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Marine Le Pen, nuova regina di Francia

I sondaggi lo avevano anticipato da più di un anno, ma, in Italia, nessuno ci aveva creduto, o perlomeno, nessuno si era immaginato un risultato di questo tipo, fino a quando, domenica sera arriva la notizia che il Front National, il partito del più famoso Jean-Marie Le Pen, ormai da qualche anno guidato dalla figlia Marine, diventa il primo partito di Francia con il 24,9% dei voti ottenendo 24 seggi al Parlamento Europeo. “Il popolo sovrano ha deciso di voler riprendere le redini del proprio destino”, queste sono le prime parole che Marine Le Pen ha pronunciato pochi minuti dopo l’annuncio del clamoroso risultato ottenuto dal partito nazionalista francese. Il partito della politica “de les français, pour les français, avec les français” che tra i punti principali del suo programma propone l’uscita dall’ Euro, una moneta che, secondo il FN ha creato solo debito, disoccupazione, esplosione dei prezzi e delocalizzazione, e di tornare al Franco, trasformando l’Euro in una moneta comune, che dovrà coesistere con le monete nazionali. E ancora il “patriottismo economico” contro la delocalizzazione delle imprese, per il rilancio dell’agricoltura e dell’industria nazionale, la liberazione dai mercati finanziari e dalla schiavitù degli interessi sul debito “de-privatizzando” il denaro, misure durissime contro l’immigrazione clandestina e criteri di preferenza nazionale per i francesi rispetto al lavoro, agli alloggi e agli aiuti statali. Infine la rinegoziazione dei trattati europei per recuperare la sovranità nazionale. E su questo punto del programma la Le Pen, guardando alle Presidenziali del 2017, ha subito dichiarato, ieri, che, una volta al potere in Francia (una previsione non troppo campata in aria vista la straordinaria crescita del partito), uno dei primi provvedimenti del FN sarà proprio l’indizione di un referendum per chiedere ai francesi di pronunciarsi su un’eventuale uscita dall’Unione Europea. Delle dichiarazioni che stanno facendo preoccupare un po’ tutti gli europeisti, considerando il consenso di cui il partito gode fra i francesi: uno su quattro ha votato il Front National e si tratta perlopiù di giovani e categorie svantaggiate.

Il quotidiano francese Le Figaro, citando l’ istituto Ispos-Steria, riporta alcune percentuali che spiegano la composizione del consenso ottenuto dal partito nazionalista: il 30% dei giovani sotto i 35 anni hanno votato il FN, e hanno fatto lo stesso il 37% dei disoccupati e il 38% degli impiegati. La percentuale raggiunge addirittura il 43% fra gli operai. Categorie con redditi inferiori ai 20.000 euro l’anno, che qualche anno fa avrebbero probabilmente votato a sinistra e che oggi invece hanno scelto di affidarsi ad un partito nazionalista, che, sebbene sia cambiato sotto la direzione di Marine, è stato sempre bollato come di estrema destra: tutti ricordano le manifestazioni di protesta contro il “fascista” le Pen, quando nel 2002 il Front National raggiunse il 16% alle Presidenziali, andando al ballottaggio con il Presidente uscente Jacques Chirac.

Ma oggi le cose sono cambiate. L’ideologia non conta più nulla ed a contare sono invece le proposte. E quelle del FN piacciono ai francesi: semplici ma non banali, incisive ma non radicali, popolari ma non populiste. La ricetta del FN infatti è quella che, con le varianti del caso, è stata premiata in tutta Europa in questa tornata elettorale: in Ungheria il partito nazionalista Jobbik, guidato da Gabor Vona, nonostante la campagna di odio e screditamento subita nell’ultimo anno, cresce inarrestabilmente garantendosi un risultato strepitoso a queste europee, che lo hanno consacrato il secondo partito del paese con il 15% dei voti. E poi c’ è Alba Dorata, un po’ in calo, ma che si conferma il terzo partito in Grecia con il 10% dei consensi, che gli permettono di guadagnare dei seggi al Parlamento Europeo, uno dei quali sarà occupato dal padre di Yorgos Fundulis, uno dei due giovani militanti uccisi a colpi di arma da fuoco, lo scorso anno, di fronte alla sede del movimento ad Atene. L’NPD, il partito nazional-popolare tedesco ottiene un seggio, e l’onda di affermazione dei partiti nazionalisti in Europa non si ferma qui: dal partito belga Vlaams Belang, al Partito del Popolo Danese, all’Fpo in Austria, fino allo UKIP in Inghilterra, passando per la Finlandia e l’Olanda, i consensi sono fortissimi ovunque. Solo in Italia questa tendenza è stata edulcorata probabilmente dal forte astensionismo, ma anche qui è un dato il buon risultato della Lega di Matteo Salvini, sicuramente sopra le aspettative.

Front National

Eppure esiste una differenza tra i partiti nazionalpopolari come per esempio Jobbik e Alba Dorata e quelli euroscettici tout-court come il Movimento 5 Stelle e lo UKIP. La differenza sta nelle idee fondanti, che nel primo caso sono chiare e precise e nel secondo sono più confuse e adatte a raccogliere la rabbia popolare, che però rischia di restare intrappolata in un limbo perpetuo e di non concretizzarsi in alcun risultato, come ha dimostrato il caso italiano. E il Front National potrebbe avere un ruolo di sintesi tra queste due differenti espressioni di un comune sentimento popolare. Ma l’illusione forse è durata troppo poco perché il fronte sembra già spaccarsi: dal nocciolo duro del suo gruppo anti-euro e anti-immigrazione infatti la Le Pen ha già escluso Alba Dorata, Jobbik ed NPD, con cui, secondo la leader “ci sono divergenze maggiori”. Ok invece per la Lega, Fpo e Vlaams Belang, che, ormai è certo, affiancheranno i 24 parlamentari del Front National nel gruppo europeo che va costituendosi.

 

Alessandra Benignetti

Un rinnovato Parlamento europeo per una nuova UE

Mancano ormai poche settimane alle nuove elezioni per il Parlamento Europeo e in generale, in Italia e in tutto il continente, inizia ad avvertirsi un certo fermento. Questo anche perché queste elezioni presentano alcune novità che ne aumentano il valore e il significato. Quelle di maggio saranno le prime elezioni per le quali verrà integralmente applicato il Trattato di Lisbona del 2009 che modifica il potere ed il ruolo del Parlamento Europeo, l’unico organo direttamente rappresentativo dei cittadini europei nel quadro delle istituzioni dell’Unione.

Ogni 5 anni i cittadini degli stati membri sono chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti che siederanno nell’assemblea per tutelare e promuovere i loro interessi. Ogni stato membro ha il diritto ad eleggere un determinato numero di rappresentanti e il nuovo Parlamento sarà composto da 751 parlamentari (l’Italia ne eleggerà 73). La principale novità nell’ambito dei nuovi poteri del Parlamento riguarda il ruolo di primo piano nell’elezione del Presidente della Commissione Europea (alla quale spetta il potere esecutivo). Per la prima volta gli elettori avranno voce in capitolo.

La critica maggiore che, soprattutto negli ultimi anni di crisi economica, è stata rivolta all’UE è stata quella di non essere sufficientemente democratica nei metodi e di non garantire una corretta e sufficiente rappresentanza dei suoi cittadini. L’UE ormai viene percepita principalmente come qualcosa di calato dall’alto, autoritario ed usurpatore della sovranità nazionale degli stati membri e lontana dall’esprimere le istanze dei cittadini.

Così, con il Trattato di Lisbona si è deciso che i partiti politici europei (sorta di coalizioni transnazionali nelle quali dovrebbero confluire partiti nazionali affini tra di loro per ideali e valori) debbano indicare il nome di un candidato alla presidenza della Commissione per far sì che i cittadini possano esercitare una scelta più consapevole e chiara. A loro volta, i partiti politici nazionali sono invitati a esprimere la loro adesione ad un formazione politica europea.

Votando alle elezioni europee, dunque, i cittadini determinano composizione e peso dei gruppi nel Parlamento e indirettamente la Presidenza della Commissione. Ci si aspetta che questa democratizzazione dei metodi e della rappresentanza all’interno del quadro istituzionale continentale possa rafforzare i poteri e la legittimità dell’Unione. Dopo le elezioni, dunque, il Consiglio Europeo (l’organo composto dai capi di stato e di governo degli stati membri) sarà tenuto a considerare i risultati usciti dalle urne nell’elaborare una proposta per il candidato alla Presidenza. Il Parlamento voterà poi il candidato proposto, che per essere approvato avrà bisogno della maggioranza dei parlamentari (almeno 376 su 751).

Anche i candidati per i ruoli di Commissari saranno indirettamente e parzialmente espressione dei risultai delle elezioni di Maggio e anche loro dovranno superare la verifica parlamentare prima di poter assumere la carica. Il Consiglio, d’accordo con il Presidente eletto, stilerà la lista dei candidati. Questi, in prima battuta, dovranno presentarsi in udienza pubblica di fronte alle Commissioni parlamentari nei rispettivi settori di competenza per presentare i loro programmi. Il Presidente, poi, presenterà il Collegio dei Commissari e il suo programma in seduta parlamentare. Presidente, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza e gli altri membri della Commissione saranno soggetti, collettivamente, a un voto di approvazione da parte del Parlamento. Una volta approvati, potranno essere ufficialmente nominati dal Consiglio, che dovrà deliberare a maggioranza qualificata.

Penso che non votare sia legittimo e a volte persino giusto, ma credo anche che votare non sia mai sbagliato. In particolar modo in questa occasione ritengo che sia necessario andare a votare. Alla luce di ciò che è avvenuto negli ultimi anni, è ormai chiaro a tutti che l’UE abbia un peso e un’ influenza sulla vita quotidiana dei cittadini europei superiore a quanto si potesse pensare. Ciò ha creato diversi malumori, perché spesso dinamiche e scelte delle istituzioni comunitarie sono parse (o sono state presentate) come troppo invadenti. La disaffezione nei confronti di un’entità che in pochi avvertono come promotrice di reali valori comunitari e solidali è cresciuta come non mai.

Queste elezioni sono, secondo me, un’interessante e importante banco di prova tanto per l’UE come istituzione, quanto per i cittadini che ne fanno parte. L’UE dovrà dare prova di sapersi rinnovare, di essere in grado di colmare quel deficit, quel reale gap di rappresentanza democratica del quale viene accusata per riuscire ad arrivare ad esprimere le istanze dei cittadini che la animano. I cittadini, invece, dovranno dimostrare di saper riconoscere il valore e l’opportunità che un’unione di stati basata su valori e interessi (in questo ordine) comuni può ricoprire nell’affrontare le sfide e le difficoltà che il mondo contemporaneo pone.

Matteo Mancini – AltriPoli