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Tutta colpa di Platone, o forse no?

Quanti di voi si sono mai chiesti se esiste l’amore vero? Sicuramente la maggior parte di voi almeno una volta nella vita si è posto questa domanda. Ma prima di chiederci se esista l’amore vero, dobbiamo chiederci cosa sia per noi l’amore. Perché è lì  la chiave di lettura della nostra vita, del nostro essere. Se non definiamo cos’è l’amore per noi, la nostra ricerca si rivelerà inutile in quanto non sappiamo cosa stiamo cercando. Immaginatevi di cercare il nulla. Sicuramente un errore che commettiamo tutti è dire che l’amore è perfetto; che l’amore è trovare la persona perfetta per la nostra vita, la nostra anima gemella. Il problema di tutte queste affermazioni si trova in una sola parola: perfetto. Dire che l’amore è perfetto, a mio modo di vedere, implica una contraddizione, in quanto io mi innamoro di una persona e quella persona ha per sua essenza difetti e pregi, perciò non è perfetta. Detto ciò il risultato è che non è un amore perfetto. Ma se non è perfetto perché noi lo definiamo tale? Semplicemente per il fatto che noi amiamo quella persona nella sua totalità d’essere, amiamo i suoi difetti e ammiriamo i suoi pregi, detto in altre parole per noi è perfetta. E’ proprio qui che si vede la perfezione, poiché essere perfetti non vuol dire non avere difetti, ma saperli amare.

bella,-la-bella-e-la-bestia-141009La perfezione non è oggettiva bensì soggettiva, in quanto lo è per me. Non troveremo mai la perfezione come la si intende normalmente. Infatti per sua definizione la perfezione è: Il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con l’assolutezza o la massima compiutezza (Devoto-Oli 2014). Perciò non è giusto associare il termine perfetto all’amore, in quanto c’è un evidente contraddizione. Contraddizione che ci fa cadere ogni volta in errore, che fa crollare una relazione appena si incontra una imperfezione nell’amato, che non ci fa vedere l’amore com’è veramente. Ci chiediamo: da dove nasce questo problema? Prima di tutto dalla dottrina filosofica di Platone, che è alla base di qualsiasi favola. Chi di noi non ha visto almeno una volta un cartone della Disney? Io confesso che mi piacciono molto, e li guardo molto spesso, ma devo anche criticare il fatto che quei cartoni trasmettono un messaggio puramente platonico. Avete mai notato che tutti i cartoni parlano di un principe e di una principessa? e che questi due si cercano fino a trovarsi? Senza dire che ogni favola finisce con la formula magica e “vissero felici e contenti”. Il sogno di ogni ragazzo o ragazza è trovare l’amore perfetto, fino a qui tutto bene, ma voglio farvi notare che nessuna favola narra ciò che viene dopo. E’ proprio nel dopo che c’è la prova più dura; cioè il conoscere i difetti dell’altro. E’ bello parlare dell’innamoramento di due ragazzi, ma perché non si parla del dopo? Non si parla del dopo per il semplice fatto che, con la formula magica “e vissero felici e contenti”, porta dietro di sé una marea di problemi, un po’ come per l’amore perfetto. La vita, è fatta di momenti felici dove siamo tutti contenti, ma è fatta anche di momenti in cui l’amore è messo alla prova, in cui si vede veramente la forza dell’amore che riesce a superare qualsiasi ostacolo, problema dubbi e perplessità. Questo nessuno lo racconta, ma questa è la vita, il vivere felici serve a superare qualsiasi problema senza trascendere la realtà in cui viviamo. Credere nell’amato e non nell’amore, non idealizzare l’amore in quanto ci porta a creare false aspettative nella persone che diciamo di amare. E i cartoni della Disney portano ad idealizzare una cosa che nella vita reale è tutt’altra cosa. Tutto ciò è causato da un’interpretazione erronea di Platone, infatti quando Platone parla di “Amore” non intende l’amore fra due persone, un’amore relazionale o detto in altri termini carnale, ma intende la filosofia.

Il termine amore non è altro che una metafora. L’abbiamo soltanto interpretato male, e così abbiamo sbagliato tutto, viviamo con l’idea di un amore che non esiste. Infatti Platone utilizza la parola Amore per indicare la relazione che esiste a livello sapienziale tra maestro e allievo e non quello carnale. Se noi continuiamo a vivere interpretando l’amore platonico come l’amore perfetto tra uomo e donna, non abbiamo capito nulla del suo pensiero e idealizziamo una cosa che non è.  E’ ciò porta a tantissime difficoltà che viviamo ogni giorno guardando i cartoni della disney: impariamo a perdonare, a vivere per l’altro, a combattere per l’amato, a rinunciare anche alla propria vita per quello che crediamo. Ma teniamo sempre in mente che quando si parla di una storia d’amore, non bisogna bloccarsi ad un certo punto della favola, anzi dobbiamo raccontare anche i problemi che porta l’amore, prendiamo il pacchetto completo e non solo il contenuto.

Per concludere non possiamo credere nell’amore perfetto in quanto ci porterà a fallire alla prima imperfezione che incontriamo, non possiamo credere nella felicità perfetta, in quanto per essere felici dobbiamo avere pazienza, intuizione, e cosa da non sottovalutare, dialogare con l’amato portando alla luce i problemi, e soprattutto l’amore cambia, converte l’amato. Dobbiamo credere, invece, nell’amato, nella persone di cui mi sono innamorato o innamorata, in quanto soltanto così potremo amare anche i suoi difetti, e non avremo un elemento di confronto perché avere un’amore ideale e ritrovarsi poi in relazione con una persona che non corrisponde ci può portare a non riconoscere l’amore in noi, in quanto confrontiamo l’idea che abbiamo di una persona, e facendo così mettiamo limiti all’amore che per sua essenza è libero. Per tornare alla domanda iniziale: esiste l’amore vero? Per me esiste ma non amando l’idea dell’amore perfetto, bensì amando l’amato fino a poter dire “tu sei l’amore mio”, e quel mio contiene tutto il discorso che ho svolto.

La fine della Παρρησία, la libertà di dire la verità

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Παρρησία, nell’antica Grecia aveva il significato di libertà di parola. Non solo. Traduceva implicitamente lo stato di realtà della parola e circoscriveva nell’esser-parola tutto ciò che poteva essere detto dal cittadino X (diritto di parola) ed il modo in cui questo tutto doveva essere detto dal cittadino X (verità di parola).

Euripide, nel V secolo a.C., la definisce la virtù del dire la verità.

In realtà era quella virtù a cui l’uomo politico, nella Grecia Antica, doveva aspirare per poter essere definito realmente “virtuoso”. Infatti, in quanto libero doveva poter dire il vero e condividerlo con il resto della comunità di cui faceva parte. Allora era un termine con un forte peso semantico: traduceva il diritto, la libertà e il valore delle parole che i cittadini-greci-maschi-liberi erano soliti pronunciare in pubblico, durante le assemblee.

Il significato positivo di Παρρησία, quello che Platone definisce “costruttivo” in contrasto con la retorica, traduce in un unico termine l’intenzione morale ed insieme il fine ultimo a cui l’individuo politico deve tendere: è sua libertà politica il poter esprimere la realtà dei fatti, ma è anche sua responsabilità morale che tale realtà sia vera. Perciò se la Παρρησία come virtù comporta da un lato il poter dire tutto, dall’altro il suo fine comunitario deve mettersi in atto attraverso il dire il vero. Nonostante l’intento di liberare la verità attraverso la parola fosse nobile, il cittadino ateniese si trovò sempre di più perso tra troppe verità liberate e nelle assemblee giunse il caos, nonostante fossero state fondate sulla libertà.

Dire il vero. Ma in qual misura una verità è più vera di un’altra? Come raggiungere una verità nel caos delle verità degli altri?

Fu così che dalle assemblee scomparve questa virtù, soppressa dal bisogno di ubbidire ad un potere che rappresentasse quella verità non trovata.       Si avverò nella politica ateniese quel “paradosso della Democrazia”, sul quale era fondata la critica platonica al regime democratico: il potere unico della tirannide un giorno avrebbe inevitabilmente preso il posto della troppa libertà.

Così come l’esercizio smoderato della libertà porta di conseguenza all’annullarsi dei suoi benefici, trasformando in un attimo l’ordine in caos, così la democrazia può annullare se stessa, trasformandosi all’improvviso in nuove forme di predominio politico, come per esempio la tirannide (Platone).

Il paradosso della democrazia svuota di significato l’ideale del “mito di Protagora”, secondo cui gli uomini avrebbero dovuto saper utilizzare a loro favore la libertà, grazie alla “tecnica politica” donata loro da Zeus, e fa cadere per la prima volta all’interno di una comunità politica la speranza nei suoi stessi fautori, i quali avrebbero potuto, secondo il mito, saper discutere, istituire leggi e negoziare tra loro proprio grazie a quella libertà.

Il venir meno di questo mito, come ideale di riuscita politica, è una parte della relazione non andata a buon fine tra il cittadino e la sua libertà di espressione. Ad un certo punto della storia greca infatti la Παρρησία -quella libertà di esprimere il vero-, nonostante il suo nobile scopo, entra in cortocircuito con la politeia; e si ritrova faccia a faccia davanti allo specchio, davanti al suo inestirpabile punto debole: la mancanza di limiti, sulla quale essa era stata fragilmente fondata.

L’estrema libertà porta al dissestarsi dei tre pilastri della democrazia: l’uguale diritto di parola – l’isegoria – e l’uguale diritto di potere politico – l’isonomia, tolgono peso al contenuto di realtà della paressi a. La troppa libertà di esprimere la verità uccide la verità stessa: troppe verità soffocano il reale. La Παρρησία decade, diventa utopia.

Oggi questo termine non credo sia più considerato. Forse qualche filologo greco ancora lo usa, ma con scetticismo, come un’utopia a cui potersi riferire da cittadino universale. Sta lì, nei vocabolario politico di Erodoto, Euripide, Isocrate, Demostene, Platone. Nelle politiche nazionali il dire la verità non ha spazio, non c’è più spazio almeno per ora. Ma nella vita sì, ancora c’è posto. C’è spazio nell’arte, nella protesta, nella satira, nei luoghi di confronto tra le culture, nella vita.

Socrate pensava che la Παρρησία fosse comunque una virtù da coltivare in sé stessi, un’ideale etico a cui volgersi non solo da buon cittadino ma da buon individuo. Dire la verità come espressione del proprio essere.

Nel presente, alla base della democrazia liberale occidentale e delle nuove democrazie in crescita, insieme al diritto di poter esprimere liberamente il proprio consenso e il proprio voto ci dovrebbe essere ancora spazio per poter esprimere la verità, poiché alla radice della democrazia vi è la libertà di parola e il diritto di espressione pubblica e poiché, come dopo secoli disse anche Faucault, “perché ci possa essere democrazia deve esserci Παρρησία”.

Poli-Nietzsche, Costanza Fino

Il mondo d’oggi e il crepuscolo valoriale

Tanti di voi sentono e, allo stesso tempo, parlano di valori come la giustizia, l’amore, l’amicizia, la pace e tanti altri che non è mio fine elencare in questa sede. Il quesito che occorre porsi quando sentiamo parlare o pensiamo a questi valori è se essi siano concetti reali. Se siamo più affini alle idee platoniche accettiamo l’idea di amore, l’idea di amicizia, l’idea di giustizia, etc., ma se invece la pensiamo un po’ più come Aristotele non possiamo accettare la concezione di idea in quanto per Aristotele non può esistere un valore senza una persone che lo vive e lo mette in atto. Ora mi spiego meglio: secondo Platone esiste il mondo delle idee e le idee sussistono indipendentemente da noi, stanno là in attesa di essere contemplate dagli uomini, quindi esiste l’Amicizia anche se non esiste una persona amica, esiste l’Amore senza una persona che prova questo sentimento; per Aristotele non può sussistere invece un valore senza che una persona lo viva,  cioè l’amante vede l’amato, non vedo l’Amore in sé. La grande differenza che esiste tra questi due filosofi che hanno segnato il corso della Filosofia occidentale è proprio il fatto di come si veda e percepisca un determinato valore. Credo che esista l’idea di amicizia? Se si, come posso spiegarla senza poter utilizzare una persona amica?

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E’ molto difficile da spiegare, senza far riferimento ad una persona che attui quel determinato valore. Anche perché dobbiamo dire che in questo mondo privo di valori è sempre di più la “gentucola” che non crede e non accetta i valori, mettendo in dubbio che un valore costituisca di necessità un universale; di conseguenza al giorno d’oggi sarà sempre più un’impresa ardua la discussione che in breve ci si è proposti di affrontare. Occorre avere memoria delle parole che Aristotele pone alla fine dell’Etica, per mezzo delle quali egli affronta il tema dell’amicizia, come valore necessario per ogni uomo che sceglie di vivere. Per lui, che definisce l’uomo non solo animale razionale, ma anche animale sociale, è importante far vedere come non si possa vivere senza questo valore, in quanto il relazionarsi con gli altri è intrinseco nella sua natura. Importante è vedere anche come classifica l’amicizia, affermando che esistano tre tipi di amicizia:

– quella fondata sul piacere
– quella fondata sull’utile reciproco
– quella fondata sul disinteressamento 

Per Aristotele la vera amicizia è la terza, ma quello che importante è che in ciascuno di questi tre tipi esiste un agire sociale di un individuo, che sia giusto o sbagliato, che io sia amico di una determinata persona solo per interesse non conta, non siamo qui a giudicare l’agire, ma quello che preme è che quella persona pur sempre agisce. È così che vediamo che il senso del valore è nel suo stesso essere vissuto.

Dopo aver brevemente espresso questi concetti complessi è obbligatorio concludere sottolineando che il mondo d’oggi è abitato da persone che “parlano bene e razzolano male”, cioè si mostrano sostenitori di valori, come possono essere la Libertà, la Giustizia, l’uguaglianza tra i popoli,etc., senza mai attuarli nel proprio vissuto. Tale modo di fare (anzi, di non fare!) appare chiaramente inutile: comprendere e predicare un valore significa innanzitutto darne testimonianza attraverso il proprio vissuto, prima ancora che con le parole. Un solo atto compiuto secondo valore vale più di mille parole!

Democrazia: singolo, autorità e eticità

La scorsa settimana è uscito un filmone: 300 – L’alba di un impero (sbem!). Il suddetto filmone, al contrario del precedente episodio – dedicato alla battaglia delle Termopili – fa perno intorno ad Atene. Se 300 sbandierava il decisionismo spartano, L’alba di un impero stressa la legittimazione democratica dell’eroe di Salamina, l’arconte Temistocle. La stessa settimana, l’Economist usciva con un articolo dedicato proprio alla democrazia. In copertina c’è una statua greca (Temistocle?) con in testa un secchio della spazzatura. Il titolo è allarmante «Cos’è andato storto con la democrazia?». È un caso? Certo che sì. Che cazzo c’entrano 300 e l’Economist: nulla. Il caso è però bene augurante. Condizionato da queste due suggestioni oggi vorrei proprio parlarvi di democrazia. È palese: l’idea che il governo di un soggetto politico debba essere legittimato dal basso ha goduto, in passato, di salute migliore. Se oggi è in difficoltà, lo si deve ad una serie di fattori. Seguiamo, a spanne, il ragionamento dell’Economist.

La crisi economica. Che dire? Non molto. La magnitudine del fenomeno è tale da aver reso palese agli occhi del mondo che l’Occidente non è invulnerabile. Mentre francesi, italiani e spagnoli tentano di ridurre il proprio colossale debito pubblico tagliando lo stato sociale, la Cina cosa fa? Estende la protezione pensionistica ad altri 240 mila abitanti nel giro di due (!!!) anni. Due.

Le guerre. È dalla guerra in Iraq che l’Occidente fallisce sistematicamente nel tentativo di esportare la democrazia. Le Primavere Arabe hanno mostrato con altrettanta evidenza come il buon funzionamento di un regime democratico necessiti di istituzioni culturalmente fondate. Il parlamentarismo, il garantismo, il pluralismo non sono scatole di pelati che nonna può spedirti quando sei in Erasmus.

La globalizzazione. In un mondo interconnesso, l’idea che un paese possa implementare una normativa contro l’evasione fiscale in autonomia fa semplicemente ridere. Che senso ha vietare l’accumulo di fondi neri in patria se con un click questi stessi fondi possono essere fatti sparire in un qualche isolotto lontano, lontano? Senza la coordinazione internazionale, le moderne democrazie fanno fatica a governare. Purtroppo la coordinazione richiede diplomazia e quest’ultima richiede tempo. In questo senso i regimi dittatoriali si dimostrano molto più efficienti nel dare al paese l’indirizzo desiderato.

La miopia. Platone, nella Repubblica, sottolineava la tendenza dei cittadini di regimi democratici a vivere alla giornata, senza una prospettiva di lungo termine. In effetti, come si spiegano 2’000 miliardi di debito pubblico italiano se non dando ragione al filosofo greco?

Insomma: il sex appeal dei governi democratici è oggi un pochino in calo. Certo è che la tendenza è recente. La democrazia – per citare l’Economist – è stata la più grande genialata del ventesimo secolo. Nel 1941 i paese democratici erano solo 11, oggi sono il 40% del totale. Sotto questa spinta, il mondo ha vissuto un incremento del proprio benessere che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Cerchiamo, allora, di capire che margini ci sono per sistemare le cose.

La mia convinzione – e qui smetto (1) di scopiazzare l’Economist e (2) di invader il campo dei miei amici di AltriPoli – è che la democrazia sia un mezzo, uno strumento, non un fine. Mezzo per la realizzazione dell’individuo. Del singolo individuo. Non della collettività, della massa, del gruppone. Del ‘tutti’ che si traduce presto col ‘nessuno’, ma del tizio con nome e cognome che stasera incontrerò al supermercato. Considerare la democrazia come un fine vuol dire porre la Ragion di Stato sopra la libertà del singolo. Il che non mi trova contrario in senso assoluto. In circostanze eccezionali (una guerra? un’epidemia?) il richiamo alla Ragion di Stato è essenziale per mantenere la comunità unita. Porre lo Stato sopra al cittadino è dunque un’idea che mi urta non tanto in sé. Mi urta nelle conseguenze che si tira dietro. Per realizzare l’ideale della democrazia fine a sé stessa è necessario erigere un catafalco di strutture, burocrazie, sovrastrutture, nani e ballerine. Un catafalco nel quale, gira che ti rigira, finiscono per annidarsi clientele e abusi. Chi è al potere ci vuole rimanere e usa le prerogative a sua disposizione per garantirsi questo privilegio. Gli altri (il tizio con nome e cognome che oggi incontrerò al supermercato)… si fottano. Quando le istituzioni rispecchiano il sentire dei cittadini, quando si realizza quella che Hegel avrebbe chiamato eticità, tutto bene. Ma quando piazza e palazzo sono fuori sincrono – e oggi ci sono buone ragioni per pensarlo – c’è poco da fare: la democrazia si deve alleggerire.

Il punto chiave è l’auto-vincolo. Le democrazie sane non sono quelle che producono debito pubblico per nutrire la panza del parastato, ma quelle che hanno senso del limite. La differenza tra una democrazie liberale e un regime sta tutta qua: nel capire fin dove si estende l’autorità. Tradotto banalmente: la Repubblica Italiana avrà un fantastiliardo di problemi, ma nessun Carabiniere ha l’autorità di vietare ad una famiglia di mettere al mondo più di un certo numero di figli. Il gendarme cinese sì.

Non sono stato del tutto sincero con voi. Il titolone dell’Economist «Cos’è andato storto con la democrazia» aveva un sottotitolo «… e cosa fare per ridarle smalto».

La mia idea è tutta qui: verifichiamo con umiltà, punto per punto, in quali ambiti la forma di governo e la realizzazione del singolo abbiano perso sincronia. In quali ambiti l’originario messaggio democratico sia stato tradito. Benessere e crescita sostenibile verranno di conseguenza.

JTB

Quando possiamo dire di avere «conoscenza» della verità di un fatto? Una buona risposta potrebbe essere: «Quando abbiamo una credenza vera e giustificata della verità di quel fatto». La risposta sembra ragionevole. In effetti non è mia. Una simile definizione di conoscenza deriva da un’interpretazione della filosofia anglosassone di un passo del Teeteto, un dialogo della tarda maturità del filosofo greco Platone.
In questo dialogo, Platone fa dire a Socrate che la conoscenza è «δόξα ὀρθή μετὰ λόγου» («retta opinione con ragione», in inglese «justified true belief»). In realtà, nel testo platonico una simile definizione è problematica, ciò nonostante, la tradizione angloamericana la accolse senza troppi problemi. Almeno fino al 1962.
La facoltà di filosofia della
Wayne State University.
Gettier è il secondo da sinistra. Fila centrale.

Ci troviamo nello stato americano del Michigan, nella città di Detroit. Presso la locale Wayne State University insegna Edmund L. Gettier, giovane professore di logica al primo incarico. Era qualche tempo che il Nostro non presentava una pubblicazione e la cosa iniziava a creare qualche problema amministrativo alla facoltà. È per questo che i colleghi di Gettier lo spinsero a scrivere qualcosa per salvare le apparenze. Un mero pro forma dunque. Il risultato fu un articoletto di tre pagine. In queste tre pagine veniva messa in discussione la definizione di conoscenza come «justified true belief» (per gli amici JTB).

Vediamo brevemente qual è l’argomentazione del Nostro (con qualche aggiunta narrativa mia)1.
Mr Smith e Mr Jones sono amici e colleghi di lavoro. Durante una pausa caffè, Smith ha fatto due chiacchiere con il suo capo, il quale gli ha assicurato che Mr Jones otterrà una promozione.
Durante la pausa caffè successiva, Smith e Jones si trovano davanti al distributore automatico: Jones vuole un espresso macchiato, il cui costo è di 90 centesimi. Inserisce una moneta da un dollaro e, mannaggia, la macchina restituisce un resto di dieci monete da un centesimo. Vabbe’, dice Jones, è andata così.
Fermiamoci un secondo: a questo punto Smith potrebbe tranquillamente pensare: «Jones verrà promosso e Jones ha in tasca 10 monete». Chiamiamo questo pensiero (a).
Altrettanto legittimamente, Smith potrebbe concludere «colui che verrà promosso ha in tasca 10 monete»2. Chiamiamo questo pensiero (b).
Immaginiamo, adesso, che il capo di Smith abbia appena ricevuto una telefonata dalla sede centrale con la quale è stato informato di un cambio di programma: non sarà Jones a ottenere la promozione, ma Smith stesso. Immaginiamo anche che, a sua insaputa, il caro vecchio Smith abbia in tasca dieci monete (nulla vieta di pensarlo).
Ora, secondo la teoria classica per cui conoscenza è JTB, (b) esprime una conoscenza propriamente detta, poiché:
(b) è un’opinione (belief), in quanto Smith crede a quanto detto da (b).
(b) è un’opinione giustificata (justified), in quanto Smith ha delle ragioni per credere a quanto detto da (b). Ha infatti parlato con il capo e contato le monete di Jones.
(b) è un’opinione vera (true), in quanto, effettivamente, colui che ha in tasca dieci monete verrà promosso.
In altri termini, (b) è a tutti gli effetti «justified true belief» (JTB) eppure, possiamo dire che sia una conoscenza? Possiamo dire che Smith conosca quanto espresso dalla proposizione (b)? Chiaramente no! Smith ha infatti basato il proprio ragionamento sul computo delle monete presenti nelle tasche di Jones, quando avrebbe dovuto focalizzarsi su quanto presente nelle proprie. Per non parlare poi dell’improvvida petulanza del capo chiacchierone.
In conclusione: is justified true belief knowledge (così recita il titolo dell’articolo di Gettier, pubblicato nel 1963)? No.
«Is justified true belief knowledge», non sto neanche a dirvelo, sollevò un vespaio nel mondo filosofico anglosassone, costringendo a una riflessione sul paradigma epistemologico allora vigente. Mi piace ricordare tutto ciò per tenere a mente quanto la forza di un’idea, la forza del lavoro intellettuale, non risieda nella quantità del “prodotto finito” – ricordo: Gettier (1963) è lungo appena tre pagine – quanto piuttosto nella qualità delle proposte e delle argomentazioni3.

Giulio Valerio Sansone


1. Delle due argomentazioni originali proporrò la prima. 

2. Per chi di voi si interessa di logica possiamo, con qualche banalizzazione, formalizzare come segue:

(a) P(j) ∧ M(j)

(b) M(x) → P(x)

Dove:

“P” denota la proposizione “ottenere la promozione”.
“M” denota la proposizione “avere in tasca dieci monete”.
“j” denota l’individuo “Jones”.
“x” denota l’individuo “qualsiasi – colui che”.  

3. Trovate il testo dell’articolo di Gettier qui: Gettier (1963).