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Urban policy manifesto: qualcuno fermi Schumacher

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È ormai passato un mese da quando, durante il suo discorso in occasione del World Architecture Festival di Berlino, Patrik Schumacher ha presentato il suo Urban Policy Manifesto. Ho a lungo pensato se fosse il caso di analizzare in maniera seria gli otto punti di cui consta il manifesto, e quindi legittimarlo come proposta seria per lo sviluppo urbano, o invece lasciare che, spenta la polemica, rimanesse uno dei tanti proclami del nuovo corso dell’architetto tedesco. Decido oggi, dopo che molti attori ben più prestigiosi di chi scrive hanno analizzato e commentato le proposte di Schumacher, di proporre un’analisi a freddo del manifesto. Dopo che, in una lettera aperta, lo studio Zaha Hadid Associates si era pubblicamente dissociato dal contenuto del testo avevo quasi deciso di desistere, ma temo di non potermi lasciare sfuggire un’occasione di polemica così ghiotta.

Se avessi scritto questo pezzo il mese scorso lo avrei intitolato “Patrik Schumacher dice un mucchio di stronzate”, ma dopo un’attenta riflessione ho invece deciso di apporvi un titolo un poco più elegante: “Urban policy manifesto: qualcuno fermi Schumacher”. Io, a dire il vero, lo avrei fermato dopo che nel 2008 ha scritto Parametricism as style, ma a giudicare dal feed del mio profilo Academia.edu, pare che lui non voglia saperne.

Ma partiamo da un’analisi oggettiva dei dati: il titolo dell’intervento in questione è Housing for all, e il manifesto sin qui citato riporta i seguenti otto punti:

  1. 1. Regulate the Planners: Development rights must be the starting point, then tightly define and circumscribe the planners’ scope and legitimate reasons for constraining development rights: access/traffic constraints, infringements of neighbours’ property utilisation (rights of light), historic heritage preservation, pollution limits. Nothing else can be brought to bear – no social engineering agendas!
  2. Abolish all land use prescriptions: The market should perhaps also allocate land uses, so that more residences can come in until the right balance with work and entertainment spaces is discovered. Only the market has a chance to calibrate this intricate balance.
  3. Stop all vain and unproductive attempts at “milieu protection”
  4. 4. Abolish all prescriptive housing standards: Planners and politicians should also stay away from housing standards in terms of unit sizes, unit mixes, etc. Here too the market has the best chance to discover the most useful, productive and life/prosperity-enhancing mix. The imposition of housing standards protect nobody, they only eliminate choices and thus make all of us poorer.Stop all interventions and distortions of the (residential) real state market. (All subsidised goods are oversupplied and thus partially wasted.)
  5. Abolish all forms of social and affordable housing: No more imposition of quota of various types of affordable housing, phase out and privatise all council housing, phase out the housing benefit system (and substitute with monetary support without specific purpose allocation).
  6. Abolish all government subsidies for home ownership like Help to Buy: This distorts real housing preferences and biases against mobility.
  7. Abolish all forms of rent control and one-fits-all regulation of tenancies: Instead allow for free contracting on tenancy terms and let a thousand flowers bloom. Here is a recipe for the creation of the dense, urban fabric that delivers the stimulating urbanity many of us desire and know to be a key condition of further productivity gains within our post-fordist network society.
  8. 8. Privatise all streets, squares, public spaces and parks, possibly whole urban districts.

Ora, io non sono un commentatore politico, né questo mio piccolo spazio si occupa attivamente del tema, ma credo di poter affermare senza paura di smentita che non possa esistere un manifesto sulla pianificazione urbana che non abbia un’idea politica alla base. L’analisi degli otto punti di Schumacher non può perciò, nemmeno in questa sede, essere slegata da un giudizio della connotazione politica che sottendono. È certamente da considerare che l’intervento riguardasse nello specifico la situazione di Londra, ma nel manifesto non si fa accenno al contesto, proponendosi invece come un’impalcatura trasversale, adattabile a qualunque metropoli contemporanea. Ma procediamo all’analisi dei punti che compongono lo scritto, per i quali proverò a porre degli interrogativi. Il primo punto è sintetizzabile con le stesse parole dell’autore: “no social engineering agenda”. Ovvero: chi pianifica non si occupi di pensare alle conseguenze sociali dello sviluppo che propone, ma solo delle questioni tecniche e legali legate all’accessibilità, al traffico, al diritto di proprietà, il mercato farà il resto. Concetto ribadito con forza anche nel secondo punto del manifesto: non si programmi in maniera prescrittiva l’uso del suolo, è il mercato a decidere cosa troverà spazio dove, sino a raggiungere un suo equilibrio interno. Già da questi due primi punti emerge, chiara, un’idea: è il mercato a decidere del futuro della città. Anche se Schumacher non è pubblicamente associato ad una precisa ideologia politica, questo genere di pensiero è tipico di quello che viene definito neoliberismo, che Schumacher ha approfondito dagli scritti di Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, o dell’anarco-capitalismo teorizzato da Murray Rothbard. E se è il mercato che decide, un mercato che è nelle mani di pochi attori con molto potere, deciderà per il bene di questi pochi attori o per quello dei molti che giocano un ruolo più modesto? Ancora: se è il mercato che decide come si sviluppano le nostre città, chi e come le occupa, qual è il nostro ruolo come architetti nella creazione dello spazio urbano? Non è forse ingenuo pensare che il mercato tenda ad un equilibrio che rappresenti il benessere collettivo, piuttosto che al benessere di chi il mercato lo dirige? Sinteticamente i punti quattro, cinque, sei e sette affermano un unico concetto: lo stato non intervenga nel mercato immobiliare. Non stabilisca dei limiti alla tipologia edilizia, al prezzo delle case, non aiuti chi non può permetterselo ad avere una casa, non sostenga chi non è in grado di provvedere interamente all’acquisto di una casa, non affitti appartamenti a prezzi agevolati. Ora, porre un interrogativo su affermazioni del genere per me è particolarmente difficile. Mi viene da chiedermi se io abbia capito male, o se forse sia il povero Patrik a non sentirsi molto bene. Per fortuna nel corso della conferenza Schumacher chiarisce meglio questi punti: alloggi sociali in posizioni centrali del tessuto urbano sono un’assurdità, dice, quegli stessi alloggi dovrebbero essere dati a operatori economici più potenti che – ovviamente – fanno del bene per la società, aiutando il suo sviluppo. Per esempio (e no, non è un mio commento sarcastico, lo ha detto veramente) dovrebbero essere date ai suoi dipendenti. Non voglio addentrarmi in una discussione politica sul perché secondo me sia giusto, doveroso, supportare quelle parti della società che non hanno la possibilità, garantirgli quello che nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è definito un diritto, ovvero il diritto alla casa. Voglio piuttosto interrogarmi sullo statuto della nostra disciplina. Non ha forse l’architettura delle responsabilità sociali? Se nel realizzare un edificio opero un danno alla comunità che ne usufruirà, non sarò forse punito, o quantomeno screditato? Se la risposta a una di queste due domande è si, allora è certo che Schumacher si muove in un territorio diverso. Forse le sue sono provocazioni, forse come lui stesso afferma, si tratta di teorizzazioni in fieri, di cristallizzazioni di un processo di apprendimento di cui non è ancora sicuro. Ma se così fosse è un bene per gli architetti che a questo genere di esperimenti mentali si dia tanto peso? La risposta, almeno nel leggere l’ultimo punto del manifesto, per me è chiara: no, chiudete tutto, Schumacher ha perso la testa. Privatizzate tutto, dice. Le strade. Le piazze. I parchi. Interi quartieri. La mia tentazione, in questi casi, è di non confrontarmi con una posizione simile, tanto ottusa ed irragionevole mi appare. Credo invece che sia giusto combattere le posizioni che non condividiamo. E quale modo migliore di combatterle con le stesse parole di chi le sostiene? Con orgoglio Schumacher, durante la conferenza, afferma che Mc Donald’s ha rappresentato e rappresenta, per una certa generazione il prototipo dello spazio della socialità. Mi perdonerà Ray Kroc, ma credo che possiamo fare di meglio. Credo che possiamo pensare a degli spazi pubblici in cui il consumo non sia il solo scopo ma una componente, in cui la socialità beneficia della bellezza, della casualità, della variazione dell’indefinito. Credo che possiamo immaginare spazi sociali in cui le differenze di estrazione sono un motore di accelerazione, in cui l’intelligenza collettiva si sviluppa e non si segrega, in cui noi, e non il mercato, disponiamo delle nostre città. Spazi in cui la contrattazione pubblico-privata apporta un beneficio per chi investe e per il bene pubblico, non solo per chi detiene il potere economico. Ma soprattutto uno spazio in cui non c’è bisogno di dichiarazioni sensazionaliste per affermarsi, in cui il progetto della città è una sfida per chi vuole seriamente operare per il bene della collettività.

Stati Uniti d’America: cronaca di un paese perennemente in guerra con qualcosa

Come per la maggior parte delle nazioni o degli imperi del mondo, la storia di questo grande paese, gli Stati Uniti d’America, è iniziata con una guerra. Era il 1775 e i coloni britannici che abitavano questo sconfinato e sconosciuto continente – i diretti discendenti dei primi padri pellegrini giunti sulla ‘May Flower‘ – accendevano la miccia che li avrebbe portati a combattere la prima guerra d’indipendenza contro quella madre patria, l’Inghilterra, che non intendeva concedere alcuna rappresentanza alle 13 colonie nordamericane. I padri fondatori, come George Washington e Jefferson, e i loro più astuti generali, come Gates e Knox, s’immolavano nelle battaglie di Lexington e Saratoga, di Princeton e Yorktown; sconfiggendo gli inglesi essi dichiarano la propria indipendenza divenendo una nazione riconosciuta nel 1783.

I primi dieci anni di questo paese, che si era formalmente dichiarato indipendente già dal 4 luglio 1776, avevano già assistito a 8 anni di guerra sul proprio suolo. ‘L’albero della libertà deve essere ogni tanto bagnato col sangue dei compatrioti ‘ asseriva fermamente Thomas Jefferson, e di qui la libertà venne, ma senza trovare mai pace. Tra conflitti mondiali e interventi internazionali, espansioni territoriali e guerre di secessione, tra ‘guerra fredda’ e semi fredda, occupazioni e operazioni ‘black ops‘ clandestine – che sotto l’occulto controllo della CIA hanno segretamente sovvertito i governi di mezzo pianeta – gli Stati Uniti d’America sono stati in guerra per un buon 90% del tempo che hanno trascorso dalla loro creazione: approssimativamente 210 anni di conflitti in 240 anni di esistenza. Con soli 21 anni trascorsi in pace, a meno che notizie desecretate in futuro non rivelino ulteriori operazioni sottocopertura mosse dalla CIA negli anni indicati, gli USA sono sempre intervenuti militarmente per i loro interessi o in nome dei presunti interessi dei propri alleati.

07_0978_art066_03-storming-a-redoubt-600x411Per tutta la durata della Guerra d’Indipendenza i coloni rimasero in guerra con le tribù indiane dei Cherokee e degli Oconee, e queste prime due guerre indiane si protrassero con le conseguenze che potere immaginare fino al 1794/95. Pressapoco nello stesso lasso di tempo, lungo lo Susquehanna River, si consumavano le tre Pennamite–Yankee War (1769-1799): anche se in questo singolare caso si contarono solo 3 morti. Tra il 1796 e il 1800 non si verificò nessuno scontro armato degno di nota, ma l’anno seguente ebbe inizio la Prima Guerra Barbary – primo conflitto combattuto dagli Stati Uniti al di fuori dei propri confini – che si protrasse fino al 1805. A causa della guerra di corsa gli yankees muoveranno diverse guerre antipirateria nel corso di tutto il XIX secolo (1816-1821). Nel 1806 Sabine Expedition portò una milizia americana nel Texas spagnolo e in quella che diventerà la Luisiana. Tra il 1807 – 1809 non si verificò nuovamente nessun conflitto degno di nota finché nel 1810 gli Stati Uniti non mossero l’occupazione militare della West Florida spagnola. Tra il 1811 e il 1813 si consumò la Guerra di Tecumseh combattuta contro la tribù indiana Shawnee. Nel 1814 ebbe inizio la Creek War. Nello stesso periodo veniva occupata militarmente l’East Florida e si espandeva ulteriormente ulteriormente il dominio americano nella West Florida. Nel 1816 scoppia la guerra con la tribù indiana dei Seminole, originari della Florida. La guerra indiana con i Seminole sarà il conflitto più lungo insieme alla guerra del Vietnam nella storia degli Stati Uniti. Una serie di spedizioni militari atte ad espandere il territorio degli Stati Uniti viene registrata tra gli anni 20′ e 25′, come ad esempio la Spedizione di Yellowstone. Nel 1823 scoppia la guerra con gli indiani Arikara, originari del South Dakota. Nel 1826 non si registra nessun conflitto armato degno di nota come di nuovo tra il 1828 e il 1830. Nel 1827 scoppia la guerra indiana di Winnebago, nel 1831 le guerre indiane Sac e Fox e nel 1832 quella con Falco Nero. Nel 1833 riprende la guerra indiana con la famigerata tribù Cherokee che, come quella con Seminole, si protrae fino al 1840. Lo stesso anno la US NAVY invade le Isole Figi, nel ’41 le Isole McKean, Gilbert e Samoa. Nel 1843 le forze americane si scontrano di nuovo al di fuori del loro continente, questa volta con la Cina. Tra il 1844 e il 1846 si consumano le guerre indiane del Texas e contemporaneamente, a causa dell’espansione nel territorio di dominio messicano, scoppia un’ulteriore guerra tra Messico e USA: terminerà nel 1848 (già nel 1835 la guerra d’indipendenza dello Stato del Texas aveva reso leggendaria la famosa Battaglia di Alamo contro il potente esercito di Antonio López de Santa Anna). Per tutta la seconda metà del XIX secolo l’esercito regolare americano darà seguito nella sua espansione a alle sanguinose guerre indiane con tutte le tribù che non si sottometteranno immediatamente alle necessità occidentali: Cayuse, Comanche, Navajo, Sioux e i celebri Apache saranno i loro avversari (nel 1876 l’emblematica figura del generale George Armstrong Custer perirà sotto le frecce di Sioux di Toro Seduto con il suo 7° cavalleggeri). Nel 1861 scoppiava la Guerra di Secessione, la più sanguinosa guerra, non che l’ultima di ingenti dimensioni, combattuta sul suolo americano tra gli l’Unione e i secessionisti Stati Confederati del Sud intesi a staccarsi dagli Stati Uniti d’America per interessi di carattere economico che le decisioni politiche sulle sorti della schiavitù (dunque le sue ripercussioni sul mercato del cotone) avrebbero danneggiato enormemente; terminerà del 1865 con la vittoria del Nord. Nel 1867 le truppe statunitensi occupano il Nicaragua e attaccano Taiwan. Per tutta la durata degli anni ’80 del medesimo secolo un’invasione progressiva del Messico da parte dell’esercito USA provoca un graduale allargamento dei propri confini nell’area. Nel 1988 l’esercito si cimenta in una dimostrazione di forza contro Haiti, nel 1890 inizia la Ghost Dance War con la tribù indiana Sioux, nel 1892 ha luogo la Johnson County War e tra il 1894 e il 1896 le forze statunitensi invadono nuovamente il Messico. Nel 1897 non viene registrata nessuna attività belligerante, ma l’anno seguente ha inizio delle Guerre delle Banane: un conflitto ispano-americana (incentrato su interessi economici produzione di banane, tabacco, zucchero di canna) che si protrarrà fino al 1934 e comprenderà una serie di operazioni ed occupazioni militari a Panama, in Honduras, Nicaragua, Messico, Haiti e Repubblica Dominicana. Nell’ultimo anno del XIX secolo ha inizio la Guerra Filippino-Americana che terminerà nel 1913.

In seguito al celebre affondamento del piroscafo Lusitania, causato dalla guerra sottomarina ‘senza quartiere’ alla quale aveva dato vita la Germania durante la Prima Guerra Mondiale, il 6 aprile 1917 gli USA dichiarano guerra alla Germania imperiale entrando in guerra a fianco dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Italia) e cambiando le sorti del conflitto in suo favore. Lo stesso anno gli USA iniziano formalmente la loro guerra al Comunismo inviando sul campo della Guerra civile russa un contingente di 5.000 per fiancheggiare i bolscevichi bianchi. Se l’obiettivo formalmente dichiarato era quello di supportare la Legione Cecoslovacca rimasta immischiata negli scontri tra i ‘rossi’ e i bianchi’, la vera essenza della missione era quella di impedire che il bolscevismo di espandesse in tutta la Russia; ma come sappiamo lo sforzo internazionale nulla poté contro l’Armata Rossa.

Tra il 1935 e il 1940, durante la Grande Depressione e l’Isolazionismo voluto dal presidente più amato della storia degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, non si registra per ovvi motivi nessun tipo di conflitto anche se: le forti tensioni internazionali, la vendita di armi a favore dei vecchi alleati già impegnati in Europa in un nuovo conflitto e l’embargo di un vicino in piena espansione come il Giappone portavano tutte le promesse per un nuovo coinvolgimento su larga scala. Quando il 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono a sorpresa (…) Pearl Harbour distruggendo gran parte della flotta USA ancora alla fonda nel Pacifico, la dichiarazione di guerra ai paesi dell’Asse (Germania, Giappone, Italia) fu immediata; come disse l’ammiraglio Yamamoto “Il Gigante si era svegliato“. Come avvenne per il primo conflitto mondiale, l’entrata in guerra dell’America ribaltò completamente le sorti del secondo. Impegnati sui fronti del Nord Africa, dell’Asia e dell’Europa, i milioni di uomini uniti all’inesauribile potenza industriale degli Stati Uniti si impressero una volta per tutti come potenza globale suprema. La vittoria del conflitto nel 1945 – che verrà sancita dall’impiego della bomba atomica – porterà il mondo ad essere diviso da quella ‘cortina di ferro’ tra il modello capitalista della Nazioni Unite, e il modello comunista della’URSS, dando vita alla contrapposizione bipolare che il giornalista americano Walter Lippmann battezzerà come una Guerra Fredda.

La ‘Guerra Fredda’ però sarà combattuta realmente per quasi 40 anni, frammentata in decine di crisi e scontri, più o meno noti, dove gli USA condurranno sempre i giochi; a volte alla luce del sole, come nell’intervento nella Guerra di Corea, a volte nell’ombra attraverso centinaio di missioni sotto copertura codificate come ‘Black Ops‘.

Nel 1946 gli Stati Uniti occupano militarmente le Filippine e la Corea del Sud, nel 1947 sbarcano un contingente in Grecia: per sedare la guerra civile e aiutare la reggenza britannica a scongiurare il rischio che una vittoria comunista facesse guadagnare un paese satellite all’URSS. Nel biennio 48/49 non è stata rivelata nessuna operazione militare offensiva. Nel 1950, in seguito all’invasione dalla truppe comuniste di Pyongyang della Corea del Sud, il presidente Truman – l’unico presidente della storia ad aver dato il via libera all’uso della potenza atomica su una nazione avversaria – da l’ordine di intervenire alle forze di occupazione americane. È il primo scontro militare della Guerra Fredda.

Da questo momento in poi la totalità dei conflitti nei quali gli Stati Uniti interverranno saranno una bizzarra combinazione di interventi previsti dalle risoluzione delle Nazioni Unite , atti a difendere o salvaguardare la pace e la democrazia di paesi membri o affini, e di interessi legati al mantenimento dell’equilibrio bipolare del globo. Nel 1953 la CIA architettò un colpo di stato in Iran (operazione Ajax). Nel 1954 la CIA diede vita ad un colpo di stato in Guatemala (operazione PBSUCCESS), mentre già dal 1953 era impegnata in Indocina (Laos e Cambogia) a contrastare i guerriglieri Viet Cong del presidente comunista vietnamita Ho Chi Minh. Centinai di ‘consiglieri militari’ e agenti della CIA operarono tra gli anni ’50 e ’60 addestrando, armando e combattendo i guerriglieri armati dai comunisti finché nell’agosto 1964 l’incidente nel Golfo del Tochino portò gli Stati Uniti (amministrazione Johnson) in una delle più lunghe e sanguinose della sua storia: la Guerra del Vietnam. Terminerà nel 1975 (amministrazione Nixon). Intanto nel 1961 sotto la presidenza Kennedy la CIA aveva tentato senza successo di rovesciare il regime di Castro a Cuba con quella che rimarrà nella storia come ‘Invasione della baria dei Porci‘.

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Nel biennio 76/78 non si registra alcuna guerra operazione, mentre a partire dal 1979 la CIA procura una vera e propria guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica che terminerà nel 1986. Nel 1981/83 la CIA foraggia e addestra gli antisandisti in Nicaragua. Nell’82 gli USA intervengono insieme al resto delle Nazioni Unite in Libano, nel 1983 invadono Grenada per paura che il regime filo marxista desse vita ad un’altra Cuba (amministrazione Reagan). Nel 1988/89/90 gli USA invadono e occupano Panama per sovvertite il dittatore Manuel Noriega (amministrazione Bush Sr.). Nel 1990 gli USA sono in prima linea nella Guerra del Golfo, intesa a liberare il Kuwait dalle forze d’invasione del dittatore iracheno Saddam Hussein. Nel 1994 l’America invade con i suoi paracadutisti Haiti per far reinsediare il presidente Jean-Bertrand Aristide esautorato da un colpo di stato nel 1991 (operazione Uphold Democracy). Nel 1992 interviene in Somalia nell’operazione Restore Hoper. L’operazione umanitaria, all’interno della quale le forze speciali già operavano sotto copertura, si tramutò in una vera e propria guerra quando i soldati americani vennero ingaggiati a Mogadiscio e il noto Black Hawk (elicottero, n.d.r.)venne abbattuto da un RPG (razzo, n.r.d.) lanciato dai miliziani di Adid (amministrazione Clinton). Nel 1995 durante la Guerra dei Balcani i caccia bombardieri USA conducono i bombardamenti NATO in Bosnia contro le forze serbe di Milosevic (sempre amministrazione Clinton). Nel 1997 non si registra nessuna operazione militare. Nel 1998 vengono conditi bombardamenti in Iraq, Afghnistan e Sudan . Nel 1999 gli USA partecipano alla missione NATO per costringere il presidente serbo Milosevic a lasciare il Kosovo con una sequenza di raid aerei e un invasione e occupazione militare. Nel primo anno del nuovo millennio non viene registrata alcuna operazione militare l’attentato terroristico di matrice islamista (Al Quaeda di Osama Bin Laden n.d.r) alle Torri Gemelle da il via alla ‘Guerra al Terrorismo‘: invasione dell’Afghanistan nel 2001 (amministrazione Bush jr.), in Yemen nel 2002, in Iraq nel 2003 (Invasione dell’Iraq e guerra al Terrore), in Pakistan e Yemen tra il 2004 e il 2006, e ancora in Afghanistan fino al 2011. Nel 2011 gli Stati Uniti intervengono in Libia durante la guerra civile per aiutare la deposizione del dittatore Muhammar Gheddafi. L’ultimo impegno militare degli Stati Uniti, contemporaneo all’occupazione di tutte le nazioni sopracitate perdurato durante la presidenza Obama, è l’intervento in Siria e Iraq nei territori occupati dall’autoproclamato ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) di matrice jhiadista salafita (e la destabilizzazione del presidente siriano Bashar al-Assad).

Secondo un report più o meno ufficiale elaborato dal Socom, il Comando Unificato della Forze Speciali Americane, nei conflitti ai quali SEAL, Berretti Verdi e DELTA force hanno preso parte negli ultimi 15 anni il risultato reale sarebbe di “zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi”. Secondo un resoconto più generale” nei conflitti ai quali gli USA hanno preso parte negli ultimi 100 anni solo il 20% li ha visti vittoriosi”.

Per ora le tensioni tra USA e Russia, quella guerra fredda che sembra non essere mai terminata nemmeno dopo la ‘caduta del muro’, si sono rinvigorite nella crisi siriana tuttora in corso; il futuro appartiene al prossimo presidente degli Stati Uniti, e se siete terrorizzati che i codici degli ICBM (Intercontinental Ballistic Missile n.d.r) possano trovare un commander-in-chief come Donald Trump, non consolatevi troppo con la speranza di una vittoria della democratica Hillary Clinton, perché la storia insegna che ‘l’uomo è la testa, ma la donna è il collo che fa girare la testa dove vuole.”

Perché Bjarke Ingels è famoso e io no

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Il 21 Aprile il Time ha pubblicato, come ogni anno, la consueta lista “The 100 most influential people”. Ho scorso l’elenco alla ricerca di qualche ben più illustre collega che mi desse un po’ di energia e motivazione per iniziare la giornata: un solo nome, ma poteva andare peggio. L’unico architetto della lista è Bjarke Ingels, 2 ottobre 1974, Copenaghen. Bjarke (non ho mai sentito nessuno chiamarlo con il suo cognome, tuttalpiù con la sigla dello studio che ha fondato, BIG) ha 41 anni. Gli anni di un architetto, non ho mai capito con chiarezza per quale motivo, valgono meno di quelli degli altri esseri umani: un architetto di 41 anni è grossomodo un ingegnere di 30, un medico che sta per ultimare la propria specializzazione. Insomma, essere ritenuti una delle 100 personalità più influenti al mondo è un risultato doppiamente importante per Bjarke, ma non desta stupore in chi frequenta l’ambiente e ancora meno in chi ha a che fare con gli studenti di architettura. Il motivo del grande successo di BIG? Ce lo spiega Rem Koolhaas:

 “Bjarke Ingels è la personificazione di una nuova tipologia di architetto altamente qualificato, che risponde perfettamente al corrente zeitgeist [se ve lo state chiedendo: si, Rem ha scritto zeitgeist]. Bjarke è il primo grande architetto in grado di liberare completamente la professione dall’ansia. Ha abbandonato la zavorra e preso il largo. In questo senso è completamente in sintonia con i pensatori della Silicon Valley, che vogliono rendere il mondo un posto migliore senza quello stress esistenziale necessario alle generazioni precedenti per avere credibilità.

Mentre qualcuno di voi cerca di riprendersi dallo shock di aver letto zeitgeist, stress esistenziale e Silicon Valley nella stessa frase lasciate che vi dica una cosa: la descrizione di Koolhaas è icastica, puntuale. Il lavoro di Bjarke presenta esattamente queste componenti declinate nelle due accezioni: i suoi estimatori lo trovano semplice, libero, diretto ed efficace, i suoi detrattori semplicistico, arbitrario, accattivante ma vuoto. E i due gruppi, nella mia pur piccola esperienza, dividono a metà il mondo dell’architettura. Un dato curioso, anche se scientificamente poco attendibile: in un sondaggio effettuato su 300 campioni, tutti architetti operanti, si è chiesto chi fossero i dieci architetti più sopravvalutati del momento e i dieci a cui dovrebbe essere dato maggior credito. Indovinate un po’? Bjarke Ingels si è classificato al settimo posto nella prima classifica e al terzo nella seconda. Bjarke è una di quelle che si definiscono personalità polarizzanti, personaggi che tendono a catalizzare l’attenzione su loro stessi più che sul loro operato e che ricevono giudizi particolarmente entusiasti o molto sprezzanti. Ma non facciamo tabloid, la questione della polarizzazione è davvero importante per capire perché BIG abbia una platea così equilibrata di detrattori e sostenitori. La sociologia ci spiega bene come, specialmente all’interno di gruppi coesi o che condividono ideali, decisioni e opinioni tendano a radicalizzarsi significativamente rispetto alle opinioni individuali. Se pensiamo ai Social Network come a delle comunità di carattere affiliativo, ovvero comunità in cui le relazioni sono basate sulla convergenza di interessi, non è difficile immaginare che effetti di polarizzazione possano passare dalla scala del gruppo sociale ascrittivo a quella di grande aree di interesse. Un effetto particolarmente noto e studiato è quello della polarizzazione dei gruppi sui temi politici, che porta le persone alla lettura/consultazione di piattaforme sulle quali scrivono gli opinion leader che rispecchiano le proprie convinzioni, contribuendo ad una radicalizzazione delle stesse.

Ma che cosa ha a che fare tutto questo con l’architettura? In generale, non molto. Ma nel caso di BIG le cose stanno in maniera diversa. Pensate solo alla descrizione che ne fa Koolhaas: pochissime parole sulla sua architettura, molte metafore che descrivono l’immagine del suo personaggio e quella che lui stesso vuole dare dell’architettura. Perché, nella mia esperienza, il grande dibattito sull’architettura proposta da BIG non arriva quasi mai all’architettura, si ferma alla sua immagine (a come si presenta) e all’immagine che Bjarke ne vuole dare (a come si rappresenta) e al gap che separa le due cose. Mi spiego meglio: andate sul sito di BIG e aprite uno qualunque dei progetti abilmente rappresentati da belle icone. Il pattern è grossomodo sempre lo stesso: qualche immagine del progetto realizzato o dei render, una scheda tecnica, una serie di diagrammi semplici ed immediati che raccontano il processo di progettazione, altre immagini che spiegano la spazialità dell’intervento. Eseguite questa operazione per quattro o cinque progetti e la questione emergerà chiaramente: le prime immagini sono sempre volte a rivelare il carattere iconico dei progetti di BIG, quasi onnipresente e certamente catalizzante l’attenzione del fruitore, e le successive intendono spiegare il processo che ha generato l’icona, rendendolo non solo accettabile, ma logico e – perdonatemi se potete – appropriato. La grande scissione tra i gruppi di supporter avviene in genere in questo momento: un gruppo crede alla veridicità dei diagrammi progettuali che, pur nella loro leggerezza, nella loro mancanza di stress esistenziale a cui si riferisce Koolhaas, possono rappresentare un buon approccio al progetto; il secondo gruppo pensa che i diagrammi siano invece posticci, rappresentazione estetizzante di un processo che ha come proprio unico obiettivo quello della materializzazione dell’icona. Ora, se credessimo totalmente a quest’ultimo gruppo Bjarke sarebbe come quegli studenti che, a progetto terminato, realizzano una tavola che illustri un concept totalmente fasullo per rafforzare le ragioni del proprio operare; se credessimo invece ai primi dovremmo dedurre che pur tramite un approccio diagrammatico Bjarke è l’unico architetto al mondo che riesce ad ottenere in maniera logica un risultato iconico di landmark.

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La mia ipotesi? Dal momento che un approccio realmente diagrammatico non contempla la figura in corso di progettazione, ma solo le relazioni tra le componenti del progetto, è molto improbabile che un processo simile sfoci costantemente anche in un valore iconico dell’edificio. Certo, può capitare, pensate ad esempio al Mercedes Museum di UNstudio, ma non può essere una costante. Io credo che invece l’approccio di BIG sia un approccio processuale fortemente basato sulla modellazione formale di forme semplici, articolate con il duplice obiettivo di ottenere un valore iconico e di risolvere problematiche spaziali e contestuali. Insomma presentazione e rappresentazione non coincidono, ma sono abbastanza consequenziali. Direi addirittura che è una presentazione piuttosto onesta di ciò che i progetti sono e vogliono essere.

Ho discusso a lungo con studenti e colleghi dell’argomento, tanto a lungo da non avere avuto quasi mai il tempo di illustrare un’analisi seria, che pure ho fatto nelle dovute sedi, dell’architettura che BIG propone. Allora, se vi ho convinto almeno un po’ che l’immagine che Bjarke propone di sé e dei suoi progetti non è una grande presa in giro, prima di decidere in che partito militare andate a guardare gli elaborati tecnici dei suoi progetti, capitene la spazialità e discutiamo della sua architettura prima che, tema che come è chiaro mi appassiona, della sua immagine. Prometto che io stesso ne parlerò, spiegando quali siano i margini di interesse che secondo me l’architettura di BIG ha e perché mi premeva chiarire anche la mia visione del suo approccio progettuale. A proposito: avete capito perché BIG è famoso e io no? Certo io non ho neanche 30 anni e gli anni degli architetti sono tutta un’altra storia!

Rame, Joe Victor e Jonny Blitz per Bring Back Those Colours

Nella cornice dell’Atelier Montez la musica d’autore romana incontra l’arte fotografica di Jacopo Brogioni per sostenere il progetto “ Bring Back Those Colours” a favore di Unicef Italia, prodotto da CultRise.

Ad aprire la serata sarà il cantautorato elettronica di RAME. Il gruppo nato dall’incontro con Fabio Grande e Matteo Portelli, RAME è il primo progetto ufficiale del cantautore romano Mattia Brescia a cui nel tempo si è unito Aron Carlocchia, pianista, produttore di musica elettronica e tastierista dei Mary in June e di AndyTrema. Quello di RAME rappresenta una commistione d’autore che dall’elettronica riesce a dar vita ad una voce del tutto originale e potente, che risuona, grazie ai testi di Brescia, tra le liriche dell’Arcadia e la poesia di Majakovsky. Un suono fuori dagli schemi per un pubblico colto e aperto al contemporaneo

A seguire per Bbtc si esibiranno i “Jonny Blizt”. Formatosi ormai sette anni addietro hanno riscosso sin da subito il plauso di critica e pubblico. La loro affiatata complicità diverte e convince il pubblico, sempre numeroso che già nel 2010 li ha visti vincere la seconda edizione del ROMA ROCK Giovani, vincendo il premio del pubblico e il premio della giuria. Colpa del sole è il loro secondo disco ufficiale ed il primo sotto l’egida di Maciste Dischi. Un album, maturo e non annoiato per una formazione che ha già fatto conoscere sé stessa oltre l’ambito romano.

A chiudere il concerto live ci penseranno i “Joe Victor”. I Joe Victor sono uno dei gruppi più luminosi e talentuosi di Roma. Se la trasmissione Gazebo li ha presentati alla nazione, è solo grazie alla tenacia e bravura che ha ottenuto il meritato successo. Le passioni comuni dei membri della band sono il Rock & Roll e il folk americano in tutte le sue forme, il Calypso e il Pop degli anni ’80. Questo mix di suoni viene sintetizzato in un suono mai noioso, capace di riscoprire sonorità del passato, portando un proposta fresca e non banale all’ascoltatore. Premiati dall’uscita del loro nuovo album “Blue Call Pink Riot” hanno risposto fin da subito all’appello per contribuire al futuro dell’infanizia in Nepal. Loro sono: Gabriele Mencacci Amalfitano, chitarra e voce; Valerio Almeida Roscioni, tastiere e voce; Michele Amoruso, basso; Mattia Bocchi, batteria e percussioni.

Una serata all’insegna della musica, del divertimento, ma soprattutto di partecipazione presso l’Atelier Montez che ospita dal 6 febbraio la mostra fotografica “Bring Back Those Colours”.

“Ridateci quei colori” è il progetto fotografico realizzato in Nepal da Jacopo Brogioni prima e dopo i devastanti terremoti che hanno colpito il paese nel 2015. Grazie al giovane team dell’Associazione CutlRise, “Bring Back Those Colours” dopo essere stato ospitato a Roma presso il MAXXI, a Milano durante l’Expo negli spazi del padiglione Nepal e Russia e al CRAC di Lamezia Terme arriva alla sua quarta tappa ed espone per un mese intero all’interno degli spazi dell’Atelier romano Montez, ponendosi come obiettivo non solo di sensibilizzare ma anche contribuire concretamente alla ripresa di un paese bisognoso di aiuto. Infatti il ricavato netto della mostra fotografica, della vendita delle opere e delle altre donazioni ricevute spontaneamente sarà interamente devoluto a UNICEF Italia.

Polinice ne è media partner con la consapevolezza di contribuire a una causa di solidarietà mettendo in relazione i talenti romani che vanno dalla fotografia alla scrittura, passando per la musica.

 

SABATO 20 FEBBRAIO

APERTURA AL PUBBLICO: ORE 21.30

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Presso l’Atelier Montez |via di Pietralata, 147/A, Roma
Ingresso consentito fino ad esaurimento posti con una donazione minima di 5 Euro

 

Le Sabrage: l’arte napoleonica di aprire una bottiglia di champagne

«Champagne! Nella vittoria si merita; nella sconfitta è una necessità.»

Era solito ripetere Napoleone Bonaparte durante la sua reggenza, e forse anche durante il suo esilio, e gli ufficiali degli Ussari che furono fedeli all’Imperatore di Francia non smisero mai di prenderlo in parola. Dopo ogni battaglia, per festeggiare la vittoria, o per bere alla salute dei caduti nelle roboanti e scintillanti cariche, risguainavano la sciabola, arma d’elezione della cavalleria leggera, e impugnate le bottiglie di vino frizzante ottenuto dai grappoli di Pinot Noir provenienti dalla valle dello Champagne, praticavano il Sabrage : decapitare una bottiglia di champagne per berne il contenuto. Questa pratica divenne molto popolar durante l’epoca imperiale, e venne imitata in tutti i domini dell’Impero Napoleonico e oltre di essi.  zoom_bc7af63ea292f7b2718e6957f1b9182b

Perdurata nel tempo per la sua scenografica spettacolarità, la sciabolata oggi è una pratica ancora in uso, anche se non si contano molti sciabolatori, ad esclusione dei sommelier professionisti. Io imparai per caso durante l’adolescenza, ed amante come sono dello champagne e di questa secolare ed affascinante tradizione ussara non ho mai smesso. Il gesto, anche se può sembrare complicato, consiste semplicemente nello scartare il collo della bottiglia, rigorosamente tra i 3°e i 6° di temperatura, ossia pronta per essere servita, rimuovere la gabbia e la capsula che tengono il tappo, voltare la bottiglia in modo tale da seguire la filatura sul collo della stessa, e poggiarci la lama della sciabola, se se ne possiede una, altrimenti di un coltello robusto con una lama spessa e di media lunghezza; accompagnando la lama lungo la filatura, si simulerà la sciabolata un paio di volte per prendere la misura, scivolando delicatamente lungo la filatura per poi colpire con decisione l’anello, la pressione a 6 atmosfere contenuta nella bottiglia farà il resto: scaraventanti via il tappo e l’anello in vetro della bottiglia senza lasciare alcun residuo di vetro.

Capodanno è alle porte, e per quanto questa possa essere una ricorrenza assai tediosa, una bottiglia di champagne in mano finirà per capitarci sempre: e una sciabolata potrebbe essere proprio quello che ci vuole per alzare il livello della serata. Certo se è la prima volta: cercate di essere prudenti. Insieme a questo spunto vi allego i miei migliori auguri, ed i migliori pensieri per un anno avvenente che speriamo sia quanto meno migliore del precedente, anche se come di consueto, finiremo tra un anno ad riassumerlo in: mai ‘na gioia. Ad maiora.

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Le Corbusier e una Venezia quasi moderna

 

“Frattanto, studiamo le cose che non sono più. È necessario conoscerle, non foss’altro che per evitarle. Le contraffazioni del passato prendono falsi nomi e si chiamano volentieri avvenire.”

Victor Hugo, I miserabili, 1862

A questa profonda considerazione, possiamo fermamente affiancarne un’altra che riguarda le “cose che non sono mai state”. Infatti i progetti non realizzati sono quasi sempre l’espressione delle volontà più alte. Se poi essi investono gli ultimi anni della carriera di un architetto, sono capaci di racchiudere al loro interno le sfumature di una vita intera. Il passato non rimane  mai un’immagine sterile o la cui conservazione è fine a se stessa, ma diviene un prezioso contributo nella ricerca del nuovo.

Le Corbusier ci ha abituati a questo tipo di atteggiamento. Niente di quanto è stato da lui visto, disegnato o scritto non è riapparso in una sua opera, quasi sempre a distanza di anni. Ogni volta con sembianze differenti, ma sempre utile per nuovi progetti e individuabile nelle trame sottili dei suoi disegni. Ne è testimone il progetto per il nuovo ospedale di Venezia, uno degli ultimi della sua  lunga storia, iniziato nel 1963 ma mai portato a termine. Si assiste, guardando il centinaio di disegni che ci rimangono, ad una disarmante consapevolezza del mestiere di architetto. In esso convivono sin da subito le diverse scale del progetto architettonico: il rapporto col territorio e il paesaggio, la funzionalità di un edificio complesso (in pura chiave modernista) e la possibilità di ricondurre il tutto alla dimensione umana.

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Situation de la region © FLC 28237

Spesso si pensa al progetto moderno come contrapposizione al contesto esistente. In realtà questa definizione non può che apparire superficiale e, al massimo, imputabile a coloro che seguirono gli slogan modernisti (quelli di Le Corbusier per primi), senza però essere così disinvolti da riuscire poi a sottrarvisi.

L’interesse per il territorio e per il paesaggio costituisce infatti il punto di partenza per la definizione dell’impianto dell’ospedale, tanto nella disposizione planimetrica, quanto nella definizione delle volumetrie. Per la prima, l’impianto cartesiano pur contrapponendosi alle dinamiche generatrici della città storica, ne mantiene un rapporto osmotico (come definito dallo stesso LC) unendo il nuovo progetto a quanto già presente. L’ospedale viene allora pensato come naturale completamento del sestriere di Cannaregio,  che avrebbe dovuto ospitarlo. Due blocchi funzionali collegati da un unico passaggio aereo. In essi si rilegge subito una rielaborazione del principio del museo a crescita illimitata pensato già dal ’39 e realizzato a Tokyo o ad Ahmedabad diversi anni dopo. L’ospedale è dunque ideato come organismo in grado di crescere in fasi successive, per rispondere alle eventuali necessità di ulteriori posti letto o ambienti ad essi connessi.

Anche nello studio delle volumetrie il riferimento alla città è quanto mai imprescindibile e assoluto: l’altezza massima dell’ospedale è fissata esattamente a 13,66 metri, ovvero alla media degli edifici della laguna, di modo da non disturbare il profilo della città. Il tutto sospeso su un fitto dispiegamento di pilotis emergenti dall’acqua, con le eccezioni degli ambienti di accoglienza al pubblico, degli accessi per le emergenze, dell’amministrazione e della chiesa che si attestano al livello dell’acqua e parzialmente al primo piano.

 

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Modello FLC L3.15.56

 

Tutto è ricondotto alla dimensione dell’uomo. Per Le Corbusier l’ospedale ne è la casa, e l’uomo con la sua fisicità è inteso come elemento generatore di una composizione complessa e incredibilmente articolata. Il Modulor, canone proporzionale da lui concepito tra il 1948 e il 1955 e adottato in tutti i progetti seguenti, riconduce alla dimensione umana la conformazione dello spazio. L’ultimo livello è destinato esclusivamente alle degenze: ogni ammalato ha una sua stanza, in comunicazione trasversale con quelle attigue e con la distribuzione principale attraverso grandi porte scorrevoli. Il letto è il fulcro di questa composizione e si pone ad una quota sensibilmente più alta rispetto al solito (impossibile non pensare al letto del suo appartamento di rue Nungesser et Coli, straordinariamente alto). Da questa posizione viene negata la possibilità di guardare direttamente al di fuori, non potendo garantire un affaccio adeguato a tutte le camere con un simile impianto. La luce si riflette però sul soffitto inclinato, attraverso un sistema simile a degli shed che attraverso i colori delle schermature la convogliano diffondendola all’interno. Il colore è ancora una volta l’elemento posto a completamento del tutto, sempre presente nelle opere di Le Corbusier già a  partire dalle ville puriste degli anni ’20, così come l’arte e la capacità di cogliere al centro di  un capolavoro quale il Funerale di Sant’Orsola di Vittore Carpaccio del 1493, la suggestione necessaria per l’ideazione dell’unità minima dell’intera composizione architettonica.

 

Vittore Carpaccio, Il funerale di Sant'Orsola, 1493 | Le Corbusier, sezione delle camere di degenza © FLC 33340
Vittore Carpaccio, Il funerale di Sant’Orsola, 1493, dettaglio | Le Corbusier, sezione delle camere di degenza © FLC 33340

 

La chiesa, infine, racchiude alcuni degli elementi ricorrenti in tutta l’architettura di Le Corbusier. Sebbene la sua progettazione sia stata seguita principalmente dal cileno Guillermo Jullian de la Fuente, vi si riscontrano alcuni tratti che ci riportano ai primi lavori parigini: il più significativo è il muro che chiude, a 1,83 metri, la visuale della piattaforma centrale. La misura è data anche qui dalle proporzioni del Modulor, ma il rimando all’attico Beistegui del 1929 è immediato e potente. Lì lo sguardo sulla città era impedito da un surreale ambiente domestico, nella chiesa di Venezia, al di là del primo muro ve ne è un secondo che delimita realmente lo spazio dell’aula, ma che permette all’acqua della laguna di insinuarsi tra questi due diaframmi, astraendo così la percezione del contesto e lo riporta alla sola dimensione sonora dell’acqua e dei suoi riflessi di luce. Analizzando la composizione delle forme che costituiscono la pianta di questa chiesa, ci accorgiamo di come i tracciati regolatori, altro tratto fondamentale della propaganda corbuseriana sin dagli albori, consenta la coesistenza di una chiesa a pianta centrale con una ad impianto basilicale. I fuochi liturgici sono portati all’esterno del quadrato centrale, quasi in un moto centrifugo che li obbliga a relazionarsi col perimetro d’acqua. Ma l’ingresso e la platea per i fedeli sono allineati rispetto al loro centro, sebbene tale disposizione sia mimetizzata da un apparente negazione di simmetria.

 

Chiesa dell'ospedale di Venezia, sezione sulla sala centrale © FLC 32184|Rapporti proporzionali nella chiesa dell'ospedale di Venezia © FLC 32179
Chiesa dell’ospedale di Venezia, sezione sulla sala centrale © FLC 32184|Rapporti proporzionali nella chiesa dell’ospedale di Venezia © FLC 32179

 

Ritorniamo allora alla frase con cui abbiamo iniziato. L’avvenire, a volte, è la riproposizione del passato, ma se siamo fortunati esso si ripresenta con interpretazioni diverse. L’ultimo progetto di Le Corbusier ne è la prova; tutto quello che è stato pensato, costruito o sognato si ripropone nuovamente, a condizione che esso sia stato adeguatamente metabolizzato e compreso. La straordinaria personalità che abbiamo incontrato ne è piena dimostrazione, e quest’opera mancata è uno degli insegnamenti più grandi che possiamo ancora avere.

Il Sogno di tutti i collezionisti di Adidas è un sobborgo di Buenos Aires

C’è un negozio in Argentina, in un sobborgo di Buenos Aires precisamente, che sarebbe il sogno di molti miei amici.  Nel rivenditore Adidas del settantacinquenne Carlos Ruiz, il tempo si è fermato agli anni ’60, e lui, un po’ lunatico e un po’ conscio di custodire un Sacro Graal sa riconoscere quali saranno i meritevoli che varcata la soglia avranno la possibilità di acquistare veramente qualcosa. Le centinaia di scatole celeste sbiadito incolonnate fino al soffitto spingono l’immaginazione fino alla follia incontinente di migliaia di appassionati che negli ultimi anni hanno reso le scarpette da corsa una nuova branca del collezionismo. Se non mi credete, basta entrare su Ebay e digitare qualche nome: Un paio di Adidas Tobacco Colo Beije vintage possono arrivare ad un ultima battuta d’asta di 500 euro. Un paio di SuperKegler con le bande celesti e con il logo del vecchio trifoglio adidas possono superarle. Qualcuno potrebbe arrivare ad offrire 1000 euro per un paio di SRS, L.A. Trainer in dotazione agli arbitri di Italia 90, e tutta via non aggiudicarsele perché il venditore si rifiuta di separarsene. Ci sono le ROM 70er e 80er poi, ma un appassionato potrebbe continuare all’infinito: Le Stockolm, le Athen, le Dublin, le SL80, le Napoli, le Tahiti, le T-master, tutte le dotazione militari sportive che non hanno neanche un nome.. le Riviera. 

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Non bastano di certo le dita per contare gli estimatori che per un paio di scarpette d’annata della marca inventata da Adolf “Adi” Dassler nel 1924 farebbero carte false. Figlio di un calzolaio bavarese, cominciò a cucire scarpe da calcio della lavanderia della madre, e poi fondò insieme al fratello maggiore, Rudolf, la Gebrüder Dassler Schuhfabrik (fabbrica di scarpe fratelli Dassler), con una forza lavoro di 12 dipendenti e una produzione di 50 paia al giorno. G nel 1936 la loro marca, ormai divenuta celebre in tutta la Germania veniva calzata da Jessie Owns alle olimpiadi. “Nessun atleta verra lasciato indietro” diceva Adi, e infatti di lì poco centinaia di medagliati di tutto il Mondo scelsero le sue scarpe. Nel 1947 dei dissapori portarono allo scioglimento della società e alla divisione in due fratelli in due marchi: la Ruda di Rudolf,  che poi divenne la più nota Puma, e la Adidas di Adi, che venne fondata ufficialmente nel ’49. Non serve che vi faccia notare che sono le iniziali dei rispettivi nomi.

PUMA CONTRE ADIDAS

La diffusione mondiale del marchio Adidas e la continua partecipazione ad olimpiadi e competizioni internazionali come dotazione degli atleti e del personale preposto portò alla produzione di scarpe dedicate alle diverse edizioni, che con lo scorrere del tempo acquisirono sempre più fascino e rarità per i collezionisti e gli amanti del marchio. Una volta apertasi la possibilità di vendere e scambiare rimanenze di magazzino su Internet si è creato un vero e proprio mercato. Gli amatori acquistano determinati pezzi senza nemmeno indossarli. Li tengono inscatolati sotto al letto, come piccolo tesori di pelle e tela, oppure appesi nelle nelle loro camere. Come le scarpette appese al chiodo da un grande atleta che ha abbandonato le competizioni. Ho sempre trovato un enorme romanticismo in ciò, e io stesso per diversi anni feci il diavolo a 4 per trovare dei pezzi rari.  Scoprire dell’esistenza di questo negozio rimasto chiuso per 20 anni in Argentina che ha conservato delle rarità eccellenti è stato molto stimolante per l’immaginazione di quali rarità estinte possano custodire quelle scatole, e credo che chiunque passi di lì, e si ritenga un vero appassionato dovrebbe provare a varcare la soglia del vecchio Ruiz, e vedere se verrà ritenuto un cavaliere abbastanza meritevole.

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“Le porterà fortuna” L’origine del cavallino rampante che cavalcò Ferrari.

 

«Caro Ferrari, lo metta sulle sue macchine da corsa. Le porterà fortuna». E’ il 17 giugno del 1923 , Enzo Ferrari ha 25 anni, è un giovane squattrinato con un passato infelice, ma ha appena vinto la prima competizione della sua vita: il Gran Premio del Circuito del Savio, volando su di un’ Alfa Romeno Rltf  che porta il numero 28. La contessa Paolina de Biancoli, assiste alla gara e ne rimane entusiasta, nota un’affinità, prova un nostalgico senso materno e gli porge un “cavallino rampante”  nero dipinto su un pezzo di tela. La tela proviene da uno SPAD S.XIII, un biplano da caccia, quello ch’era di suo figlio, Francesco Baracca, l’asso degli assi. Lo aveva fatto dipingere sulla fusoliera alla sua quinta vittoria, quando divenne asso nel 1916 durante la Grande Guerra, quando volava per la 91^ Squadriglia, la “Squadriglia degli Assi” per l’appunto, dove erano stati riuniti tutti i migliori piloti del Regio Esercito. Il 19 giugno del 1918, rimase ucciso durante una missione di mitragliamento a bassa quota delle trincee austro-ungariche nei pressi di Montello, lungo la linea del Piave, forse da un cecchino, forse da se stesso, con un colpo di rivoltella alla tempia, come era abitudine dei piloti da caccia per non morire bruciati nei loro aerei una volta abbattuti. Aveva 30 anni.

1-A-F-BARACCA-VICINO-AEREO-TIPO-SPAD13XIl giovane Ferrari accettò, anche non sapendo ancora bene come impiegare il cimelio, a quel tempo correva come gentleman-driver, e guidava le Alfa Romeo, che uno stemma già lo avevano. Ma questo non lo dissuase. L’anno seguente, fondò una società con lo scopo di comperare automobili da competizioni Alfa, modificarle e competervi nel calendario nazionale delle gare sportive. Il 9 luglio del 1932 il cavallino rampante di Ferrari sfrecciava alla 24 ore di Spa-Francorchamps, su un fondo giallo, colore modificato dall’originale bianco in onore della sua città natale, Modena. Fonderà su questo emblema, sulla sua conoscenza dei telai automobilistici e sul suo sconfinato amore per le auto da corsa la ” Scuderia Ferrari” solo nel 1947, ormai spostasi a Maranello per paura dei bombardamenti, e darà inizio ad una leggenda dell’automobilismo. La scuderia competé al Gran Premio di Monaco nel 1950, e al primo Gran Premio di F1 l’anno seguente. Il resto è storia che conoscerete meglio di me.

Riguardo all’origine dello stemma, che Baracca scelse e che oggi grazie a Ferrari tutto il mondo conosce e ci invidia, ci sono due ipotesi. La prima che sia una stilizzazione dello stemma del 2′ Reggimento Cavalleria “Piemonte Reale” al quale Baracca apparteneva. A quel tempo infatti i primi aviatori, come i primi carristi, erano inquadrati nella cavalleria. La seconda invece sarebbe riconducibile alla cavalleria  nella pura accezione del virtuosismo del termine. I primi aviatori divenivano  assi al quinto avversario abbattuto, e come segno di rispetto per onorare l’avversario dipingevano l’insegna dell’ultimo sul proprio aereo. L’ultimo avversario di Baracca fu un Albratros B.II e le origini di Stoccarda del suo pilota avrebbero motivato l’utilizzo del simbolo della città: la giumenta. Questo ricondurrebbe anche alle iniziali presenti sotto il cavallino S. F. Stuttgart Ferrari.

Come molti grandi legati a doppio filo dalla storia, Francesco Baracca ed Enzo Ferrari non si sono mai conosciuti. Chissà se avrebbero legato. Eppure qualcosa in comune lo avevano: con le macchine inventate dall’uomo “volavano” forte, abbastanza forte da rendere tutta la nazione, che in tempi non sospetti si chiamava patria, fiera di loro, per sempre.

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Il mondo d’oggi e il crepuscolo valoriale

Tanti di voi sentono e, allo stesso tempo, parlano di valori come la giustizia, l’amore, l’amicizia, la pace e tanti altri che non è mio fine elencare in questa sede. Il quesito che occorre porsi quando sentiamo parlare o pensiamo a questi valori è se essi siano concetti reali. Se siamo più affini alle idee platoniche accettiamo l’idea di amore, l’idea di amicizia, l’idea di giustizia, etc., ma se invece la pensiamo un po’ più come Aristotele non possiamo accettare la concezione di idea in quanto per Aristotele non può esistere un valore senza una persone che lo vive e lo mette in atto. Ora mi spiego meglio: secondo Platone esiste il mondo delle idee e le idee sussistono indipendentemente da noi, stanno là in attesa di essere contemplate dagli uomini, quindi esiste l’Amicizia anche se non esiste una persona amica, esiste l’Amore senza una persona che prova questo sentimento; per Aristotele non può sussistere invece un valore senza che una persona lo viva,  cioè l’amante vede l’amato, non vedo l’Amore in sé. La grande differenza che esiste tra questi due filosofi che hanno segnato il corso della Filosofia occidentale è proprio il fatto di come si veda e percepisca un determinato valore. Credo che esista l’idea di amicizia? Se si, come posso spiegarla senza poter utilizzare una persona amica?

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E’ molto difficile da spiegare, senza far riferimento ad una persona che attui quel determinato valore. Anche perché dobbiamo dire che in questo mondo privo di valori è sempre di più la “gentucola” che non crede e non accetta i valori, mettendo in dubbio che un valore costituisca di necessità un universale; di conseguenza al giorno d’oggi sarà sempre più un’impresa ardua la discussione che in breve ci si è proposti di affrontare. Occorre avere memoria delle parole che Aristotele pone alla fine dell’Etica, per mezzo delle quali egli affronta il tema dell’amicizia, come valore necessario per ogni uomo che sceglie di vivere. Per lui, che definisce l’uomo non solo animale razionale, ma anche animale sociale, è importante far vedere come non si possa vivere senza questo valore, in quanto il relazionarsi con gli altri è intrinseco nella sua natura. Importante è vedere anche come classifica l’amicizia, affermando che esistano tre tipi di amicizia:

– quella fondata sul piacere
– quella fondata sull’utile reciproco
– quella fondata sul disinteressamento 

Per Aristotele la vera amicizia è la terza, ma quello che importante è che in ciascuno di questi tre tipi esiste un agire sociale di un individuo, che sia giusto o sbagliato, che io sia amico di una determinata persona solo per interesse non conta, non siamo qui a giudicare l’agire, ma quello che preme è che quella persona pur sempre agisce. È così che vediamo che il senso del valore è nel suo stesso essere vissuto.

Dopo aver brevemente espresso questi concetti complessi è obbligatorio concludere sottolineando che il mondo d’oggi è abitato da persone che “parlano bene e razzolano male”, cioè si mostrano sostenitori di valori, come possono essere la Libertà, la Giustizia, l’uguaglianza tra i popoli,etc., senza mai attuarli nel proprio vissuto. Tale modo di fare (anzi, di non fare!) appare chiaramente inutile: comprendere e predicare un valore significa innanzitutto darne testimonianza attraverso il proprio vissuto, prima ancora che con le parole. Un solo atto compiuto secondo valore vale più di mille parole!

Viaggiando per fare “shopping” si risparmia, easy.

 

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So già che tutti i miei amici negozianti me ne vorranno per questo pezzo, e dunque smetteranno definitivamente di pensare di farmi gli sconti che non chiedo; ma qua la crisi è dura a morire, i nonni se ne vanno, gli stipendi sono latitanti e lo slogan “Gratis si ama, non si lavora.” non ha attecchito come desidereremmo negli studi dove facciamo praticantato o nelle aziende dove ci hanno preso per uno “stage”.  Dunque come riuscire a continuare a vestire i capi che ci piacciono senza dover attingere alle finanze di terzi? Negli ultimi tempi mi sono accorto come viaggiando ci si possa procurare più della metà delle cose che acquistiamo regolarmente nelle nostre città, ma ad un prezzo molto più vantaggioso, il risultato? Viaggiare con i soldi che si risparmiano. Certo è ovvio,non è da considerarsi la scoperta dell’acqua cada, ma diciamo che almeno possiamo annoverarla come la sensazionale scoperta dell’acqua tiepida, gli si addice di più, anche come senso di “giusta misura”. Se si fanno due passi per le vie del centro, si nota facilmente come i capi più di tendenza e sopratutto più costosi si dividono tra capi di fattura sartoriale: abiti, giacche, cappotti, camicie; e capi proveniente dagli USA: chinos, camicie oxford botton down, sneakers Nike freerun, sneakers New Balance, t-shirt ricercate, e abbigliamento basic stile polo di Ralph Lauren e felpe Abercrombie o simili. Il resto è cashemire ( o cachemire, non l’ho mai capito). Allora, partendo dall’assunto di base che a giudicare da quello che promuovono le vetrine ormai è più facile trovare un maglione di “puro” cashmire a prezzo outlet che una tenda per a doccia, facciamoci due conti in tasca;  per acquistare senza aspettare la guerra dei saldi, che vengono promessi come sempre più intriganti ma che strigni strigni al 40 o 50%  mettono solo la gli avanzi di magazzino degli anni 50′ solo taglie forti, per comperare un paio di pantaloni da uomo ci vogliono tra i 95 e i 170 euro, per acquistare una camicia di fantasie non denunciabili al tribunale dell’Aja, intorno ai 90 euro ( Brooks Brothers intorno ai 120 euro), per acquistare una polo di Ralph domandano dai 75 a 120 euro e per delle sneakers vagamente più ricercate delle altre tra i 180 e i 200 euro, fino a sforare spesso i 250 euro poiché a tiratura limitata. Il colmo è che certe t-shirt, sia monocolore che con dei disegni rasentano il centinaio di euro. Il su misura non sempre attira i più giovani, ma comunque per capirci si parla di camicie da cento euro, abiti da 700, 1000 o 1500, e cappotti pressapoco dello stesso prezzo. I maglioni di cashemire con una durata dignitosa per il loro costo all’acquisto non meno di 190 euro. Se adesso state pensando che sono Milena Gabanelli travestita da Toccio vi ingannate, non vi parlerò ne di oche ne di Bertelli. E’ già stato detto tutto a riguardo.

Da questo breve decalogo si evince che per rinnovare l’armadio, rinfrescare in look, sostituire dei capi lisi o effettuare un cambio taglia perché avete occupato militarmente o dimenticato completamente la palestra, possiamo stimare una spesa compresa tra i 1000 e i 4000 euro di indumenti in un anno. Bene adesso apro il rubinetto dell’acqua fredda, quello dell’acqua calda, e dosandole a maniera vi porgo quell’acqua piacevolmente tiepida.

La prima volta che sono andato a New York, ho appreso con stupore come un paio di Nike introvabili costino intorno ai 60$, come camicie oxford di ottima fattura vengano proposte tra i 19,99$ di Uniqlo e i soli 70$ nelle boutiques Brooks Brothers ( meno della metà di quanto vengono in Italia), come un paio di chinos di cotone delavè corposo e resistente in una boutique hipster di Brooklyn costino soli 40$ e come in certi luoghi le polo di Ralph Lauren non vengano nemmeno 30$, idem quelle Abercrombie e gli accessori piovono a pochi dollari. A Berlino, nella marea di negozietti del Mitte e vie limitrofe, scarpe vintage New Balance e Adidas da collezione di aggirano intorno a 60 – 70 euro. In Thailandia un abito di lino fatto su misura, se si sanno scegliere i tessuti e si segue con un po’ di pazienza il sarto, viene meno di 100 euro, camicie su misura 2o euro, cappotti anche, magari vengono azzeccati al terzo tentativo, ma il gioco vale comunque la candela, risparmiate tra i 300 e i 600 euro. Il corrispettivo di un viaggio prenotato con il giusto anticipo. Quando mi portano maglioni o giacche di cashmire da certe regioni dall’Asia, non voglio nemmeno raccontarvelo quando li pagano. Il tasto t-shirt non dovrei nemmeno toccarlo, ne indosso poche, ma quelle poche almeno valgono un ricordo, uno scorcio, un  abbraccio, delle risate e tra Camdem town, SOho, o il Marais c’è l’imbarazzo della scelta, del risparmio, e sopratutto della particolarità.

Per un solo totalook completo un uomo può spendere in media 500/800 euro.  Senza che faccia io i conti per voi, vi renderete conto facilmente di come possiate comperare un biglietto di andata e ritorno per Berlino solo con quello che risparmiereste se smettete di comprare le mutande da Gap a Via del Corso. E rapportando il vostro budget di spesa al tipo di viaggio il gioco funziona sempre. Io con quello che ho risparmiato su un paio di Alden ci ho pagato A/R su Alitalia per NY.

Immagino quale sarà l’accusa e la pronta giustificazione di qualche raffinato negoziante che tenta di rifilarmi un paio di pantaloni 5 tasche a 180 euro scontati solo perché sono proprio io : – ” Eh ma io ci devo pagare le tasse, l’affitto del negozio, il capo.. Ci devo guadagnare e la gente non copra più niente.”- Eh pure io: devo pagare l’affitto, le tasse, e sopratutto non posso mica uscire in pigiama. Anche se ammetto che mi piacerebbe.

Ciò che voglio mettere in discussione poi più che il prezzo che abbiamo già toccato, è l’ormai assenza di ricercatezza e di rapporto qualità/prezzo dei capi in questione. Tutti vendono le stesse cose, le vetrine sono clonate, e se si vuole ambire ad una qualità degna di tale menzione si viene letteralmente rapinati. La risposta altrimenti è omologarsi dentro i tendenzifici tipo Zara o H&M che offrono capi da battaglia; tutto uguale, tutti uguali, e la personalità si annichilisce dentro ciò che desidereremmo ci facesse apparire diversi per quello che traduciamo nella stoffa indossata davanti agli occhi degli altri. Per questo dopo aver suggerito all’etere un escamotage per continuare a vestirsi con piacere anche con i primi stipendiucci, dato che adoro veder intorno a me gente ben vestita, faccio un appello alla categoria dei negozianti (tranne qualche rara eccezione):

Se volete vestirci, se volete ancora affascinarci, e renderci affascinanti, se volete onorare la vostra professione antica e romantica; tornate ad essere ricercati, cercate e ricercate, stupiteci, non prendeteci solo per un bancomat che non può uscire in mutande; E noi torneremo. Altrimenti capiteci, se non altro rimpatrieremo dai viaggi guadagnati con i nostri “risparmi” con delle idee nuove.

Davide Bartoccini