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La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio.

E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran.

La Nuova via della seta dunque, una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

 

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

La Cina e la conquista dell’acqua

Nella storia del mondo vi è un elemento naturale che più di ogni altro ha influenzato i destini di terre e popolazioni, questo elemento è: l’acqua. Lo stesso corpo umano ne è composto al 70%. Non vi è grande città, civiltà o impresa dell’ingegno umano che si sia realizzata lontano da un corso d’acqua. Così, nonostante gli immensi progressi nella storia dell’umanità attraverso ingegneria, tecnologia e scienze applicate l’acqua rimane una fonte da tutti ambita. E ora che, dopo cent’anni dalla Guerra dell’Oppio, il “Dragone Cinese” torna a imporsi sul mondo, l’acqua va ad imporsi come il principale problema per la crescita e lo sviluppo per Pechino. La Cina rappresenta un quinto della popolazione mondiale e possiede solo il 7% delle risorse idriche globali. Da qui la necessità d’acqua.

L’ACQUA, UNA PASSIONE TUTTA CINESE – Per comprendere l’importanza rappresentata dall’acqua, basta pensare che la più grande opera ingegneristica e seconda per fama, dopo la costruzione della Muraglia Cinese, è il Canal Grande, tra Pechino e Hangzhou, che fu terminato nel 500 dopo Cristo. Fin dai tempi degli Imperatori la Cina si è resa conto che solo attraverso la scarsa risorsa idrica si sarebbe potuta innalzare a potenza nel mondo. Stessa passione per l’elemento principe del mondo l’hanno ereditata all’interno del Comitato del Partito Comunista Cinese, difatti, come ricordato dall’Economist “Per decenni il paese è stato governato dagli ingegneri, molti dei quali ingegneri idraulici”. Negli ultimi cinquant’anni il paese è stato controllato da ingegneri cui si ascrive la figura dell’ex Presidente Hu Jintao.

LA QUESTIONE SETTENTRIONALE – Se dal Risorgimento in Italia esiste una “Questione Meridionale”, in Cina vi è la “Questione Settentrionale”. Dal punto di vista idrologico e geografico la Cina è spaccata in due. Nel “meridione” la Cina possiede circa l’ottanta percento delle risorse idriche e già con un rapido sguardo alle cartine geografiche si evince la ricchezza di acqua. Al settentrione, ove è collocata anche Pechino, pur essendovi due terzi dell’agricoltura e metà, della popolazione si vive il dramma idrologico. A ciò va aggiunto che, secondo le stesse autorità cinesi, oltre la metà delle riserve idrologiche sotterranee presenti nel Nord del paese sono troppo inquinate perché siano utilizzate in campi come quello agricolo, men che meno per il semplice utilizzo domestico. Semplificando a livello internazionale la definizione di stress idrico è di 1.000 metri cubi d’acqua utilizzabile per persona l’anno. Il cinese medio settentrionale ha meno di un quinto di tale importo. Gli abitanti di Pechino hanno a disposizione la stessa acqua di Riyad ovvero la capitale del Regno dell’Arabia Saudita.

I RIMEDI SBILANCIATI SULL’INGEGNERIA – La classe dirigente Cinese, come poc’anzi scritto, è da sempre stato composto da Ingegneri idraulici che hanno fatto realizzare opere inimmaginabili. Ora, la Cina sta per affrontare il più grande e sbalorditivo progetto di sempre. Certo, il nome dell’opera non è altrettanto affascinante, ma il “Progetto di Trasferimento d’Acqua Sud-Nord” rappresenta l’impresa ingegneristica del secolo. L’opera dal costo attualmente attestato intorno ai 45 miliardi di dollari ha come obiettivo di collegare meridione e settentrione attraverso tre immensi canali idrici che sfrutteranno anche il millenario Canal Grande. Nel dicembre di quest’anno uno dei tre giganteschi sistemi di canali e acquedotti previsti, la Eastern Route, comincerà il trasferimento di acqua verso il nord. La Middle Route entrerà in funzione nell’autunno del 2014, mentre per avere operativa la Western Route, e tutto il sistema a regime son previsti secondo i responsabili South-North Water Diversion Project ancora quaranta- cinquant’anni di lavori. Solo a quel punto il sistema sarà in grado di trasportare 44,8 miliardi di metri cubi d’ acqua.

Mappa idreologica Cinese – Fonte: China Daily

Attorno ai costi, i tempi e le proposte presentate si muovono le critiche dell’Economist della scorsa settimana. Innanzitutto, la rivista gotha del mondo economico, osserva che “sarebbe più economico desalinizzare una quantità equivalente di acqua di mare”. In secondo luogo, analisti di geopolitica, sostengono che i numerosi stravolgimenti ai corsi d’acqua che coinvolgeranno anche India, il Bangladesh e il Vietnam creeranno non pochi problemi alla diplomazia cinese. Il ridimensionamento della portata d’acqua del solo 1% non sembra verosimile da molti. Infine, se priva di rimodulazione e legiferazione sullo sfruttamento delle risorse idriche, da parte sia delle industrie che dell’agricoltura, l’opera visto l’andamento demografico non sembra avere troppi margini inaspettati d’efficacia.

L’opera sembra un azzardo, ma anche il Canal Grande millecinquecento anni fa lo era e solo l’oppio britannico arrestò il più duraturo Impero di sempre. Impero o Repubblica Popolare che sia la Cina, a differenza di cent’anni fa, non sembra più disposta a fermarsi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

The Great Wall

La grande muraglia cinese

Messico: tra boom economico e calcio

Le elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti d’America del 2008 suggellarono l’importanza della comunità afroamericana all’interno del tessuto sociale stelle e strisce. Le elezioni presidenziali della scorsa settimana hanno dimostrato come da ora in poi, Democratici e Repubblicani, dovranno sempre di più tener conto della comunità ispanica. Questo non solo per la perennemente in bilico Florida.

Per dirla in parole povere da adesso in poi, oltre al Congresso, a guardare sotto una nuova luce i “Greaser” dovrà esser anche il mercato. Sì, perché la comunità ispanica maggiormente rappresentativa, sta per vivere il proprio boom. Il paese su cui verte questa analisi è il Messico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale la nazione devota a “Nostra Signora di Guadalupe” chiuderà il corrente anno con il Prodotto Interno Lordo che segnerà un rialzo attorno al 4%. Come per dire, che se fine ad un anno fa all’acronimo BRIC andava aggiunta la “s” del Sudafrica, adesso bisognerà trovare posto per la “m”. Il tutto accade nel mentre il paese è attraversato da una lunghissima ed apparentemente implacabile guerra tra i narcos per il controllo del mercato della droga. Mercato dei narcos che guarda, così come quello ufficiale, agli Stati Uniti d’America.

“Messico batte Brasile 4 – 2”. Ora a dispetto dell’avversione per il gioco più bello del mondo da parte del Premier italiano Mario Monti, la rivista gotha dell’economia mondiale ovvero The Economist, ha usato una metafora calcistica per indicare come il paese verde-bianco-rosso abbia recentemente superato la macropotenza brasiliana. Difatti, dopo l’inaspettata sconfitta della seleçao a Londra 2012, anche sul lato economico è arrivata la sorpresa messicana. Tant’è che il Brasile, dopo dieci anni d’incontrastata crescita economica al 6%, quest’anno vedrà un aumento del Prodotto Interno Lordo pari al solo 2% (il doppio della Germania ). Gli alti costi del credito, della manodopera ed il progressivo accrescimento del debito privato stanno rallentando la corsa del paese che ha segnato la crescita economica nello scorso decennio durante la Presidenza Lula. Un sorpasso, quello del Messico sul Brasile, che deve esser analizzato innanzitutto tenendo conto delle scelte macroeconomiche adottate dai due paesi latini.

Il dato ed elemento di differenziazione maggiore tra i due paesi risiede nei rispetti principali partner economici. Per il Messico gli Stati Uniti, per il Brasile la Cina. Da un lato Washington procede con in una lieve, ma costante ripresa. Dall’altro Pechino rallentando negli alti margini di crescita ha un minor bisogno delle materie prime brasiliane. E’ nella miopia di una classe politica la causa della frenata brasiliana, in quanto il paese sudamericano ha fatto dipendere la propria crescita dall’esportazione delle materie prime per dieci anni, senza affiancare ad esse, riforme strutturali per la produttività e le infrastrutture. Infrastrutture che vanno intese per l’intero tessuto produttivo brasiliano e non solo per la Coppa del Mondo del 2014 e Rio 2016.

Secondo Tony Volpon della Banca d’affari giapponese Nomura “Quando i salari reali aumentano del 4,5% annuo, senza incrementi della produttività, siamo di fronte ad una bolla”. Questo è quel che sta accadendo nel paese verde-oro. Il successo del Messico, nonostante i problemi legati al mercato della droga, risiede in prima istanza nelle politiche che hanno portato all’apertura dei mercati. Al consolidamento del trattato North American Free Trade Agreement che lo con gli Stati Uniti d’America ed il Canada. All’esser tornato centro di riferimento per tutta l’area latina. Il settore industriale, lo stesso che secondo Marchionne andrebbe estirpato dell’Italia, è rinato grazie ad un polo ad hoc. Importanza strategica hanno assunto le Maquilladoras (industrie di montaggio), che dal 1965 lavorano, soprattutto nei settori tessile e elettronico, per imprese del Nord America.

Negli ultimi de lustri si è imposto come uno dei cardini del settore industriale messicano anche il compartimento legato alla produzione di chimica e petrolchimica. Infine, nel Rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale si può constatare come in Messico vi sia una forte stabilità delle politiche fiscali e monetarie ed un livello di debito pubblico bassissimo. D’altronde i Messicani sono proprietari della loro moneta, mentre noi Europei no.

Questa però è un’altra storia che assomiglia sempre più al torneo calcistico di Londra 2012. Lì il Messico vinse, l’Europa nella sua totalità ottenne scarsi risultati e l’Italia nemmeno si qualificò. This is footbool, This is the economy.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli