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Complessità dell’architettura

Si discute spesso di quanto l’arte figurativa faccia integralmente parte del mondo dell’architettura. È innegabile che la conoscenza e la capacità di sintetizzare forme ed immagini, cogliendone i rapporti dimensionali, cromatici e simbolici, costituisca per l’architettura la base sulla quale muovere le proprie scelte.

Sebbene un’immagine rappresenti in maniera bidimensionale un corpo nello spazio, spesso è possibile intravedervi le complessità proprie dell’architettura, come ad esempio la restituzione delle relazioni tra elementi posti su piani diversi, piuttosto che tra oggetti vicini e simili per conformazione.

Già la rappresentazione stessa dell’architettura, costituendo una prima e fondamentale fase del processo progettuale in quanto materializzazione dell’idea, comporta delle scelte di carattere figurativo che non possono prescindere da considerazioni sul tipo di immagine e sul modo in cui essa viene realizzata. Se in tempi recenti l’arte dalla quale ottenere in prestito insegnamenti (piuttosto che suggestioni) è stata quella moderna o contemporanea, occorrerebbe riflettere anche su quanto l’arte rinascimentale possa ancora dare al nostro modo di vedere ciò che ci circonda.

Un caso particolare di questa situazione, probabilmente uno dei più significativi nel mondo artistico italiano dell’inizio del ‘500 è rappresentato da due famosi dipinti, aventi come medesimo soggetto Lo sposalizio della Vergine, realizzati rispettivamente da Pietro Perugino e da Raffaello (suo allievo negli anni immediatamente precedenti la realizzazione delle opere). Queste due pale di altare, riassumono al loro interno non solo la volontà del giovane urbinate di superare il maestro, ma esplicitano un modo di interpretare il trinomio uomo – architettura – paesaggio già in quegli anni in radicale mutazione.

L’opera di Perugino venne iniziata probabilmente nel 1501, per essere terminata solo tre anni dopo, contemporaneamente a quella di Raffaello. Confrontando le due immagini, basate sul medesimo episodio biblico, si può provare a separarne i componenti in tre categorie: le figure dei personaggi che svolgono l’azione, quella del tempio alle loro spalle e il paesaggio che si assesta sullo sfondo.

PERUGINO RAFFAELLO

Nel primo caso, ai tre elementi viene affidata una medesima porzione della composizione: la scena rappresentata non si ferma al primo piano, ma tutto appare come legato da una intimità inaspettata tra l’osservatore e quanto raffigurato. Con Raffaello, questo equilibrio si trasforma in una divisione decisamente più netta tra quanto è posto in primo piano e quanto ne costituisce essenzialmente lo sfondo, dividendo l’immagine in due porzioni.

Le considerazioni sul primo dei tre elementi individuati, ovvero le figure del primo piano, sarebbero molteplici e condizionabili dal valore simbolico che esse assumono nel loro significato religioso, e probabilmente sono quelle che meno interessano una riflessione di tipo architettonico. Gli altri due elementi, architettura e paesaggio, sono invece in grado di esprimere ancora dei concetti importanti, sebbene siano passati oltre cinquecento anni dal momento in cui furono rappresentati.

In Perugino, il tempio (e quindi la componente architettonica del dipinto) costituisce il vero fondale della scena, elemento caratterizzante lo sfondo sul quale l’azione si svolge. La pianta centrale dell’edificio, intesa qui come archetipo dei primi templi cristiani, è rafforzata da quattro protiri che ne individuano le direttrici geometriche, costruendone la pianta. La composizione dei prospetti è affidata alla sommatoria di elementi ricavati dall’architettura classica, riferimento principale per la cultura rinascimentale che già da molti anni stravolgeva il pensiero artistico italiano ed europeo. La composizione che ne deriva è quindi imponente e austera, riuscendo comunque a combinare le proprie parti in una sintesi volumetrica straordinariamente efficace, restituendo alla figura del tempio la solennità richiesta dal suo valore simbolico.

Nel tempio rappresentato da Raffaello, invece, l’architettura si ridimensiona nella proporzione con il paesaggio, apparendo più distante dall’osservatore e quindi leggibile nella sua interezza. Proprio a causa di questo allontanamento, si avverte una forte perdita di tensione, a seguito della quale tutti gli elementi appaiono definiti, ad eccezione della lanterna della cupola, che resta esclusa dal campo visivo. Gli archi su colonne infine, eleggono a modello l’architettura fiorentina del secolo precedente, declinato però in forma inusuale (si pensi al portico dell’Ospedale degli Innocenti di Brunelleschi), ma rimarcando in maniera ancora più netta la distanza tra un passato ormai remoto e il riconoscimento del valore di quanto prodotto solo pochi anni prima.

In entrambi i casi, il portale di accesso al tempio costituisce la congiunzione tra elemento costruito e natura. Attraverso l’apertura centrale, è data la possibilità al paesaggio di tornare al centro della composizione, non rimanendone costretta ai lati. In questa soluzione si riconosce la genialità di questi dipinti: lo sguardo viene accompagnato al centro della composizione, dando la possibilità di ricucire la dimensione virtuale più estesa dell’immagine, altrimenti sbilanciata se i portali di ingresso fossero rimasti chiusi.

Si intuisce, in definitiva, come il paesaggio appartenesse ancora alla conformazione di un ideale estetico complessivo, il cui contributo era necessario (insieme alla figurazione religiosa e a quella architettonica) per il riconoscimento all’interno di un’immagine conclusa, del rapporto tra i tre elementi che abbiamo individuato precedentemente.

La rilettura di dipinti temporalmente distanti dal punto al quale la nostra cultura è arrivata, consente di ritrovare quell’atteggiamento meno disinvolto, ma più cosciente della complessità che è propria della disciplina architettonica. In definitiva, l’architettura costituisce, ancora oggi, il passaggio fondamentale tra ciò che non è più natura e quanto ancora resta da osservare; cambiano i tempi, ma il problema rimane fondamentalmente lo stesso; la difficoltà principale risiede ancora nella necessità di far convivere nel medesimo elemento le tre componenti fondamentali: l’uomo, l’architettura e il paesaggio.