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L’esodo


“Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi. Si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti, senso di inadeguatezza, aspettative e chissà in quali altri modi ancora. Sappiamo, però, che sono vivi e sono il filtro attraverso cui chiunque matura la propria, personale visione del mondo.”[1]


Costanzo, Petrella, Piantoni ; Project Heracles, 2011 (img concorso)

L’undici maggio duemiladieci venne pubblicato l’album di Luciano Ligabue dal titolo: Arrivederci, mostro!.

Il penultimo brano di quel disco rimane tuttora il più lungo della sua intera discografia.

All’epoca ero discretamente vigile sull’attività musicale del rocker di Correggio e rimasi da subito colpito dal brano Quando mi vieni a prendere? Di certo non per la sua durata insolita, ma per il soggetto così assurdo da cui la canzone prende dichiaratamente spunto.


Pochi ricorderanno un fatto di cronaca avvenuto a 30 Km da Bruxelles, nelle Fiandre Orientali, esattamente a Derdermonde, il 23 gennaio 2009.

Un individuo travestito da Pierrot, il mimo e personaggio della commedia dell’arte innamorato della Luna, fece irruzione in un asilo ferendo a morte una maestra e due bambini.

A poco più di un anno di distanza Ligabue affidò al brano sopracitato il compito di narrare la vicenda efferata che lo aveva profondamente colpito.


Naturalmente non posso conoscere le traiettorie dei labirinti mentali, seguiti dal cantante italiano, che lo hanno spinto a cimentarsi in un’impresa così ardua, fuori luogo a tratti. Ma posso capire cosa significa rimanere affranti, abbattuti, come svuotati, da una notizia a primo acchito così distante dalla nostra vita di tutti i giorni.


Ebbene all’alba del giorno di San Lorenzo, appena dieci giorni fa, un barcone con a bordo 104 persone è stato avvistato a ridosso della spiaggia del lungomare di Catania. Esattamente nella Plaja, così denominata proprio perché caratterizzata da un fondale sabbioso a differenza della restante porzione di costa cittadina prevalentemente scogliosa.


Cinque trentenni ed un minorenne presenti sul peschereccio salpato dall’Egitto non hanno mai messo piede in Italia. Sono annegati nel tentativo di raggiungere la costa.


Come italiani e come figli della web generation, intossicata da ogni tipo di news, abbiamo una certa confidenza con le cronache di sbarchi, naufragi, ripescaggi, morti e miracoli. Perfino il neo Papa, dalla partenza così entusiasmante, ha aperto la sua campagna elettorale in un campo profughi a Lampedusa. Insomma bisognerebbe essere davvero uno stronzo per non conoscere l’emergenza in tema di immigrazione che vive il nostro Mare ed il nostro Paese, di conseguenza alle tragedie che affliggono da tempo l’area nordafricana ed il Medio Oriente.


Ma non è questo che mi ha colpito. Inutile fare del facile moralismo su di in blog che ti lascia parlare, sfogando frustrazioni e malcontento. Il punto cruciale della vicenda è il come ed il dove.


I sei migranti morti sono annegati a 15 metri dalla battigia.

Sono annegati convinti di avercela fatta. Si sono gettati in mare, loro che non sapevano nuotare, in un punto infame, proprio dove il fondale sabbioso all’improvviso ridiscende bruscamente prima di adagiarsi comodo fino alla riva. Inghiottiti e poi riemersi. Morti.

Non ce l’hanno fatta anche perché stremati da un viaggio della speranza che dalle coste dell’Egitto e della Siria li aveva condotti fino a poche bracciate dalla riva etnea.


In un mondo normale Angelo (chiameremo così l’unico minorenne defunto) sarebbe stato dall’altro lato a prender parte alla godereccia movida estiva catanese. Sì perché non solo è morto in circostanze paradossali a pochi metri dal traguardo, ma è morto di fronte a centinaia e centinaia di ragazzi che inconsapevolmente a pochi passi da lì stavano consumando la loro ennesima serata estiva all’insegna di quelle abitudini che noi tutti conosciamo: consumazioni, prevendite, fumo, droghe per ricchi, buttafuori, red bull, vodka liscia, paccate, tavoli, sudore, ti offro da bere, andiamo in bagno, famme fa na botta, offrigli una sigaretta, anvedi che bocce, quella t’ha guardato, mo lo gonfio, cornetto all’alba, ci si sveglia primo pomeriggio, si ricomincia poco dopo.

Ed io c’ero, come prima e più di prima, in prima fila, da Ponza a Panarea non mi sono risparmiato neanche in questa Estate 2013.  


Poi per uno strano motivo senti la storia di Angelo, passa alla televisione magari in una fase di dormiveglia, mentre sei ancora puzzolente e malconcio dalla serata precedente. E solo tu puoi cogliere e poi documentare la cosa in modo così netto, surreale, forse perverso. Perché sul Corriere e su Repubblica non collegherebbero mai la vita danzante dei giovani italiani all’ennesimo nero annegato in mare. Loro si occupano di integrazione solo se di mezzo ci si mette un titolo da brivido, magari grazie ad una curva di uno stadio o alle considerazioni di un senatore leghista, e tutto si appiattisce per l’ennesima volta. Con quella sensazione di déjà vu che ha oramai anestetizzato il nostro cervello. 


Ad Angelo tutta questa storia non interessa, non la sapeva e non la saprà mai.

Lui avrà scorto dapprima le luci della città in lontananza, poi sua maestà l’Etna, poi forse qualche lettino dello stabilimento balneare, prima di scendere dall’imbarcazione, finire a picco e tornare a galleggiare gonfio d’acqua.  


La morale non esiste, non la sai, non si riesce a trovare.


Ci limiteremo alla cronaca. Catania e l’intera Costa Orientale della Sicilia (ieri è stato avvistato un barcone con 100 migranti ad Aci Castello ed un altro con 150 nella spiaggia di San Lorenzo a Noto), prima distante dalle rotte del traffico di migranti, è oramai diventata un punto di riferimento per queste nuove ondate, a causa soprattutto dei conflitti in Siria ed Egitto, terre geograficamente prospicienti il versante Est dell’isola.


I giorni vacanzieri sono qualcosa di meraviglioso per noi tutti, l’augurio migliore che possiamo fare ad un ragazzo oggi è di non perdere l’entusiasmo di andare a fare baldoria, senza però spedire in soffitta quella fame di giustizia che ogni giorno di più ci provano a sedare anche offrendoci/imponendoci una vita dissoluta, impedendoci così di vigilare, di riflettere e di armarci per capovolgere l’ordine delle cose.



La spiaggia di Riccione, milioni di persone
le pance sotto il sole, il gelato e l’ombrellone
abbronzati un coglione, non l’hai capito ancora
che siamo stati sempre in guerra
anche il 15 a Viserba
in guerra con noi stessi, tra video e giornali
e noi sempre più lessi a farci abbindolare
con la nostra indifferenza, la passione per le cose
che non possiamo stare senza
anche le pericolose
come ad esempio una canzone
mentre la stai cantando
di là qualcuno muore
qualcun altro sta nascendo
è il gioco della vita
la dobbiamo preparare
che non ci sfugga dalle dita
come la sabbia in riva al mare

CIAO 

Lucio Dalla – Ciao



Jacopo Costanzo – Polinesia




[1] Il titolo dell’articolo è liberamente ispirato alla canzone di Franco Battiato L’Esodo.

   Il virgolettato del primo paragrafo è tratto da un’intervista a Luciano Ligabue.

Nuove realtà di protesta a Istanbul



Sopitesi in parte le violenze, la protesta a Istanbul non si è assolutamente spenta, ma ha assunto forme nuove e originali. Da settimane ormai, in vari quartieri della città, nei parchi di zona, sono nati diversi comitati coordinati tra di loro, che quotidianamente la sera si riuniscono in assemblea aperta per parlare assieme in merito ai diversi temi emersi nei giorni di occupazione diGezi Park.


Gli argomenti sono vari: nei forum in questione, i cittadini si ritrovano per approfondire e discutere le modalità con le quali portare avanti la protesta (non essendo ancora stata detta l’ultima parola circa il famoso progetto di sostituire al parco l’ennesimo centro commerciale), ma si analizzano anche i diversi progetti edilizi e ingegneristici (riguardanti Istanbul e non solo) che il governo ha in cantiere, che inciderebbero pesantemente sulla morfologia e la vita della città. Non mancano ovviamente neanche questioni politiche e sociali più generali.
Le giornate di Gezi hanno lasciato il segno, risvegliando l’animo e il senso civico della società civile di Istanbul. In realtà, si tratta del probabile coronamento di un processo iniziato prima dell’occupazione del parco. Già da qualche anno, infatti, sono in atto proteste contro le sconsiderate politiche edilizie e ingegneristiche attuate o progettate per la città da parte del governo. Da più parti si denuncia l’insostenibilità della crescita di Istanbul e sono sempre di più coloro che avvertono che i limiti naturali dello sviluppo della città sono stati raggiunti se non superati.

Il progetto riguardante Gezi Park e i violenti scontri che la sua tentata attuazione ha innescato hanno ulteriormente radicalizzato e allargato il movimento di protesta. Si tratta, infatti, di una protesta incredibilmente trasversale che ha unito tutta la cittadinanza senza distinzioni di genere, età, religione, etnia o fede sportiva. È questa probabilmente la cifra più importante di una protesta sviluppatasi per la salvaguardia di un parco ed evolutasi in un movimento organizzato schierato a difesa di diritti, libertà, ambiente e cultura. Buona parte della cittadinanza istanbuliotanon si fida più di un governo nazionale sempre più sordo e autoritario, legato a grossi interessi economici, che ha dato anche l’impressione di voler sviluppare un programma politico sempre più conservatore in senso islamico. Una scelta incompatibile con la radicata tradizione laica della giovane storia repubblicana del paese.


I forum, spesso suddivisi in più atelier(gruppi di discussione con compiti o argomenti specifici), fanno registrare un’ampia partecipazione e sono organizzati in maniera eccellente perché il tutto si svolga in maniera pacifica e rispettosa. Dopo una prima parte nella quale solitamente con l’ausilio di esperti viene illustrato ed esplicato l’argomento del giorno, si sviluppano dibattiti nei quali chiunque voglia (in alcuni casi previa richiesta di un numeretto perché l’ordine sia garantito) può dire la sua. Ognuno ha a disposizione 4 minuti per esprimere la propria opinione. Nessuno ha diritto ad interrompere chi parla. Per evitare ciò, ma anche per non recare disturbo al vicinato con urla e applausi, gli ascoltatori possono manifestare la loro approvazione alzando e roteando le loro mani (per intenderci, il modo di applaudire dei non udenti) ed il loro dissenso, invece, alzando e incrociando le mani. Il tutto ha inizio intorno alle 21.30 e si conclude intorno alla mezzanotte, non prima di aver ripulito l’area dall’eventuale immondizia. L’atmosfera è sempre molto pacifica e positiva e i presenti partecipano con attenzione e interesse. Gli abitanti di Istanbul, da anni violentata da politiche edilizie senza scrupoli e arbitrarie, votate al profitto di pochi, hanno deciso di riprendere il controllo della città e hanno dimostrato di essere disposti a tutto e andare fino in fondo.

Per il momento il governo di Erdoğan ha saputo confrontarsi con le istanze rappresentate dagli occupanti di Gezi solamente con la forza e la repressione, ma dovrà presto rifare i conti con una società civile non più disposta ad assecondare i progetti del suo governo e le sue manie di protagonismo. Erdoğan, infatti, forte di un notevole consenso elettorale che da più di dieci anni gli garantisce il ruolo di leader indiscusso del paese, ha accentrato il potere nelle sue mani e ha ritenuto lecito e possibile non curarsi delle pur presenti opposizioni, di non doversi confrontare con le diverse anime che compongono la società turca ed i suoi tradizionali principi repubblicani e democratici. Forte dei successi economici del suo governo, Erdoğan si è sentito legittimato a decidere per tutti.

Detto ciò, oltre a questa innovativa forma di organizzazione della protesta, la piazza e le strade non sono state abbandonate, a dimostrazione della serietà e la vivacità del movimento che si è sviluppato. Purtroppo, come anche gli ultimi giorni hanno ribadito, ogni volta che le manifestazioni tentano di raggiungere le aree o i luoghi più significativi ed importanti della città (nonché quelle più battute dai turisti), puntuale è l’intervento della polizia che senza mezzi termini non lascia spazio alla libera e pacifica espressione dei propri motivi e delle proprie richieste.


In conclusione, il moto di protesta è tutt’altro che morto o sopito. Ha assunto nuove forme originali e promette di dare filo da torcere al governo se questo, in un anno particolare per il paese, carico di aspettative legate soprattutto alla ripresa del processo di pace con i curdi, non deciderà finalmente di ascoltare e confrontarsi in maniera costruttiva con le istanze che una rediviva società civile sta presentando con tanta forza e passione.

Istanbul, 5 agosto 2013

Matteo Mancini

Il paese usa il clacson

Arrivi e nemmeno te ne accorgi, ma sei arrivato in Oriente. Il grande Oriente. L’India è sicuramente un posto incantato, uno di quei posti in cui le virtù degli uomini si trasformano in tradizioni e le tradizioni divengono magia. Sono arrivato a Mumbai durante la massima espressione del Monsone e appena metti piede fuori dall’aeroporto ti accorgi che sarà intenso. La struttura non è ben identificabile perché è policentrica e tutti i padiglioni afferiscono ad un’unica grande piazza coperta con teloni sintetici. I prepaid taxi? Sembravano rassicuranti…meglio lasciarli perdere: prima grande fregatura del viaggio. Si arriva comunque stanchi al nostro albergo in un quartiere che, per motivi logistici, è stato scelto piuttosto vicino all’aeroporto. L’indomani mattina siamo pronti per immergerci in questa città onnivora. Tentiamo di prendere un tuk tuk (rickshaw motorizzato) per raggiungere Colaba e gli altri quartieri centrali. 

Ci dicono che a questi non è consentito arrivare al centro, e capiamo il perché non appena prendiamo un taxi regolare e ci dirigiamo verso un enorme ponte strallato a pagamento. Nonostante il traffico caotico, rumoroso, e per un occidentale alla guida, probabilmente fatale, le operazioni di riscossione del pedaggio si svolgono in maniera celere ed organizzata, seppur manuale. 55 Rupie – circa 80€cent – per attraversare questo enorme serpentone che si snoda sull’oceano indiano in parte su pilastri in cemento armato ed in parte sorretto da cavi stralli. Superato il ponte lo scenario cambia decisamente: la relativa tranquillità del quartiere economico e semiperiferico di una sterminata città asiatica lascia il posto ad una multiforme e chiassosa mandria. Ed è proprio questa l’idea che ho avuto attraversando le strade del centro, ogni genere di mezzo, persona, animale ed oggetto in movimento su una medesima sede stradale: il risultato un caos terribilmente affascinante. Il suono del clacson è l’unica costante invariante di ogni angolo della città. Si suona per farsi sentire, si suona per farsi vedere, si suona per salutare e si suona per imprecare. 




Nessuno sembra sapere come affrontare la grande bestia del traffico veicolare, eppure, alla fine, tutti si tengono lontani da qualsiasi incidente. Ci facciamo lasciare davanti al Victoria Terminal, la stazione ferroviaria in stile coloniale (dal nome non lo avremmo mai detto…) più trafficata dell’Asia. A vederla sembra un’enorme cattedrale, tremendamente decadente, che accoglie pellegrini, mercanti, uomini di affari, mendicanti e turisti. Gran parte del traffico ferroviario dell’India dell’est transita per questo scalo, e le attività dell’indotto sono molteplici. Bancarelle di ogni natura e forma sono disseminate nei dintorni della struttura, e come le forme e i colori sono i più diversi e a volte sensazionali, così lo sono gli odori. 
Le tappe seguenti sono l’università a cui purtroppo non è consentito l’accesso, la high court, anch’essa in stile coloniale mobilità una innumerevole serie di uomini di affari e soprattutto avvocati, riconoscibilissimi grazie alla divisa che, evidentemente, sono tenuti ad indossare nello svolgimento delle loro funzioni. Guardandoli mi è venuto un pensiero in mente e subito la mente è corsa ad una celebre orazione di Lisia “Per l’uccisione di Eratostene” in cui l’autore prende le difese di un cittadino che evidentemente non ha mezzi per difendersi da sé. 
Continuiamo il giro e ci dirigiamo al gateway of India, un arco eretto su di un molo per commemorare la venuta di re Giorgio V e della moglie Mary il 2 dicembre 1919. Alle nostre spalle a questo punto si erge il Taj Mahal Palace Hotel, l’albero più lussuoso del subcontinente indiano. Ha sempre catturato la mia attenzione notare come gli alberghi più lussuosi al mondo si trovino nei paesi più disagiati. Da una parte questo mi disturba, da bravo benpensante occidentale che si fa venire i sensi di colpa solo quando ci si trova in mezzo a queste situazioni, dall’altra però voglio darmi come scusa il fatto che un grande albergo di lusso impiegherà un gran numero di persone e, pensieri da finto perbenista a parte, non nuoce minimamente al Paese, quindi mi tranquillizzo e gli scatto qualche foto. 
In questo stesso luogo succede qualcosa che non mi aspettavo. Cominciano a domandarci in maniera piuttosto insistente di poter essere fotografati. Dapprima pensiamo male, e mostriamo il lato negativo da bravi occidentali viziati che non appena qualcuno che non sia europeo o statunitense si avvicina in un paese straniero ci allontaniamo impauriti. Dopo aver visto però l’insistenza di queste persone che apparivano davvero affascinate dalla nostra presenza, ci siamo convinti e lasciati andare. In fin dei conti un po’ di narcisismo non ce lo neghiamo, e vedere la loro gratitudine per una cosa così piccola è stato piuttosto appagante. Di pensieri a questo proposito me ne sono venuti molti, il più persistente dei quali è stato e rimane quello riguardo al fatto che probabilmente un ragazzo indiano nel 90% dei casi non ha mai avuto l’opportunità di lasciare il proprio poliedrico e vasto paese, e vedere davanti a sé una persona simile a quelle che avrà avuto modo di vedere nei film al cinema o in televisione, lo eccita e lo fa sentire parte di un mondo molto più vasto di quello che, perfino in una sterminata India, ha potuto vivere sinora. 
Di sensazioni, impressioni ed emozioni ce ne sarebbero ancora tante già al terzo giorno, tuttavia ora preferisco lasciarvi ed andarne a vivere delle altre.

ps chiedo scusa per l’impaginazione e la formattazione cui noi di Polinice siamo molto affezionati ma i mezzi a mia disposizione sono piuttosto limitati qui!


Federico Giubilei – Polinesia

La stagione dei saluti… viene e va!

Come nelle migliori serie italiane, anche noi ci concediamo una pausa. D’altra parte è invalso l’uso di questo break estivo in tutti i settori italiani. La politica fa la pausa estiva, le università, alcuni uffici, la televisione, la radio e così via. Allora viene da fare una piccola riflessione su questo fenomeno tipicamente italico. Altri Paesi preferiscono distribuire le ferie e le feste nazionali in maniera più omogenea nel corso dell’anno. Per quanto mi riguarda, credo che questo abbia sicuramente dei benefici, e a dimostrarlo sono i fatti. Tuttavia è innegabile che da sempre la pausa estiva per gli italiani scandisce l’anno, introduce a nuovi propositi e porta a trarre bilanci. Personalmente devo ammettere che, benché sia piuttosto contrario ad uno stop così lungo delle attività e mi renda conto che a causa di questo molta produttività se ne va in fumo, sono molto affezionato alla pausa estiva. Sapere che arriva un periodo dell’anno in cui quasi tutto cessa, si azzerano i contatori e ci si riposa per prepararsi al meglio a recuperare il tempo perso, trasmette un gran senso di libertà e leggerezza. Ed è per questo che oggi il mio intento è quello di fare il classico “pezzo di chiusura”. Ci salutiamo oggi per gettarci appieno nell’estate che, mano a mano che si diventa più grandi e ci si tuffa nel mondo del lavoro, si riduce sempre più.




Quest’anno come molti di voi già sapranno è stato e continuerà ad essere un anno particolare. Il secondo è forse l’anno più difficile per qualunque cosa. Si spengono gli entusiasmi della prima ora e si è più consapevoli di quello che si sta facendo. Ci si scontra e ci si analizza. Ecco, questo è quello che noi di Polinice abbiamo fatto lungo quest’anno, chiamiamolo scolastico o, meglio, accademico. Le novità al rientro saranno molte. Avremo in primo luogo una struttura più snella, meglio organizzata e più propositiva, che integri tutto il buono che siamo riusciti a tirar fuori dal nostro vissuto sinora e che lo coniughi al meglio con un rigore che deve necessariamente essere presente quando si lavora in tanti. Sono state nominate due figure, i cui nomi saranno svelati a tempo debito, che regolino la vita della nostra associazione, ne promuovano gli obiettivi e gli scopi finali. Ci siamo dati delle regole, cui tutti saremo tenuti a sottostare. Per gli affezionati lettori del nostro blog, la natura del nostro intento non cambierà. I temi principali rimarranno gli stessi ma si arricchiranno di nuovi contenuti e nuove attività che potranno anche esulare dalla mera scrittura. Chissà. Magari ci piacerà di più, magari di meno, ma sicuramente quando l’esigenza del cambiamento è sentita in un gruppo, sciagura a chi tenti di soffocarla. D’altronde siamo in un periodo che per definizione è la resa dei conti. Da diversi punti di vista. Facciamo ora i conti con noi stessi, lasciando l’università e lanciandoci nel mondo del lavoro. Facciamo i conti come Paese, che si trova in una realtà nuova che deve saper gestire in maniera serena ma decisa. Facciamo i conti, ognuno di noi, con agosto che, caldo a parte, risulta spesso aggravato dai bilanci che siamo portati a fare dell’anno di attività appena trascorso. Facciamo i conti, o li faremo a breve, con settembre che da lontano ci preoccupa come un incendio all’orizzonte che piano piano avanza divorando l’estate e facendoci ripiombare nelle nostre angosce, speranze, buoni propositi, e novità. Ebbene sì, per noi il tempo dei bilanci è proprio questo, molto più che capodanno.

Tuttavia, per non perdere l’abitudine che ci siamo dati durante quest’ultimo periodo, in cui abbiamo avuto modo di parlare delle consuetudini e problematiche delle città e spesso della nostra città, la cosiddetta lettura da ombrellone che consiglio è costituita da due brevi ed interessantissimi saggi, completamente diversi tra loro: il primo riguarda il viaggio, un viaggio in una terra che da molto tempo compare solo per evidenziare le inefficienze del nostro sistema produttivo e di vita all’interno dell’Unione Europea: la Grecia. Il libro si chiama per l’appunto “Un’estate in Grecia” di Paolo Ciulla, editore ChiareLettere. Di natura completamente diversa, ma molto più attinente alle nostre tematiche “urbane” è un saggio sulla città di Roma e sulla sua struttura multiforme e alle volte disorganica: “Roma. Tramonto della città pubblica”, di Francesco Erbani, editore LaTerza.
Inoltre, come ormai è consuetudine, apriremo la nostra rubrica PoliNesia nella quale pubblicheremo diari di viaggio ed esperienze che possono interessare l’estate. Invitiamo tutti a partecipare e vivere le vostre vacanze in maniera pensata!

Ci rivediamo al rientro (che per inciso per noi sarà il 28 agosto)!!

Buone Vacanze!

Federico Giubilei – PoliLinea

There Is A Light That Never Goes Out

Il 14 Agosto Roma è vuota. Si trova parcheggio. Ci si sposta con facilità da un quartiere all’altro della città. Non ci si sente in colpa a girare in macchina, tanto lo smog è poco, tanto più che i mezzi passano con una frequenza ancor più ridicola del resto dell’anno. In estate provo a leggere tutti i libri che ho tralasciato durante l’inverno e, talvolta, ci riesco. D’estate, musicalmente parlando, sono estremamente conservatore, ascolto quasi solo dischi che già conosco. Così, per avere qualche certezza in più.

Dunque approfitto di questa pausa estiva per parlare di un gruppo che ho pavidamente tralasciato nella sezione PoliRitmi durante il periodo invernale e primaverile: The Smiths. The Smiths, che in questo articolo chiamerò per comodità Gli Smiths –d’altra parte siamo italiani- sono in assoluto una delle mie band preferite, oltre ad essere senza ombra di dubbio una delle punte di diamante del pop inglese.
Mi piace molto raccontare il modo in cui conobbi gli Smiths, forse perché con egoismo ritengo sia una storia molto romantica (quando a ben vedere è il modo in cui quasi tutti conoscono una band), forse perché è una delle poche cose che ricordo relativamente alla scoperta di un gruppo che ha cambiato il mio modo di intendere la musica. Sta di fatto che in un giorno non precisamente identificato del 2006 (o forse era la fine del 2005) ero al Bandana a Via Alessandria – pub che non amo molto – con un buon numero di amici, eravamo nella sala fumatori e c’era un gran caos. Non ricordo precisamente chi fossimo e per quale ragione quella sera invece di stare al solito Celestino ci ritrovammo lì. L’unica persona che ricordo di quella sera è Ivan. Ivan era un punk vero. Non un coglione con la cresta di 30 cm, i tatuaggi, l’anello al naso e la sveglia al collo. Ivan era punk perché ascoltava punk, ma soprattutto mi faceva due palle così con cose che io a quel tempo ancora afferravo solo di striscio, cose per cui adesso mi sento un po’ scemo perché ho  assorbito pienamente solo a 2-3 anni di distanza, cose per cui faccio a mia volta due palle così. Ivan parlava di Do It Yourself, di coerenza, odiava le rockstar (ergo la metà dei miei miti), voleva fare un gruppo power-pop (vedi The Nerves, The Undertones, The Jam ecc.), e se la prendeva con i borghesi ma con me no, diceva “ma no, tu che c’entri” (non ho mai capito perché).

Insomma in quella sera di un giorno non identificato del 2006 o forse del 2005, improvvisamente, nel mezzo del casino di un locale che difficilmente rifrequenterò, sentii questa canzone che mi piacque tantissimo, così tanto che decisi di far presente la cosa ad Ivan. Ivan disse: “Non li conosci? Sono gli smiz”, non capendo nulla gli chiesi di scrivermelo, lui mi disse: “Ti doppio un cd”. Ivan non masterizzava i cd, li doppiava. Come promesso pochi giorni dopo arrivò con “The Very Best of The Smiths”, non la raccolta più completa ma sicuramente una di quelle con la scaletta più riuscita. Cercai con avidità il pezzo che avevo ascoltato qualche giorno prima, era “There is a Light that Never Goes Out”, un capolavoro, una canzone che non avrei più smesso di ascoltare. Da quel momento in poi, gradualmente, mi misi ad ascoltare tutto ciò che potevo, scoprendo con sbigottimento che gli Smiths, nella loro brevissima attività, non avevano sbagliato neanche un pezzo (in realtà c’è ‘Golden Lights’, ma è una cover, quindi chissenefrega).

Mi rendo conto che è ho sprecato tantissimi caratteri senza parlare della voce e dei testi di Morrissey, della chitarra byrdsiana di Johnny Marr, della efficace sezione ritmica di Rourke e Joyce, però quelle sono aspetti che potete trovare scritti un po’ dove vi pare, credo sia un po’ inutile  descrivere queste band in modo tecnico e enciclopedico (soprattutto se c’è chi l’ha già fatto molto meglio di quanto farei io). Se non li conoscete ascoltateli, se li conoscete riascoltateli.


Luigi Costanzo

Brexit?

“Brexit” non e’ la terza persona singolare di un perfetto latino, cari amici, ma la crasi tra “Britain” e “exit”. In altre parole e’ un termine che nel mondo giornalistico anglosassone viene impiegato per indicare una possibile uscita (exit) del Regno Unito (Great Britain) dall’Unione Europea.

Bene, questa mattina a Londra si parla molto di Brexit. Alastair Newton, ex diplomatico britannico e consulente di politica estera di Tony Blair, ha pubblicato un report presso la nota casa di investimenti giapponese Nomura, in cui analizza molto da vicino l’eventualita’ di un Brexit.

Vi allego l’originale del report stesso e un articolo della BBC online sul tema.

Giulio Valerio Sansone


Goldman Sachs entra in carcere

Da molti è accreditata come fautrice dell’attuale crisi economica, altri la considerano una semplice banca d’investimento finanziaria e in un ultimo una larga parte del mondo li definisce “il male”. Non stiamo parlando di un regime politico, ma della più famosa Banca d’investimento finanziario al mondo ovvero la Goldman Sachs e questo scritto non annuncia la carcerazione di nessuno, tantopiù che chi scrive neanche al suo peggior nemico augurerebbe mai il carcere. Premetto che in questo articolo non si analizzeranno gli investimenti e le azioni della Goldman Sachs ne’ la forte ed influente posizione di tale ente finanziario nello scacchiere mondiale, bensì di un nuovo tipo di bond. E’ vero, ormai da due anni a questa parte ci bombardano con parole quali: “bond”, “titoli” e il temutissimo “spread”. Ora non vi sarebbe nulla d’interessate nel leggere qualcosa riguardo ad un nuovo titolo azionario o semplicemente bond, che altro non è se non un’obbligazione.
Eppure su iniziativa della Goldman Sachs (ribadisco che lo scritto non riporta una visione etica dell’istituto finanziario) sono stati immessi negli Stati Uniti d’America i “social impact bond”.
Queste obbligazioni di carattere sociale sono state legate al reinserimento di giovani detenuti del Penitenziario dell’isola di “Rikers” di New York City.
L’investimento pari a 10 milioni di dollari mira al reinserimento sociale di giovani svantaggiati che stanno affrontando percorsi formativi all’interno del carcere e al loro successo è legato il tasso di percentuale di guadagno da parte degli investitori. Dal punto di vista pubblico iniziative future costruite su questo stampo potrebbero far risparmiare alle Contee ed ai singoli Stati dell’Unione Americana molto denaro. Per Social Impact Bond  si intendono delle obbligazioni a favore di creditori privati immessi da altri soggetti pubblici o privati che mirino al finanziamento di iniziative sociali al cui tasso di successo sono legati i tassi percentuali legati a tali obbligazioni.
La scelta di immettere tali obbligazioni da parte della Goldman Sachs ha, come è immaginabile, diviso l’opinione pubblica. Da un lato vi è il Sindaco di New York City Michael Bloomberg, ormai dopo una contestatissima riforma al terzo mandato consecutivo, il quale ha apprezzato l’iniziativa e ha rilasciato la seguente dichiarazione al New York Times “Sono ansioso di sperimentare un modello che può trasformare il modo in cui i governi finanziano programmi sociali”.
Esperti del diritto come il Professore Jeffrey Liebman di Harvard affermano che tale contratto governativo attrarrà l’intero dibattito giurisprudenziale annuale e molto probabilmente è il contratto dal maggior impatto del duemiladodici.
Quel che reca dubbi e sospetti è che il guadagno è legato al tasso di recidiva da parte dei giovani detenuti ove in primo luogo non si bada più socialmente al pieno recupero della persona, bensì ci si focalizza solo e esclusivamente sulla percentuale di recidività e non alla formazione in toto della persona.
Altro aspetto che deve far riflettere è l’arretramento delle istituzioni pubbliche nel sociale a favore della finanza, un po’ come se per incoraggiare investimenti si passasse ai privati il reinserimento e la formazione del cittadino, condannato o meno che sia.
Questi dubbi sono stati espressi e messi in evidenza da docenti statunitensi e non, da buona parte del foro internazionale e dalla quasi totalità delle organizzazioni no profit e filantropiche.
Ciò che trovo comunque positivo è che i privati (in questo caso anche Goldman Sachs) si interessino e investano nel recupero sociale, anche se personalmente auspicherei una maggiore partecipazione dei singoli cittadini e lo auspico in forma differente anche nella vecchia terra italica. Ma in un paese come l’Italia ove i processi prima si svolgono su La Repubblica mi va benissimo che singoli volontari cerchino passo dopo passo di cambiare lo stato delle cose.

Antonio Maria Napoli

Unraveling the mystery

Ho approfittato dell’ozio estivo per recuperare l’ultima stagione di The Big Bang Theory, serie che insieme a How I Met Your Mother è probabilmente la sit-com più popolare degli ultimi tempi.

Personalmente ho iniziato a seguire le due serie più o meno nello stesso periodo, ma devo dire che, a dispetto di uno schema forse più ripetitivo, BBT è riuscita a mantenere la mia attenzione più a lungo, per tutta una serie di motivi che continuano ad essere validi in questa quinta stagione, nonostante l’innegabile mancanza di slancio rispetto agli inizi.
A rischio di razionalizzare un po’ troppo, penso che il grosso pregio di BBT sia la maniera in cui sfrutta a scopo comico tutta una serie di caratteristiche dei personaggi che potrebbero legittimamente essere considerate tragiche. Sheldon e Raj sono entrambi affetti da condizioni piscologiche quantomeno particolari e dai risvolti patologici, mentre le situazioni familiari di Penny, Leonard e ovviamente Howard non sono certo ideali; tutti i personaggi sono ostensibilmente in difficoltà in molte situazioni di socievolezza e la cosa è un po’ il “punto” della serie, ma è la pertinacia e a volte crudeltà degli sceneggiatori nei confronti dei protagonisti, e di riflesso verso gli spettatori, che eleva quello che potrebbe essere un leitmotiv come tanti altri, e lo porta ad essere una vena più sottocutanea e rilevante, che per di più “trasporta” lo show anche nei momenti di relativa carenza di idee. La cosa vale ovviamente in maniera particolare per Sheldon, che è il personaggio più caratteristico di Big Bang Theory, e che si presterebbe più di altri a delle occasionali smorzature, quando non ai veri e propri momenti di redenzione cui vanno spesso incontro questo tipo di personaggi (è il caso di Barney in HIMYM che si rivela spesso e volentieri avere un buon cuore sotto la maschera del cinico playboy). Il rifiuto di concedere eccezioni alla regola rispetto alle linee guida dei personaggi porta forse a sacrificare un po’ di varietà, ma consente di mantenere sempre uno stato di tensione sia nei rapporti tra i protagonisti della serie, sia nell’approccio dello spettatore che è comunque portato ad aspettarsi dietro ad ogni angolo un gesto umano e disinteressato da parte di Sheldon, o un momento di vera ribellione di Howard nei confronti della madre; cose che si può presumere (o sperare) non succederanno mai, ma che inevitabilmente aleggiano creando un interessante senso di lieve spostatezza e instabilità, inusuale per questo tipo di sceneggiati.
Lorenzo Peri

Brick Lane

Brick Lane ; Spazi da Circo (poliniceweb@gmail.com)