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CILE – Piñera: a volte ritornano

Prendete il Cile e unitelo all’Italia per un istante o almeno per chi ha più di venticinque anni verrà semplice comprendere la statura del personaggio di cui si parla.

Quando si parla di Cile, il mio pensiero automaticamente va al giocatore cileno che ha riempito per anni il mio cuore: David Pizarro. Non scorderò mai il suo attaccamento ai suoi colori nazionali, che occasione abbastanza rara, lo portarono a lanciare la propria maglia verso la Sud, nel settore un tempo occupato dal più glorioso gruppo ultras della storia romanista (se non italiana). Lo stesso gruppo nella sua mitologica antologia è rimasto celebre per lo striscione “A volte ritornano”. Questo si potrebbe dire di Sebastian Piñera, il nuovo presidente del Cile, che ha vinto il ballottaggio di domenica. 

Tornando all’unica religione mondialmente riconosciuta ossia il calcio, il neo eletto presidente è proprietario della squadra Colo Colo e della tv Chilevision e questo ci riporta a pensare a un altro, forse il più grande presidente della storia del calcio europeo, che a Marzo giocherà l’ultima discesa in campo, ma stavolta in Italia.

L’analogia con il Bel Paese vuole che a sinistra, al Presidente di un club e di una televisione, gli siano ricordate le storie di scandali dovute a problemi giudiziari. 

Come per l’Italia, marzo 2018,  sarà un mese cruciale e tre giorni prima le nostre elezioni giorno Sebastian Piñera s’insedierà al Palacio de La Moneda. Piñera è considerato un moderato, e non una figura direttamente associata ai conservatori di estrema destra che hanno fatto parte della dittatura militare guidata da Augusto Pinochet che ha governato il Cile dal 1973 al 1990.

Coe in ogni elezione al mondo il punto centrale della sconfitta della sinistra di Bachelet è stata la situazione economica. Nel 2016 la crescita del Pil è stata del 1,6% e nel 2017 del 1,4%, dati similari o di poco migliori di quelli italiani.

Ma, tutto ciò è assai poco per un Paese con straordinarie ricchezze naturali, il pensiero va al devastato Venezuela.

Le sfide maggiori e qui una nuova simbiosi con l’Italia sono le pensioni, ma con il problema inverso ossia il flop del sistema dei fondi privati e infine un’istruzione troppo elitaria per essere considerata degna in uno Stato democratico. O per lo meno la mia persona considera tale chi prende spunto dal testo della Politica di Aristotele.

E nel frattempo in Cile sta per arrivare papa Francesco, il primo pontefice sudamericano, la cui presenza non è caldeggiata dalla popolazione. Scrive infatti Vatican Insider:

La Chiesa cilena è una Chiesa ferita. Le sue molteplici piaghe, sofferenze, patimenti, fanno parte di un elenco lungo: dai difficili rapporti con il governo uscente della signora Bachelet (depenalizzazione dell’aborto, riforma educazionale, diritti civili, questione “Mapuche”, solo per citarne alcuni), ai gravissimi problemi di pedofilia, con particolare riferimento a casi di occultamento o copertura (che coinvolgerebbero anche alcuni vescovi), la vicenda del vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros (nominato da Francesco e molto inviso a una parte dei fedeli), una stampa in generale piuttosto ostile e molto critica dei tre cardinali del Paese

Cile che sembra Italia, con le stesse problematiche strutturali. Gli eterni ritorni, una Chiesa Cattolica in difficoltà e, infine, la speranza di chi al welfare preferisce il sole.

Obama a Cuba fa la storia

Il 21 Marzo 2016 è iniziata la primavera e, come la stagione dei ciliegi in fiore da inizio al periodo del disgelo, così la visita di Obama a Cuba ha avviato la distensione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’isla mas linda. Un tale evento ha destato molta attenzione, curiosità ed aspettative tra gli studiosi di politica internazionale.
Nuove relazioni con Cuba possono significare nuove relazioni tra gli USA e l’intero continente, in quanto, l’embargo tutt’ora in vigore, ha senza dubbio influenzato il rapporto tra le due Americhe.
Dopo un periodo in cui la Cina ha potuto dispiegare tutti i suoi mezzi economici in quello che una volta veniva ritenuto “il cortile di casa” degli Stati Uniti, oggi, forse, i rapporti tra USA e Cuba potrebbero diventare profittevoli per entrambi, con il conseguente incremento di un mutuo sostegno. Ciò, ovviamente, solo se il prossimo presidente vorrà continuare a perseguire questa linea politica cogliendo, in tal modo, un’ottima opportunità.
La diplomazia di Obama lascerà dunque la possibilità di una scelta al prossimo presidente degli Stati Uniti. Girare le spalle all’America Latina e tornare a dare adito ai propri risentimenti oppure aprirsi al continente sudamericano, una regione di democrazie sempre più prospere, e perciò abbastanza mature da essere coinvolte in legami politici ed economici con gli USA. Nell’immediata vigilia dell’arrivo di Obama a Cuba, Raul Castro ha ricevuto la visita a sorpresa del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il quale si è precipitato a L’Avana per poter dialogare con Castro, prima che arrivasse il Presidente degli Stati Uniti. Maduro ha affermato che questi in cui le due Nazioni si trovano oggigiorno sono tempi di rinnovamento e di fratellanza. Inoltre ha tenuto a ricordare, congiuntamente con il Ministro degli Esteri cubano Rodriguez, le tante differenze tra l’isola e Washington. Una fra tutte, la ferma e piena solidarietà da parte di Cuba con la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
È opportuno porre in evidenza che molte delle amministrazioni latinoamericane, in questi anni, hanno lamentato la poca incisività della politica estera degli USA in Sud America. A partire dal dicembre 2014, quando è stata enunciata la forte volontà di normalizzazione dei rapporti tra gli USA e Cuba e poi nell’aprile 2015, quando è stata riaperta l’ambasciata statunitense a L’Avana, le opinioni al riguardo sono state discordanti. Il Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha da sempre sostenuto che questo sarebbe stato un nuovo fondamentale capitolo della storia dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Come lei, così la pensa anche il successore di Chávez, che pure rappresenta la meno filoamericana tra le realtà del continente dell’America Latina.
Di particolare rilievo si mostra, per gli Stati Uniti, la questione dei diritti umani. C’è una ferma volontà degli USA di volerli tutelare e dunque che Cuba si apra al mondo intero. Sono inoltre care agli USA le tematiche relative alla tutela delle libertà personali, e le libertà in generale. Già una simile interruzione al forte isolamento, rappresenta per molti analisti un terreno su cui sarà possibile espandere sempre di più la democrazia. Durante la sua visita, Barack Obama, si è appellato a maggiori libertà per il popolo cubano ed ha inoltre invocato una serie di riforme, a carattere economico e politico, oltre che libere elezioni e maggiore tutela dei diritti umani. Un grande applauso è seguito alle parole di Obama, quando si è espresso a favore della rimozione dell’embargo, in vigore da 54 anni. È opportuno qui ricordare che però solo il Congresso potrà decidere se cancellarlo o meno.
La centralità di Cuba nello scenario attuale delle relazioni internazionali è stata inoltre messa in evidenza dalla decisione dei due massimi rappresentanti della cristianità, occidentale e orientale, di incontrarsi nella cornice dell’isla mas linda. Lo scorso febbraio, infatti, a L’Avana è stata firmata la «dichiarazione di Cuba», ovvero il documento comune sottoscritto da Papa Francesco e dal Patriarca di Mosca, Kirill. Le due massime autorità cristiane ritengono, difatti, che nei prossimi secoli i destini del cristianesimo troveranno maggior spazio nella cornice meridionale del mondo (Sud America ed Africa).

È di ciò significativo il fatto che le due principali autorità europee non abbiano deciso di incontrarsi, per suggellare un simile accordo, nel Vecchio Continente. Già nel 2014, di fronte al Parlamento europeo, Bergoglio affermava che il mondo era sempre meno eurocentrico. Durante l’incontro con il capo della Chiesa ortodossa russa, ha inoltre ribadito che Cuba (dunque non l’Europa, ndr) “se continua così, sarà la capitale dell’unità tra le due Chiese”.
Erano 88 anni che un presidente americano non metteva piede sull’isola di Castro. La TV di Stato cubana ha interrotto i suoi programmi per far seguire al suo popolo l’arrivo di Obama a Cuba.
Anche se la distanza tra gli Usa e Cuba è poca, la distanza politica tra i due Stati è sempre stata molto grande. Sono trascorsi quasi 60 anni dall’inizio della separazione. Una separazione che per Cuba è stata molto dura, perche migliaia di cubani hanno dovuto vivere, a causa di una questione politica, un problema personale come la distanza dai famigliari.
Oggi la visita di Obama significa per i cubani un grande riavvicinamento sentimentale tra i due paesi e anche tra molti cubani ed i propri famigliari. I cubani di oggi sono stati segnati tutti dalla stessa vita: una vita famigliare divisa per quasi sessant’anni.
Negli anni Settanta, a Cuba, agli adolescenti veniva insegnato ad usare le pistole, dicendo loro che i nemici americani sarebbero arrivati ad usurpare la loro terra. Oggi quegli stessi adolescenti hanno ricevuto con fiori e con tanto affetto Obama, un presidente molto amato nell’isola. Un presidente amato perfino come uomo, un afroamericano che ha anche un po’ del loro sangue afrocubano. Pertanto questa è stata un’accoglienza speciale, perché ha avuto luogo in un periodo storico nel quale i cubani non si sentono più distanti dai propri vicini. Il popolo cubano, durante quei giorni, è stato in festa. Si è percepita un’aria di gioia. Cuba si stava rendendo conto che un tale avvenimento avrebbe significato un grosso passo in avanti verso la fine delle lunghe tensioni tra i due popoli.
Come pocanzi affermato, l’embargo è purtroppo ancora in vigore. Ad esempio, i cittadini americani non possono andare a Cuba senza un valido motivo. Una simile limitazione non solo non permette ai cittadini americani di recarsi sull’isola come turisti, ma vieta anche alle aziende americane di fare affari con L’Avana. Secondo alcuni funzionari della Casa Bianca, il Presidente potrà ridurre alcune restrizioni approfittando del suo potere esecutivo, tuttavia solo il Congresso ha il potere di abolirlo totalmente. Per il momento, per ciò che concerne i rapporti degli USA con l’isola, sono solo state riavviate le comunicazioni postali, e sono stati riallacciati i voli commerciali. Da inizio aprile è altresì possibile prenotare un alloggio su Airbnb, la piattaforma online famosa in tutto il mondo per chi cerca appartamenti in affitto. Modesto ma significativo segno dei tempi che cambiano realmente.
La visita di Obama è avvenuta a suggello dei 15 mesi di un disgelo, lento ma costante, che dovrebbe in futuro portare ad una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Ciò a patto che il prossimo presidente degli Stati Uniti voglia tenere fede a tutte le scelte e gli impegni presi fin’ora. Questa distensione con Cuba, per quanto riguarda la presidenza Obama, ha radici lontane. È opportuno ricordare che dopo pochi mesi dal suo insediamento alla Washington, nell’aprile del 2009, Obama partecipò al Vertice delle Americhe, tenutosi a Trinidad, e, in quell’occasione, pronunciò un discorso davanti a tutti i leader latino e centroamericani affermando che avrebbe voluto invertire la rotta dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Avrebbe voluto interrompere una simile relazione, così come si era configurata da più di un secolo, a partire dalla dottrina Monroe (1823), con momenti di forte ingerenza, al fine di istituirne una nuova in cui sarebbe valsa la c.d. equal partnership, basata sul reciproco rispetto e su valori condivisi ed interessi comuni. Eravamo nell’aprile del 2009. Poi le la realtà dei fatti, com’è noto, ha subito un leggero rallentamento. Nondimeno, oggi hanno subito una considerevole spinta in avanti.

Dunque, questa visita non ha un valore soltanto simbolico ma è forse un passo in avanti verso la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Obama conta inoltre di riuscire a far ritirare l’embargo dal Congresso prima della scadenza del suo mandato.
Il prossimo presidente avrà pertanto la possibilità di una scelta. Potrà scegliere di volgere di nuovo le spalle a quel “cortile di casa” e lasciare per esempio che la Cina ne possa disporre liberamente, oppure decidere di tornare ad occuparsi di quella piccola porzione di terra e svolgere il ruolo di interlocutore privilegiato. Secondo molti analisti, agli Stati Uniti gioverebbe avere un rapporto fluido, di interlocutore paritario e non dominante, con l’America Latina ed i paesi del centro America.
Gli investimenti cinesi in America Latina gravano considerevolmente sugli equilibri mondiali, in quanto questa è una regione dalle molteplici potenzialità. Certamente, questa idea dell’amministrazione Obama, di un rafforzamento progressivo dei rapporti con Cuba, potrebbe modificare le interdipendenze tra i paesi dell’intero globo.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

Cartesio: tra credenza e ateismo.

Il giorno 24 settembre 2014 è avvenuto un importante incontro tra l’attuale pontefice Francesco e il direttore della Repubblica, Eugenio Scalfari. Tra i grandi spunti che questo incontro ci ha regalato oggi mi vorrei soffermare in modo dettagliato su un episodio che Scalfari volle raccontare al Papa e che ha cambiato il suo modo di pensare.
Scalfari disse:

Frans_Hals_-_Portret_van_René_Descartes[…] Lessi, tra gli altri testi di filosofia che studiavamo, il “Discorso sul metodo” di Descartes e rimasi colpito dalla frase, ormai diventata un’icona, “Penso, dunque sono”. L’io divenne così la base dell’esistenza umana, la sede autonoma del pensiero. […] aveva posto il fondamento d’una visione del tutto diversa e a me accadde di incamminarmi in quel percorso che poi, corroborato da altre letture, mi ha portato a tutt’altra sponda.

 

È Interessante che Scalfari nel suo dialogo citasse proprio questo filosofo francese e la sua opera “Discorso sul metodo”. Infatti tutti gli studiosi, e come dice lo stesso Papa, non possono affermare che Cartesio rinneghi l’esistenza di Dio, ma il contrario. Per capire meglio, lasciamo da parte il “Discorso sul metodo” e  prendiamo come riferimento un’altra opera dell’illustre filosofo, cioè le “Meditazioni metafisiche”, e cerchiamo di capire perché il pontefice rispose con sicurezza in questo modo:«Descartes tuttavia non ha mai rinnegato la fede del Dio trascendente».Sappiamo bene che le “Meditazioni Metafisiche” sono composte da sei meditazioni, e noi prenderemo in considerazione soltanto due di esse, non perché le altre siano meno importanti, ma solo per il fatto che in quelle si trova la risposta all’affermazione del pontefice. Cartesio nella terza e quinta meditazione cerca razionalmente l’esistenza di Dio postulando tre prove, due nella terza e una nella quinta. Cartesio nella terza meditazione afferma che ancora non sa “[…] con certezza se un Dio ci sia […]” (Cartesio, Meditazioni Metafisiche, Edizioni Bompiani, 185 [D’ora in poi citerò quest’opera indicandola con MM]). Infatti precedentemente aveva postulato l’esistenza di un Genio maligno, ma se affermiamo che esiste un Dio buono, non ci può ingannare. Ecco che subito emerge il vero problema della terza e quinta meditazione: Cartesio vuole affermare razionalmente l’esistenza di Dio che non ci inganna. Per farla breve troviamo nella terza meditazione due delle tre prove:

1)  “Con il termine Dio intendo una certa sostanza infinita, indipendente, sommamente intelligente, sommamente potente, e dalla quale tanto io stesso, e quanto tutto il resto – se dall’altro esiste – è stato creato” (MM, 203).In altre parole, l’idea di Dio non è contenuta in me, che sono finito, ma  esiste fuori di me una sostanza che è in atto infinita. La domanda di fondo a questo problema è: Come fa l’infinito a stare dentro il finito? Cartesio lo risolve affermando che l’idea di Infinito è antecedente rispetto a quella di finito, e non si potrebbe avere l’idea del finito, imperfetto, se prima non si avesse quella di infinito, perfetto.

2) Parte dal chiedersi quale è la causa della sua esistenza. Cartesio esclude che sia egli stesso la causa, che io sia eterno, o che sia stato prodotto semplicemente dai suoi genitori, quindi sicuramente una causa inferiore a Dio, conclude affermando che Dio esiste ed ha causato la sua esistenza. Dopo aver classificato le idee in  innate, avventizie e fittizie, cioè le prime connaturate, le seconde sono idee prodotte dalle cose esteriori mentre le ultime sono inventate o prodotte dal soggetto giudicante. Dio non può essere un idea fittizia poiché sarei io la causa di Dio, solito discorso per le avventizie in quanto la causa di Dio sarebbero le cose esteriori, non di rimangono che le innate.

Mentre l’ultima prova la troviamo nella quinta meditazione: se prima Cartesio ha dimostrato l’esistenza di Dio sul piano causale, ora, nella quinta ci muoviamo su un piano puramente ontologico, e per far questo utilizziamo come esempio i concetti matematici a cui appartengono necessariamente alcune proprietà; analogamente al concetto di essenza di Dio appartengono per necessità tutte le perfezioni, tra cui l’esistenza. Perciò Cartesio conclude che Dio esista necessariamente e l’essenza di Dio implica la sua esistenza “e ha tutte le perfezioni” (cfr. MM,247) .

Come ho voluto far notare, Cartesio non ha voluto negare l’esistenza di Dio, che sia un Dio Cristiano o no; lo afferma pure il pontefice “E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio”. Perciò non saprei dire l’interpretazione che ha dato Scalfari alle opere di Cartesio, ma posso dire e affermare che Cartesio non ha voluto negare Dio ma anzi provarlo razionalmente. Per concludere Cartesio crea tanti dubbi in noi quando leggiamo o meditiamo sulle sue opere, soprattutto quando leggiamo le parti sull’esistenza o la necessità di un essere superiore a noi, nonostante lui voglia provare, con tutti i suoi mezzi,  questa esistenza ci insinua quel dubbio dal quale solo un lettore attento riesce ad uscire.

Le parti in grassetto sono tratte dall’articolo della Repubblica pubblicato il 1 Ottobre 2013 e lo potete trovare in questo link

#Instasummer: l’estate ai tempi di Instagram

Alessandra Ambrosio su Instagram

Potrei, dico potrei, aver cambiato idea su Instagram. Considerando che ho bisogno di vari giorni di assestamento ogni volta che facebook cambia le impostazioni della bacheca e che twitter ha ancora per me molti lati oscuri, aggiungere un terzo social network mi sembrava troppo.. eppure è innegabile che X-pro ed effetto seppia diano un certo allure alle tue foto, quindi avevo trovato una soluzione secondo me geniale: ho aperto un profilo Instagram completamente privato. Zero seguaci e zero seguiti, una meraviglia. Lo usavo per modificare le foto e me le tenevo per me, al massimo pubblicavo su facebook quelle di cui andavo più fiera. Per un giorno (per essere precisi per qualche ora), sotto le pressioni di chi mi diceva di tradire l’anima social del social network, ho aperto il mio profilo al mondo. Un semplice struscio di dito per passare dall’impostazione “post privati” a “post pubblici” e mi sono sentita come quell’uomo che esce dalla caverna e dopo anni e anni di oscurità vede la luce: grande euforia seguita da grande panico. Un fuoco incrociato di persone che mi chiedevano l’amicizia, notifiche di like e suggerimenti di persone si sono mischiate alle già pressanti notifiche di facebook e twitter. Ma chi me lo fa fare?! E soprattutto che mi importa delle foto di una tizia sconosciuta che mangia il gelato portando a spasso il cane, anzi l’ “instadog”?! Sono tornata al rassicurante anonimato. Poi ho capito.

I mini bikini di Elisabetta Canalis

Facebook. 10 agosto o giù di lì. Una mia amica-solo-su-facebook (perche se Zuckemberg è tanto infallibile d’inverno a farti uscire sulla bacheca esattamente le notizie di quelli che ti interessano, d’estate va in vacanza pure lui e le novità vanno un po’random) pubblica una foto di lei su una spiaggia meravigliosa con scritto “io sono alle Bahamas e tu?”. Nei giorni successivi si susseguono foto di: ogni suo pasto dalla colazione allo spuntino di mezzanotte, ogni pesce incontrato nel mare, la stanza dell’hotel, il bagno, le saponette e potrei continuare all’infinito… tutto corredato da commenti tipo “stiamo senza sole” “secondo te sto male?!”… c’era una puntata di un telefilm in cui un tipo riesce finalmente a conquistare una ragazza bellissima e manda un msg all’amico: “ce l’ho fatta sono a letto con X”..scontata la risposta: “e allora cosa cavolo ci fai al telefono con me!?”…

Jessica Alba

Il succo è lo stesso, se sei in qualche meraviglioso paradiso terrestre (dove al 90% non prende il telefono) o in una vacanza con i tuoi amici che stando alle foto pare divertentissima, chi te lo fa fare di impazzire a trovare un wifi o pagare costosissime password per pubblicare cose che con tutta probabilità chi vuoi che le veda non vedrà? Il pubblicatore incallito di foto su facebook divide così i suoi 5 minuti di internet profumatamente pagati: uno a pubblicare foto, un altro a trovare didascalie accattivanti e restanti tre a controllare la bacheca di qualcun altro per vedere se si è connesso recentemente e quindi se vedrà che stai facendo delle cose fichissime. In tempi estivi è proprio questo che ti rende fico su facebook: non pubblicare assolutamente nulla. Non dare notizie di te, al massimo una foto o un tag in qualche strano aereoporto per dare l’idea più o meno reale, che tu abbia davvero qualcosa di meglio da fare che stare su facebook.

Belen e il piccolo Santiago a Formentera

Ma allora che fare di quei 580 autoscatti, 80 ritratti e 20 potenziali foto profilo che hai faticosamente accumulato tra sessioni di foto sulla spiaggia e persone improbabili e con la mano tremante a cui hai chiesto: “Scusi non è che ci farebbe una foto?!”. Se su facebook sembri una mitomane ossessivo compulsiva, su instagram sei solo un utente molto attiva e sempre aggiornata, basta saper padroneggiare l’hashtag.

#Instasummer, #instafun #instalove. Instagram quest’estate ha spopolato soprattutto tra le celeb. Alcune sono molto parche nel divulgare la loro immagine ma non hanno problemi ha fotografare i loro piedi o ciò che mangiano in ogni luogo e posizione possibile. Heidi Klum ha letteralmente fatto il countdown per gustarsi un cronouts (compresa gallery di foto in volo), Beyoncé ha bisogno di un hamburger con patatine fritte e succo di pompelmo rosa per “affrontare” tre Mac Pro carichi-carichi di tracce e making of, per non parlare di Rihanna, che mentre Chris Brown se la passa malissimo in tribunale, soggiorna nelle sue Barbados con costume rétro e pollo fritto, infine Jessica Alba che sorride incredula di fronte a un cabaret di pasticcini.

Papa Francesco e un gruppo di scout piacentini

Le star nostrane non sono da meno, e oltre ai piedi concedono anche qualcosa di più. Margherita Missoni seduta a un tavolo di una trattoria en plein air attende il countdown definitivo, quello per la nascita del primo bebé. Attivissime anche la neo mamma Belen che immortala la prima estate con Stefano e il piccolo Santiago e Elisabetta Canalis che ci ha deliziato con bikini succinti e amiche famose. è di oggi la notizia che persino la foto di Papa Francesco con un gruppo di giovani scout piacentini è su Instagram.

Insomma Instagram forse una sua utilità ce l’ha. E per dimostrare le mie buone intenzioni troverete sul mio profilo anche i miei piedi in vacanza! ovviamente #fashionpolinice.

 

 
Suggeriti da Fashion Poli(ni)ce:

Le cento star da seguire su instagram secondo Vanity Fair

http://www.vanityfair.it/people/mondo/13/06/24/instagram-100-star-seguire-vip-obama-biebers-minetti

Papa Francesco e l’autoscatto che fa il giro del web

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/VATICANO/papa_francesco_autoscatto_foto_web/notizie/320235.shtml