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Petrolio – Gli USA sorpassano l’Arabia Saudita

Gli Stati Uniti d’America, grazie alla tecnologia sviluppata nello shale oil, hanno superato la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita. Il primo articolo di questo magazine e di questa rubrica parlava del radioso futuro della produzione petrolifera statunitense. Per shale oil, in italiano olio di scisto o petrolio di scisto, s’intende un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Questi processi convertono la materia organica all’interno della roccia (cherogene) in petrolio e gas. Il petrolio risultante può essere usato immediatamente come combustibile o arricchito per soddisfare le specifiche delle materie prime delle raffinerie.

SORPASSO USA E INDIPENDENZA ENERGETICA – Il sorpasso nei confronti di Riad era previsto da parte di Washington nell’attuale produzione mese di febbraio, ma grazie al raggiungimento di una produzione pari a 10 milioni di barili al giorno, ciò è accaduto a novembre 2017. Un sorpasso che vede un continuum decisionale, anche a livello politico e strategico, tra l’amministrazione Trump e quelle passate di Barack Obama. Era dai tempi della Guerra Fredda, nel 1970, che gli Stati Uniti d’America non estraevano tanto greggio. Per precisione l’output ha raggiunto i 10,038 mbg, stando ai dati forniti dalll’Energy Information Administration (Eia), che rende conto al dipartimento dell’Energia.

Si deve evidenziare come il picco attuale raggiunto della produzione statunitense negli ultimi dieci anni rappresenti un deciso cambiamento per un Paese che per decenni è stato il più grande importatore mondiale di greggio. Ruolo che ne ha condizionato spesso geopolitica e innalzato a testo vangelico l’insegnamento di Nicholas John Spykman. Ciò non solo ha ribaltato il preconcetto che vedeva Washington destinata a un futuro dipendente dalle forniture estere, ma ha anche potenziato l’economia statunitense, creando decine di migliaia di posti di lavoro.

MOSCA E RIAD CHE FANNO? – Va annotato che il sorpasso nei confronti di Riad non preoccupa gli altri due grandi player della geoeconomia pertrolifera mondiale. Primariamente si segnala piena coscienza e previsione della corsa statunitense da parte di Sauditi e Russi, i quali stanno tagliando volontariamente l’output. Il nuovo patto Opec Plus dello scorso dicembre, che vede sedersi la potenza russa accanto a quella Sunnita, ha esplicitamente affermato e sottoscritto una politica di produzione energetica tesa a un rallentamento della produzione per far in modo che il prezzo del greggio si mantenga stabilmente su alti livelli. La cosiddetta l’Opec Plus continuerà a tagliare la produzione, fino al termine del 2018 e se necessario anche oltre. L’obiettivo economico è quello di assicurare il settore nel lungo termine e gli agenti finanziari. Portando linfa vitale al settore di sviluppo tecnologico nei paesi. Infine, l’obiettivo interno per Mosca è compensare le sanzioni, degli indipendenti Usa e dipendenti energeticamente Unionisti Europei, grazie alla produzione di greggio. Ben si ricorda Putin i problemi di austerità legati alla crisi del prezzo del greggio.

E’ certo che l’alleanza petrolifera sia vincente. Infatti, nonostante i minori volumi di greggio, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, i Paesi Opec avrebbero guadagnato 362 milioni di dollari in più al giorno nel 2017.

 

LA BCE GUARDIANA DELL’UE – Utilizzando la risultante del grafico posto al di sotto del paragrafo si evidenzia il successo nell’ultima decade dello shale oil statunitense. Sebbene sia lontano dalle competenze di gestione dell’autorità di vigilanza e gestione monetaria europea, l’andamento del prezzo petrolifero rappresenta una variabile discostante che influenza fortemente l’andamento dell’inflazione. Ciò aiuta a comprendere il motivo per cui l’istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi abbia dedicato recentemente un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico alla produzione petrolifera del Paese guidato da Trump. L’Unione Europea, nonostante le farneticazioni ideologiche, vede un fortissimo contrasto tra Francia e Italia in Libia e in ogni contesto di approvvigionamento petrolifero.

Shall Oil Usa - BCE

Ora, quel che resta dalla presente analisi è un quadro globale che vede le grandi potenze petrolifere e geopolitiche sorridere agli attuali livelli di produzione petrolifera e il resto del mondo arrancare dietro le decisioni dietro le grandi potenze.

PanamaPapers – Il futuro rubato all’Africa

L’Africa è tanto ricca da rendere poveri materialmente tutti i suoi figli, poiché della sua ricchezza ne mangiano i frutti a occidente. Nonostante ciò, la classe dirigente nazionale e occidentale si presta a campagne per aiutare la lotta alla fame e alle malattie nel continente nero. In tal modo, dietro a ONG, comunità religiose e giornalisti spesso si cela la longa manus degli sfruttatori dell’Africa. A delineare e chiarificare il quadro della situazione è da poco arrivato il Rapporto dell’International Consortium of Investive Journalist.

Tutto è nato dall’ingente mole di file segreti decriptati e ribattezzati Panama Papers. Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, abbiano nascondano i loro soldi dal controllo statale. L’International Consortium of Investive Journalist ha identificato oltre millequattrocento società offshore collegate direttamente alle ricchezze dell’Africa.

I DIAMANTI – Una famosa pubblicità recita che “un diamante è per sempre”. Quel che unisce le vetrine di Via Monte Napoleone alla Sierra Leone è molto probabilmente una delle pietre che vengono elegantemente confezionate sugli anelli e collane di quasi tutte le donne occidentali. E’ dalla città di Koidu, dove ha sede la Koidu Limited, uno dei clienti di spicco dello studio legale Fonseca, protagonista dei Panama Papers che parte la nostra storia. Analizzando un vortice di collegamenti delle offshore si è arrivati a comprendere come senza tassazioni aggiunte e con molteplici stratagemmi tributari quel che è venduto a caro prezzo in Europa al lavoratore africano frutta meno di un dollaro al giorno. La zona di produzione nella Sierra Leone è stata oggetto di sanguinose proteste del 2007 e del 2012, ma su queste è sempre calato il velo della censura.

GLI AFFARI DEGLI ITALIANI – Andando su GoogleMaps si scopre che dalle vetrine di Via Monte Napoleone al Bulgari Hotel ci sono 550 metri da percorrere. Ora la società italofrancese Bulgari non c’entra in alcun modo nulla con lo scandalo Panama Papers, ma suo malgrado il suo Hotel è al centro di una serie di inchieste internazionali che vedono al centro tangenti per l’ottenimento di pozzi di petrolio. Nello specifico, le Procure d’Italia Gran Bretagna e Algeria stanno indagando sui 198 milioni di euro di tangenti di cui Farid Bedjaoui discuteva con i rappresentanti del governo algerino e i manager di Saipem. Il caso Saipem-Sonatrach, come modello, è emblematico in Africa e in altre regioni in via di sviluppo, dove i paesi maggiormente dotati di ricchezze naturali spesso ne vengono spogliati, per lo più per colpa del sistema offshore. Tra il 2004 e il 2013 l’Algeria, il secondo paese con le più grosse riserve di petrolio in Africa, ha perso in media un miliardo e mezzo di dollari ogni anno, a causa di evasione fiscale, corruzione e criminalità finanziaria, secondo quanto ha denunciato uno studio del gruppo di ricerca Global Financial Integrity. Secondo una stima dell’Onu, in tutto il continente almeno 50 miliardi all’anno vengono inghiottiti da flussi finanziari illeciti.

NIGERIA, NON DOVEVAMO VEDERCI PIU’? – Che sia per la presenza dell’organizzazione terroristica e alleata dell’Islamic State Boko Haram o per il petrolio, purtroppo la terra di Ken Saro-Wiwa è sempre al centro di malaffare e sangue. Anche in in questo scandalo spicca la Nigeria che vede coinvolti tre ex ministri del petrolio clienti di Mossack Fonseca. Secondo le indagini, i tre ex ministri hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Tra i primi nomi coinvolti nell’inchiesta c’è quello di Kolawole Aluko, proprietario di un gigantesco yacht, il Galactica Star, affittato anche alla popstar Beyoncé e suo marito Jay-Z a 900mila dollari per una settimana al largo di Capri. Aluko, imprenditore del petrolio e dell’aviazione, è accusato, insieme ad altre quattro persone, di aver sottratto alla Nigeria quasi un miliardo e 800 milioni di dollari, dovuti al governo per vendite di petrolio. Si tratta del 12% de Pil nigeriano, che ogni anno è perduto in flussi finanziari illeciti.

QUALE FUTURO RUBATO? – «Quest’ultimo filone dello scandalo si concentra sulle risorse economiche che l’Africa perde ogni anno per il massiccio ricorso a società di comodo e a pratiche di abuso fiscale, come reso noto dal grande lavoro svolto dall’ICIJ», spiega Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, «I paradisi fiscali, cui fanno ricorso privati e aziende, procurano danni enormi alle comunità più povere del mondo. È un saccheggio che deve finire perché sottrae risorse essenziali per istruzione, sanità e lavoro. In Africa 1 bambino su 12 muore prima dei 5 anni di età, 34 milioni non vanno a scuola e 40 milioni di giovani sono senza lavoro».

Una situazione che sta ampliando sempre di più la forbice tra ricchi e poveri in Africa, privando i governi di risorse essenziali per garantire i servizi di base alla popolazione. Secondo le stime di Gabriel Zucman circa un terzo del patrimonio degli africani più ricchi, ossia 500 miliardi di dollari sono depositati in paradisi fiscali. Nel frattempo il numero dei miliardari è pressoché raddoppiato dal 2010, fino al punto in cui le 10 persone più ricche del continente hanno accumulato una ricchezza personale equivalente al Pil di un paese come il Kenya. Una situazione che genera una perdita di 14 miliardi di tasse l’anno in mancate entrate fiscali (da singoli individui): quanto sufficiente a salvare la vita di 4 milioni di bambini e 200 mila madri, permettendo ad ogni ragazzo africano di andare a scuola.

Ora sia chiaro non tutte le persone coinvolte, anche ingenuamente, nei Panama Papers hanno sfruttato l’Africa e rubato il futuro e un’esistenza dignitosa ai suoi figli. Però il tema dei Paradisi Fiscali dovrebbe essere al centro dell’agenda-setting dei leader mondiali affinchè non si parli di tutto il sistema come di un immenso circo. Un circo che vede condannate persone a vendere immobili per una multa non pagata a Equitalia ed evasori milionari riaccolti con presunti scudi dal Paese. Gli stessi che quando passeranno accanto a voi un ” vu cumpra” prima gli daranno 5 euro e poi vi giudicheranno con il loro sguardo al vostro diniego. Con la differenza che il loro sguardo riflesso nello specchio non riuscirebbero mai a sostenerlo.

Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.

Il Medioriente alla Cina

La lunga corsa della Cina a superpotenza ha radici lontane. Radici per l’appunto, poiché solo nell’ultimo decennio sta raccogliendo i frutti dell’avvedutezza nella composizione e sostegno al Terzo Mondo. Se l’Europa non conta più nulla come rilevanza geopolitica, Francia e Gran Bretagna assumo tutt’oggi un peso specifico. Certamente, questo peso anglofrancese, non è minimamente confrontabile con le protagoniste del dopoguerra, Usa e Russia, e a oggi la Cina.

 

Se la leadership di Pechino nel mondo industriale non è in discussione, allo stesso tempo e modo la forza geopolitica cinese è sempre stata considerata al rango di regionale e non globale. Eppure in queste ore di caos è avvenuto un fatto meritevole di entrare nella prossima storiografia. Poiché la Cina ha iniziato a giocare la sua partita nel fortino americano ossia il Medioriente, che preferisco chiamare Rimland. Nelle ultime ore, Xi Jinping si è calato in una visita che l’agenzia ufficiale cinese ha definito «storica». Arrivare in Medio Oriente, visitare in cinque giorni Arabia Saudita, Egitto e Iran di questi tempi, non può essere solo una questione di affari. Il presidente cinese vuole «aiutare a facilitare e allargare i comuni interessi negli affari internazionali e regionali». La Cina è un nuovo venuto. Le relazioni diplomatiche con i Sauditi sono iniziate nel 1990. Da allora gli scambi sono aumentati di 230 volte e nel 2014 avevano raggiunto i 69 miliardi di dollari.

 

In Egitto, il presidente cinese terrà un discorso alla Lega Araba: l’organismo politico dei Paesi della regione non conta molto ma in questo caso il suo quartier generale in piazza Tahrir sarà un autorevole megafono nella regione. Xi non intende impegnare la Cina nel caos mediorientale come americani e russi. Nessuna presenza militare o interferenza, nessuno schieramento preferito a un altro. Ma la priorità della Cina è la stabilità della regione dalla quale viene l’energia che fa funzionare la sua economia. Se il profilo politico di Xi è il più nuovo e dunque il più interessante, l’economia naturalmente non manca. Nel Paese nel quale la Cina è il principale acquirente mondiale di greggio, Xi e i suoi interlocutori hanno firmato importanti intese su energia, comunicazioni, ambiente, aerospaziale.

Rilevanti sono gli accordi industriali ora che l’Arabia Saudita ha deciso di diversificare la sua economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Come a dire se da un lato si guarda alla stabilità politica internazionale con l’ingresso di un nuovo attore globale, la mano sul portafogli resta sempre.

Quel che è importante per il Medioriente e il mondo è la presenza di un attore terzo nel caos del Rimland, nel centro del vortice di ogni odio e resistenza. Laddove, forse, Usa e Russia non sono ancora riuscite a pacificare, chissà che non riesca Pechino.

Cina&Russia – L’accordo del secolo [ Parte I ]

L’accordo siglato tra Cina e Russia il 22 maggio scorso regola gli scambi di gas naturale tra i due paesi dal 2018 al 2048 attraverso nuove pipeline siberiane ed ha un valore totale stimato attorno ai 400 miliardi di dollari. Il motivo dietro allo sblocco di negoziazioni in stallo da più di dieci anni ruota, come tutte le recenti mosse del gigante russo in politica estera, attorno all’Ucraina.
Le tensioni ucraine degli ultimi mesi hanno infatti fortemente destabilizzato la diplomazia russa, esponendola al rischio di un isolamento internazionale particolarmente rischioso per un paese dipendente dai capitali esteri e dal commercio internazionale. L’accordo allenta quindi la pressione occidentale sulla Russia e permette al paese di diversificare le proprie esportazioni di gas, per ora fortemente legate al mercato europeo. L’altro risultato è rappresentato dallo sconvolgimento del panorama economico internazionale: infatti, la nascita di un importante mercato energetico in reminbi mette in pericolo l’egemonia dei petroldollari e rafforza la posizione dei BRICS, che hanno peraltro annunciato a margine dei Mondiali brasiliani la creazione di una banca mondiale per lo sviluppo alternativa a BIRS e FMI con sede a Shanghai. Dal punto di vista russo, l’accordo rappresenta quindi l’ennesima vittoria politica e diplomatica di Vladimir Putin ai danni di Stati Uniti ed Unione Europea, nonché un’ulteriore affermazione per le potenze emergenti a livello economico mondiale.
Ma, come è spesso accaduto nella storia russa, anche questa vittoria è stata pagata a caro prezzo. Le negoziazioni con la Cina infatti si sono sbloccate grazie alle concessioni fatte da Mosca sui prezzi del gas: sebbene i termini dell’accordo vengano ancora tenuti segreti, sembra che il gas russo verrà pagato dai cinesi non ai prezzi vigenti nei mercati europei, ma in conformità a quelli più bassi del gas turkmeno acquistato da Pechino. In poche parole, come nel caso dell’infausto accordo con Yanukovic, Gazprom ha dovuto una volta in più sacrificare il proprio interesse economico alla ragion di Stato. Per portare a termine l’accordo è stato perciò necessario l’intervento facilitatore di Putin, che, promettendo importanti esenzioni fiscali a Gazprom, ha assicurato la permanenza di moderati profitti per il gigante del gas naturale, privando però il bilancio statale di più di 30 miliardi di dollari di entrate.
L’accordo viene poi presentato come la prima iniziativa concreta della nuova politica estera russa. Come ha infatti affermato Putin a giugno al Forum economico internazionale a San Pietroburgo, la Russia intende effettuare un ‘Pivot to East’ parallelo a quello statunitense, ovvero una svolta verso l’Oriente sempre più centrale a livello economico e diplomatico. Tale svolta è finalizzata a sviluppare l’enorme potenziale territoriale della Russia siberiana attraverso la costruzione di infrastrutture e al potenziamento delle attività immobiliari e minerarie: una riscoperta della dimensione asiatica del paese, simboleggiata dall’Aquila bicipite russa che guarda sia ad ovest che ad est e magnificata dalla retorica eurasiatica del teorico Aleksander Dugin. Dietro agli annunci trionfali, si nasconde però una realtà meno appariscente: la Russia da Pietro il Grande in avanti rimane infatti un paese fortemente sbilanciato verso Occidente a livello economico, strategico, demografico e culturale. Il tentativo di proporsi come attore di rilievo in Estremo Oriente, anche attraverso allo sviluppo delle relazioni con la Corea del Nord, sconta una tradizione di marginalità geopolitica nella regione, specialmente rispetto all’asse storico tra Giappone e Stati Uniti.
In più il successo diplomatico dell’accordo con la Cina, in grado secondo la leadership russa di far assurgere il paese a produttore energetico chiave anche in Asia, nasconde le debolezze del gigante slavo.
La Russia rischia infatti di rimanere bloccata ad un modello commerciale di stampo neo-coloniale, con scambi di risorse in cambio di manufatti, e di rimanere un rentier state con serie carenze in sviluppo tecnologico e in capitale umano. Inoltre l’accordo conferma la posizione dominante della Cina come ‘regional gas price setter’ e quindi lo spostamento di potere negoziale verso il colosso asiatico, prefigurando un’evoluzione del rapporto tra i due paesi sempre più squilibrata e svantaggiosa per la Russia. Per queste ragioni l’accordo, risuonato come grande successo diplomatico ed economico sia in patria che nei media internazionali, viene definito dall’analista di Chatham House Ilja Zaslavskij ‘una disperata scommessa geopolitica che ignora qualsiasi ragione economica, […] esattamente ciò che ci si aspetta da ex ufficiale del KGB che gestisce con poca lungimiranza la politica energetica.’

Artico: l’affare del secolo

Una canzone di Lorenzo Cherubini, dal titolo “L’ombelico del mondo”, potrebbe essere la colonna sonora degli ultimi due decenni dell’Artico. Se si ritiene opportuno guardare al futuro con un occhio all’Asia si sbaglia. Non perchè l'”Est” non crescerà più, bensì per il fatto che esso rallenterà la sua corsa per far spazio al Polo Nord. Infatti, nel 1996 la Dichiarazione di Ottawa, portò alla formazione del Consiglio Artico. Tale ente è composto da membri titolari ovvero gli stati litoranei (Canada, Russia, Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Danimarca) e, unico caso al mondo, dai sei gruppi indigeni del Nord. Esso rappresenta un unicum, ove Comunità Indigene e Stati, hanno la medesima importanza e parimenti voto decisionale. Dallo scorso 15 Maggio, sei paesi (Italia, Cina, India, Singapore, Giappone e Corea del Sud), da “osservatori ad hoc” sono passati allo status di Membri Osservatori Permanenti. Ciò ha scatenato un effetto domino sui listini delle compagnie energetiche ed un punto di non ritorno per la geo-economia del ventunesimo secolo.

L’ARTICO E LA CINA – Il successo negli affari non avviene mai per caso. Questa è la prima regola dell’economia all’interno del sistema capitalista. La lungimiranza del Congresso del Partito Comunista Cinese, dagli anni ottanta ad oggi, ha permesso a Pechino di entrare nel business del secolo ovvero l’Artico. Secondo la United States Geological Survey, nel Polo Nord si troverebbe il 15% delle riserve mondiali di petrolio ed il 30% di gas. Pechino questo lo ha sempre saputo e dal 1995 con una missione di Ricerca sul clima e l’ambiente è uno dei paesi di riferimento nel Mar Glaciale Artico. Certo, 1600 chilometri di distanza appaiono troppi per poter influire come Membro Permanente. Eppure, la forza geopolitica e degli investimenti della compagnia Cnooc (Chinese National Oil Overseas Corporation) hanno fatto divenire semplici ed importanti ricerche scientifiche il punto geo-economico più importante.

LA RICERCA E L’ENI CI CONSEGNANO UN POSTO NELL’ARTICO – Nell’oblio dei media nostrani, ormai assuefatti dalle breaking news di britannica ispirazione, l’Italia ha conquistato un posto nel Polo Nord e nell’affare energetico del secolo. Ciò non è dovuto alle tragiche misure adottate come ESM o all’Unione Europea (la quale svolge un ruolo di Osservatore non membro). Il tutto è dipeso da due cause. La lungimiranza degli investimenti dell’Eni ne è una prima causa. La società ormai passata a mani straniere, per la gioia dell’ignoranza dei gianniniani, ha da decenni apportato strategie mirate al consolidamento delle nostre riserve energetiche e della ricerca scientifica. Ciò avviene anche per Enel (altra società con golden share pubblica), la quale, secondo le parole del Direttore della Divisione internazionale Carlo Tamburi, entro il 2015 raggiungerà nel Polo Nord russo i 900 milioni di euro d’investimenti. La seconda e più importante causa del raggiungimento dello status di “Membro Osservatore Permanente” , risiede nel mantenimento nelle isole Svalbard, da parte del governo italiano, della Base Artica Dirigibile Italia e della Amundsen-Nobile Climate Change Tower.

IL POLO COME NUOVO RISIKO – Si può facilmente affermare, che dove vi sono soldi vi è anche guerra. Nel Mar Glaciale Artico non vi sono guerre in atto, se non sul clima. Eppure, il crescente interesse di potenze geopolitiche ha portato ad una militarizzazione del Polo Nord. Non è un caso, che tra i Membri Osservatori Permanenti, vi sia la Corea del Sud e che gli Stati Uniti d’America stiano preparando in Alaska decine di stazioni missilistiche a protezione di essa. La Russia e la Cina, con il nuovo corso del Congresso del Partito Comunista Cinese, hanno ritrovato un feeling che mancava da settantanni. Tant’è, che Xi Jinping appena visto Putin, ha dichiarato che “Le nostre anime sono aperte gli uni agli altri” riferendosi ai rispettivi paesi. Tale nuova alleanza preoccupa molto Washington ormai impegnata su “troppi” fronti. Perdere l’influenza ed il ruolo di leader nell’Artico è un lusso che Obama non si può permettere.

Il riscaldamento globale, l’oro nero ed il gas stanno, come previsto da molti negli anni ottanta, per cambiare il corso della storia. Una storia glaciale, non perchè si parla di Mar Artico nel Polo Nord, bensì perchè fatta e modellata sullo sfruttamento di un nuovo Eldorado solo ed esclusivamente per profitto.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Un barile al giorno non leva il problema di torno

L’attuale crisi economica con le vertenze Alcoa, Ilva, Fiat e similari lo ha ribadito ulteriormente, l’Italia è in crisi energetica e da qui ne segue la mancanza di crescita. I dati sono ineccepibili e difficilmente possono esser contestati perché provenienti da vari studi di settore sia pubblici che privati ed affermano che produrre in Italia costa minimo il 30% in più che in altri paesi europei.

Lo scorso governo aveva messo in campo il nucleare, bocciato nel 1987 da un referendum abrogativo e confermato nel 2009 con una schiacciante maggioranza. Sebbene ambientalisti ed esperti del settore abbiano messo in campo varie proposte alternative, nulla sembra poter competere nella produzione energetica nostrana con i “combustibili fossili”, di fatto al momento manca la completa alternativa a tale forma produttiva per il raggiungimento del fabbisogno nazionale da parte delle energie rinnovabili. Come “fossili” vengono definiti quei “combustibili” che derivano dalla carbogenesi di una sostanza organica, seppellitasi per ere geologiche, in molecole più stabili ricche di carbonio.

Secondo dati statistici del 2007, il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia è il più alto in Europa calcolando sul piano domestico. Nell’ambito produttivo tale dato non varierebbe se non nel caso lo Stato italiano non si facesse carico del surplus dei costi a forma d’incentivi a favore degli investimenti industriali. L’acutizzarsi della crisi dei debiti pubblici e le ferree regole sulla libera concorrenza correlate da limitazioni ad interventi pubblici da parte dell’Unione Europea rendono non più usufruibili forme di promozione d’incentivi energetici da parte dell’Italia. Ne deriva dall’analisi finora affrontata del “problema energia” che la dipendenza strutturale della penisola italica dall’estero è pari al 76,7% lordo su base annuale e che con tali mancanze è praticamente utopica la prospettiva di una qualsiasi crescita economica sul piano industriale. Con questo pesantissimo fardello deve far i conti l’attuale governo tecnico.

Ora sarebbe da chiedersi: chi meglio di un esecutivo tecnico possa affrontare il problema della sudditanza energetica dall’estero. Eppure al momento pare che esso viva in uno stato di schizofrenia. Da un lato il Ministero per lo Sviluppo Economico retto da Corrado Passera afferma in forma ufficiale l’intenzione di transitare e diminuire il nostro fabbisogno energetico attraverso il potenziamento delle rinnovabili (senza alleggerirne però il carico burocratico), dall’altro nel Decreto “Cresci Italia” prospetta e apre la via alle richieste di estrazione di petrolio nelle terre e nei mari italici. Come facilmente potrete intuire il piano per l’unità energetica nazionale favorisce di gran lunga il secondo aspetto sopracitato, con uno slogan che potrebbe essere: “Più trivellazioni per tutti”.

Attualmente nella quasi totalità delle Regioni italiane sono attive piattaforme di estrazione con benefici apparentemente indecifrabili dal punto di vista del costo dell’energia per industrie e consumatori. L’articolo del 35 del Decreto Sviluppo promosso e redatto dal Ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera agevolerà, l’approvazione è quasi certa vista l’ampia maggioranza parlamentare, la possibilità di ricerca e perforazione del territorio e dei mari italiani.

Al momento dai dati raccolti dall’associazione Lega Ambiente nel Rapporto del corrente anno “Trivella Selvaggia” sono circa settanta le richieste di ricerca per la perforazione a fini di estrazione. Personalmente dal Rapporto dell’associazione ambientalista ho calcolato che sono interessati circa 30.000 Kmq di mare concessi alla ricerca e perforazione per l’estrazione di idrocarburi. Gli investimenti sarebbero pari a 15 miliardi di euro e creerebbero secondo il Ministero per lo Sviluppo economico 25.000 posti di lavoro.

Si potrebbe pensare che il prezzo da pagare sia adeguato al rischio, ma su stessa indicazione del Dicastero con sede nella via della Dolce Vita la prospettiva si articolerebbe in 7 anni per il gas e 14 per l’olio. A ciò va aggiunto che le royalties (Imposte dirette di produzione) sono pari al 4% ove il nostro paese leader in tutte le classifiche di tassazione farebbe pagare alle compagnie petrolifere la metà di quanto imposto dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia. Se come evidenziato dallo stesso Ministero dello Sviluppo economico sui nostri fondali sono certe solamente 10,3 milioni di tonnellate che potrebbero contenere e supportare l’attuale fabbisogno energetico per due mesi.

A pagare il prezzo più grande è la Sicilia che per i suoi mari è al centro di metà delle richieste di estrazione di idrocarburi, con notevoli problemi che ne potrebbero derivare per turismo e pesca. Turismo e pesca che nell’isola più grande del mediterraneo hanno una forza maggiore ben più ampia dei 25.000 ipotetici posti lavoro che sarebbero indotte dalle trivellazioni.

Se ora continuate a chiedervi quale sia la risposta alla dipendenza energetica la mia risposta è la stessa che do a molti altri interrogativi durante i nostri tempi: l’Europa. L’Europa se davvero fosse unita anche dal punto di vista energetico potrebbe rendere il fabbisogno collettivo la metà dell’attuale con imposizioni e direttive in campi come l’edilizia e le rinnovabili capaci da salvaguardare anche territori e mari del vecchio continente. Quanto al governo posso solo affermare che l’idea di un impianto di trivellazione a largo delle Isole Egadi mi fa schifo quanto una discarica a pochi passi da Villa Adriana.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Quando la non curanza rende KOglioNY

Da due mesi a questa parte social network, siti d’informazione e giornali sembrano tutto d’un tratto concentrati sul destino dell’Uganda e dei bambini soldato. Il tutto nasce il 5 Marzo 2012 da un video sul sito di Youtube denominato “Kony 2012” e il mittente della sua realizzazione è l’organizzazione no profit “Invisible Children”. Il video, della durata di ben trenta minuti, è degno di essere considerato un kolossal: immagini con effetti speciali, alta definizione, bambini sfruttati, e sullo sfondo l’Africa con relative guerre. Protagonista della campagna è Joseph Kony, leader dell’esercito LRA, su cui pende un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.

Nel video si chiede di condividere la causa dell’organizzazione affinchè si promuova la cattura di Kony attraverso social network, braccialetti e poster (naturalmente a pagamento). A farmi sorgere i primi dubbi sono le visualizzazioni del video. Infatti, un canale come quello di Invisible Children, che di media si attestava sulle mille visualizzazioni quotidiane, improvvisamente viene visitato più del canale di Madonna e il video “Stop Kony 2012” supera come lancio al terzo giorno quello del singolo “Born this way” di Lady Gaga. Da lì in poi è un crescendo, e grazie a personaggi dello “spessore” di Justin Bieber, Rihanna, Kim Kardashian e George Clooney la rete e soprattutto molti adolescenti imboccano alla truffa dell’anno. Sì è una truffa. Lo è perché sebbene celato dalle immagini di bambini soldato e povertà vi è la richiesta al Congresso degli Stati Uniti d’America di mantenere un gruppo di elite della US Army nel Nord-Ovest Uganda in appoggio alle forze governative per la cattura di Joseph Kony e la distruzione del gruppo LRA. Fin qui tutto bene e di truffa poco c’è. Eppure nell’analisi che vi presenterò di seguito vi proporrò alcuni dati sui quali potrete ragionare e farvi un’idea.

LRA, Uganda & Kony: premetto che considero io stesso Joseph Kony e LRA (Lord’s Resistance Army) criminali di guerra. Eppure l’esercito di Kony dal 2006 si è ridotto ad un gruppo di pochi militanti, attestato da diverse fonti intorno alle 300/400 unità. Il comandante, nonché simbolo della campagna di Invisible Children, Joseph Kony viene considerato lontano dai confini dell’Uganda da molte agenzie di intelligence e da Atlantic Wire. Inoltre, nel video non si menziona il capo del governo Yoweri Museveri, filo-occidentale dell’Uganda in carica da più di trent’anni, che ha perpetrato crimini uguali a quelli per i quali è stato stilato il mandato di cattura internazionale nei confronti di Joseph Kony. Lo stesso Kony nella guerra civile Ugandese fu alleato in un primo momento dell’attuale Presidente. Un appoggio militare alla forze governative ugandesi equivale ad un accettazione dei crimini e al non rispetto della democrazia compiuti da esse. Pur non comprendendo come Kony possa sfuggire da diverso tempo alle forze governative ed all’esercito più potente e meglio organizzato del mondo mi domando se davvero la sua sola cattura possa risolvere il problema dei bambini soldato in Africa (Somalia, Eritrea, Sudan, Sierra Leone). A fine marzo 2012 l’Unione Africana (di cui storico esponente fu Gheddafi) ha annunciato per far fronte alle richieste degli internauti occidentali, l’impiego di 5.000 unità dei loro eserciti in Uganda. Ciò non ha fatto altro che rinvigorire i militanti del LRA che dopo cinque anni hanno riproposto attacchi.

Invisible Children: a promuovere il video e lanciare la campagna “Stop Kony 2012” è l’organizzazione “no profit” californiana Invisible Children. Tale organizzazione è stata fondata nel 2003 al ritorno da un viaggio in Uganda di Ben Kessey, Laren Poole e Jason Russell. Quest’ultimo oltre ad essere regista e voce narrante del video è stato arrestato a marzo nella Contea di San Diego nudo ed ubriaco e condotto in un Istituto Psichiatrico. E’ sugli autori che si concentrano alcuni dei maggiori problemi. Contrariamente a ciò che sostiene Invisible Children, questa già prima del video è stata messa in discussione da organi e organizzazioni no profit e di controllo di quest’ultime. Innanzitutto, partendo dal conto bancario alle Isole Cayman (paradiso fiscale) di Invisible Children sorgono dubbi. Il Better Business Bereau, agenzia che si occupa della natura etica delle associazioni, ha affermato di non aver accesso alla documentazione dell’organizzazione californiana. Secondo il portale di trasparenza umanitaria Charity Navigator solo un terzo dei fondi verrebbero riutilizzati da Invisible Children in attività dirette, con lo stipendio dei tre fondatori che si aggira a 70.000 $. Dal grafico presentato da quest’ultimo 1.700.000 $ verrebbero spesi da Invisible Children per viaggi. Maria Burnett del Human Right Watch – Africa Division ha affermato al The Guardian che “Le forze militari dell’Uganda continuano a perpetrare abusi sulla popolazione e che la loro organizzazione ha raccolto centinaia di prove”. Ma di questo “stranamente” Invisible Children sembra non accorgersene. Da mesi su tumblr “Visible Children” pubblica fonti e dati a discapito dei fautori del video.

Lago Alberto e le Major del Petrolio: quel che la gente sembra non vedere nel video di Invisible Children è la presenza di vari membri del Congresso Statunitense e tra loro appare anche l’ex presidente George W. Bush. Il video difatti ne celebra l’invio delle truppe nel 2008 in Uganda e la missione in Burkina Faso. Missione che nulla ha portato dal punto di vista umanitario, bensì ha stabilizzato la zona dove vengono estratti preziosi quali l’oro e dove minori lavorano. E’ qui che, a mio modo di vedere, c’è la vera truffa. Infatti, l’Uganda è da un lustro al centro delle attenzioni delle major petrolifere. Fino ad ora non è stato estratto neanche un barile ma il Ministero per l’Energia dell’Uganda ha quantificato la ricchezza del bacino, assieme alle società Heritage e Tullow Oil, in 2 miliardi di barili. Come nel Burkina Faso si prospetta il solo sfruttamento del Lago Alberto, o quantomeno ciò è sicuro come l’inizio delle trivellazioni nel 2013. Il caso vuole che il video sia uscito nel momento in cui si stanno assegnando tali concessioni, in una zona geopoliticamente fondamentale per gli USA al confine con il Congo (filo-cinese), mentre di Kony notizie certe non ve ne sono. Di sicuro domani (20 aprile) le piazze occidentali saranno piene di persone a favore della campagna “Stop Kony”. Sono sicuro della buona fede di molte di esse, le quali ignorano certamente di sponsorizzare e supportare l’ennesimo intervento militare “umanitario”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La fine del petrolio? Ancora molto lontana

Nel corso della mia vita, ad intervalli di anni regolari, ho sentito e letto teorie che predicevano, nel decennio successivo al momento che vivevo, l’esaurimento del petrolio.

Ad oggi, sebbene in molti teorizzino ed indirizzino le proprie aspirazioni verso le fonti rinnovabili, le major petrolifere si stanno concentrando sulla ricerca e lo sviluppo di idrocarburi non convenzionali, di fatto allontanando la fine dell’era del petrolio. Gli idrocarburi non convenzionali sono un insieme costituito da composti che differiscono molto tra loro, ma accumunati da densità e viscosità molto elevate.

L’abbattimento dei costi di trivellazione orizzontale e nuove tecniche di frammentazione idraulica delle falde rocciose hanno aperto nuovi scenari nella politica ed economia energetica mondiale. Nuovi metodi di estrazione e prospezione hanno reso possibile lo sfruttamento di giacimenti fino a poco tempo fa impossibili.

E’ necessario considerare, che questa rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali, è focalizzata, soprattutto, nelle Americhe , ovvero dal Canada all’Argentina. Per comprendere meglio questo cambiamento basta tenere in considerazione le parole di Edward Luce dalle colonne del Financial Times, il quale affermava che all’inizio del mandato del presidente democratico americano Barack Obama “il paese progettava di dover importare gas da posti come il Qatar. Di colpo gli Stati Uniti si sono accorti di essere seduti sulla fornitura di gas del secolo”.

Gli Stati Uniti d’America, sempre protagonisti nelle guerre energetiche, già ad oggi producono metà del proprio fabbisogno energetico in patria, hanno ridotto le importazioni dell’estero nell’ultimo quadriennio del 15% per poi improvvisamente ritrovarsi un nuovo tipo di oro nero, nel solito Texas e nel Nord Dakota, il che secondo alcune società di consulenza finanziaria potrebbe portare a diminuire la dipendenza energetica del paese stelle e strisce, nei prossimi dieci anni, di un ulteriore 20%.

Analizzando i dati sopra riportati sarà ai più maggiormente comprensibile il timido approccio degli USA nel Vertice di Durban sui cambiamenti climatici del 2011, definito dal Sole 24 ore “un buco nell’acqua”, e l’accantonamento di quella parte di programma sui cambiamenti climatici che ha portato il Senatore democratico di Chicago alla Casa Bianca. Spostando ora la nostra analisi sull’America Latina, non ci si può non soffermare sul campione e protagonista emergente globale, ovvero, il Brasile.

Brasile che attraverso la società a partecipazione maggioritaria statale Petrobras S.A., grazie ad un grande sforzo finanziario di quest’ultima, concentrandosi sull’estrazione di idrocarburi nascosti sotto falde saline ad una grande profondità, potrebbe secondo alcuni analisti arrivare a produrre, tra dieci anni, la stessa quantità di barili dell’Iran. L’altro grande paese del Sud America, l’Argentina, sta concentrando i propri sforzi nell’accertare la presenza di idrocarburi shale gas. Per shale gas si intende un gas naturale derivato dalla scomposizione anaerobica degli scisti argillosi bituminosi. Tanto che il Canada, primo esportatore del continente americano, ha previsto di raddoppiare nei prossimi due lustri la produzione di idrocarburi da gas shale. Un’altra parte rilevante di questi idrocarburi non convenzionali è rappresentata dagli idrocarburi ultra-pesanti, presenti in Venezuela e Russia, i quali assieme alle fonti bituminose canadesi, rappresentano un valore superiore rispetto alle riserve mondiali di idrocarburi convenzionali.

Ora magari verrà da chiedersi come e se l’Italia si stia muovendo, la risposta è sì. L’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) si è da tempo impegnata a ritagliarsi uno spazio e collaborare con paesi quali Russia e Venezuela, intensificando la ricerca tecnologica nell’abbattimento dei costi di estrazione e prospezione da giacimenti di idrocarburi ultra-pesanti. Le nuove tecnologie, gli investimenti e la focalizzazione delle ricerche scientifiche sugli idrocarburi non convenzionali nel prossimo decennio cambieranno molti degli assetti geopolitici mondiali ed energetici, di fatto sostituendo in buona parte la provenienza di idrocarburi da regioni calde (come il medio e il vicino oriente), che probabilmente porterà ad una nuova spinta dei consumi.

Di sicuro è che, per quanto politiche ambientaliste e la diminuzione delle riserve convenzionali di idrocarburi, stiano facendo presa sulle popolazioni occidentali, la parola fine all’epoca degli idrocarburi è ancora lontana. D’altronde il petrolio è solo due secoli che impera sulle scelte di nazioni ed individui.