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La pazza gioia di Paolo Virzì

Dal suo esordio, avvenuto nel 1994 con La bella vita, Paolo Virzì ha mantenuto un ritmo abbastanza regolare nella produzione delle sue pellicole, sfornandone all’incirca una ogni due anni. L’ultima fatica del cineasta livornese è La pazza gioia, uscito in sala poco più di un mese fa.

Seguendo un’ormai collaudata unione di dramma, commedia e critica sociale, Virzì sceglie di ambientare la propria storia in una comunità di recupero per donne affette da disturbi psichici. Avvalendosi di due colonne della sua cerchia, Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, contornate da un folto gruppo di caratteristi (tra i quali spicca un Marco Messeri commoventemente squallido), porta in scena le vicende di due pazienti della comunità e dell’inaspettata amicizia da queste intessuta. Le protagoniste sono infatti Beatrice e Donatella, facoltosa lungodegente scaricata da marito e famiglia l’una, ragazza madre povera e depressa cronica l’altra. L’arrivo in comunità della seconda attrarrà le attenzioni della prima, che la prenderà sotto la propria ala trascinandola in una serie di avventure alla Thelma & Louise sotto Xanax.

E’ evidente come l’intento principale del film non sia tanto concentrarsi in maniera intimista sul rapporto tra i due personaggi principali, quanto piuttosto allargare il discorso, un po’ come succedeva in Tutta la vita davanti, per fornire allo spettatore un quadro decisamente sconsolante dell’Italia contemporanea, in cui allacciare legami sinceri sembra essere l’unico modo di salvarsi dall’affondamento di una nave gretta e triste. Durante le loro avventure, infatti, il candore delle nostre è continua vittima di vecchi coatti arrapati, genitori falliti e approfittatori di varia risma, tutti pronti a sfruttare le debolezze e l’ingenuità delle due donne per perseguire i loro biechi scopi. In tal senso risulta fondamentale il personaggio di Beatrice, vittima inconsapevole di quella società berlusconiana (come esercizio di stile i riferimenti a Silvio sarebbero potuti essere meno didascalici) che l’ha relegata al ruolo di moglie trofeo ma che lei ricorda con occhi sognanti, e a cui la Bruni Tedeschi dà corpo con un’ottima performance.

Uno degli aspetti più apprezzabili, indici di un’evoluzione nelle istanze analitiche di Virzì e soci, è la creazione di un coro di personaggi ben delineati ma non caricaturali. Se infatti ricordo di aver mal digerito gli archetipi e le macchiette su cui poggiava un film come Caterina va in città, nel caso de La pazza gioia la sensazione è quella di assistere al frutto di una buona osservazione della realtà, piuttosto che alla messa in scena di una sua semplificazione.

Il problema del cinema italiano

La scorsa settimana su repubblica.it mi sono imbattuto in un articolo che presentava il nuovo film di Sergio Castellitto, Nessuno si salva da solo. In tutta franchezza non ho nessun interesse nel film, ma il pezzo conteneva un paio di dichiarazioni del regista secondo me molto significative per comprendere la situazione corrente del cinema italiano.

La prima riesumava un dibattito molto vecchio riguardo la natura e le priorità del cinema come mezzo di comunicazione ed espressione artistica: sono convinto che innanzitutto il cinema si scrive, poi si recita, si gira, si monta ma soprattutto si scrive”. Nella seconda, che seguiva una rivendicazione non virgolettata del ruolo di filmmaker non cinefilo, Castellitto si proclamava “primo spettatore” in quanto in grado di capire immediatamente “se una scena funziona o no”.

La considerazione riguardo la priorità data alla sceneggiatura nella creazione di un’opera cinematografica è ovviamente molto personale, e il dissenso di molte persone, incluso quello del sottoscritto, non priverà Castellitto della possibilità di portare avanti la sua concezione di cinema, in cui la collaborazione con la moglie scrittrice gioca evidentemente un ruolo di primo piano. Purtroppo questa visione è molto condivisa da pubblico e produttori italiani, e la cosa ha portatoalla pressochè totale assenza di registi italiani contemporanei nella cui opera altri approcci prendano il sopravvento. La componente drammatica, o magari quella umoristica, giocano infatti un ruolo quasi sempre prevaricante nell’economia di una grossa fetta delle pellicole prodotte nel nostro paese, a prescindere dai mezzi a disposizione e dalle aspettative di ritorno commerciale.
Ovviamente una scrittura di qualità non esclude che anche altri aspetti di una pellicola vengano sviluppati e messi in risalto, nè mancano esempi di grandi film in cui l’aspetto narrativo sia la colonna portante dell’edificio; in via di principio sarei più che disposto a lasciare a Castellitto il suo cinema e a tenermi il “mio”, ma in Italia, per motivi che la seconda affermazione dell’attore molisano mette in luce, un approccio al cinema che non sia fortemente incentrato sugli aspetti narrativi è al giorno d’oggi pressochè estinto.

L‘impressione che un uomo che di cinema vive mi fa quando dichiara di non essere un cinefilo è davvero stridente. Un po’ come nel caso dei politici che si dichiarano al di sopra dei partiti o delle ideologie, mi pare evidente che certe affermazioni non possano essere prese letteralmente se non a pesante discapito della credibilità di chi le pronuncia. Anche ipotizzando che si tratti di una mossa promozionale con la quale Castellitto vuole dissociarsi dalla figura dell’autore che fa film “pallosi” però, non posso fare a meno di pensare che la vera ragione che ha portato il panorama cinematografico nostrano all’attuale e apparentemente irreversibile periodo di magra sia proprio il fatto che la grossa parte dei registi di maggiore successo e risonanza in effetti non ami il cinema.
Tutti amano il cinema, ovviamente, come tutti amano la musica, il cibo e il sesso, ma c’è una differenza tra amare il prodotto finale e amare il processo. L’appunto sembrerà arrogante venendo da uno sfaccendato che non ha mai messo piede su un set, e rivolto a un professionista che con il cinema si è costruito una reputazione, una carriera, un’identità. Non metto in dubbio il fatto che a Castellitto fare film piaccia molto. Dalle sue dichiarazioni emerge però la concezione del cinema come un mezzo utile a raggiungere dei fini, una forma che deve necessariamente coagularsi in un contenuto narrativo e/o, stando al regista stesso, politico.

Non ho mai visto un film di Castellitto e dunque mi asterrò dal commentare nello specifico, ma per argomentare voglio portare ad esempio un altro regista i cui film tutto sommato apprezzo, e che penso abbia un ruolo di spicco nel panorama italiano contemporaneo.
Ho già avuto modo di commentare su come i film di Paolo Virzì ricadano costantemente nei vizi del cinema italiano di cui regolarmente mi lamento: il sentimentalismo, il ruolo centrale delle dinamiche familiari e via dicendo. Ho anche sempre ammesso che nel caso del cineasta Livornese faccio poi molta poca fatica a soprassedere. Nel suo ambito Virzì ha sempre avuto una marcia in più rispetto ai Muccino, agli Ozpetek o chi per loro, in primis come sceneggiatore e in secundis nel suo saper tirare sempre il meglio fuori dai suoi attori, ma quest’ultimo talentoè l’unico motivo strettamente cinematografico che riuscirei ad addurre se dovessi motivare il mio generale apprezzamento di film come Tutta la vita davanti o La prima cosa bella. La fiducia con cui vado a vedere un film di Virzì (e la soddisfazione con cui mediamente esco dalla sala) è la stessa che avrei se andassi a teatro a vedere uno spettacolo da lui scritto, o se impugnassi un romanzo da lui firmato. Ovviamente questa affermazione è molto riduttiva e irrispettosa verso romanzieri e drammaturghi, ma il punto è che Virzì ha imparato il mestiere del regista come avrebbe potuto imparare quello del fumettista e ha raccontato col suo apprezzabile tocco delle storie che probabilmente avrebbe trovato una maniera di raccontare anche se la vita lo avesse portato su altre strade.

Di nuovo, non c’è niente di male in questo approccio al mezzo, e, da cinefilo quale mi considero, non mi interessa la preservazione della purezza di un fantomatico linguaggio cinematografico, e ho invece tutto l’interesse a che più persone possibili riescano a esplorare le potenzialità del cinema a prescindere dalla direzione presa da questa esplorazione.
L’approccio puramente narrativo è però di gran lunga il più comune e, se i motivi di questa circostanza non sono difficili da immaginare, il livello di uniformità che i prodotti della nostra industria hanno raggiunto negli ultimi vent’anni è scoraggiante. Il problema è che l’idea di cinema di qualità che è più comune tra gli addetti ai lavori, e che è stata dunque imposta al pubblico è di una ristrettezza ad dir poco asfittica. Il cinema deve raccontare storie di rilevanza sociale, possibilmente con ramificazioni politiche o storiche. Di gran lunga privilegiate sono le situazioni di vita vissuta, il quotidiano con cui il pubblico possa più facilmente relazionarsi, e i quesiti etici da talk show la fanno da padrona. Impazzano quindi i film a tema: “la mafia”, “l’aborto”, “la crisi di mezza età”, “la coppia omosessuale” e via dicendo. Ci sono ovviamente vari livelli di sofisticazione e sottigliezza con cui questi temi sono affrontati, ma resta il fatto che sono ormai tagliati fuori un gran numero di filoni cinematografici, anche potenzialmente accessibili ad un pubblico molto vasto, ma che non rientrano nei canoni dominanti.

La prima e più importante vittima di questo stato di cose è il film di genere, che è stato una colonna portante della cinematografia italiana per decenni, e che ci ha regalato maestri internazionalmente riconosciuti come Leone, Bava o Argento. Proprio l’altro giorno stavo vedendo Tenebre, un film scritto in maniera abominevole, omofobo, misogino e che farebbe partire un embolo a Gramellini dopo dieci minuti. Però cazzo che numeri: assassinii vertiginosi, musica da pervertiti, sangue da tutte le parti, un circo allucinato, di pessimo gusto ma elettrizzante a dir poco. Un film del genere in Italia non si fa da trent’anni e all’orizzonte non c’è assolutamente nulla che faccia presagire un cambio di rotta.
Basta conoscermi superficialmente per sapere che non sono sotto nessun aspetto un nostalgico dei tempi andati, che subisco molto poco il fascino dei classici, al cinema come in altri ambiti, e che non sono certo influenzato da un amore aprioristico per i lavori dei vecchi maestri. In questo contesto però non posso fare a meno di constatare come l’inaridimento del panorama cinematografico in Italia sia un processo ormai più che avviato e che appare spaventosamente irreversibile a meno di grossi scossoni che non so da dove potrebbero arrivare. Facendo una superficiale googlata pare che la fetta di mercato dei film italiani in Italia si aggiri intorno al 30%, cifra più che rispettabile, e che quindi alla crisi creativa non si accompagni una crisi economica. Non sembra quindi che il mio punto di vista abbia riscontro ad un qualsiasi livello della catena di montaggio e/o fruizione, e che io debba dunque fare silenziosamente ritorno alla mia caverna. Non opporrò resistenza.

One too many schizophrenic tendencies

Settimana non particolarmente ricca di spunti quest’ultima, ho deciso dunque di sopperire alla qualità con la quantità parlando di tre film ancora in sala nella speranza di facilitare a qualcuno la decisione sul prossimo film da vedere sul grande schermo.
On The Road
Quando un film si discosta così poco dall’aspettativa che ce ne si può fare prima di vederlo non è mai un buon segno. Il fatto che io abbia trovato prevedibile On The Road senza aver nemmeno mai letto il mitologico romanzo da cui è tratto dovrebbe ulteriormente mettere in allerta da un film che cerca di rinverdire i fasti di un’iconografia francamente obsoleta in un’epoca in cui le scorribande dei protagonisti della pellicola impallidiscono se messe accanto a quelle di molti esponenti politici di primo piano. Confezionato dignitosamente, e dignitosamente recitato da un cast che può vantare in ruoli di supporto nomi di primo piano come Viggo Mortensen e Steve Buscemi (protagonista di una parentesi alquanto antiestetica), il film manca completamente di slancio, che sia in forma di una qualche provocazione, di dialoghi interessanti, di soluzioni registiche sorprendenti, e si spegne in una mediocritas così scontata da non riuscire nemmeno ad annoiare.
Se non altro le riprese del film hanno dato il via a una delle saghe di cronaca rosa più divertenti degli ultimi anni, accontentiamoci.

Killer Joe
Dopo un periodo di fasti negli anni ’70, William Friedkin ha per decenni faticato a trovare posto nella considerazione della critica e nei cuori del pubblico da cui pure era stato massicciamente abbracciato ai tempi di The French Connection e The Exorcist.
Al giorno d’oggi il regista ormai quasi ottantenne resta in bilico tra l’adorazione di alcuni (il critico inglese Mark Kermode, per esempio), i distinguo dei più, e il generale disinteresse del pubblico, e in qualche modo questo suo status si riflette in Killer Joe, suo ultimo film.
Thriller molto torbido che difficilmente si immaginerebbe diretto da un ottuagenario, Killer Joe è tratto da una pièce teatrale e racconta la storia di un figlio che si accorda col padre per commissionare a un poliziotto l’omicidio della propria madre e riscuoterne la polizza sulla vita. Nella migliore tradizione friedkiniana il film non lesina assolutamente in quanto a immagini forti e situazioni grottesche; i personaggi si muovono in un vuoto morale che non si tenta mai di giustificare o anche solo motivare, e seppure l’ambientazione possa risultare simile a quella di altri film incentrati sugli orrori dell’America profonda, Killer Joe si tiene decisamente alla larga da ogni intento analitico e va avanti a passo spedito forte del suo baldanzoso e divertito nichilismo.
Sensorialmente il film è meno stridente e sfrontato rispetto alla media del regista e forse anche a quello che le situazioni proposte avrebbero meritato, tradendo in questo l’origine teatrale del copione, ma le ottime interpretazioni degli attori aiutano a mantenere alta la tensione e il senso di straniamento. Juno Temple è fantastica nei panni di una ragazzina strampalata e poco cosciente del suo sex appeal, e Matthew McConaughey, semplicemente ipnotico nel ruolo di Joe, fornisce una performance che da sola dovrebbe bastare a riscattare la reputazione di manzo inespressivo affibbiata all’attore texano per anni.
Un film interessante dunque, pregno di un densissimo dark humor e che consiglio senz’altro a chiunque fosse alla ricerca di un thriller insolito.

Tutti i Santi Giorni
Dopo la requisitoria su Garrone di un paio di settimane fa sarebbe lecito aspettarsi massicce dosi di veleno riguardo a un film di Paolo Virzì, regista che più legato non si può agli stilemi di una commedia agrodolce decisamente vecchio stampo. Per gusto di argomentazione potrei tranquillamente stendere una lista di tutti i difetti dei suoi film, questo incluso, ma sarei ipocrita se non confessassi la mia parzialità nei suoi riguardi. La verità, per quanto mi riguarda, è che al di là della strutturale banalità di tutti i suoi film, dell’uso probabilmente non inconsapevole ma fin troppo liberale di molti luoghi comuni intra ed extra-cinematografici, Virzì scrive troppo bene ed è troppo bravo con gli attori perchè possa immaginare di non apprezzare un suo film.
Questo ultimo in particolare lo metterei un po’ sotto ai due precedenti che erano più divertenti e non avevano la sgradevolissima fotografia simil-instagram di Tutti i Santi Giorni, ma sinceramente non vedo perchè una persona che abbia apprezzato altri film del regista livornese dovrebbe uscire insoddisfatto da una proiezione di quest’ultimo suo lavoro.
Resta oltretutto fantastico e di un patriottismo sottile e commovente il miscuglio di parlate e accenti che ha sempre caratterizzato i personaggi dei suoi vari film, e che in questo è sempre più eterogeneo e colorito.