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Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton

Prima di venire superato da Toy Story 3 (che però uscì anche in 3D), Alla ricerca di Nemo era, con un certo margine, il film di maggior successo mai prodotto dalla Pixar. Con questi presupposti non si poteva escludere la possibilità di un sequel, ma, a distanza di tredici anni dall’originale, il ritorno alle amate ambientazioni oceaniche è stato comunque una sorpresa. Questa “scommessa” ha pagato, e Alla ricerca di Dory ha addirittura superato l’incasso del capostipite, dimostrando l’affetto del pubblico per il trio di protagonisti, ma il risultato è all’altezza?

Prima di rispondere a questa domanda devo premettere che non sono il più sfegatato dei fan di Nemo. Non credo sia uno dei lavori più riusciti dello studio californiano, non sono rimasto particolarmente affezionato a nessuno dei personaggi e nel complesso penso sia un esponente di un periodo di transizione di mamma Pixar, privo della freschezza dei primi lavori e non ancora maturo come quelli che sarebbero seguiti

L’impostazione di Alla ricerca di Dory ricalca abbastanza da vicino quella dell’originale, ma la semplifica ulteriormente, visto che la narrazione segue solo i “cercatori” mentre i “cercati” restano nell’ombra per la maggior parte della durata del film. A questa semplificazione strutturale corrisponde una stratificazione tematica piuttosto marginale, e Dory è molto lontano dal rivaleggiare con i migliori episodi della filmografia Pixar, ma anche da qui a sconsigliarlo ce ne passa.

Le frecce all’arco del film penso siano un paio. La prima è la rappresentazione di Dory, che viene dipinta fondamentalmente come una disabile, o più precisamente come una persona con un deficit cognitivo. Questo viene fatto senza semplificare troppo la questione o risultare condiscendenti, ma riuscendo comunque a sfruttare la circostanza a fini comici con un certo tatto. La retorica che il film fa sul fatto che nonostante le sue carenze, e addirittura grazie ad esse, Dory sia in grado di contribuire a suo modo alla società e al benessere dei suoi cari è abbastanza terra terra, ma sciorinata con la sobrietà intellettuale e la partecipazione emotiva che conosciamo.

La seconda è la pura verve comica di alcuni personaggi, in primis le nuove aggiunte. Il polipo Hank, il beluga Bailey e il trio di leoni marini Fluke, Rudder e Gerald lasciano il segno molto più dei comprimari che popolavano Alla ricerca di Nemo, e la qualità delle gag è in media piuttosto elevata.

Un film piacevole dunque, che non deluderà i nostalgici del film del 2003 e che si tiene in piedi anche per conto suo. Non si tratta di un ritorno ai livelli delle pellicole uscite a cavallo tra la fine della scorsa decade e l’inizio di quella corrente, ma è comunque difficile lamentarsi.

L’impero del sapere: Khan Academy e la conoscenza online

Durante l’ultimo semestre di liceo classico, a causa di un probabile rigetto per i cinque anni di cultura umanistica, fui preso da una passeggera smania di migliorare in matematica. L’obiettivo era però reso ambizioso da un dettaglio: fino a quel momento avevo sempre fatto di tutto per non studiarla. Mi venne per caso in aiuto un articolo di Wired, in cui si parlava di un illuminato statunitense e del suo progetto di sollevare dall’ignoranza scientifica migliaia di capre mie pari. Il suo nome è Salman Khan e la sua creatura è Khan Academy: scopriamo di che si tratta (giuro che non vi sto vendendo un’iscrizione al CEPU).

L’idea di Salman Khan, ingegnere pluri-laureato presso scuolette come MIT e Harvard, nasce quando i parenti lo incastrano nella più classica delle trappole: dare ripetizioni di matematica alla cuginetta. Il nostro comincia a darle una mano via internet, illustrandole i concetti tramite Yahoo Doodle. La crescente richiesta di lezioni personalizzate da parte di altri parenti lo spinge poi a preparare una serie di video e caricarli su YouTube. Qui avviene la folgorazione: perchè limitarsi a far strappare una sufficienza ai piccoli di casa, quando ci si potrebbe dedicare all’educazione dell’intera popolazione umana (Salman deve senz’altro essere un tipo modesto)? Khan comincia così a registrare, avvalendosi di un’elegante lavagna virtuale, una serie di video-lezioni che procede poi a caricare sul tubo e a catalogare sul suo sito, garantendo a chiunque sia interessato l’accesso gratuito alla totalità del materiale. Fin qui, starete pensando, nulla di strabiliante: un appassionato come tanti, con molto tempo libero, che carica pseudo-tutorial sulla rete; il mondo ne è pieno. A differenziare i video della Khan Academy da quelli del canale ukuleleXtutti_88 contribuiscono però una serie di fattori non trascurabili. Innanzitutto, la quantità di materiale: fin dagli albori del sito, infatti, l’offerta formativa è stata caratterizzata da una varietà impressionante. Da subito il suo creatore ha intuito la necessità di non cristallizzarsi su un solo ambito del sapere, optando per una diversificazione dei contenuti che, ad oggi, può essere riassunta dal seguente indice:

indexKhan

Ora immaginate che ognuno dei link mostrati sopra consente l’accesso ad una sotto-lista di argomenti, e che ogni sotto-lista contiene decine di video, e comincerete ad avere un’idea della mole di sapere offerta. Certo, potrete obbiettare, come in tutti i settori più importanti non è tanto la dimensione dello strumento a contare, quanto la qualità di chi lo usi. Beh, anche in questo caso Khan Academy primeggia per preparazione e metodo dei suoi docenti: il sito prevede infatti la partecipazione di centinaia di volontari dalla formazione prevalentemente accademica, il cui lavoro è poi filtrato dalle competenze di ogni esperto o appassionato che decida di rilasciare feedback al sito. Tale strategia è un esempio di sfruttamento dell’intelligenza collettiva per garantire agli utenti lezioni dai contenuti costantemente aggiornati e imparziali. Dal punto di vista metodologico, i video della Khan Academy prediligono uno stile di insegnamento lineare e dritto al sodo, tipicamente anglosassone. Di fronte a simili modalità noi italiani siamo spesso portati a storcere il naso, ma ritengo che, sopratutto nell’ambito dell’educazione virtuale, un approccio semplice ma non semplicistico, e che anteponga fatti a opinioni e divagazioni sia di gran lunga il migliore.

A riprova della lungimiranza e delle ambizioni del team dietro l’accademia di Khan, c’è la costante evoluzione stilistica e contenutistica a cui il sito è costantemente sottoposto. Quello che inizialmente non era molto più che una cornice carina in cui raccogliere link ai video, si è presto trasformato in una vera e propria scuola virtuale in cui, oltre a potersi spostare tra le varie classi, ci si può sottoporre a verifica delle competenze acquisite tramite la risoluzione di problemi e quiz. Il tutto è ulteriormente arricchito da una suite di strumenti per esercitarsi nelle materie più tecniche senza abbandonare il sito e da un sistema di achievements, immagino ideato per motivare maggiormente i più nerd piccoli.

interfKhan

L’efficacia ed il successo di Khan Academy sono testimoniati dall’impatto e dalla risonanza che sta guadagnando anno dopo anno. Tralasciando le donazioni ricevute da innumerevoli fondi per la cultura o colossi come Google, penso valga la pena concentrarsi su due esempi più esplicativi: innanzitutto, Khan Academy è oggetto di traduzioni in lingue africane come il Kiswahili, per trasformarlo in strumento di educazione nei villaggi rurali di Kenya e Tanzania. L’obiettivo è quello di fornire una preparazione tecnico-matematica agli abitanti di zone in cui anche solo raggiungere una scuola sia un’impresa, ma che di fatto rappresentano bacini di forza lavoro dalle dimensioni immani. Il secondo esempio che vi porto è quello della recente partnership tra il sito e la Pixar, per creare un corso estensivo che, allo stesso tempo, fornisca agli studenti le basi dell’animazione computerizzata, mostri come la matematica possa rivelarsi indispensabile in settori innovativi e stimolanti, e illustri il funzionamento della filiera creativa all’interno del colosso che sembra puntare sempre più al ruolo di fabbrica dei sogni.

Resta il mistero su quale possa essere il motivo del successo di Khan Academy: in fin dei conti si tratta comunque di assistere a lezioni frontali, e se l’apprendimento in sè fosse così divertente, ci ricorderemmo le aule scolastiche come i luoghi migliori della nostra vita, mentre così non è. Quindi, come si chiedevano i poeti, “como se spiega?”. Credo che la spiegazione vada ricercata nella teoria di Robert Pirsig sull’inutilità dei voti scolastici: nel suo celebre “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, lo scrittore e filosofo americano parlava di un ciclo naturale che si sarebbe verificato nella sua ideale università priva di voti. Lo studente, libero dalla paura della bocciatura, avrebbe lentamente seguito la sua natura di cazzone cominciando a saltare le lezioni e rimandando lo studio fino a data da destinarsi, finchè la consapevolezza di star sprecando il proprio tempo non lo avrebbe spinto ad abbandonare gli studi e a cercarsi un lavoro per campare. A questo punto però, la mancanza di preparazione teorica si sarebbe palesata, causando in lui la nascita di una fame di conoscenza mai provata prima. Armato di motivazioni interne e personali, questi avrebbe allora deciso di tornare in università, e la nuova spinta lo avrebbe condotto a compiere sforzi intellettivi prima impensabili. Con le dovute proporzioni, questa è la dinamica che leggo nel successo della creazione di Salman Khan: il sapere è affascinante quando non è imposto, quando sappiamo che al termine di quei venti minuti sulla nascita dell’universo non ci attende la possibilità di un insufficienza o di una bocciatura, ma solo quella di saperne di più o di meno, di essere gli stessi di prima o di sentirci un po’ più arricchiti. Il principio che Khan Academy sembra abbracciare è insomma quello secondo cui l’apprendimento è un istinto naturale dal quale, crescendo, veniamo distolti dall’imposizione di contenuti e verifiche.

Io quindi un giro tra le mura dell’università di Khan ve lo consiglio, fosse anche solo per farvi una risata la prossima volta che una testata generalista pubblicherà l’ennesimo “Tutto sul Bosone di Higgs (spiegato bene)”.

 

Hype autunnale: i film più attesi

Tra le tante sfighe che l’estate riserva ai meno balneari fra noi, la situazione desolante dei cinema non è la meno tragica. Per una consuetudine che faccio fatica a spiegarmi, a luglio ed agosto si apre un buco nero cinematografico che avvolge nella sua oscurità la maggior parte delle sale romane: ben magra consolazione sono le arene estive, e ai topi da proiezione non resta che attendere sospirosamente la stagione delle pioggie e il refrigerio a base di celluloide che essa porta.
In questo momento siamo nel bel mezzo della siccità e gettando uno speranzoso sguardo al futuro volevo oggi parlare delle uscite dei prossimi mesi che più mi aiutano a sopportare questo periodo di vacche magre.

Self/less

self

La scelta di Ryan Reynolds come protagonista potrebbe rivelarsi infelice, ma resto comunque molto curioso del nuovo lavoro di Tarsem Singh, un outsider di Hollywood che pur avendo all’attivo una manciata di film interessanti non è ancora mai riuscito a mettere a segno una stoccata decisiva, che sia da un punto di vista artistico o commerciale. Lo stralunato ed onirico stile visivo delle sue pellicole resta una delle cose più affascinanti che il cinema di cassetta contemporaneo può proporre, e non mancherò anche questa volta di fare il tifo per il definitivo salto di qualità che Singh sembra poter essere sul punto di compiere.

Inside Out

film più attesi

Alla nuova uscita della Pixar vanno ovviamente i favori del pronostico per le classifiche di fine anno, e vista la promettente ricezione che Inside Out ha ricevuto dalla critica d’oltreoceano, non c’è motivo di dubitare che il nuovo arrivato sia all’altezza della monumentale tradizione dello studio Californiano. Il 2014 è stato dopo molto tempo la prima annata che non ha visto l’uscita di nessun lavoro a marchio Pixar, e l’astinenza comincia a farsi sentire, portando le aspettative per Inside Out a un livello ancora maggiore di quello abituale, già altissimo.

Un disastro di ragazza

film più attesi

Un altro graditissimo ritorno è quello di Judd Apatow dietro la macchina da presa. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un cineasta che ha rallentato di molto la sua attività, che nella scorsa decade era stata a tratti frenetica tra pellicole che il regista aveva personalmente diretto, e le altre in cui figurava come sceneggiatore o produttore. La presenza di Amy Schumer che oltre ad essere la protagonista ha anche scritto questo Trainwreck lascia presagire una commedia con pochi peli sulla lingua, forse in contrasto con l’ultimo paio di film di Apatow che trattavano temi più “di mezza età”, ma staremo a vedere.

Sotto il cielo delle Hawaii

film più attesi

Questo è più un auspicio che altro, vista la qualità traballante degli ultimi (o, volendo, della quasi totalità dei) film del buon Cameron, ma Crowe è uno di quei personaggi cui non posso fare a meno di voler bene contro ogni logica, e la presenza di Emma Stone in questa sua nuova pellicola è molto più del pochissimo che sarebbe bastato a farmi brillare gli occhi. Con i Blue Nile nella colonna sonora poi andiamo proprio a mani basse, e già riesco a immaginarmi il dolceamaro sapore della delusione che questo film mi provocherà.

Frozen e il ritorno della Disney

Da qualche tempo a questa parte, dopo anni e anni di vacche magre, cominciano a rialzare la testa i sostenitori della convinzione -per quanto mi riguarda blasfema- che i film della Disney siano al livello, se non migliori, delle annuali controparti a marchio Pixar.

L’anno scorso in particolare l’impatto e il successo del disneyano Frozen sono stati di gran lunga più sentiti di quelli di Monsters Univeristy, al punto che il primo ha conquistato l’Oscar come miglior film animato mentre il secondo non è nemmeno rientrato tra i cinque candidati. Certo, MU è ben lungi dal rientrare tra i migliori lavori di mamma Pixar, ma la cosa è più imputabile al livello stellare dei suoi predecessori che non alla sua comunque apprezzabile mediocrità.

Ieri per togliermi la curiosità sono quindi andato a spiare la concorrenza, e ok, non sarò il più imparziale dei giudici, ma per favore, siamo seri. Frozen racconta la storia di due principesse sorelle, Elsa ed Anna, la prima delle quali è suo malgrado in grado di evocare magicamente e disporre a suo piacere di ghiaccio neve e cose fredde. Lo scarso controllo che Elsa ha del suo potere mette a rischio l’incolumità della sorellina, per cui le due sono forzatamente separate fino al giorno in cui la maggiore dovrà ascendere al trono in seguito alla morte dei genitori. Senza nemmeno entrare nei dettagli successivi della trama, le due dovranno ricucire lo strappo provocato da anni di alienazione in circostanze ulteriormente complicate dai danni che i poteri di Elsa continuano a causare.

La storia del riavvicinamento delle due sorelle e delle peripezie sentimentali di una delle due è quanto di più prevedibile e canonico si possa immaginare, ma la generale banalità dell’intreccio si potrebbe perdonare se non fosse per la più vasta e demoralizzante sciattezza di cui molti aspetti della pellicola sono disseminati, primo fra tutti il doppiaggio. Capisco l’opportunità commerciale del dare a una principessa fantasy il tono e gli atteggiamenti di un’adolescente contemporanea, ma resta il fatto che le continue strizzate d’occhio su quel fronte, l’inopportuna autoconsapevolezza della spalla comica e l’insopportabile sensazione che Anna sia modellata sul personaggio pubblico di Jennifer Lawrence (non credo sia casuale neanche la somiglianza fisica) fanno tutto per rompere a ogni piè sospinto la sospensione dell’incredulità che una favola degna di questo nome dovrebbe essere in grado di suscitare.

Le musiche, per quanto orecchiabili non mi sembrano degne di particolare nota, e lo stesso vale per l’animazione che è sicuramente competente ma assolutamente non ispirata.

Nel complesso Frozen è sicuramente più piacevole e inoffensivo di quanto queste righe potrebbero far sospettare, ma pur non volendo tessere in modo particolare le lodi di Monsters University e facendo la tara al mio amore incondizionato per la grande P, non vedo come uno sia stato un tale successo di pubblico e critica e l’altro a mala pena registrato. Sinceramente mi è quasi del tutto passata la voglia di recuperare film come Rapunzel e La principessa e il ranocchio che pure avevano ricevuto accoglienze similmente positive, e penso che impiegherò il mio tempo a contare i giorni che ci separano dall’uscita di Inside Out.

Brave girls run (In my family). Parte seconda

[Continua da qui] Il secondo aspetto molto rilevante di Brave, è, come abbiamo detto, la forte impronta femminile, frutto probabilmente del fatto che la co-sceneggiatrice e co-regista è una donna. A onor del vero Brenda Chapman ha abbandonato la produzione a metà dell’opera, ma visto il risultato finale non è forse troppo azzardato supporre che per quell’epoca il suo marchio sul film lo avesse già abbondantemente lasciato.

Chiariamo subito: come abbiamo visto la settimana scorsa, ad aspettare messaggi sovvertitori o prese di posizione radicali da parte della Pixar ci si può tranquillamente fare vecchi e nel loro ultimo film non assistiamo a nessun particolare sconvolgimento dei gender roles o ad alcuna riflessione critica a riguardo. In un mondo come quello dell’intrattenimento pop però, che alle donne più o meno giovani riserva un trattamento nella maggior parte dei casi oscillante tra indifferenza e condiscendenza, un film che proponga dei valori alternativi, lontani sia da quelli patriarcali, sia dal grottesco rovesciamento che di questi è stato fatto dalla società consumistica, rappresenta un’eccezione da rimarcare nel solito mare di brave ragazze acqua e sapone, tettone esperte di kick-boxing, e upper-east-siders patite di shopping.

La strada percorsa dal film per emanciparsi da questi stereotipi è quella di un equilibrio tra i vari impulsi che se seguiti fino alle estreme conseguenze finiscono col distorcere i personaggi nei clichè di cui sopra, e visto il contesto fiabesco Brave non disdegna la forma della cautionary tale per portare a casa il punto.
Ecco dunque che lo strappo, metaforico e letterale, da cui nascerà la discordia tra Merida e la madre, è causato da un atto di violenza che la principessa commette verso i sui pretendenti. Si tratta di violenza psicologica e non fisica, ma nel momento in cui Merida decide di umiliare i rampolli degli altri tre clan sconfiggendoli in una competizione con le armi, involontariamente accetta le regole del patriarcato che la opprime, e che assurdamente collegano all’abilità guerresca il diritto al potere: se non è giusto che il migliore arciere abbia in sposa la principessa ed erediti il regno, alla stessa maniera la scarsa abilità dei tre rampolli non può essere il motivo del rifiuto di Merida. La regina, pur essendo petulante e inquadrata nel sistema patriarcale, comprende questo fatto e rimprovera sua figlia, che però, accecata dal risentimento, non comprende le motivazioni della madre e decide di prendere iniziative che si riveleranno poi decisamente controproducenti.

Questa contrapposizione tra la saggezza asservita della regina Elinor e l’istintiva ribellione della principessa Merida ricorda un po’ il confronto tra Jane Austen e Charlotte Bronte che Virginia Woolf fa in Una stanza tutta per sé. Se, usando le parole della scrittrice, “forse era nella natura di Jane Austen non desiderare ciò che non aveva” e se al contrario la Bronte “è in guerra con il proprio destino. Come potrebbe non morire giovane, contratta e frustrata?”, in Brave, che è pur sempre un esercizio nella nobile arte del lieto fine, il compromesso tra le due nature viene raggiunto e il talento irrequieto di Merida/Charlotte viene temperato dal paziente amor fati di Elinor/Jane. La positiva risoluzione giunge al termine di un percorso segnatamente intrapreso e portato a fruttuosa conclusione senza alcun intervento o aiuto da parte dei personaggi maschili, incluso il re che pure viene dipinto come un uomo di buon cuore, e con la trascurabile eccezione dei fratellini che sono troppo piccoli anche solo per parlare e agiscono comunque per pur buffo tornaconto personale.
La maniera classicamente machista di risolvere i problemi, ossia la caccia in branco a un mostro che non esiste o non è quello che sembra, viene ridicolizzata, e per far fronte alla benintenzionata foga del padre che per proteggerla l’aveva confinata nel castello, Merida è costretta a rispolverare la sua abilità con le armi, questa volta in funzione di difesa anziché offesa, dimostrando che una strada diversa esiste, è percorribile, e che a mostrarla al mondo potrebbe/dovrebbe essere una categoria di persone, le donne, che nella storia ha sempre guardato “dagli spalti” il tragico naufragare degli spicci metodi maschili. Una visione, mi rendo conto, fin troppo ottimista, che potrebbe arrivare addirittura a far sostenere una differenza radicale tra le “nature” maschile e femminile. Personalmente non credo in questa differenza, ma sono abbastanza convinto che le donne, più degli uomini, abbiano la possibilità di non fare per scelta tutta una serie di cose che in passato non hanno potuto fare per costrizione, e che da questa capacità di non lasciare che l’emancipazione consumi la sua vendetta nei confronti della discriminazione dipenda una certa fetta del futuro dell’umanità.

Per vostra fortuna sono finalmente giunto alla conclusione di questo prolisso doppio post. Non ho fatto in tempo a dire che l’animazione di Brave è un qualcosa di fuori dal mondo, né che il movimento dei capelli di Merida, marchio di fabbrica del film fin dalle primissime battute, ha un che di trascendente, e nemmeno, più in generale, che la Pixar si conferma anni luce avanti al resto del mondo nel mischiare arte e tecnologia, ma non fa niente.
Il fatto che su di un episodio tutto sommato minore nell’opera dello studio io mi sia così dilungato probabilmente dice di più della mia adorazione che non della qualità del film, ma anche provando a fare una tara al mio entusiasmo credo che il giorno in cui un film Pixar non meriterà queste ed altre attenzioni sia molto lontano, e che vi fareste un grosso torto a non dedicargliele voi stessi.