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Una calda estate, o dell’ultima Scuola Romana

A Luglio non si dovrebbe scrivere. Si fa fatica. Il caldo; poi un cicaleggiare costante che si insinua dentro le stanze in penombra, suggerisce piuttosto una pennica. Al massimo una carrellata di pensieri non troppo connessi, che messi assieme potrebbero raccontare una storia, un domani. Eppure Roma d’estate scintilla, di una bellezza anestetica, che induce anestesia.
E’ una responsabilità da distribuirsi quindi: il caldo e la bellezza accecante di Roma.
A Luglio a Roma non si dovrebbe scrivere davvero.

Come si susseguono le stagioni, si susseguono le cronache.
La cronaca, con il suo discutibile senso del dovere, spinge a destarci, a rendicontare.
Da settimane oramai, non riesco a liberarmi di un pensiero.
Sta calando il sipario sull’ultima Scuola Romana.
Quella che si può intendere come l’ultima stagione di una classe di eccellenti architetti e pensatori romani, sta volgendo al termine.

Ci ha lasciato pochi mesi fa Giorgio Muratore, custode di una romanità autentica, difficilmente esportabile. Un fuoriclasse, formatosi nella primavera de La Sapienza, la cui voce ha saputo attingere da intellettuali di Serie A – spesso agli antipodi – i quali, per nascita, formazione, traiettorie professionali, si sono ritrovati, tutti contemporaneamente, sulle rive del Tevere.
Parliamo di una fucina di critici di primo ordine, da Zevi fino a Tafuri passando per Benevolo e Portoghesi, l’intellighenzia romana poteva ergersi a paradigma dell’intero scenario internazionale.
Un’ideale istantanea dei suddetti, avrebbe potuto sintetizzare pienamente il milieu di un fervente e chiassoso dibattito architettonico, ad oggi ineguagliato.

Non credo nelle coincidenze. Penso che ci sia qualcosa di straordinario e beffardo al contempo, nel registrare come alla scomparsa di Giorgio Muratore, siano seguite due iniziative riguardanti altri due alfieri della medesima Scuola. Franco Purini e Dario Passi, sono due facce della stessa medaglia.
Una medaglia incisa da un tratto geniale e da un pensiero raffinato.
Il MAXXI resuscita il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, opera di Purini, mentre alla Fondazione Pastificio Cerere troviamo un’intima antologia su Passi, a cura di Alexandra Andresen in collaborazione con DIVISARE.

Purini e Passi, tra loro Giorgio Muratore. Nati negli anni Quaranta, sarebbe errato raccontare i tre come equidistanti, equilateri. Qui stiamo forzando la mano, per una lettura iconica, a tratti romantica.
In realtà Passi e Muratore condividono un percorso di ricerca e progettazione che li vedrà impegnati assieme per molti anni, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Mentre è con Purini che il palleggio dialettico è rimasto sempre polemico, canzonatorio, fin troppo accurato per potersi ritenere improvvisato. Quasi a suggerire una concertata assegnazione dei ruoli, prima di salire sul palcoscenico. Le distanze erano evidenti, lo spartito il medesimo.

 

G. Muratore, D. Passi; Concorso internazionale della Biennale di Venezia per la sistemazione dell’area del Ponte dell’Accademia e di Ca’ Venier dei leoni; 1985_

 

Sarà la Storia, vicende umane e professionali divergenti, a decretare Purini un architetto compiuto, capace di confrontarsi – a modo suo – con le piaghe del fare architettura a Roma, comunque in condizione di arrivare a costruire, e non poco.

Varrà diversamente per Passi, il quale scelse, forse fin da principio, un altro corso. Riuscendo a sublimare le sue visioni ed i suoi disegni, proprio lasciandoli tali, ineffabili.

Scrive Purini di Passi:

Evoca una Roma la quale, pur non essendoci mai stata, è più vera di quella di molti suoi quartieri. E’ soprattuto una città di intensivi, nei quali si ritrovano memorie delle grandi architetture urbane di protagonisti quali Mario De Renzi, Cesare Pascoletti, Mario Marchi, Gaetano Rapisardi. Atmosfere razionaliste si mescolano a memorie del Novecento e a risonanze dechirichiane e sironiane in una ibridazione coinvolgente nella quale la dimensione poetica di Dario Passi acquista una verità nella quale la teoria incontra l’emozione.

Chi già conosce questa storia, i protagonisti di cui si sta scrivendo – oltre a rimanere vagamente stizzito per una certa fatica che muove queste poche righe – non potrà discutere il concetto di Scuola Romana, almeno per questo nucleo di professionisti, al quale potremmo aggiungere pochi altri.

La definiremmo una scuola, un movimento, un gruppo più che altro, borghese, erudito, in modo quasi compiaciuto, fanatico, ironico e beffardo, con inflessioni dialettali ricorrenti; un gruppo consapevole – del proprio valore e dei propri limiti – nostalgico, progressista anche, realista soprattutto. Perché mai lontano dalla realtà.

E come ha scritto Giorgio, che già ci manca e che ogni giorno vorremmo ancora interrogare per sapere chi ha fatto cosa, per capire i retroscena di una città palcoscenico, di un mondo, quello dell’architettura, che troppo spesso si sopravvaluta e non si considera fondale alla vita, ma vita stessa; come ha scritto Giorgio:

Certo è che tutte le architetture cui facciamo riferimento non avrebbero senso se non a Roma.
Eventi contrapposti, occasioni banali o seducenti, personaggi piccoli o grandi, mediocri o geniali sono tutti accomunati nel dar corpo a una città che non è mai la città che si spera, ma è sempre quella che si teme; eppure, finalmente è ancora l’unica vera città.

Fluid Journey al Pastificio Cerere

Giovedì 2 marzo 2017 alle ore 19 inaugura Fluid Journey, progetto a cura di Silvia Litardi, che si articolerà in una mostra collettiva e in un convegno. Il tema affrontato è quello dello spazio come luogo semantico di negoziazione di senso dove l’artista assume i tratti dello straniero rispetto a una cultura autoctona, stimolando così uno sguardo trans-locale. La mostra sarà aperta al pubblico presso la Fondazione Pastificio Cerere dal 3 marzo al 13 maggio 2017.

Il Symposium, promosso dall’Università La Sapienza di Roma, si terrà il 5 aprile 2017 presso il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea. Interverranno ricercatori e curatori con l’obiettivo di aprire un dialogo con gli artisti coinvolti e gli studenti sui temi del progetto.

Fluid Journey è il tentativo di racchiudere in una cornice concettuale il lavoro di artisti che con il loro operato si comportano come spazio-analisti (“socio-spatial theory” di H. Lefebvre) dando “priorità allo spazio come un punto di vista interpretativo sul mondo” in quanto campo di forze in cui tutte le componenti agiscono e partecipano a determinare i caratteri peculiari di un’identità locale. Interesse della curatrice, Silvia Litardi, è dare rilevanza a questo particolare approccio dell’artista di fronte ad una realtà contingente che può assomigliare a quello dello straniero, capace di cogliere un’urgenza che si riflette sullo spazio e a rinnovare l’uso di quei luoghi poiché portatori di nuovi modi di abitare. I luoghi attraversati assumono così le caratteristiche di “ethnoscapes” (A. Appadurai, 1996) dove la località influenza e ridefinisce le supposte matrici originarie di una composizione culturale o, più semplicemente, il dato paesaggistico non può che fondersi con il panorama umano che lo abita in maniera più o meno stabile.

La mostra stessa, come suggerito dal titolo, è un viaggio fluido tra opere che disegnano una possibile cartografia incompleta e in continuo divenire. Indicativamente è stato scelto un progetto per artista, spesso un video o una documentazione di progetti site specific o context specific.

Uno sguardo schizofrenico, quello proposto da Fluid Journey, che tocca l’utopia mussoliniana della “Terza Roma”: l’EUR – Esposizione Universale di Roma viene attraversato seguendo le storie  dalla comunità filippina nell’opera “We will meet in the blind spot” dell’artista danese Maj Hasager (Danimarca); presenti in mostra anche i collage della serie “Notes on futurism, migration and a lost utopia”.

Julian D’Angiolillo (Repubblica Argentina) conduce lo spettatore a Buenos Aires durante la costruzione di “Antropolis”, un parco temporaneo parassita di “Tecnopolis” (il parco tecnologico voluto per i festeggiamenti del Bicentenario della Repubblica Argentina, 2011) frutto di un’indagine umanistica e una riflessione sulla rigenerazione urbana in occasione di Grandi Eventi.

Alterazioni Video (Italia/Germania) presentano “Ambaradan”, l’ultimo Turbo film prodotto dal collettivo: è la visione esteticamente pop, e al contempo lucidissima, che restituisce il non-detto su una tragedia geopolitica che si consuma in Ethiopia ai danni delle comunità locali.

Sulla costa occidentale del continente africano, Ibrahim Mahama (Ghana) vive e lavora producendo imponenti installazioni fatte di sacchi di juta su edifici dismessi a Kumasi o Accra, simbolo delle economie post-coloniali: in mostra il video “Self Occupation”, una sorta di ricognizione aerea dei grandi interventi dell’artista, e un assemblage di sacchi di juta e materiali vari.

“Pulizia” è il progetto principale con cui Younes Baba-Ali (Marocco/Francia/Belgio) è presente in mostra: una fittizia impresa di pulizia il cui logo ricalca quello della polizia italiana, è stato stampato su divise bianche indossate da migranti con sede in Italia che l’artista invita a delle session di pulizia di spazi pubblici; la visione invertita di chi controlla chi, di chi cura chi, è una messa in discussione delle politiche migratorie italiane.

Goccia dopo goccia un bicchiere si riempie fino a traboccare, mentre la voce di Anna Raimondo (Italia/Belgio) ripete, come un mantra: Mediterraneo, Mediterraneo, Mediterraneo… Nel tempo dell’azione e nel con-fondersi con l’acqua, la voce degrada e la parola diviene inintelligibile. Con il video “Mediterraneo” l’artista, apolide per vocazione, si offre come metafora dell’ubiquità, testimone delle travelling cultures, di un’antropologia incentrata sull’esperienza del viaggio esistenziale senza posa, alla ricerca dell’apertura e del mutamento che ha guidato altresì la costruzione del progetto di ricerca alla base di Fluid Journey.

Tutte le opere sono presentate per la prima volta in Italia in un contesto espositivo.

PROGRAMMA
Mostra: 2 Marzo – 13 Maggio 2017, Fondazione Pastificio Cerere

Symposium: 5 Aprile 2017, MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea – Sapienza

ORARI
lunedì – venerdì 15.00-19.00, sabato 16.00-20.00

INGRESSO LIBERO

CONTATTI
Fondazione Pastificio Cerere
segreteria organizzativa: Claudia Cavalieri e Emanuela Pigliacelli
+39 06 45422960
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