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Edoardo Cozzani. L’obiettivo critico di un giovane fotografo

Abbiamo intervistato Edoardo Cozzani. L’obiettivo critico del giovane fotografo romano ci racconta le Città globali e le imperfezioni della società contemporanea.

Edoardo Cozzani è il giovane fotografo romano che abbiamo conosciuto in occasione della sua personale Babel presso il Lab 174 a Roma. La fotografia per lui è stata una scelta di vita, una necessità. 24 anni e due progetti di successo alle spalle. Il suo lavoro ci mostra una metropoli senza nome e l’impatto disastroso del processo di urbanizzazione aggressiva sulla qualità di vita del cittadino moderno. Le sue opere sono una finestra sul mondo, sulla società contemporanea. Il suo obiettivo critico ha aperto una breccia, scuotendo gli animi di chi osserva il suo lavoro, spronandolo alla riflessione. Con noi ha funzionato e abbiamo voluto incontrarlo per saperne di più.

Come è nata la tua passione per la fotografia?

Da bambino in modo del tutto casuale, quasi giocando. Mia madre aveva una Reflex Nikon e quando me lo permetteva ci facevo pratica. Scattare mi piaceva, mi incuriosiva. Da ragazzino andavo in edicola e invece di comprare topolino, compravo il Corso Mondadori sulla fotografia, sai quelli a puntate. Così da solo mi sono documentato, ho letto sempre di più per apprendere le tecniche. Questo è stato un po’ l’inizio. Poi sono cresciuto e finalmente ho avuto la mia di macchinetta fotografica, ho cominciato a viaggiare. Ho unito queste mie due passioni e mi sono dedicato alla fotografia di viaggio.

Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo lavoro?

Come dicevo, a un certo punto ho cominciato a viaggiare. Mi fu tutto chiaro durante un viaggio in particolare, quello in Centro America, quasi tre mesi, da solo tra la Costa Rica e il Nicaragua. Mi ha aperto gli occhi circa il valore della felicità che possiamo raggiungere solo facendo ciò che ci piace, lo status non conta. Se prima di partire pensavo che la fotografia potesse essere solo un hobby nella mia vita, al ritorno è cambiato tutto.

Avevi un’altra carriera davanti a te…

Sì, studente di Giurisprudenza a Roma. Mi piace, in qualche modo mi è stata utile, mi ha dato tanto a livello di contenuti, ha aumentato il mio senso critico ma sentivo che non era la mia strada. La passione per la fotografia che era quasi un bisogno, una necessità di espressione, premeva sempre di più. Gli studi di Diritto li ho terminati, mi sono laureato ma nel frattempo avevo fatto application per una prestigiosa scuola di fotografia a New York ed ero stato preso. Ho vissuto quel momento tirando un sospiro di sollievo.

Perché New York?

Mi trovavo lì per un tirocinio in uno studio legale, un’opportunità unica, una figata per chiunque voglia intraprendere quella carriera…per me è stato il contrario. Da una parte però quell’esperienza è stata fondamentale, la prova del nove. New York mi ha molto stimolato perché dal punto di vista artistico ha tanto da offrire, continui spunti, stimoli e opportunità. Il tirocinio l’ho lasciato ma sono rimasto per dedicarmi alla fotografia e ho fatto domanda all’ International Center of Photography.

Come ti sei preparato a questo nuovo inizio?

Un altro viaggio. India e Sri Lanka, sempre da solo. Questa volta però con un progetto circa quello che volevo fotografare e come.

C’è da dire che non sono possibilità da tutti. Ti reputi fortunato?

Sicuramente ma soprattutto grato. Devo molto alla mia famiglia che mi ha sostenuto e supportato. È stata dura conquistare la loro fiducia. Mio padre inizialmente era del tutto contrario. All’inizio è stato difficile ma poi determinazione, passione e risultati mi hanno aiutato piano piano a guadagnarmi il suo rispetto e la sua fiducia. È stato il primo a scommettere su di me.

Hai detto che per il tuo ultimo viaggio prima di trasferirti a NY avevi già un progetto. Cosa serve perché riesca bene e quanto conta la tematica?

La tematica è tutto. È come la mappa del tesoro. La mia più grande soddisfazione sta proprio nell’aver trovato, in un’infinità di possibilità espressive, l’area tematica a cui dedicarmi. Quella sociopolitica principalmente. Solo con la motivazione e l’interesse per un focus, un obiettivo, una tematica definita la produzione è efficace.

Hai viaggiato molto in cerca di spunti, il tema sociale, come abbiamo visto, è centrale nei tuoi lavori. Non trovi che altrettanti spunti si possano trovare anche “dietro casa”? Penso al tema delle periferie…

 La tematica delle periferie, per quanto interessante, per come affronto la mia tematica, è fin troppo specifica. Quello che mi interessa di più è osservare il mondo in macro sistema, guardare la società in toto da una prospettiva più ampia e meno specifica. Nonostante si tratti di un soggetto contemporaneo…Io parlo dell’individuo in generale, che si tratti dello svantaggiato in periferia o il ricco del centro.

Bianco e nero o a colori?

Entrambi, dipende dal progetto. Io poi sono sempre per la sperimentazione, unire i mezzi di espressione. Fotografia, installazione, giochi di luci e di riflessi. La cosa fondamentale è partire da un concept forte, studiarlo, fare ricerca, approfondire, entrare in quell’idea tanto da esserne saturi e poi lasciarsi andare e sperimentare ancora. Raccogliere i dati e veder cosa funziona per comunicare il proprio messaggio.

Quanto conta l’occhio e quanto la tecnica?

La tecnica è fondamentale per un progetto di successo però viene dopo. La scuola a NY, l’I C P mi ha permesso di esprimermi in modo più sofisticato ma quello può venire anche dopo. Più importante è avere un tema e forte motivazione. Le tecniche si possono sempre imparare…

Foto con il cellulare?

Si perché no, ne faccio molte…chiaramente poi per i progetti seri il mezzo professionale è necessario… Le foto con il cellulare però hanno una loro genialità che va oltre la tecnica. Vince se il soggetto è molto forte. Ciò che conta è il concept, qualsiasi mezzo va bene e il contenuto della foto ha un valore talmente grande che te ne freghi che è scattata con il cellulare…si possono fare foto interessanti.

Instagram si o Instagram no? Toglie alla fotografia?

No è solo una finestra, una vetrina. In questo senso può dare un apporto positivo e allora va sfruttato. Da una parte poi io mi oppongo concettualmente all’idea di Social però allo stesso tempo vivo la mia epoca e quindi alla fine lo utilizzo. Se vivi la vita con una sensibilità tale che ti faccia vedere poesia ovunque allora il mezzo Instagram diventa utile per condividerlo e questo viene apprezzato.

Come hai approcciato i temi che tratti?

Dalla mia esperienza personale di vita. Mi sono avvicinato all’influenza della società sull’individuo, partendo dalle mie ragioni, quello che provavo e sentivo io. Mi è sempre interessato il discorso delle maschere e dell’autenticità che a volte si sacrifica a causa delle pressioni che subiamo e dei condizionamenti. A volte lottiamo per uno status che dobbiamo mantenere ma che non ci rende felici.

Sei giovanissimo ma con due progetti importanti alle spalle, Anamorphosis e Babel. Sei soddisfatto?

Il livello di soddisfazione non è ancora pieno, bisogna essere sempre aperti allo studio e all’ approfondimento. Babel ad esempio è chiuso ma continuerò a cercare nella quotidianità qualcosa che possa apportare un plus e nel caso lo aggiungerò al progetto. In questo senso dunque il rapporto con il progetto non si conclude mai davvero.

Che rapporto hai con le tue foto? È difficile separartene?

Ci sono tre fasi in cui ti separi dall’opera, tutte e tre diverse. C’è la selezione per una mostra, la mostra e la vendita. Alcune foto sono difficili da rimuovere dalla selezione, soprattutto quando ti piacciono molto. Se però per il progetto non sono funzionali allora bisogna saper essere razionali nella scelta… l’esperienza “esposizione” è ansia e gioia allo stesso tempo. La tua idea si materializza e la dai in pasto al giudizio di tutti…La volontà è quella di migliorarsi e per farlo servono anche le critiche proprio allo scopo di crescere sempre di più. Non ho un rapporto morboso con le mie foto, separarmene non è problema. Il massimo è rispettare la persona che si porta a casa la tua opera.

Qual è il ruolo dell’artista nella società?

Avere un’opinione forte è fondamentale, così come riuscire a imporre la propria voce e la propria voglia espressiva. Il ruolo dell’artista però non è dare una risposta ma creare interrogativi, incuriosire e dare degli spunti di riflessione. Chi produce arte non deve togliere opinione all’individuo, piuttosto lo deve aiutare a crearsene una propria.

Hai una foto che ti ha ispirato, una preferita?

Me ne piacciono molte. Apprezzo il lavoro del fotografo Andreas Gursky. In una sua fotografia c’è un fiume, uno scenario stratificato. Rappresenta un po’ una metafora vita per me. Vedo il fiume come la fluidità dell’esistenza. Ragione e morale che devono trovare un equilibrio. La morale è un’urgenza che deve essere espressa da una ritualità o dalla religione quando non diventa politica…

Trovi interessante fotografare l’uomo?

L’uomo singolo non mi interessa, o meglio mi interessa nel momento in cui il singolo racconta la storia di una pluralità. Quello che trovo interessante è la metafora che un uomo singolo rappresenta.

Se non avessi scelto la fotografia, chi saresti oggi? Un avvocato?

L’arte sarebbe stata una costante nella mia vita, ho sempre avuto una fascinazione e una certa sensibilità in materia… l’avvocato l’avrei potuto fare, meccanicamente ma non sarebbe stata vita.

 

 

Paper Gardens. La personale di Giorgio Coen

Paper Gardens

Mostra personale di Giorgio Coen Cagli, a cura di Giorgia Noto

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso Studio Co-Co

 

Nell’ambito della tre giorni dedicata interamente alla fotografia – Passeggiate Fotografiche Romane – organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, lo studio di progettazione grafica Co-Co è lieto di ospitare nel suo spazio la personale del fotografo emergente Giorgio Coen Cagli, Paper Gardens, a cura di Giorgia Noto.

Passeggiate Fotografiche Romane avrà luogo il 15, 16 e 17 dicembre e si snoderà all’interno della  città attraverso una serie di percorsi tematici per quartieri in un susseguirsi di attività legate alla fotografia: mostre, incontri, visite guidate, archivi aperti, laboratori, performance, proiezioni e progetti inediti.

Lo Studio Co-Co partecipa a questo ricco calendario che coinvolge il quartiere Pigneto con la personale Paper Gardens articolando la sua proposta con il seguente calendario: il 15 dicembre con l’inaugurazione della mostra, il 16 dicembre con un incontro con l’autore Giorgio Coen Cagli in occasione del tour Passeggiate Fotografiche Romane per il quartiere Pigneto e il 17 dicembre con una conversazione a più voci con Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese, Giorgia Noto e Giorgio Coen Cagli.

La mostra proseguirà poi fino al 13 gennaio 2018 e sarà visitabile nei giorni di apertura dedicati e su previo appuntamento, consultare la pagina Facebook dello studio per tutti gli aggiornamenti. (https://www.facebook.com/cocostudioroma/?fref=ts)

 

Paper Gardens è il titolo della mostra che mette insieme una serie inedita di Giorgio Coen Cagli, un progetto fotografico in continuo ampliamento che l’autore porta avanti con costanza da circa un anno. Gli scatti appartengono a luoghi diversi – Roma e alcune delle sue rovine industriali, porzioni aride della Puglia fino all’esplosione di un verde incontrollato in luoghi remoti dell’Asia – e sono volutamente non dichiarati. In questo caso la geografia, intesa come coordinate e punti cardinali, cede il posto ad una riflessione macroscopica che può, per questa ragione, contenere diverse morfologie.

Paper Gardens affronta il rapporto a volte conflittuale e talvolta frammentario tra gli spazi naturali spontanei o solo inizialmente progettati e gli insediamenti umani. Con ironia e quasi con una “pedissequa” curiosità documenta la rivendicazione della natura a ottenere un suo spazio. Ad esserci. Ogni scatto è una voce importante del coro che rimarca un forte senso e gusto per la rovina e l’abbandono come termini dialettici/visivi al fine di restituirne la seduzione, l’immaginario e le sue potenzialità senza affiancarsi a nessun dibattito o leitmotiv ambientalista.

La mostra sarà composta da una serie di 10 scatti stampati su carta washi – una carta resistente con una trama peculiare e ben visibile – e montati su light box di cartone create per l’occasione. Ad accompagnare l’esposizione, ci sarà un’edizione limitata a cura dello Studio Co-Co contenente tre foto del progetto, (anche non esposte), assegnate ad una chiave di lettura specifica – Human, Ruins e Sunblind – e ad un testo scritto da tre autori diversi, rispettivamente nell’ordine Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

 

A proposito dell’artista (Pag. Fb)

Giorgio Coen Cagli (Roma, 1988).

Formatosi inizialmente presso il CSF Adams, Giorgio approfondisce teoria e pratica fotografiche indipendentemente e attraverso workshop, in particolare con Magnum Photos a Barcellona, 2009. Dal 2008 si dedica al reportage sociale, esponendo lavori in diverse rassegne fotografiche come Occhi Rossi-Roma (2008), Trafic-Barcellona (2009), Cascina Farsetti-Roma (2009), Cineporto-Roma (2010).

Parallelamente continua gli studi presso il dipartimento di Storia dell’Arte de La Sapienza e dal 2011 segue la scena artistica internazionale, pubblicando immagini su diverse riviste di settore tra le quali ArteDossier, Città Magazine e FAMO. Tra il 2014 e il 2016 segue gli interventi di street artists internazionali per conto di Wunderkammern, pubblicando immagini su riviste e magazine online dedicati. In occasione della mostra dall’Oggi al Domani, 24 ore nell’arte contemporanea – ospitata dal MACRO di Roma (Aprile 2016) – espone il libro “Tre giornate di lavoro” realizzato con l’artista Giuseppe Caccavale.

 

 

 

Informazioni

Inaugurazione: 15 dicembre 2017 ore 18

Tour per il quartiere: 16 dicembre 2017 dalle ore 16

Incontro con gli autori: 17 dicembre 2017 ore 17

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso lo Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10

Roma

info@co-co.it

Polinice & Lab174 presentano: BABEL di Edoardo Cozzani

L’inaugurazione della mostra fotografica BABEL a Roma

 

Il 14 dicembre presso Lab174 si terrà l’inaugurazione della mostra fotografica “BABEL” (pag. Fb) di Edoardo Cozzani.

(Apertura alla Stampa: giovedì 14 dicembre 2017 – ore 17:30- Apertura al Pubblico: giovedì 14 dicembre 2017 ore 18:30)

BABEL si propone di analizzare l’impatto del processo di urbanizzazione aggressiva della metropoli sulla qualità di vita dei suoi abitati. Destabilizzando l’ordine apparente del panorama cittadino moderno, questo progetto critica una società ossessionata dalla elevazione di monumenti che celebrano l’esaltazione per il progresso e per la civilizzazione, ma al contempo celano le più profonde imperfezioni.

“… noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…” così, circa un secolo fa, la scuola futurista celebrava venti di cambiamento, dichiarando cieca fiducia nel progresso e nelle sue implicazioni. Oggi Babel vuole mettere in luce una reinterpretazione in chiave moderna della metropoli. In un futuro ormai diventato presente, le aspettative del passato si scontrano con la realtà in una visione viscerale e demistificata. Questa serie di immagini, scattata su macchina medio formato, viene fissata su pellicola a colori attraverso l’uso controllato di lunghi tempi di scatto ed esposizioni multiple. La destrutturazione del negativo ha lo scopo di trasportare lo spettatore in un delirio onirico, attraverso la presentazione di una serie di vedute decadenti e scomposte di vari tipi di architetture.

Le impressioni su pellicola sono ottenute in diversi Continenti, la cui distanza e diversità si annullano, di fronte all’universalità del rapporto tra individuo e metropoli, in una città senza nome. Il mondo distopico ritratto in questo progetto mostra come la struttura urbana sia pensata in modo tale da intrappolare il cittadino al suo interno, incentivando consumo e produzione al solo fine di alimentare una continua crescita verticale del complesso cittadino. Accecato dalle luci della grande metropoli si risveglia nel riflesso dello specchio in negativo di un’utopia ormai superata.

Babel, sfidando le nostre illusioni di stabilità, si propone di ridurre i paesaggi urbani in una serie di forme oscure svelando le angosce ramificate nella caotica vita della metropoli.”

BABEL segue il primo progetto del fotografo romano, che attualmente lavora a New York, ANAMORPHOSIS.

Nello specifico, sia “Anamorphosis” che “Babel” mettono in mostra due questioni di carattere sociale: La prima serie ha affrontato il rapporto conflittuale tra il singolo e la collettività, con lo scopo di mettere in dubbio tutte le costruzioni che portano l’uomo moderno a vivere in un costante stato di incertezza, generato dall’ordine apparante di cui si trova a far parte.

La seconda serie è incentrata sull’aspetto e sulle forme del paesaggio urbano moderno, e sugli effetti che essi hanno sulla qualità di vita della persona. Entrambe hanno lo scopo di denunciare una società decadente, mettendo in luce una visione del mondo estremamente reale, che, tuttavia, viene raffigurato con delle sembianze che sembrano sfuggire alle leggi della fisica tradizionale.

Parte del processo creativo di Edoardo Cozzani comprende l’uso di lunghi tempi di apertura del diaframma ed esposizioni multiple, nonché un intenso uso delle ombre e di luci con densi toni di colorazione.

La destrutturazione delle forme segue lo scopo di mettere in mostra il vero aspetto di una realtà governata dal disordine e dalla casualità, di una società che si proclama perfetta e che trova nell’ordine l’unica soluzione per terminare le ansie che assalgono le nuove generazioni.

I lavori di Edoardo Cozzani subiscono una forte influenza del decadentismo della prima meta’ del ‘900, anche allora l’uomo moderno veniva ritratto come in preda a dubbi, riflessioni e tormenti, disorientato in un mondo che accelerava verso grandi cambiamenti. Oggi, l’uomo moderno e’ ancora più fragile, non si è mai adattato ai cambiamenti dello scorso secolo, e viene costantemente bombardato dagli sconvolgimenti di questa epoca.

L’individuo è sempre più parte di un sistema nel quale il singolo perde di valore e di conseguenza la sua volontà si dissolve in quella dei grandi numeri. L’incapacità di identificare la ragione del suo malessere lo allontana da sistemi di pensiero indipendente, e lo avvicina ad un pensiero guidato, fatto di decisioni infelici. Sacrificando il pensiero consapevole l’uomo moderno trova conforto all’interno di un soffocante rifugio fatto di inesplicabili angosce ed inquietudini.

Il progetto fotografico Babel, è stato recentemente nominato tra i progetti vincitori della competizione di fotografia Life Framer, subito dopo essere stato esposto a New York nella mostra di gruppo Hidden Narratives, la cui immagine di copertina riportava una veduta dispotica di Hong Kong, immortalata agli inizi della produzione del progetto. Più recentemente Babel è stato esposto nella splendida cornice dell’abbazia di San Vito a Poliranno a Mare in Puglia.

 

A proposito dell’autore

EDOARDO COZZANI (Website)

Nato a Roma, dopo aver completato gli studi di diritto presso la LUISS Guido Carli, si trasferisce a New York nel 2016 per frequentare l’International Center of Photography. Durante la prima meta’ dell’anno di studi di fotografia artistica, produce “Anamorphosis”, progetto che affronta il tema della disgregazione dell’individuo nella società contemporanea. “Anamorphosis” viene esposto a Roma nel dicembre 2016 con l’aiuto organizzativo dell’associazione culturale Cultrise.

Nel 2017 Edoardo inizia a lavorare sulla serie “Babel” che, nel mese di giugno dello stesso anno, viene esposta in una mostra di gruppo a New York, “Hidden Narratives” presso L’International Center of Photography. Una delle foto della serie viene selezionata come copertina della mostra. Babel, viene in seguito nominato tra i progetti vincitori della competizione di fotografia Life Framer, in tema di civilizzazione. Poco dopo, Musée magazine decide di pubblicare un’intervista su Babel e Anamorphosis. Il 28 ottobre dello stesso anno Babel viene esposta in una mostra personale presso l’Abbazia di San Vito a Polignano a Mare, in Puglia.

 

ETEOCLE

Nell’ultimo biennio Eteocle ha editato il magazine Polinice. E’ stato il soggetto promotore della riproposizione della storica Corsa dei Camerieri per la Festa de’ Noantri di Trastevere. Ha organizzato la serie di conferenze e presentazioni di libri per la stampa indipendente nel mese di luglio 2017 presso la manifestazione “Lungo il Tevere Roma”. Ha contribuito ad editare la guida per la Fondazione Carispaq “Tracce d’Abruzzo” con The Trip Magazine.

 

BABEL

14 – 21 dicembre 2017

dalle ore 16 alle ore 21

Presso LAB174, Via Pietro Borsieri 14, Roma. Per informazioni scrivere a: info@lab174.com

 

Thanks to:

LAB 174 | DIREZIONE

Marta Battista

Casale del Giglio

 

Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo

Ad accogliermi nel suo studio di via Zanardelli 1 a Roma, in un palazzo d’epoca di quelli che quando ci passi davanti pensi “chissà chi ci vive” è la voce calda di Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo che ha immortalato personaggi straordinari, Dalì, la regina Elisabetta, Willem De Kooning l’uomo dalle amicizie storiche e preziose, Mario Praz, Piero Dorazio, Peggy Guggenheim, Toti Scialoja, Robert Motherwell. Nato a New York nel 1918, si è trasferito a Roma nel 1949 e non l’ha più lasciata.

Fotografo di nascita e non di mestiere, due lauree alla Columbia University, assistente di Meyer Shapiro, volontario in Cina con l’esercito americano per seguire il rimpatrio dei giapponesi alla fine della guerra, una borsa di studio in urbanistica che lo ha portato a Roma, stretto collaboratore di Adriano Olivetti, corrispondente di ArtNews e Art in America, storico e critico d’arte, giornalista ma soprattutto un uomo di passioni. L’arte non è stata solo materia da studiare, ma essenza della sua stessa vita.

Nella sua stretta di mano ho sentito tutta la forza di un uomo che porta con sé storia, esperienze incredibili, incontri; nei suoi occhi, la luce di chi ha visto tutto, tra due secoli, senza perdere la curiosità per il domani. Prima di sederci, mi fa fare un giro dello studio, ogni parete un puzzle di quadri, senza cornice perché “è così che sono arrivati”, i libri non si possono contare così come gli oggetti che colleziona, o meglio accumula, ognuno protagonista di un aneddoto. L’appartamento dai soffitti affrescati apparteneva al conte Giuseppe Primoli, pronipote di Napoleone e confina con la fondazione Primoli alla quale Milton ha donato 72.000 negativi e 10.000 volumi della sua biblioteca.

Sulla scrivania un uovo di struzzo, un regalo proveniente dall’Etiopia e una palla di cannone datata 1870, “ha preso parte alla Presa di Roma”.

Lei è un giornalista, scrittore, critico d’arte, due lauree, una in chimica e biologia l’altra in arte e archeologia, una borsa di studio in urbanistica, quando ha capito che sarebbe diventato un fotografo?

Negli anni Settanta. Ho sempre scattato, da quando avevo 14-15 anni, sempre. Ma è stato negli anni Settanta, seconda metà, quando la mia amica Carla Panicali che aveva una galleria in via Gregoriana, un giorno mi disse che era furibonda perché “Motherwell ci impone la moglie che è fotografa e sono costretta a fare la mostra alla moglie di Motherwell e sono indignata!”. Poi si illuminò e mi disse: “Io preferisco fare una mostra delle tue foto!” e così ho avuto la mia prima mostra alla Galleria Marlborough.

La prima foto che ha scattato?

Non ricordo esattamente ma è sicuramente una fotografia degli anni a New York, quella alla tomba del generale Grant, una cosa monumentale in stile greco romano.

“Esita quando gli domando quale foto lo rappresenta meglio… <<non una singola, c’è da scegliere… non saprei>> dice chiamando in aiuto il nipote Bartolomeo, che lavora con lui e lo segue nei progetti della Fondazione. <<A te quale piace? Che ne pensi?>>

<<A me piacciono le foto scattate in Sicilia negli anni Cinquanta, ma più di tutte quella che hai scattato  alla tua ombra sull’Appia Antica, un antenato dei selfie di oggi>> risponde il ragazzo”.

A proposito dei selfie, che è quasi una mania, la possiamo considerare fotografia? La tecnologia  poi aiuta, ci sono corsi di ogni tipo, tantissimi filtri, i social dedicati solo alla fotografia, tutti si improvvisano fotografi, ma si può imparare ad essere fotografo?

Tutti siamo fotografi, anche grazie al telefonino. Si può imparare la parte tecnica ma l’occhio devi averlo, come tecnico della foto puoi diventare qualsiasi cosa ma solo l’occhio fa delle foto particolari. C’è anche la fortuna, è come un gioco di numeri, scatta scatta scatta… qualcosa deve uscire!

Lei fotografa in bianco e nero. Il colore non determina la vita?  Qual è il suo colore preferito?

Lo so che c’è una sorta di pregiudizio, di snobismo riguardo al bianco e nero, ma per me non è così, è gusto. Si possono fare foto magnifiche a colori, una buona sorpresa è di guardare le foto della fine dell’ Ottocento fatte a colori che sono stupende, i colori sono saturi. Io preferisco lo spettro dei colori, la gamma, gli insiemi delle tonalità, le declinazioni del grigio.

È ancora interessante fotografare l’uomo?

Sempre, sì, siamo umani più o meno. In primo piano. Anche in posa. La posa è anche mobilità, fotografare una persona che salta, è comunque una posa. Negli anni Venti andava di moda fotografare le donne, le belle donne, con gli occhi chiusi, come se sognassero.

Può una fotografia cambiare il mondo? Penso a Hiroshima o alle Torri Gemelle…Nella civiltà dell’immagine, si possono scuotere le coscienze con un’immagine o di immagini siamo saturi?

Una foto vale dieci discorsi, sì e come!

Arte vuol dire anche essere moderni, oggi nell’era della tecnologia, c’è ancora qualcosa da scoprire, o si è visto tutto?

Si può ancora digerire quello che è stato scoperto, soprattutto grazie alle fotografie che hanno intensificato la possibilità di ricordi del passato. Il campo degli artisti che lavoravano con le mani.

Oggi è difficile vedere un artigiano, un artista che lavora con le mani, in quasi tutti i campi dell’arte la tecnologia ci ha messo lo zampino, ma questo toglie anima all’opera?

Si può arrivare alla pittura senza dipingere, ad esempio Niki de Saint Phalle ha improntato la sua carriera di pittrice sparando i colori da una specie di pistola. Poi c’è Jackson Pollock che metteva la tela per terra e ci versava i colori.

Lei è un testimone del tempo, come è cambiata l’Italia?

La grande trasformazione è stata economica, negli anni Cinquanta questo paese usciva da una disfatta militare ma soprattutto politica. La miseria era evidente, molto visiva, nel meridione ma anche a Genova. Ricordo le rovine dopo i combattimenti, gli attacchi aerei. Quando sono arrivato alla fine del 1949, sbarcai con la nave a Napoli e da lì risalimmo in macchina fino a Roma e strada facendo era un susseguirsi di ruderi. Poi a Roma quello che colpiva tanto era che non c’erano né cani né gatti, le famiglie non potevano permettersi altre bocche da sfamare. Le macchine erano pochissime e io mi sentivo molto privilegiato perché acquistai un’automobile, una Fiat Balilla del ’37 e così sono diventato molto popolare tra gli artisti.

Chissà quanti passaggi…

Sì, per andare al mare! L’amico Lucio Manisco, faceva parte di “Forma1” il gruppo di Perilli, Dorazio ed inventò un quotidiano che si chiamava “Domenica Sera” ed era gratis, grazie alla pubblicità. Tutti gli amici lo aiutavano nella distribuzione che veniva fatta con la mia Balilla color blu mezzanotte. Mettevamo questi pacchi di “Domenica sera” nella mia auto e si andava a Piazza Colonna, offrivamo questi giornali gratis ma la gente era diffidente- ride- tanti correvano via..

Di cosa trattava la “Domenica Sera” e lei ci ha mai scritto?

Il quotidiano si occupava di tutto, arte, società, politica, spettacolo, personaggi famosi…Mi ricordo di un servizio su Tamara Lees, era molto molto bella…Io non ho mai scritto per la “Domenica Sera”, ancora non scrivevo in italiano

È stato difficile imparare l’italiano?

No, Io poi, all’inizio mi lanciavo in francese che sapevo parlare, lo avevo imparato al liceo a New York, man mano ho acquisito un modo di parlare e mi facevo capire. Ero già stato in Italia, nel ’39. 10 giorni da Venezia a Napoli, il Grand Tour. Volevo vedere tutto quello che potevo prima del cataclisma della guerra. Ad Atene, non avevo più soldi  e allora sono andato all’Ambasciata americana, sbandierando i nomi dei miei professori della Columbia. Mi hanno dato dei soldi e mi hanno chiesto quali fossero i miei progetti. Io risposi di voler visitare Istanbul e loro mi dissero di dimenticarmela perché eravamo sull’orlo della guerra. Sulla costa francese, per non parlare di Parigi, le strade erano deserte, per fortuna rimediai una bici per trasportare la mia valigia.

Una mattina mi svegliai, era il 1 settembre 1939 e una voce agitatissima gridava che la guerra era cominciata. Quello fu un momento molto triste per la mia generazione. La Francia era il centro del mondo, l’impatto di vedere al cinema Hitler sotto l’arco di trionfo che faceva dei piccoli passi di danza per celebrare la vittoria…terribile.

In America la guerra non ha toccato il paese

Il paese era diviso in due, chi diceva che bisognava prenderne parte e chi diceva America First! Un eroe nazionale come Charles Lindbergh che compì la prima trasvolata atlantica, era contrario alla guerra, andò perfino da Hitler e accettò una decorazione. Poi la Chiesa cattolica era contraria perché tanti nella Chiesa erano legati al fascismo in quel periodo. C’era un prete, Father Coughlin che parlava alla radio da Chicago e incitava il pubblico dicendo “non è la nostra guerra”. Senza l’attacco dei giapponesi saremmo rimasti fuori.

Lei ha conosciuto uomini e donne straordinari, Peggy Guggenheim, la regina Elisabetta, Dalì…Quale persona che ha fotografato l’ha colpita di più?

Non ho mai fatto una foto dell’uomo che ho più ammirato in Italia, Adriano Olivetti, non me ne rammarico perché sarebbe inutile ma mi rendo conto che era una persona che ammiravo veramente, totalmente e non l’ho fotografato. La mia foto mancata è decisamente quella ad Adriano Olivetti.

Collezionista di quadri, molti li ha venduti. Un’opera che si è pentito di aver venduto e una dalla quale non è stato in grado di separarsi?

Mi piaceva molto Porta Portese o via del Governo Vecchio dove c’era un mercante dal quale compravo, Peretti, molto simpatico. Non mi sono pentito perché ho venduto solo i quadri che o non mi piacevano tanto o erano troppo grandi. In genere non vado per i pentimenti.

Il suo libro preferito?

Una biblioteca!

Lei ama vivere in mezzo alle cose, è la necessità del ricordo?

Sì, quella bandiera per esempio, per me è un ricordo della guerra.

“Con l’accento americano che non ha perso, Milton mi racconta di quando con i suoi compagni del gruppo ingegneria combattente sbarcò a Formosa, poco prima che la guerra finisse e poco prima dello scoppio della maledetta bomba. In Cina aveva avuto il compito di seguire e scrivere sul rimpatrio dei Giapponesi, << era un movimento di massa, abbiamo forzato il rimpatrio di tre milioni di giapponesi, pensa che quasi due generazioni di giapponesi a Formosa, il Giappone non lo avevano neanche mai visto >>. Più o meno per caso venne coinvolto nella missione per arrestare il Governatore di Formosa. << Siamo andati al palazzo per arrestarlo e durante l’operazione ho preso quella bandiera per ricordo, firmata dai suoi collaboratori. L’ingresso era sbarrato, un soldato si è arrampicato e ci ha aperto da dentro. Abbiamo attraversato il giardino per arrivare alla casa, nella quale siamo entrati tramite una porta finestra. In un vasto ambiente che sembrava la hall un albergo con poltrone e divani coperti di stoffa floreale, un mare…non c’era nessuno finché una figura si è alzata da una poltrona, la testa e poi il corpo. Era il Governatore, si è alzato ci ha guardato…eravamo io, un amico, un generale cinese, un colonnello inglese e un colonnello americano… poi ha detto in inglese “Gentlemen i’ve been expecting you” >>. Mi parla anche di un ventaglio e di una spada…Mi dice che in una disfatta tutto può succedere, anche che si porti a casa un ricordo, o due, o tre”.

C’è una scena di miseria che l’ha colpita più delle altre?

Il crack economico del ’29 negli Stati Uniti. La crisi era molto evidente a New York e mi colpì molto. Mio padre aveva un’auto di lusso e mi vergognavo ad andare per le strade, vedere file di persone che aspettavano per una scodella di zuppa. Central Park all’epoca era piena di tuguri, di baracche, persone che non avevano più nulla, non avevano più la casa e si erano accampati lì. Anche lungo il fiume Hudson, la parte di Riverside Drive, tuguri anche lì. La crisi era molto visiva e rispetto alla crisi di oggi non c’è paragone. C’era un clima di disperazione tangibile, le cose poi sono cambiate con l’elezione di Roosevelt. Democratico e molto amato, forse perché  Hoover era un Repubblicano. Quando durante l’addestramento diedero la notizia della morte di Roosvelt, tutti vicino a me si misero a piangere.

Qual è il periodo a cui è più legato della sua vita a Roma? Negli anni Sessanta la piazza e i caffè davano intimità e contribuivano al confronto, allo scambio di idee tra artisti di rami diversi, cinema, letteratura, pittura, luogo di ritrovo più degli studi di via Margutta. Oggi che viviamo nell’era dei social e della connessione sembra che questi mondi non comunichino più…

É difficile isolarne uno, tutto è stato molto interessante. Ricordo che se andavi alle sei o sette da Canova a Piazza del popolo potevi trovare il mondo romano dell’arte. Quando non c’è un flusso di soldi, gli artisti si aggregano e nel momento in cui c’è il flusso di soldi allora l’artista sta per conto suo. Gli artisti sono molto coinvolti in loro stessi, in genere sono “ego-maniaci” e nel momento in cui si liberano dalla necessità del denaro allora stanno per conto loro.

Era un latin lover? 

Non sono latino…

All’epoca, avere la passione per la storia dell’arte in America che di storia ne ha poca, poteva essere considerato un limite?

In un certo senso sì, ma c’erano dei professionisti. Tanti furono gli artisti che negli anni Trenta giunsero in America dall’Europa per fuggire da Hitler e vennero accolti dalle Università, a beneficio degli Stati Uniti e tanto peggio per la Germania!

Che effetto le ha fatto incontrare la regina Elisabetta, la famiglia reale e trascorrere del tempo con loro?

L’idea di persona reale era lontana per me ma dato il legame tra la mia ex moglie e  la principessa Margaret ho conosciuto tutta la famiglia reale e sorpresa! è una famiglia che funziona come una famiglia! Elisabeth, con una grande passione per gli animali, curava i suoi cani corgi e i cavalli, potevi incontrarla con la sella sotto braccio. Era una donna forte ed una guidatrice eccelsa, davvero straordinaria, era stata istruita nell’esercito. La sorella invece era di un altro stampo, molto più emotiva, avventurosa, suonava il pianoforte, cantava, era alla mano, non aveva gli obblighi pubblici che spettavano a Elisabeth.

Ormai sono due ore che parliamo, prima di salutarci, Milton mi fa fare un ultimo giro dell’appartamento, mi mostra una foto della madre ritratta con gli occhi chiusi, una di quelle che andavano di moda negli anni Venti, il letto che aveva nella sua casa sull’Isola Tiberina dove Antonioni girò “L’avventura” nel 1960, i quadri di Dorazio, Perilli, Manisco e Scialoja, mi mostra orgoglioso la tesi di laurea del nipote. E poi, prima di salutarmi, mi fa firmare il libro degli ospiti.

Zombie boy di Joey L.

Joey L. è un fotografo commerciale, regista e autore pubblicato con sede a Brooklyn,New York.
Un osservatore sensibile di culture e tradizioni in via di estinzione, Joey viaggia per il mondo creando ritratti drammatici dando allo spettatore una visione potente della vita dei suoi soggetti.

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La sua gamma di serie di foto spaziano da Brooklyn, New York a Siberut, Indonesia. Il suo lavoro è cinematografico e contemporaneo,  un approccio alla fine art di soggetti, che una volta era vista solo negli stili più fotogiornalistici.

Uno dei suoi lavori più interessanti è stato realizzato circa un anno fa  fa per la copertina di Rebel Magazine Ink. Joey ha avuto l’opportunità di fotografare Rick Genest- noto anche come Zombie Boy o Rick Zombie. Il servizio fotografico ritrae il protagonista in pose suggestive mettondolo a nudo viene rappresentato come un opera d’arte.

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Zombie Boy è un modello famoso per il suo zombie-scheletro tatuaggio che copre quasi tutto il suo corpo. Ha partecipato ad importanti campagne pubblicitarie di moda,  ha preso parte ai video musicali di Lady Gaga, ed è celebre il video della rimozione del tatuaggio per lo spot di una linea di make-up.

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Se siete fan dei suoi tatuaggi o no, possiamo affermare che il Rick Zombie è veramente spettacolare da guardare, ed è impossibile togliergli occhi di dosso.

Per il servizio l’immagine principale è stata ispirata ad un’immagine classica creato da Salvador Dalì e Philippe Halsman chiamata “In voluptate Mors.”

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“Abbiamo scelto di creare un’immagine simile con Zombie Boy, perché la rappresentazione visiva del cranio va di pari passo con il tema delle opere d’arte del tatuaggio che decora la sua “tela umana”. Le donne nelle fotografie sono coperte anch’esse di tatuaggi reali, che sono stati mostrati in base alla loro posizione nel cranio.”

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Joey L. fa parte di una nuova generazione di fotografi : i suoi soggetti vengono rappresentati con una maestria che colma il divario tra loro e lo spettatore. Vediamo la loro fragilità, e il loro orgoglio. La fotografia di Joey  ci mostra la bellezza della nostra umanità, con tutta la sua tragedia e la sua speranza.

Zachary Scott : la linea sottile tra disegno e fotografia.

Zachary Scott è sempre stato interessato a sfumare i confini tra fotografia, disegno e pittura. E ‘stato uno dei pionieri degli effetti illustrativi ormai onnipresenti. Ma prima le scrivanie di numerosi direttori artistici sono state inondate da fotografie con quello stile, ma le innovazioni di Scott hanno sostenuto il suo portfolio in cima alla pila.

“Il mio lavoro era diverso da quello degli altri fotografi. Sono stato preso in considerazione per le cose che sentivo più Americane, come una sorta di stile di Norman Rockwell “, dice. “Le mie competenze concettuali aiutato. Riviste e agenzie pubblicitarie vogliono vedere che tu puoi pensare prima che ti assumono. Anche se hanno in mente un concetto elaborato, vogliono comunque assumere persone che pensano in grado di elaborare concetti e capire come comunicare un’idea e tradurla in una fotografia.”

Nella sue immagini una fase fondamentale è la post produzione:

“Quasi ognuna delle mie immagini è una composizione. Fotografo un sacco su schermo blu o su schermo verde. Mi piace avere il mio background tagliente, e un primo piano con il soggetto nitido.”

Ci sono infinite possibilità di ritocco, e Scott lo gestisce sempre in prima persona. Ha passato molto tempo per la supervisione del ritocco ad alta risoluzione.

La sua carriera è iniziata circa quindici anni fa quando ha iniziato la scuola d’arte presso l’Art Center College of Design di Pasadena ma solo recentemente ha donato un aspetto così fortemente illustrativo alle sue immagini.

“Sono sempre stato interessato all’abbattimento dei confini tra pittura, disegno e fotografia. Ci sono molte cose da raccontare là fuori ed è per questo che se ne è perso il fascino.”

L’obiettivo dell’artista è ora quello di sviluppare un altro tipo di sguardo che è ancora fedele a questa intenzione ed arrivare a questo aspetto illustrativo in modo più convenzionale rimanendo incentrato sulla direzione più artistica.

 Il fotografo Zachary Scott  ha lavorato al suo ultimo ed interessante incarico su queste immagini bellissime per il New York Times Magazine in materia di invecchiamento inverso e connessione corpo / mente. Zack e il suo team si sono rivolti a  questi bambini trasformandoli in ottantenni, utilizzando una miscela di protesi , make-up e post produzione.