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Pynchon by Anderson

Quando ho scoperto che Paul Thomas Anderson avrebbe diretto un adattamento di Vizio di forma di Thomas Pynchon avevo da poco letto un altro libro del romanziere americano, e sulle ali dell’entusiasmo mi ero immediatamente ripromesso di recuperare quest’altro lavoro che sarebbe a breve finito su schermo. Mi pento un po’ di quella decisione, non perchè non abbia apprezzato l’originale letterario, tutt’altro, ma piuttosto perchè avrei fatto volentieri a meno del bagaglio di pregiudizi e aspettative che mi sono inevitabilmente portato in sala ieri. Si tende a pensare che nel caso dei romanzi adattati per il grande schermo in qualche maniera la visione del film rovini l’esperienza del libro, e che quindi se si è interessati ad entrambi bisognerebbe dare priorità all’opera letteraria, ma mi sto lentamente convincendo che l’approccio corretto sia quello opposto. Guardare un film tratto da un libro che si è già letto porta a concentrarsi su somiglianze e differenze tra i due, e in generale a giudicare il film per la sua qualità di adattamento piuttosto che per i suoi meriti cinematografici, mentre credo che a parti invertite questa tendenza si manifesterebbe molto di meno, o forse per niente.
Spero che questo preambolo aiuti a mettere in prospettiva il mio giudizio del film, che ho comunque notevolmente apprezzato sia per la maniera in cui traspone l’originale letterario, sia per i tocchi aggiuntivi che da esso lo differenziano.

Come chiunque abbia letto un romanzo di Pynchon saprà, ricordarsi la trama dei suoi libri più che per sommi capi è impresa ostica, ed è quindi con le dovute clausole che tenderei a dire che il film è un adattamento piuttosto fedele. Seguiamo Doc Sportello, un investigatore privato fricchettone nella California degli anni ’60, mentre si aggira tra cosche di motociclisti nazisti e comuni di musicisti drogati di varia provenienza, alla ricerca di indizi che facciano luce sulla sparizione di una sua ex-ragazza e del suo attuale amante, un ricchissimo palazzinaro. L’assurdità di personaggi e situazioni potrebbe far pensare a Doc come ad una specie di Alice, ma Sportello è parte integrante dell’ambiente in cui si muove, e il suo straniamento rispetto a qualsiasi cosa gli accada e a qualsiasi persona con cui interagisca è dovuto più che altro alle sostanziose quantità di agenti psicotropi che il nostro assume. Joaquin Phoenix sembra nato per la parte, che magari non sarà lo spot migliore per le sue qualità drammatiche, ma che sfrutta in pieno gli strabuzzamenti e l’aria alienata che hanno sempre caratterizzato l’attore, e a circondare il protagonista c’è una girandola impazzita di comprimari, tra i quali spiccano la suddetta vecchia fiamma, Bigfoot Bjornsen, vera e propria nemesi del povero Doc, e quella che è la più grossa differenza col libro introdotta da Anderson, ossia Sortilège. Sortilège è una ragazza che fa un po’ le veci dell’istanza narrante, impersonale nel romanzo, ma che il regista decide di dotare di un volto e di un nome. Anche su questo non metterei la mano sul fuoco, ma il personaggio non credo sia affatto presente nel libro, e, se lo è, sicuramente non riveste un ruolo di particolare importanza. Nel film invece, grazie anche ai tratti angelici e al timbro soave donatole da Joanna Newsom, Sortilège rappresenta un importante punto di contatto tra lo spettatore e le assurde situazioni che si susseguono sullo schermo. Non che le parti da lei narrate spicchino per intelligibilità, ma durante l’intera durata della pellicola la sua comparsa coincide con alcuni momenti di contemplazione che ammorbidiscono lo iato tra le fasi più movimentate e brillanti delle indagini, e quelle più intime in cui si getta una qualche luce sul legame che lega Sportello alla sua ex, Shasta.

Non potendo sperare di ricreare per intero gli assurdi ghirigori del romanzo, Anderson punta infatti le proprie fiches sui due aspetti di cui sopra, ossia una comicità strampalata e un po’ coeniana (anche se chiaramente si potrebbe a maggior ragione sostenere che quella dei Coen sia una comicità pynchoniana) e un alone di nostalgia quasi romantica per un passato dai contorni poco chiari.
Questi due lati del film vengono a trovarsi più chiaramente in primo piano rispetto al romanzo anche perchè la pur gradevole messa in scena della California dei figli dei fiori non riesce nemmeno lontanamente a raggiungere i livelli di lisergicità che l’impasto della prosa di Pynchon dona all’ambientazione dell’originale, e se nel romanzo la pervasività dell’ambiente era il tratto più forte, nel film si limita a fungere da sfondo ad una sequela di vicende stampalate. Questo remix in larga parte funziona: il film fa davvero molto ridere, senza però dare l’impressione di sforzarsi per raggiungere lo scopo, il che rende la transizione alle scene più intime meno stridente di quello che avrebbe potuto essere. Se ci sono dei momenti in cui Vizio di forma perde colpi, sono quelli in cui viene concesso qualcosa di troppo alle origini letterarie della pellicola, come accade in alcune scene di dialogo di notevole durata. Queste sequenze appesantiscono il fluire degli eventi senza giovare più di tanto in termini di chiarezza dell’esposizione narrativa, che resta una preoccupazione decisamente minore, nel film come nel romanzo.

Nel complesso ci troviamo di fronte a un’operazione ambiziosa ma conscia dei limiti intrinseci che la trasposizione relativamente fedele di un autore come Pynchon porrebbe a chiunque ci si cimentasse. Vizio di forma non è uno dei migliori film di Paul Thomas Anderson, ma ci mostra un regista ancora affamato, disposto a prendersi dei rischi e a mettersi in discussione. Più che la qualità del film, comunque degna di nota, è questo che lascia ben sperare per il prosieguo di una carriera di un cineasta che è stato canonizzato fin troppo presto, ma che non per questo sembra voler adagiarsi sugli allori.

Just a rhyme without a reason

Con quello che è ormai il terzo episodio di una serie assolutamente non pianificata che potremmo intitolare “Ex-giovani registi americani ambiziosi” nel contesto della quale ci siamo già occupati di Wes Anderson e Quentin Tarantino, volevo oggi spendere due parole su un altro “enfant prodige” di Hollywood, giunto dopo nemmeno vent’anni di carriera e solo sei lungometraggi a un livello di riconoscimento che non posso non considerare insalubre.
Parlo di PTA, al secolo Paul Thomas Anderson, probabilmente il più tardo dei registi statunitensi che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 hanno dato vita a una piccola “new wave” nel cinema indipendente a stelle e strisce ormai interamente riassorbita nel mainstream.

Rispetto a molti dei suoi più o meno coetanei a cui può essere più o meno ricollegato, PTA è sicuramente il regista che più naturalmente incarna la figura dell’Autore, il demiurgo cinematografico dalla leggendaria meticolosità e impenetrabile visione in grado di mandare in brodo di giuggiole orde di cinefili di ogni foggia e taglia. Non a caso e non senza un fondo di ragione è probabilmente l’uomo che più spesso è stato designato come erede naturale di Stanley Kubrick, e si può forse individuare nella carriera una certa dose di consapevolezza riguardo questo paragone certamente lusinghiero, alternatamente abbracciato e rifiutato.

Questo balletto con l’anticipazione del pubblico è particolarmente aperto nel caso del suo ultimo lavoro, uscito in Italia da poco più di due mesi ma che aveva destato sin dai tempi del suo annuncio un fitto brusio tra il curioso e il prevenuto. Per molti mesi, a chiunque aveste chiesto, The Master sarebbe stato identificato come “il film su Scientology”, definizione che lo accompagnerà ancora per molto tempo. Non ci è dato sapere se e quanto la setta fondata da Ron L. Hubbard sia in effetti stata in un qualche punto della produzione un obiettivo (polemico o meno) della pellicola, ma a giochi fatti la setta fondata da Ron L. Hubbard può rientrare solo molto marginalmente nell’orizzonte tematico del film e chiunque avesse pruriginose aspettative al riguardo rimarrà certamente deluso (come Benedetta Tobagi, che sul film ha scritto una disarmante -per ingenuità e superficialità- ultima pagina del Venerdì).

The Master in generale gioca molto con l’aspettativa del “filmone” che accompagna ogni nuovo lavoro di PTA, e si sforza attivamente di far mancare il pavimento da sotto i piedi di chi andasse cercando l’opera “socialmente rilevante” o comunque acutamente consapevole della propria importanza. Principale autore di questo sabotaggio è Joaquin Phoenix, il cui personaggio sembra essere calato per caso in un contesto a lui completamente estraneo, e gli effetti della sua presenza sono dirompenti a tal punto da deviare sostanzialmente l’asse della pellicola, che alla fine dei giochi risulta essere quasi più una commedia che altro.

La kubrickiana impossibilità di simpatizzare per alcuno dei personaggi, certamente non una caratteristica nuova nell’opera di Anderson, viene declinata in maniera diversa che in passato e diventa più che altro un’impossibilità di prenderli sul serio. Daniel Plainview era un personaggio che intimidiva e se non altro ispirava una qualche misura di rispetto nello spettatore, Freddie Quell e Lancaster Dodd sono un sempliciotto e un ciarlatano accuratamente deformati dalla mano del regista che fa di tutto per privarli di un qualsivoglia fascino o charme, circondandoli peraltro da una torma di comprimari altrettanto improbabili.
Il risultato è un film decisamente inusuale, eterogeneo e privo di un chiaro punto di fuga emotivo o narrativo, probabilmente più contorto ed ermetico di quanto avrebbe avuto bisogno di essere, ma dotato di un’aura guittonesca che stride a sua volta con la magnifica messa in scena, punto su cui peraltro Anderson è regolarmente in grado di guadagnarsi la pagnotta ben più di molti dei suoi colleghi di cui abbiamo parlato precedentemente. Piaccia o non piaccia il suo stile, il talento visivo di PTA è di un livello nettamente superiore a quello della stragrande maggioranza degli autori americani contemporanei e se molte delle mie preoccupazioni sull’eccessiva cedevolezza verso le proprie inclinazioni che ho detto di nutrire riguardo Wes Anderson e Tarantino le nutro anche nel suo caso, devo anche dire che a livello di talento puro il confronto non sussiste nemmeno, e con un potenziale del genere la possibilità del capolavoro è sempre dietro l’angolo.
Dietro l’angolo questo capolavoro rimane anche quest’anno però, un angolo che a questo punto credo verrà girato più per caso che per altro, ferma restando l’eccezionalità dei mezzi -espressivi e non solo- a disposizione del regista losangelino.