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La Cina e l’antidoto al dollaro: le riserve auree

La Cina in piena guerra commerciale con gli Stati Uniti d’America è alla ricerca di un antidoto allo strapotere del dollaro. Ora, se ritenete che ciò possa avvenire solo attraverso l’avveniristica e programmatica one belt one road o “nuova via della seta” errate.

La globalizzazione è e ed è stato un processo puramente statunitense, ma se il margine a favore è ancor netto per Washington nel medio periodo potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per gli Stati Uniti d’America. Quel che la Casa Bianca e il Pentagono non potrebbero mai accettare è la caduta dei fondamentali tra i quali il dollaro, moneta posta al pari del potere militare (questo saldamente nelle mani statunitensi).

Un numero crescente di paesi, sta iniziando a utilizzare le proprie valute nazionali per esempio per gli affari commerciali, tra questi spicca la Monarchia del Golfo saudita. Emblematico il caso venezuelano che in una crisi che probabilmente sfocerà in un cambio di regime nel prossimo semestre, si è inventa la crypto e instabile Petro.

Tra i Paesi che si stanno allontanando dal Dollaro vi è la Russia anche per poter aggirare le sanzioni. In una corrente dell’anarco-capitalismo lo sviluppo di valute libere dal controllo delle Banche Centrali e dagli Stati Nazioni è visto come uno dei prossimi stadi della libertà d’iniziativa e di sviluppo economico.

Cina, lo fanno per controbilanciare l’impatto negativo dei dazi imposti contro i beni importati in America. Il blocco di paesi che ha da guadagnarci in caso di fine del predominio del dollaro, che gode dello status di riserva monetaria mondiale dai tempi degli accordi di Bretton Woods, è in crescita. Ad oggi è bene sottolinearlo manca un’alternativa al biglietto verde.

L’head of research di GoldMoney.com, Alasdair Macleod, sottolinea a Russia Today che l’amministrazione Usa è ben consapevole del fatto che il sistema finanziario globale non ha ancora un’alternativa al dollaro Usa in questo momento e usa la leverage a disposizione a suo vantaggio.

“Gli Usa stanno indirettamente mandando un messaggio a tutte le nazioni che fanno affidamento al dollaro per gli scambi transfrontalieri”, osserva Macleod, e cioè che “non è più così sicuro fare affari in dollari“. Per questo motivo “serve un’alternativa”.

L’analista cita il caso della Cina, che volendo potrebbe usare lo yuan per gli scambi commerciali nella regione asiatica. Secondo Macleod, la Cina sta accumulando riserva auree da tempo per poter aver l’opportunità di sostenere la propria valuta nazionale quando occorrerà farlo.

La Cina possiede una quantità d’oro di gran lunga superiore alle 1.842 tonnellate dichiarate ufficialmente dal suo governo. Secondo i calcoli dell’analista specializzato di metalli, Pechino sta attuando una diversificazione dal dollaro dal 1983 e potrebbe aver accumulato oltre 20.000 tonnellate di riserve auree i questi anni.

Se la Cina dovesse iniziare ad appoggiare lo yuan con una tale quantità di riserve auree, per il dollaro Usa sarebbe la fine, secondo l’esperto. Rimane da risolvere il mistero di quanto oro ha veramente in mano la Cina e di quando Pechino intende utilizzare una tale minaccia come arma nei negoziati in corso per risolvere delicate questioni commerciali.

Come nel poker si bleffa, nessuno conosce il quantitativo di riserve auree detenuto da Pechino. D’altronde la libertà è oro. E questo pechino e altri lo sanno bene.