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Il tocco magico della French House

La musica degli ultimi decenni, probabilmente anche del prossimo, è stata condizionata ed ispirata al mito celato della French House. Nata dalla House Music si distinse dal filone madre per l’utilizzazione di samples spesso di origine funk e disco. Altre caratteristiche fondamentali sono state l’utilizzo costante dell’effetto “filtro” delle frequenze ed il ricorso a stabs vocali, nonché il campionamento di vecchi dischi funk e disco degli anni settanta e ottanta, con una una gamma ritmica di 110-130 battiti per minuto. Se siete nati tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta i suoi interpreti principali hanno sicuramente segnato i vostri ricordi e momenti.

I suoi principali rappresentanti sono stati: St Germain, Dimitri from Paris, Daft Punk, Alan Braxe, Air, Mr. Oizo, Cassius, Alex Gopher, Benjamin Diamond e Laurent Garnie. Interpreti di un suono mondiale che nella sua seconda generazione vede mantenere alta l’influenza transaplina sui suoni del futuro di: Lifelike, Justice, C2C, Kavinsky, Breakbot, M83 e Gesaffelstein. M83 che in pochi anni hanno rivoluzionato le tendenze e l’orientamento planetario della composizione musicale, come solo la Bristol di fine anni ottanta riuscì.
Come ogni filone musicale d’ispirazione globale la French House, termine nato solo a fine anni novanta grazie ai veejay di MTV Uk, prese vita in una precisa data e durante un atto di celebrazione popolare, che nel mondo post-industriale vede le sue cattedrali nei club. E’ infatti nel giugno 1987, quando il fotografo delle notti parigine Jean-Claude Lagrèze, un personaggio a metà tra Barillari e D’Agostino, produce e organizza French touch al Le Palace, facendo scoprire alla capitale della nazione francese la musica house e con essa Laurent Garnier, Guillaume la Tortue e David Guetta.
L’espressione French Touch, amalgamandosi e plasmando l’intero orientamento artistico di Parigi, fu ripresa nel 1991 sul retro di una giacca creata nel 1991 da Éric Morand per la F Communications e portando l’iscrizione « We Give a French Touch to House ». Era un leitmotiv che si sarebbe imposto per decenni sulla musica house e non solo nel mondo. Infatti, da lì l’esplosione prima dei Daft Punk e poi di Cassius, Modjo e Bob Sinclair fanno segnato ogni qual tipo di produzione house nel mondo.
Le influenze che ne hanno dettato lo sviluppo appartengono alla Space Disco al genere P Funk e infine al genio di Thomas Bangalter, che a mio personale giudizio può esser considerato il più importante francese degli ultimi trent’anni.
Qui di seguito la TOP 10 della French House di Polinice:
1. St Germain – Sentimental Mood
2. Motorbass – Ezio
3. Air – Moon Safari
4. Cheek – Venus (Sunshine People) (DJ Gregory remix)
5. Fantom – Faithful
6. Phoenix – Heatwave
7. Pete Heller – Big Love
8. Gotan Project – La revancha del tango
9. Alan Braxe and Fred Falke – Intro
10. Daft Punk – Human After All / Together / One More Time (reprise) / Music Sounds Better With You

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

Roma/Parigi – Parigi/Roma – la settimana della Cultura francese

Era il 30 gennaio 1956 quando a Roma, l’allora Sindaco Salvatore Rebecchini e il Presidente del Consiglio comunale di Parigi Jacques Féron, suggellarono il gemellaggio Roma/Parigi con il motto «Solo Parigi è degna di Roma e solo Roma è degna di Parigi».


Per l’occasione alle Terme di Diocleziano fu innalzata una colonna di epoca romana sulla quale venne fissata una nave a vele spiegate, emblema di Parigi che gli antichi romani chiamavano Lutezia Parisiorum. Una riproduzione della Statua della Lupa capitolina fu invece donata a Parigi e posta in Square Paul Painlevé.

Il giuramento di fratellanza rappresenta un patto esclusivo, l’unico gemellaggio in essere per entrambe le città. Un patto rinnovato negli anni: il 1° aprile del 1994 da Jacques Chirac e Francesco Rutelli, il 7 dicembre 2006 da Bertrand Delanoë e Walter Veltroni, il 1° ottobre 2014 da Anne Hidalgo e Ignazio Marino.

«Amo Roma: è una città splendida, l’unica gemellata con Parigi»ha dichiarato la Hidalgo quando le due città si confrontavano nella sfida per ospitare le Olimpiadi del 2024. Il 30 gennaio 2016 la sindaca di Parigi insieme al Commissario Straordinario di Roma Francesco Paolo Tronca hanno celebrato i 60 anni del Gemellaggio tra Roma e Parigi.

Giunta alla VII edizione la Settimana francese a Roma lo scorso anno ha rinnovato il legame non solo simbolico tra le due città, in particolare grazie al supporto e l’impegno del Municipio Roma I Centro e del 13° Arrondissemente di Parigi che patrocinano l’iniziativa curata da madame Jacqueline Zana-Victor che dall’8 al 19 marzo 2016 ha portato in città “L’Art dans la Cité” un ricco programma di eventi culturali ed artistici aperti ai cittadini e tutti rigorosamente ad ingresso libero.

Il programma ufficiale della VIII edizione, è stato presentato in Campidoglio venerdì 3 marzo 2017  alle ore 12:oo alla presenza di Sabrina Alfonsi, presidente del Municipio Roma I Centro, della direttrice artistica Jacqueline Zana-Victor, dall’Assessore alla Cultura del Municipio Roma I Centro Storico Cinzia Guido, dall’addetta culturale dell’Ambasciata di Francia Anouk Aspisi, dal Presidente dell’Associazione Jours de France Dario Marcucci, dal direttore de l’Institut français – Centre Saint-Louis Olivier Jacquot e dal presidente dell’Associazione Roma-Parigi Massimo Gazzè.

Cinema, teatro, musica, letteratura, mostre di arte contemporanea e fotografia, ma anche occasioni di incontro e confronto enogastronomico, intitolata «L’art dans toutes ses formes» anche quest’anno la Settimana francese offrirà alla cittadinanza un cartellone di eventi di qualità coinvolgendo splendide location della Città eterna, a partire dalla meravigliosa Chiesa di San Silvestro al Quirinale che ospiterà la splendida mostra di Ives Hayat, un grande protagonista della scena internazionale dell’arte contemporanea.

Da Yves Montand a Jean Cocteau, tra gli omaggi della prossima edizione spicca quello al celebre scrittore, drammaturgo e regista cinematografico Marcel Pagnol. Per l’occasione sbarcherà a Roma il nipote Nicolas Pagnol autore tra l’altro del libro “J’ai ecrit le role de ta vie” edito dalla casa editrice Laffont che terrà una conferenza sull’opera e la vita del famosissimo nonno prima di assistere alla speciale proiezione di “Marius”, la storica pellicola del 1931 da poco restaurata che sarà proposta al Centre Saint-Louis in versione originale sottotitolata in italiano in occasione della serata conclusiva della manifestazione che si svolgerà lunedì 20 marzo 2017 al Centre Saint-Louis in largo Toniolo.

L’intero programma è disponibile sul sito dell’evento: http://romaparigi.info

Attacchi di Parigi – La banalità del giorno dopo

Tutto il mondo è rimasto scosso dagli attacchi di Parigi sferrati nella notte di Venerdì 13 novembre. Un attentato nella culla della democrazia, la Francia, quella stessa Francia che viene ricordata con orgoglio europeo come la patria di tutte le Rivoluzioni contro l’autoritarismo.

Subito dopo l’accaduto ondate di solidarietà hanno invaso web e social network, dando vita ad hashtag e post senza tregua che esprimevano oltre il proprio sentimento di vicinanza nei confronti dei parigini e delle vittime, anche odio e disgusto nei confronti degli attentatori ed una serie di invettive senza tregua nei confronti dell’estremismo islamico e non solo.

L’inventore di Facebook non ha tardato a dar vita ad una nuova “bandiera-profilo”, colorando di blu bianco rosso le bacheche di ognuno di noi, generando una sorta di moda, uno sfoggio, una gara al più solidale della piattaforma virtuale.
In una società in cui ogni accadimento diventa frutto di mercificazione e di macabro esibizionismo non ci siamo fatti mancare lo sciacallaggio mediatico, incline all’accaparramento di likes e all’aumento dello share televisivo, che hanno reso un accadimento drammatico, l’ennesima occasione di rivoltante omologazione.

Dal cappello abbiamo ritirato fuori l’ormai inflazionata, per quanto riguardo l’argomento, Oriana Fallaci, rimarcando le sue doti da Nostradamus, persone che non hanno mai nemmeno sfiorato l’idea di informarsi su cosa accadeva nel mondo sono diventati improvvisati professori di geopolitica.

Il tema è delicato, l’allarmismo alto, la paura giustificata ha generato una caccia l’uomo senza precedenti, si vive con il sospetto che il proprio vicino possa non essere la persona che si crede, e che il ristorante vicino casa sia il luogo dove si potrebbe perdere la vita.

Si grida al blocco dell’immigrazione, alla chiusura delle frontiere, la cacciata di massa di musulmani; soluzioni fittizie, contentini da massa ignorante. I principali artefici degli attentati infatti sono regolari cittadini europei, cresciuti e formatisi nelle nostre scuole, nelle nostre università, segno che l’infiltrazione, l’indottrinamento agiscono in modo subdolo e che non sono frutto dell’importazione di qualche “uomo nero” immaginario che varca il confine.

Contro ogni buonismo sappiamo per certo che nella religione Islamica esiste da sempre una corrente più estrema, che rivendica la volontà di voler ripulire il mondo dagli infedeli e dalla corruzione delle abitudini occidentali, con il sangue e con le bombe e che la tolleranza in certi casi è inutile se non dannosa.

Dobbiamo quindi avere il coraggio di ammettere che questi fenomeni sono anche la causa di un’integrazione mal riuscita, non sempre perché noi europei siamo “brutti e cattivi”, come spesso noi stessi amiamo dipingerci per darci un accento cosmopolita, ma per il semplice e naturale fatto che il meltin pot che tanto abbiamo cercato di raggiungere ,può trovare dei limiti sostanziosi quando si ha a che fare con determinate culture.

Che l’Europa abbia la responsabilità di fare fronte comune in modo unitario contro il fanatismo religioso che ormai non è più alle porte, ma che striscia silenziosamente nelle nostre strade, è chiaro; che lo si voglia fare generando una nuova ventata di xenofobia incontrollata è certamente sbagliato.

Il continente Europeo baluardo di civiltà e valori riconducibili alla tolleranza ha il bisogno di ritrovare un po’ del suo orgoglio, quel coraggio che sembra l’unica e reale arma contro un movimento terroristico che basa la sua propaganda e trae linfa vitale dal terrore che riesce a scatenare.

La paura rende forti i militanti dell’Is, e non saranno dei bombardamenti a tappeto da parte di Francia e Russia a fermarli: l’onnipotenza che l’allarmismo di questi giorni ha generato è andata solo ad accrescere la convinzione per quegli estremisti che il tempo per la loro ascesa è ormai giunta.

Purtroppo con rammarico oltre agli attacchi dell’Islamic State quello che davvero spaventa è l’idiozia e la superficialità della gente che ha sentito la necessità di dare libero sfogo alla propria ignoranza, abusando quasi di quel diritto sacro che è la libertà d’espressione: forse sarebbe necessario abbandonare un po’ delle nostre messe in scena da terzo millennio fatte di scuse virtuali e canzoni condivise per riscoprire la nostra cultura, per sapere cosa stiamo difendendo così affannosamente, ancorandosi a quelle credenze che ci hanno reso unici come popoli e soprattutto avendo la consapevolezza che i primi ad essere indottrinati siamo noi, che ormai pigri di ricercare la verità e troppo spesso incapaci di una vera analisi su quello che accade ci abbandoniamo agli eventi e ci scarichiamo la coscienza con la condivisione di un link.

L’Arch(o)star de la Fraternité

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uno schizzo del Grande Arche de la Fraternité di Parigi, opera di Johann Otto von Spreckelsen (1929 – 1987)

Brand. Con questa parola, che letteralmente significa marca, ovvero una combinazione di simboli, disegni e forme capaci di identificare uno specifico prodotto al fine di differenziarlo da altri offerti dalla concorrenza, si può oggi riassumere gran parte dell’architettura contemporanea. E Brand va a braccetto con Archistar, un altro termine che indica una firma prestigiosa, una personalità autorevole e riconosciuta a livello internazionale per le proprie competenze (quali siano è però un altro discorso più complesso), capace, quindi, di interpretare nella maniera più opportuna un determinato problema, dall’aeroporto al prestigioso negozio sulla 5th avenue, proponendo qualcosa di unico e, talvolta, innovativo. Certamente l’estro creativo non si può mettere in discussione; i latini, infatti, dall’alto della loro conoscenza delle relazioni umane (che poi dopotutto non sono tanto cambiate), avrebbero detto De gustibus non est disputandum. Pertanto, in un tale contesto odierno caratterizzato da una molteplicità di linguaggi e forme, a volte completamente diversi se non contrastanti, è lecito procedere con una certa cautela nella identificazione di ciò che ha effettivamente apportato delle novità a livello architettonico, separandolo altresì dal resto, riconducibile spesso all’espressione Junkspace. Lavoro dunque complesso e certosino che meriterebbe una riflessione più ampia ed organica non affrontabile in poche righe.

Eppure qualche considerazione è possibile avanzarla, distinguendo ad esempio l’architettura in quanto progetto con valenze spaziali-urbanistiche da quelle architetture che invece potrebbero trovarsi qui come a Bilbao o a Los Angeles. Ciò non significa necessariamente che si tratti di edifici speciali, dalle soluzioni spaziali complesse, o che si attengano strettamente a rigidi schemi mentali, di difficile comprensione addirittura per chi li ha immaginati. Possono anche essere opere relativamente semplici, tradizionali se vogliamo, magari pure conservatrici, ma che inserite nel posto giusto al momento opportuno sono capaci di dare un contributo non indifferente al dibattito architettonico.

Questo è ad esempio il caso, secondo un giudizio personale, del Grande Arche de la Fraternité di Parigi, meglio e più semplicemente noto come Arche de la Défense o Grande Arche, una straordinaria (per le dimensioni) struttura a forma di cubo scavato, in vetro e marmo bianco, completata nel 1989 proprio in occasione del bicentenario di quella Rivoluzione Francese che tanto sconvolse il mondo. L’autore, Johann Otto von Spreckelsen (1929 – 1987), architetto danese dalle discrete competenze, riuscì infatti, con questa semplice proposta, pulita ed austera, ad aggiudicarsi il premio vincitore, conteso da altri 484 partecipanti.

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una foto attuale dell’Arco

L’idea delle gerarchie politiche francesi non era in fin dei conti così complessa: individuare con un simbolo la nuova Parigi in continuità con la precedente, sede nella nuova downtown e cuore dell’economia e della finanza, nuove divinità in sostituzione dei vari Re Sole, ormai da troppo tempo caduti in disgrazia. Un ipercubo svuotato che celebrasse la nuova era in cui la Francia entrava era perfetto per gli obiettivi perseguiti: legame visivo e grande dimensione, simboli di memoria ma anche di magnificenza e potere. Il nuovo che sostituisce il vecchio, il quale resta a monito di un passato per alcuni glorioso, per altri dubbioso.

È la logica contemporanea, che non vuole più distruggere il passato per creare un uomo nuovo, abbattendo il centro cittadino per erigere imponenti grattacieli a croce, dalla dubbia utilità e dallo scarso gusto estetico, incuranti della storia di una nazione; è la logica di un grande arco di trionfo, ad imitazione del passato, ma pronto a mostrare i muscoli, che sono il progresso scientifico e la potenza delle macchine; è la pars costruens dell’attualità che, resasi conto dell’impossibilità di creare qualcosa di nuovo da ciò che le Avanguardie avevano distrutto, preferisce il compromesso, abbellendolo come meglio crede.

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una vista aerea di Parigi con il primo piano il Grande Arche

Potrebbe trasparire, dunque, un giudizio sostanzialmente negativo, ma così non è. Infatti, questo edificio assolve perfettamente al proprio compito di vetrina, finestra sul mondo (come è stata definita), senza la pretesa di restituire questo o quello spazio fruibile alla comunità. Non c’è la pretesa di modernizzare dei musei per poi invece trasformarli in vetrine per gioielli da collezione, e nemmeno la pretesa di influenzare l’architettura che seguirà o di insegnare quali siano i reali valori di cui tenere conto. È la vittoria dello shopping. D’altronde era proprio nei pensieri del presidente François Mitterrand, l’idea di dare nuova vita al quartiere degli affari – fino a quel momento deserto nei fine settimana – con un’attrazione in grado di calamitare centinaia di visitatori.

Si potrebbe concludere qui ma c’è dell’altro, interessante. Se infatti si guarda al passato si può scorgere un parallelo tutt’altro che scontato. A Roma, nel Sei-Settecento, quando ancora trionfava il Barocco, tante architetture nascevano a risolvere strategici punti nevralgici cittadini, proponendo dunque architetture che, fortemente integrate con il contesto, non si limitavano a commentarlo ma a plasmarlo. È il caso ad esempio della piazza di San Pietro, opera di Bernini, che completa e definisce l’aspetto della grande basilica petrina, la cui mole troneggia sulla città e le sue numerose cupole. In altre città, invece, la mancanza di un fondamentale riferimento visivo, limitò questo processo di ricerca del dettaglio, concentrando altresì l’attenzione sull’individuazione di un edificio simbolo, capace di raccogliere e presentare all’esterno i valori propri di quelle comunità. Non era il caso di Firenze, anch’essa dominata dalla gigantesca cupola di Santa Maria del Fiore, ma ad esempio di Torino e Milano, o addirittura capitali come Parigi o Madrid. Ne discende che questi luoghi hanno cercato dei propri simboli, facilmente individuabili e riconoscibili da tutti. Torino si dotò della Mole Antonelliana, Parigi della Tour Eiffel, curiosamente anch’essa espressione di quella sapienza tecnologica e potenza meccanica a cui prima si faceva cenno. E, forse, questo nuovo monumento, questa mega cornice urbana senza quadro in perfetta continuità con l’Axe historique che corre da est verso il centro cittadino, si pone in continuità con questo pensiero, ricercando un emblema disponibile al confronto con il passato, ma anche una possibile espressione della condizione attuale della società, nell’ottica di proporre qualcosa di solido e duraturo, come sono solo gli edifici-simbolo di un paese.

Una linea immaginaria giunge fino all’Arco di Trionfo, agli Champs-Élysées ed alla piramide del Louvre. Un nuovo simbolo per Parigi, capace di gareggiare con la Tour Eiffel ed in grado di mostrare ai parigini, come agli stranieri, la grandezza della Repubblica e, implicitamente, dei valori su cui l’intera società occidentale si fonda e regge: Égalité, Liberté, ma soprattutto Fraternité.

Giornata di nebbia

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Torre Eiffel, Parigi

Francia – Charlie Hebdo, quando la guerra sbarca in Europa

Il risveglio dalle vacanze natalizie per l’Europa è stato il peggiore possibile. Uno di quei risvegli che ti catapultano all’inferno. Un inferno fatto di armi, morte, che vede la guerra nella Nazione culla e ispiratrice del moderno concetto d’Europa. Non è questione di atteggiamenti allarmistici, qui non si tratta d’insurrezionalismo o black block. Qui si tratta di guerra. Guerra non più combattuta a migliaia di chilometri da noi, ma dentro le strade delle nostre capitali.

Nella giornata del 7 Gennaio un commando ha assaltato la sede del giornale satirico francese CHARLIE HEBDO, noto per le sue vignette sull’Islam, e ha aperto il fuoco al grido di “Allah akbar”. Si tratta di due fratelli franco-algerini e di un giovane senza fissa dimora. Sono Saïd Kouachi (34), Chérif Kouachi (32) – entrambi nati a Parigi – e Hamyd Mourad (18). Tutti cittadini francesi e quindi con libertà di movimento nell’Unione Europea. In Francia lo Ius Soli è legge da decenni.

Il giornale CHARLIE HEBDO è da sempre noto per la sua irriverente spregiudicatezza. Già nel 2006 il settimanale suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. Si ricorderà come l’esposizione nel 2011 delle vignette satiriche sul Profeta Maometto da parte del Senatore italiano della Lega Nord Calderoli sulla televisione di Stato Rai provocarono l’assalto al Consolato italiano di Bengasi. La sede del settimanale fu successivamente distrutta da un incendio provocato dal lancio di una bottiglia incendiaria nel novembre 2011. L’attentato, che non provocò vittime, avvenne nel giorno in cui era stata annunciata l’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria elettorale degli islamisti in Tunisia. “Maometto direttore responsabile di Charia Hebdo”, si leggeva su un comunicato stampa che annunciava il numero, con un gioco di parole sulla legge islamica.

Charlie Hebdo riuscì a conquistare nuovamente le pagine dei giornali internazionali nel 2012, quando pubblicò nuove vignette satiriche sul profeta dell’Islam. Uno di essi raffigurava Maometto nudo, steso sul letto, che ripete la battuta cult di Brigitte Bardot al regista che la inquadra nel film Il disprezzo: ”E il sedere? Ti piace il mio sedere?”. La pubblicazione avvenne nel pieno della bufera scatenata dal film sulla vita del profeta L’innocenza dei musulmani, prodotto semi-clandestinamente negli Usa, che aveva infiammato il Medio Oriente.

 

Je suis CHARLIE HEBDO
Je suis CHARLIE HEBDO

 

Vista la sua intransigenza Charb era finito nella lista nera dei most wanted di Al Qaeda, per i “crimini commessi contro l’Islam” a causa della satira pungente del settimanale contro Maometto. La foto del direttore di Charlie Hebdo, accanto a quella di altri 9 “nemici dell’Islam“, era stata pubblicata in un vero e proprio “manifesto di morte” nel marzo del 2013 su Inspire, il magazine gestito dall’Aqap. Inspire è come se fosse il bollettino ufficiale del mondo estremista islamico.

Così, mentre il mondo intero condanna la strage nella redazione di Charlie Hebdo, ad aprire un’anomala e scomoda riflessione, cosa impossibile nel desolante panorama italiano, è stato il giornale Financial Times che da oltre Manica ha posto il problema dei limiti di buonsenso alla libertà d’espressione. Libertà d’espressione che è comunque costata la vita a dodici giornalisti e due poliziotti. Ma, i britannici hanno un approccio molto più similare alla realpolitik rispetto alla ideologizzata e  sempre accesa Francia.

In un editoriale pubblicato online il Ft ha accusato il magazine, che in passato era stato già colpito per la pubblicazione delle vignette su Maometto, di aver peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione“, si legge ancora dalle colonne del quotidiano economico britannico. Così il giornale della City, cuore economico dell’Europa, ha attaccato nelle ore di lutto e sgomento, chi ha con quelle vignette causato la reazione terroristica.

“Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, che devono essere catturati e giudicati, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocando i musulmani sono soltanto stupide”.

All’inizio dell’articolo Toby Barber, direttore per l’Europa di Ft, afferma che l’attacco “non sorprenderà chiunque abbia familiarità con le crescenti tensioni” tra gli oltre 5 milioni di cittadini musulmani di Francia e “l’eredità velenosa del colonialismo francese in Nord Africa”. Barber ricorda che;

il peggior attacco terroristico in Europa degli ultimi anni, l’omicidio di 77 persone in Norvegia nel 2011, è stato commesso non da militanti islamici ma da un fanatico di estrema destra, Anders Behring Breivik.

Insomma, un’analisi argomentata, dal carattere storico e geopolitico.

Barber definisce “l’atrocità a Charlie Hebdo”, come del resto altri attentati tra cui quelli dell’11 settembre, “spregevole e indifendibile”. Ma allo stesso tempo l’editorialista ricorda che la rivista “è un bastione della tradizione francese” della satira più incisiva. “Ha una lunga storia di irrisione e pungolo” nei confronti dei musulmani. Nell’editoriale si ricorda che poco più di due anni fa la rivista ha pubblicato un 65 pagine con le vignette su Maometto e questa settimana ha dato la copertina a Sottomissione, un nuovo romanzo di Michel Houellebecq “che raffigura la Francia nella morsa di un regime islamico guidato da un presidente musulmano”.

A oggi la risposta, come suggerito dal Ft, va cercata nell’identità libera e pluralista della tradizione Europea. La quale è però priva del consenso sulle proprie origini cristiano giudaiche, ma piena di parole e di ideologie, come a fine ottocento.

 

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Ora, ci si chiederà chi è che ha portato la guerra nelle nostre città. Ebbene, siamo stati noi stessi o meglio i nostri governanti e apparati statali. Politiche immigratorie sbagliate, false integrazioni disposte solo sulla carta e, infine, le ferite storiche mai sanate hanno portato alla tragedia di ieri. Così come, e in ciò i Francesi hanno molteplici colpe, la miopia geopolitica dell’Occidente, la cui massima manifestazione di scarsa acutezza è stata dimostrata nella ” Questione Siriana “, che ha riportato linfa vitale all’estremismo islamico. Quali e quanti saranno gli interrogativi su chi ha appoggiato e favorito con aiuti materiali i ribelli siriani poi trasformatisi in massa in combattenti dell’Islamic State? Quanto incide quella piaga decennale e sociale che si concretizza nell’architettura di Le Courbusier e della sua  Unitè , nel cui esempio paragono sono nati e cresciutii presunti attentatori? Ora che la guerra e quei combattenti tornano dai paesi arabi bisognerà affrontarli. Affrontarli senza la capacità militare americana, senza uno spirito come quello degli israeliani o dei Cristiani del Medio Oriente e senza più anima europea. Anima che accoglie e costruisce nel Mediterraneo il suo terreno d’incontro, ma che schiacciata dal materialismo storico e dal positivismo è ormai morta.  La risposta all’odio  può essere  solo il dialogo e la piena consapevolezza di ciò che si è, dei propri errori ed origini e di ciò che si  vuol diventare.

Coco avant Chanel: la storia, le curiosità, il mito

Il tubino nero, mitico passe-partout. La bigiotteria e le perle che lei stessa sfoggia a cascata. La borsa 2.55 impunturata, con tracolla e catene dorate. I sandali beige dalla punta nera. La camelia sul revers, i pantaloni femminili che scandalizzano Deauville e i benpensanti, già nel 1920. Il profumo che ha un nome indimenticabile: N.5. La giacca con i bottoni vistosi ispirati dal lift di un albergo nel Tirolo. Il tailleur in tweed, suggerito da una gita in Scozia col Duca di Windsor. Questi sono gli indizi che portano a Coco Chanel. Oggetti icona. Prova assoluta della modernità di una delle personalità che più hanno segnato la moda mondiale. Sono testimoni della frase-manifesto da lei coniata: “La moda passa, lo stile resta”.

Sono i capisaldi dell’impero che Mademoiselle ha fondato e che da 31 anni viene reinterpretato dal talento del direttore creativo, Karl Lagerfeld. Il business cresce, le boutique aumentano. Il concetto di lusso modern, riconoscibile, imitassimo, viaggia nel mondo. E ora Chanel raddoppia la sua presenza a Roma. Alla boutique di via del Babbuino, da giovedì si è aggiunta quella in piazza di Spagna, uno spazio creato dall’architetto Peter Marino in cui arte e moda si fondono. Nell’interno gli abiti dialogano con foto di artisti contemporanei e la collezione ora in vendita è la Crociera Dubai, con un tocco di Oriente.

L’anticonformista Gabrielle, questo il nome di battesimo, nasce a Saumur, in Francia, nel 1883. Alla morte della madre l’orfanotrofio attende lei e la sorella. L’uniforme è un grembiule nero con colletto bianco: viene forse da quella scarna povertà la capacità di vedere lo chic in un niente. A venti anni lavora in un maglificio. Per sfuggire la mediocrità canta in un caffè concerto, il cavallo di battaglia è: “Chi ha visto Cocò?“. Il soprannome resta. Nel 1910 è a Parigi, apre una modisteria in Rue Cambon, è li che ancora oggi la griffe Chanel, a due passi dall’Hotel Ritz che diventa “casa”, ha boutique e atelier. nel negozio di Deauville, aperto nel 1913, vende cappelli, ma subito lancia anche il comodissimo Jersey. Nel 1915 è a Biarritz, dove produce le sue creazioni. La giovane sarta vive adesso con Etienne Balsan, ufficiale benestante: lui ama la vita mondana, lei va a cavallo, sfoggia costumi da bagno e lancia l’abbronzatura. Poi si innamora veramente, di Boy Capel, che muore in un incidente aereo. Alla solitudine si aggiunge la guerra, eppure la ragazza non si scoraggia. Lavora con Cocteau e Diaghilev, ama Pierre Reverdy, poi ha Paul Iribe.

Tra le due guerre, il successo è ormai conclamato. Hollywood la reclama e Madamoiselle veste Greta Garbo, Marlene Dietrich, Gloria Swanson. Relazioni, inoltri, costumi per il teatro e ancora moda. Quei tailleur che sono il segno distintivo della griffe, gli abiti dallo stile perfetto, le giacche. “Sempre meglio togliere che aggiungere” è il suo motto. Modernità, il credo. Il profumo, nel 1921, è un successo. E’ anche il primo firmato da una maison. Crea nel 1924 i democratici bijoux, catene di perle e oro, orecchini a bottoni, ciondoli. Nel 1926 lancia il make up, con un rossetto vermiglio che sarà la sua arma di seduzione. Negli anni Trenta, la maison Chanel occupa tre palazzi e impiega 4000 lavoranti, ma il 1936 porta le rivolte, gli scioperi e i licenziamenti. La Seconda Guerra Mondiale la costringe la costringe a chiudere la sartoria e nel 1947 quando Dior lancia il New Look, si ritira in Svizzera per otto anni. torna nel 1954, a 71 anni e riapre rue Cambon. Torna i auge: Grace Kelly, la duchessa di Windsor, Laureen Bacall, Jackie Kennedy seguono i suoi diktat. Madamoiselle muore a 88 anni, nel 1971. Milioni di donne seguono il suo stile. “Che la mia leggenda segua la sua strada, le auguro buona e lunga vita”, ha affermato una volta. Esaudita.

Marine Le Pen, nuova regina di Francia

I sondaggi lo avevano anticipato da più di un anno, ma, in Italia, nessuno ci aveva creduto, o perlomeno, nessuno si era immaginato un risultato di questo tipo, fino a quando, domenica sera arriva la notizia che il Front National, il partito del più famoso Jean-Marie Le Pen, ormai da qualche anno guidato dalla figlia Marine, diventa il primo partito di Francia con il 24,9% dei voti ottenendo 24 seggi al Parlamento Europeo. “Il popolo sovrano ha deciso di voler riprendere le redini del proprio destino”, queste sono le prime parole che Marine Le Pen ha pronunciato pochi minuti dopo l’annuncio del clamoroso risultato ottenuto dal partito nazionalista francese. Il partito della politica “de les français, pour les français, avec les français” che tra i punti principali del suo programma propone l’uscita dall’ Euro, una moneta che, secondo il FN ha creato solo debito, disoccupazione, esplosione dei prezzi e delocalizzazione, e di tornare al Franco, trasformando l’Euro in una moneta comune, che dovrà coesistere con le monete nazionali. E ancora il “patriottismo economico” contro la delocalizzazione delle imprese, per il rilancio dell’agricoltura e dell’industria nazionale, la liberazione dai mercati finanziari e dalla schiavitù degli interessi sul debito “de-privatizzando” il denaro, misure durissime contro l’immigrazione clandestina e criteri di preferenza nazionale per i francesi rispetto al lavoro, agli alloggi e agli aiuti statali. Infine la rinegoziazione dei trattati europei per recuperare la sovranità nazionale. E su questo punto del programma la Le Pen, guardando alle Presidenziali del 2017, ha subito dichiarato, ieri, che, una volta al potere in Francia (una previsione non troppo campata in aria vista la straordinaria crescita del partito), uno dei primi provvedimenti del FN sarà proprio l’indizione di un referendum per chiedere ai francesi di pronunciarsi su un’eventuale uscita dall’Unione Europea. Delle dichiarazioni che stanno facendo preoccupare un po’ tutti gli europeisti, considerando il consenso di cui il partito gode fra i francesi: uno su quattro ha votato il Front National e si tratta perlopiù di giovani e categorie svantaggiate.

Il quotidiano francese Le Figaro, citando l’ istituto Ispos-Steria, riporta alcune percentuali che spiegano la composizione del consenso ottenuto dal partito nazionalista: il 30% dei giovani sotto i 35 anni hanno votato il FN, e hanno fatto lo stesso il 37% dei disoccupati e il 38% degli impiegati. La percentuale raggiunge addirittura il 43% fra gli operai. Categorie con redditi inferiori ai 20.000 euro l’anno, che qualche anno fa avrebbero probabilmente votato a sinistra e che oggi invece hanno scelto di affidarsi ad un partito nazionalista, che, sebbene sia cambiato sotto la direzione di Marine, è stato sempre bollato come di estrema destra: tutti ricordano le manifestazioni di protesta contro il “fascista” le Pen, quando nel 2002 il Front National raggiunse il 16% alle Presidenziali, andando al ballottaggio con il Presidente uscente Jacques Chirac.

Ma oggi le cose sono cambiate. L’ideologia non conta più nulla ed a contare sono invece le proposte. E quelle del FN piacciono ai francesi: semplici ma non banali, incisive ma non radicali, popolari ma non populiste. La ricetta del FN infatti è quella che, con le varianti del caso, è stata premiata in tutta Europa in questa tornata elettorale: in Ungheria il partito nazionalista Jobbik, guidato da Gabor Vona, nonostante la campagna di odio e screditamento subita nell’ultimo anno, cresce inarrestabilmente garantendosi un risultato strepitoso a queste europee, che lo hanno consacrato il secondo partito del paese con il 15% dei voti. E poi c’ è Alba Dorata, un po’ in calo, ma che si conferma il terzo partito in Grecia con il 10% dei consensi, che gli permettono di guadagnare dei seggi al Parlamento Europeo, uno dei quali sarà occupato dal padre di Yorgos Fundulis, uno dei due giovani militanti uccisi a colpi di arma da fuoco, lo scorso anno, di fronte alla sede del movimento ad Atene. L’NPD, il partito nazional-popolare tedesco ottiene un seggio, e l’onda di affermazione dei partiti nazionalisti in Europa non si ferma qui: dal partito belga Vlaams Belang, al Partito del Popolo Danese, all’Fpo in Austria, fino allo UKIP in Inghilterra, passando per la Finlandia e l’Olanda, i consensi sono fortissimi ovunque. Solo in Italia questa tendenza è stata edulcorata probabilmente dal forte astensionismo, ma anche qui è un dato il buon risultato della Lega di Matteo Salvini, sicuramente sopra le aspettative.

Front National

Eppure esiste una differenza tra i partiti nazionalpopolari come per esempio Jobbik e Alba Dorata e quelli euroscettici tout-court come il Movimento 5 Stelle e lo UKIP. La differenza sta nelle idee fondanti, che nel primo caso sono chiare e precise e nel secondo sono più confuse e adatte a raccogliere la rabbia popolare, che però rischia di restare intrappolata in un limbo perpetuo e di non concretizzarsi in alcun risultato, come ha dimostrato il caso italiano. E il Front National potrebbe avere un ruolo di sintesi tra queste due differenti espressioni di un comune sentimento popolare. Ma l’illusione forse è durata troppo poco perché il fronte sembra già spaccarsi: dal nocciolo duro del suo gruppo anti-euro e anti-immigrazione infatti la Le Pen ha già escluso Alba Dorata, Jobbik ed NPD, con cui, secondo la leader “ci sono divergenze maggiori”. Ok invece per la Lega, Fpo e Vlaams Belang, che, ormai è certo, affiancheranno i 24 parlamentari del Front National nel gruppo europeo che va costituendosi.

 

Alessandra Benignetti

Amor perduto

 Chatelet - Les Halles , Paris
 
 


Marco Lizzani