giornalistico e mediatico italiano e persino politici e istituzioni. Nel mezzo della fisiologica gaiezza che l’evento ha suscitato ci sono state infatti un paio di tendenze abbastanza censurabili che volevo sottolineare.

La prima, che ho notato principalmente su Facebook, ma che ha avuto anche qualche riverbero su alcuni mezzi di stampa minori, è stata una specie di caccia alle streghe nei riguardi dei detrattori del film, categoria alla quale mi sento di appartenere. Quanti stati del tenore de “la gente che critica La Grande Bellezza non capisce un cazzo”, “vi meritate Biagio Izzo” e simili sono comparsi nei giorni circostanti la premiazione? La cosa assurda è che questi attacchi da cui il film evidentemente ha così tanto bisogno di essere difeso erano ben più sporadici e molto meno accorati delle infuocate apologie che hanno invaso la rete, e se non è sorprendente che il picco di consensi per il film si sia avuto nel momento del suo trionfo, c’è anche da dire che all’epoca dell’uscita in sala non avevo per nulla avuto la sensazione di uno schiacciante plebiscito a favore della pellicola e non vedo il perchè di tanta indignazione nei confronti di quelli che sono stati bollati pressochè come nemici della patria. Peculiare anche l’argomentazione secondo la quale “se non ti sta bene La Grande Bellezza allora continua a guardarti la D’Urso”. Al di là della discutibile solidità del sillogismo, vorrei far notare come la qualità dell’intrattenimento nazionalpopolare sia tendenzialmente bassa ovunque -noi abbiamo Pomeriggio 5 e loro hanno Sixteen and Pregnant- ma se poi il corrispettivo “duello” è Sonic Youth contro Afterhours o Letterman contro Fazio, la colpa non è certo della Barbarona nazionale.

La seconda enormità che è stata suggerita questa volta anche e soprattutto dai grandi mezzi di comunicazione, è che il successo di Sorrentino ad Hollywood possa o addirittura debba preannunciare un rinascimento per il cinema italiano, quando non proprio per l’economia e l’intero paese.

Quanti dei vincitori come miglior film straniero degli scorsi anni sapreste nominare? Quanti di questi avete visto? Quanti miracoli economici hanno preannunciato? La verità è che il premio di per sè conta veramente poco e che quello che eventualmente aiuterebbe sarebbe un grosso successo ai botteghini esteri, cosa che non mi risulta sia accaduta, anche perchè fuori dal microcosmo italiano La Grande Bellezza è solo un altro film d’autore lento e pretenzioso, e film del genere, che siano capolavori o cagate pazzesche, raramente si rivelano miniere d’oro. Francamente non mi stupirei di scoprire che il film sia stato filato sostanzialmente meno anche solo spingendosi fuori da Roma, per cui non farei troppo affidamento sugli spettatori tedeschi o americani per sancirne il successo.

In conclusione inviterei a raffreddare gli entusiasmi per un evento che ha probabilità estremamente basse di avere strascichi significativi a qualsiasi livello e che ha per il resto del mondo la stessa importanza che hanno avuto da noi le analoghe vittorie di Departures e Nowhere in Africa. Esatto.

Paolo Sorrentino: ritratto del regista per neonati opinionisti

Premessa: non ho nessuna intenzione di fare un altro inno a La Grande Bellezza ne’ di sparare a zero sul film con titoli tipo “la grande bruttezza/schifezza/monnezza”. Direi che ne abbiamo abbastanza. Su ogni sito, giornale, blog, social network esistente sono fioccati sapienti critici cinematografici che sanno tutto sulla decadenza o sullo splendore di Roma ma sono convinti che Gep Gambardella sia Paolo Sorrentino. Quindi spendiamo due parole sul regista (che non è anche l’interprete) de La Grande Bellezza.

Parla poco, è ossessionato dalla scrittura, ascolta la musica di Califano e considera twitter una “stronzata”. Questo è Paolo Sorrentino l’uomo del momento, il regista che ha riportato in Italia l’Oscar dopo quindici anni. Allora, era il 1999, la vita era bella per Roberto Benigni che dopo l’annuncio si arrampicò sulla poltrona del Dolby Theatre di Los Angeles, salì sul palco saltellando, e in un discorso di quasi tre minuti ringraziò “mamma e papo” e la “life that is beautiful”, la vita che è bella. Oggi, è il 2014, “The Great Beauty”, La Grande Bellezza, trionfa agli Oscar come miglior film straniero, ma Sorrentino non è Benigni e chi si aspettava un altro “One man show” è rimasto deluso. Niente urla di gioia, solo una rapida stretta di mano agli attori Ewan McGregor e Viola Davis dai quali ha ricevuto la statuetta. Meno di un minuto di ringraziamenti pronunciati tutti d’un fiato in cui le menzioni d’obbligo ad attori e produttori si sono mischiate a quelle per i Talking Heads e Maradona, accenni di comicità un po’ malinconica in linea con il suo Gep Gambardella. Un discorso a braccio, ma decisamente più articolato di quello, dominato dall’emozione, ai Golden Globes, in cui definì l’Italia “Crazy country but beautiful”, “paese pazzo ma bello”. Torna a sedersi, tutto finito, alla stampa poi dichiarerà che avrà bisogno di mesi prima di rendersi conto di quello che è successo ieri notte a Los Angeles.

Paolo Sorrentino non è un animale da palcoscenico eppure di premi ne ha sempre vinti tanti. Il regista napoletano che avrebbe potuto essere un dottore in economia e commercio, si lancia nel cinema per divertimento, per mettersi alla prova, perché un buon film “richiede solo un buon dilettantismo”. Debutta nel lungometraggio con L’uomo in più nel 2001, del quale è anche sceneggiatore. Un film profetico, basato sull’idea dell’omonimia e del caso che decide la vita dei due protagonisti.

Per Sorrentino sarà proprio Servillo “l’uomo in più” e la collaborazione tra i due porterà fortuna anche negli anni successivi. Le conseguenze dell’amore (2004), ottiene un successo critico ancora maggiore dell’opera precedente, vincendo 5 David di Donatello. Il riconoscimento internazionale arriva nel 2008 con Il Divo, ispirato alla storia di Giulio Andreotti, che si aggiudica il premio della giuria al Festival di Cannes 2008 e sette Golden Globes. Il regista vince e non cambia la sua squadra, un po’ perché le storie le costruisce partendo dai personaggi, un po’ perché gli attori in generale gli stanno antipatici, troppo “narcisisti”, “capricciosi” e “finti anche nella vita”, mentre lui lavora bene solo con chi riesce a instaurare una sorta di “affinità elettiva”.

Con la fama arriva anche un nuovo look. Sorrentino posa per Vogue e veste Armani. Lo stilista ha dato anche un party in suo onore a Los Angeles la sera prima degli Oscar. Nonostante il taglio più scompigliato e sbarazzino, Sorrentino pare non montarsi la testa: “Io tendo a non interrogarmi molto su quello che faccio e a che punto mi trovo nel mio lavoro. – ha dichiarato in una vecchia intervista – A costo di essere deludente, dico che io prendo tutto molto più alla leggera. Il cinema, mi dà l’idea di un rifugio per chi non sa fare nulla, anche se in realtà poi uno le cose deve saperle fare eccome, ma è certamente una cosa molto divertente, un grande gioco e come tale va vissuto”. Dice di non seguire un percorso, una direzione, quando lavora, eppure ogni suo film è curato al dettaglio. Nulla è lasciato all’improvvisazione, Sorrentino è attentissimo alla fotografia e fa personalmente sopralluoghi per scegliere le ambientazioni dove girare. Ma l’elemento fondamentale è per lui la scrittura, la grande passione. Ogni altra cosa è recuperabile e correggibile nel fare un film. Il testo se è fatto male, farà andare tutto male. Non lo recuperi strada facendo”. Sorrentino scrive su tutto e di tutto e nel curriculum annota anche l’esperienza come sceneggiatore per la tv generalista per la serie “La Squadra”.

L’ossessione per la scrittura, la fotografia spettacolare, il protagonista di sempre, l’avversione personale verso i narcisisti capricciosi, sono tutti elementi che ritroviamo nel film La Grande Bellezza. Nel cast oltre a Servillo ci sono anche Sabrina Ferilli, Iaia Forte, Carlo Verdone, Pamela Villoresi, Isabella Ferrari. Ma nessuno di loro c’era a Los Angeles, ogni film candidato ha diritto a un certo numero di poltrone nella sala del Dolby Theatre: quattro quelle assegnate a La grande bellezza, a occuparle, oltre al regista, la moglie Daniela D’Antonio, il produttore Nicola Giuliano e ovviamente Toni Servillo, con lui anche sul palco a ritirare il premio. Niente posto dunque per la coppia Ferilli – Verdone, già contrariati da un altro “incidente diplomatico” verificatosi durante la consegna dei Golden Globe: i due attori non erano stati nemmeno menzionati nei ringraziamenti pubblici del regista Sorrentino. Infine, per tutti quelli che in questi giorni scrivono, twittano, postano commenti su di lui, sappiate che non li vedrà mai. Da uomo di penna, Sorrentino delle nuove tecnologie ha un po’ paura (“sono tutte una stronzata” ha detto una volta), persino per il cinema digitale ha un’avversione. Ma dopo l’Oscar nulla è impossibile, nel suo prossimo film combatterà con la sua nuova ossessione. Si intitolerà “Il Futuro”.

 

Beautiful confessions of the priest

Premessa necessaria: penso che Paolo Sorrentino sia un regista molto sopravvalutato. Il suo film americano è probabilmente uno dei più grossi cumuli di merda che mi sia mai capitato di vedere, e quando ho sentito che il suo nuovo lavoro sarebbe stato in qualche modo una rivisitazione de La dolce vita -un altro film che, per usare un eufemismo, non amo- mi ero già ampiamente preparato al peggio.

Durante i primi minuti de La grande bellezza tutti i miei pregiudizi si materializzavano così precisamente che mi sembrava di star venendo personalmente provocato dal regista. La rappresentazione grottesca e pseudo-felliniana di una festa di compleanno burina a Via Veneto, realizzata con un montaggio musicale di gente brutta in pose brutte, bruttamente inquadrata, rappresenta tutto il peggio del cinema di Sorrentino, un regista che non potrebbe produrre un’immagine bella nemmeno se dovesse servire a salvargli la vita, e con una disgustosa tendenza a sparare sulla croce rossa.
Con la scusa dell’exposè delle brutture della società italiana, il cinema italiano è diventato esso stesso osceno, privo di empatia e incapace di connetere col pubblico; Sorrentino è uno dei massimi responsabili di questa tendenza nel panorama contemporaneo, e La grande bellezza non fa passi avanti sotto questo punto di vista. Il film è, fotograficamente parlando, “di una bruttezza indiscutibile” e se drammaticamente è ben lungi dall’essere il disastro che era This must be the place -anzi, la sceneggiatura è probabilmente l’aspetto migliore- resta il fatto che gli sprazzi di bellezza a cui Toni Servillo ci rivela di appigliarsi verso la fine del film mancano totalmente all’appello di questa pellicola, e non possiamo continuare a farci prendere per il culo dalle mossette pseudo-auteuriali del regista partenopeo.

La grande bellezza quindi si risolve fondamentalmente in un caleidoscopio di macchiette e caricature viste attraverso gli occhi del protagonista, il solito depravato Sorrentiniano che si eleva al di sopra della massa damnatorum dei comprimari per la consapevolezza che dimostra di avere riguardo la situazione disperata sua e degli altri, miserabile premio di consolazione che genera un mal dissimulato orgoglio, a onor del vero più nell’istanza narrativa che nel personaggio di Gep.
La prospettiva, dichiaratamente voyeuristica e interna al miserabile ambiente che il film descrive, conduce a una politica dell’abbandono a qualsiasi stereotipo, dal prete mangione al libero professionista puttaniere, passando per l’intelletuale irrilevante e la soubrette cocainomane, personaggi che non hanno nulla da dire e nulla da fare se non suscitare la pietà di Servillo, di Sorrentino e dello spettatore.
La differenza tra l’osservare o il rendere conto e lo sguazzare nella miseria psicofisica dei personaggi del film sfugge completamente al regista che lascia che questa miseria si allarghi al film nel suo complesso, senza gestirla, incanalarla o plasmarla in alcun modo, contravvenendo così alla perla di saggezza che proprio uno dei suoi personaggi tanto gravemente ci regala in uno dei momenti più assurdi e crudeli del film.
Il punto su cui La grande bellezza si salva è la piacevolezza del ritmo e della progressione della vicenda, che si spalma sulle oltre due ore di durata in maniera omogenea nonostante la consecutio logico-temporale tra le varie scene non sia la più ferrea che possiate immaginare (non che la cosa sia di per sè un problema).

Nel complesso, e per quanto mi riguarda, l’imperatore continua ad essere nudo, magari con un perizomino in più rispetto all’ultima uscita, ma la vista resta poco piacevole.