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Olimpiadi 2016: ritardi e proteste in Brasile

A seguito della grande attenzione mediatica rivolta ai giochi olimpici invernali che si stanno tenendo in questi giorni in Russia, sorge spontaneo interrogarsi con curiosità sugli sviluppi nell’organizzazione delle prossime Olimpiadi, che avranno luogo in Brasile nell’estate 2016. Nonostante il largo anticipo, il Brasile è già accusato da molti di non essere in grado di rispettare non soltanto le scadenze nella pianificazione dei giochi, ma anche quelle riguardanti la World Cup calcistica di giugno prossimo. Al centro delle critiche sono specialmente l’ingente quantità di denaro pubblico impiegata per la costruzione delle strutture sportive necessarie e le difficoltà riscontrate nella finalizzazione delle suddette strutture. Thomas Bach, Presidente del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, si è recato in Brasile a gennaio, al fine di sollecitare il governo e i responsabili della manifestazione ad agire con maggior rapidità. A preoccupare il CIO, oltre ai ritardi nella costruzione delle infrastrutture, sono anche le manifestazioni guidate dai cittadini di Rio che, sin dalla Confederations Cup dello scorso anno, hanno espresso la loro ira per i soldi utilizzati nelle grandi manifestazioni sportive e tolti al popolo con l’aumento di varie imposte, a partire dal costo dei biglietti dell’autobus. Al riguardo, Bach ha suggerito alle autorità brasiliane di “negoziare” una tregua con i cittadini, spiegando loro i benefici che eventi quali la World Cup e, in particolare, le Olimpiadi porteranno al Paese a lungo termine. Secondo Bach, la partecipazione dei cittadini e il loro coinvolgimento nella preparazione e nello svolgimento dei giochi è da considerarsi una delle maggiori componenti che determineranno il successo delle Olimpiadi.

Un ulteriore fattore che non dev’essere sottovalutato nel discutere i problemi che il Brasile sta affrontando nel pianificare la più famosa manifestazione sportiva del mondo è l’inquinamento delle acque. La baia di Guanabara, dove si svolgeranno le regate olimpiche, è ancora colma di rifiuti, come testimoniato da molte immagini circolanti sui social networks, nonostante il comitato olimpico brasiliano avesse assicurato da tempo che provvedimenti drastici sarebbero stati adottati per ridurre, quasi al punto di eliminare, l’inquinamento nella baia. Se il Brasile dovesse fallire nell’organizzazione delle prossime Olimpiadi non si tratterebbe solamente di una perdita in termini economici, bensì di una sconfitta per l’intero Sud America, essendo il Brasile il primo Paese dell’America Latina a ospitare i giochi. Inoltre, ragionando su un piano prettamente materialista, il turismo, primaria risorsa per l’economia del Brasile, potrebbe risentire di un tale insuccesso.

Mentre esiste la possibilità che il governo sia in grado di coinvolgere maggiormente la popolazione nella manifestazione, limitando le proteste, è assai meno probabile che, nell’arco di due anni, il problema dell’inquinamento possa essere risolto. Come reagirebbero i cittadini brasiliani e gli altri Paesi del Sud America se il Brasile non dovesse essere pronto ad affrontare i giochi alla perfezione? In attesa delle Olimpiadi, una preliminare risposta a questi quesiti potrà essere fornita dall’esito della Football World Cup, durante la quale le capacità organizzative del Paese saranno giudicate dal mondo intero. E le sorti dell’economia del Sud America saranno in gioco.

Russia e pensiero

Quando i miei stimati consoci mi hanno parlato dell’idea di dedicare un articolo al pensiero russo mi sono sentito un tantino fottuto. «Di cosa gli scrivo?» mi sono chiesto? Il pensiero russo non è filosofico. O almeno è quanto di più lontano possa esistere rispetto ad una certa visione della filosofia alla quale sono legato.

Come spesso mi capita – però – appena ho smesso di fare la testa di cazzo e ho connesso i neuroni due o tre ideuzze mi sono venute.

Delitto e castigo di Dostojevski è senza ombra di dubbio uno dei più importanti testi del nichilismo contemporaneo. Peccato sia un romanzo e peccato che il sottoscritto detesti ogni forma di confusione tra lettere e filosofia. Nondimeno il punto rimane. Possibile che la patria del già citato Dostojevski non abbia dato i natali ad almeno un dannato filosofo?! In effetti un tizio c’è: Vladimir Sergeevic Solov’ëv. Vi avverto, l’amico è bello strano, tanto strano che – mi sono detto – non posso non scriverci due righe su. Vediamo. Per Solov’ëv la società ideale è quella composta da uomini che vivono ad immagine e somiglianza di Gesù Cristo (!). Ora Cristo ha due nature: una umana e una divina. La natura divina è quella espressa nei suoi insegnamenti. Quella umana è quella sì legata alla vicenda della crocifissione, ma non solo. Non si offenda nessuno – non è mia intenzione – ma banalizzando un pochino dovremmo ammettere che Cristo era un tipo fico. Stando al Valngelo, come capo se la cavava non male e pare che gli riuscissero anche due o tre trucchetti a base di pane e pesci. Ora, secondo Solov’ëv, queste due nature avrebbero pervaso il mondo sotto forma di due principi. Alla natura divina sarebbe corrisposto il principio di Verità, a quella umana il principio di Autonomia.

Questi due principi sarebbero stati poi fatti propri da genti diverse, andando a forgiare culture diverse. In altri termini, secondo il Nostro la frattura tra Cristianesimo Occidentale e Ortodosso-orientale sarebbe derivata dal fatto che i primi avrebbero preferito il principio di Autonomia, i secondi quello di Verità.

Sempre proseguendo la ricostruzione di Solov’ëv, questo spiegherebbe perché l’uomo occidentale abbia sempre avuto un atteggiamento forte, energico, sicuro delle proprie prerogative e non eccessivamente preoccupato della spiritualità. Diverso è invece l’uomo orientale (slavo): cerimonioso, lento e a tratti misticheggiante.

I due principi, tuttavia, non sono destinati a rimanere eternamente distinti. L’occidente, senza Verità, diventa materialista, caotico. Troppa Autonomia si traduce in Anarchia. Solov’ëv cita a questo proposito Marx e Nietzsche: senza Verità l’occidente diventa ateo, e per il nostro non è una cosa carina. Dall’altra parte, l’Oriente rischia di schiattare di cerimoniosità e di messe che durano ore (chi ha avuto occasione di assistere ad un rito ortodosso lo sa bene: un paio d’ore di liturgia sono lo standard).

Con queste premesse c’è poco da fare, i due principi si devono riunire, le due Chiese devono tornare ad essere una cosa sola, realizzando così quella società perfetta, forgiata ad immagine e somiglianza di Cristo, con la quale avevamo iniziato la nostra chiacchierata.

Che ne penso di tutto questo? Il contenuto filosofico, in sé, non mi fa impazzire. Quello “teologico” ancor meno. Se però lasciamo da parte questi due e ci soffermiamo sulla descrizione del mindset slavo, la cosa diventa interessante. La Russia, con tutte le sue contraddizioni, ha sempre espresso un certo misticismo che nemmeno l’osservanza materialista rigidamente imposta dall’epopea sovietica è riuscita del tutto ad obliterare.

Il culto rimane una categoria profondamente radicata nel pensiero russo, sia esso culto religioso, culto della Rivoluzione, culto di Lenin, culto del compagno Stalin, culto della famiglia (uso del patronimico!), culto dell’onor di patria, culto del presidente Putin e bla, bla, bla. Nel bene o nel male, cosa sono queste olimpiadi da 50 miliardi di dollari se non una colossale liturgia? Un’immensa celebrazione della forza di un paese che ha tutta intenzione di recuperare un ruolo di primo piano sullo scenario internazionale?

1917

1917

A Zurigo si svolge la prima mostra dada (Galerie Corray, gennaio-febbraio);

in marzo, con una collettiva del gruppo Sturm si apre la Galleria Dada.

A causa della guerra, il fulcro dell’attività artistica europea si sposta a New York dove arrivano, tra gli altri, Marcel Duchamp e Francis Picabia.

Duchamp pubblica due periodici dada: The Blind Man (2 fascicoli: aprile e maggio) e Rongwrong (luglio).

La Rivoluzione d’Ottobre segna l’inizio di un grande sviluppo dell’avanguardia storica russa con la fondazione, ad esempio, del movimento Proletkult – del quale sarà membro, dal 1922 al 1925, anche Romanovič – e la nascita del gruppo Arte Organica.

Anatoly Lunacharsky – Commissario del popolo alla cultura, all’educazione e all’illuminazione – nomina molti artisti dell’avanguardia sovietica a posti amministrativi e pedagogici.

A Tiflis, in novembre Kručenych e Iliazd (Ilya Znanevič) intraprendono una serie di recite delle loro poesie in Zaum.

In dicembre il duo è raggiunto dal pittore Kirill Znanevič (fratello di Ilyazd) e da Igor Gerasimovič Terentev per formare il Gruppo 41° (forse perché un grado più forte della vodka).

Tatlin, Rodčenko e Jakùlov affrescano il ‘Caffè pittoresco’ di Mosca.

Majakovskij scrive Ode alla rivoluzione.

Anton Pevsner inizia ad insegnare a Mosca.

Sarà stato lo Zeitgeist che inebriava le menti splendide di quei giovani coraggiosi.

Saranno state le ideologie così ripide e folli che li animavano.

Sarà stata la scossa prodotta da una cultura per la prima volta partecipata.

Ancora non siamo certi di come una strepitosa generazione di artisti sia sorta in Europa tra i due conflitti mondiali, in contemporanea all’avvento dei totalitarismi più cruenti della nostra Storia Contemporanea.

Non sono un detrattore dell’oggi. Sono convinto che anche le generazioni più vicine a chi scrive stiano elaborando qualcosa di considerevole. Ma di certo, oggi più che mai, abbiamo un nemico in più da combattere: la specializzazione. Uno dei mali più insidiosi che serpeggiano nella cultura occidentale.

Questo non accadeva nel 1917 a Mosca. Precisamente su Kuzneckij Most.

Si stava pensando a qualcosa di troppo grande per perdere tempo, si stava compiendo la Rivoluzione. E come ogni disegno politico-culturale che si rispetti, vi era bisogno di un punto di ritrovo da dove farlo partire. Un luogo dove poter condividere le proprie visioni, le proprie tensioni. Dove poter far circolare in modo virale le proprie intuizioni. Oggi forse diremmo – ahimè – di una chat, di un pagina fb, di un blog! Ieri si sarebbe detto di un caffè.

Eccoci quindi alla nostra storia. Kuzneckij Most, una delle zone più vivaci di una Mosca in agitazione. Le rivolte, come già accaduto in passato, erano iniziate a San Pietro[burgo]. Ma inevitabilmente la miccia per poter dilagare ha bisogno di attecchire nella “Terza Roma”, in quella città forse meno elegante e raffinata, meno europea, spartana per vocazione, l’unica a poter tenere l’intera Russia sotto il proprio controllo.

In un piano terra ammezzato semi-ipogeo, metà bunker metà deposito, si decide di aprire un punto di ritrovo per la nuova generazione rivoluzionaria. Berlino aveva il Café des Westens, Londra il suo Café Royal, Mosca stava per inaugurare il Café Pittoresque.

 

Foto di una parete interna del Café Pittoresque

Tre i principali artefici di questo progetto: Jakulov Georgij Bogdanovič, Vladimir Evgrafovič Tatlin e Aleksandr Michajlovič Rodčenko. Per chi conosce l’arte d’avanguardia russa capirà immediatamente l’importanza di questo lavoro. Altrimenti potreste paragonarli senza indugio a Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Fortunato Depero, per comprendere la qualità espressa da questo emergente gruppo di artisti, sia come ricerca sia come esiti progettuali.

Sappiamo che Jakulov è l’ideatore dell’intervento, Tatlin lo coadiuverà come sempre (sono decisive le influenze del primo sul secondo anche nel Monumento alla Terza Internazionale Socialista, passato alla storia come il capolavoro del Costruttivismo Sovietico), mentre Rodčenko studierà l’illuminazione nei minimi dettagli. Tra gli altri collaboratori si annovera anche Nadezhda Udaltsova.

Disegno di una lampada per il Café Pittoresque, Rodčenko, 1917

Non basterà osservare, grazie alle poche foto rimaste a disposizione, la serie di costruzioni in legno, metallo e cartone alle pareti, progettate con lo scopo di interrompere la regolarità geometrica della sala, per cogliere l’aspetto più importante di questo caffè moscovita, ovvero la vita al suo interno. Anarchici misti a borghesi incuriositi, intellettuali misti ad operai, bolscevichi esaltati al fianco di militari in congedo. Questo straordinario spaccato sociale gremiva la sala tutt’attorno al palco a forma di tamburo. Mai forma e funzione corrisposero in modo così calzante. Esattamente come tamburi, al comando di una marcia esaltante, spietata nell’incedere, dal palco pensatori come Majakovskij lanciavano i loro versi:



Foto del palco del Café Pittoresque

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
[La nostra marcia]

Jacopo Costanzo – PoliSOCHI (PoliLinea)

Surfin’ USSR

Nel 1968 Paul McCartney apriva il celebre omonimo album bianco dei Beatles con “Back in the USSR”, una parodia surf che invece di avere come luogo del desiderio una spiaggia californiana, poneva al centro del pezzo le ragazze sovietiche. Paul riuscì solo nel 2003 a suonare quel pezzo dal vivo nella piazza rossa di Mosca, accolto dal tripudio di sessantamila spettatori.

Ma che cosa è stato veramente il rock n’ roll dall’altra parte del muro? Come si può facilmente intuire (e come ci suggerisce in parte il celeberrimo film “Goodbye Lenin”), il rapporto fra giovani alla ricerca spasmodica e curiosa della cultura pop occidentale e i vari governi del blocco sovietico non era esattamente idilliaco, soprattutto a causa della della regressione oscurantista che il super-stato controllato dal Cremlino avrà dagli anni 60’ in poi.

Il russkij rok, underground non per scelta ma per sopravvivenza, iniziò a diffondersi in modo meno sporadico negli anni ’70, durante la presidenza di Brezhnev. In ambienti universitari iniziarono a organizzarsi concerti che ovviamente venivano pubblicizzati a voce, per i quali non venivano indicati orari, consegnati biglietti. Tutto insomma avveniva nella più completa clandestinità, visto che era vietato lo svolgimento di attività di business privato, l’esecuzione di canzoni non sottoposte a censura, nonché i raduni non riconosciuti di persone e il consumo di alcol in luoghi pubblici. Nel 1969 uscì una rivista giovanile clandestina – una delle tante – che spiegava dettagliatamente come ottenere i componenti elettronici per convertire la propria chitarra acustica in un’elettrica – principalmente devastando una cabina telefonica.
I Beatles, si sa, erano più famosi di Gesù, e per quanto potesse essere oscurantista il governo dell’URRS, i giovani cominciarono ad avere un culto sotterraneo per i FabFour, tanto che iniziarono a farsi cucire le giacche alla bene e meglio per farle somigliare a quelle del quartetto di Liverpool (questo particolare modello venne chiamato ‘Bitlovka’).

La situazione cambiò con la Perestrojka, fino a che la musica non diventò un business esattamente come in Occidente. Il grande evento che segnò la fine dei conflitti ‘musicali’ fra il blocco occidentale e quello sovietico ebbe luogo nel 1989, con il Moscow Music Peace Fest, festival teoricamente volto a promuovere la pace e a combattere l’abuso di alcol e droghe. Si pensò bene, quindi, di chiamare Motley Crue, Bon Jovi, Cinderella, Ozzy Osbourne,Skid Row e altri musicisti noti per la loro sobrietà. La classica contraddizione in perfetto stile show-biz occidentale. In questi vent’anni la Russia è cambiata molto, ma l’impressione è che, capitalismo sfrenato a parte, non ci siano le condizioni per parlare di libertà d’espressione.

Luigi Costanzo – PoliRitmi

the big one


the olympic stadium

 http://youtu.be/aWjalFoDfVo

 Roberto Crea

Olimpiadi con stile, ecco chi veste gli atleti di Sochi 2014

Olimpo dello Sport e vetrina internazionale. Che si porti a casa la medaglia o no, per gli atleti Sochi 2014 è l’occasione per farsi notare. Anche quest’anno i grandi stilisti e designer si sono messi al servizio delle nazionali per creare divise uniche, spettacolari ma soprattutto patriottiche. Ecco cosa ne è venuto fuori: Italiani con stile. Alle Olimpiadi invernali di Sochi 2014 la nostra squadra vestirà Armani. Dopo Londra 2012 prosegue la collaborazione tra re Giorgio e il CONI. In qualità di official outfitter, lo stilista fornirà l’intero guardaroba sportivo e formale alla squadra Olimpica e alla squadra Paralimpica dell’Italia sia in Russia che a Rio nel 2016.

Il marchio EA7 comparirà su tutti gli abiti e gli accessori che saranno indossati dagli atleti in ogni momento della giornata, escluse le competizioni, e per tutta la durata delle manifestazioni.

Taglio ergonomico, cuciture termosaldate e tute da sci con cappucci decorati con i colori della bandiera italiana. Total blu e dettagli tricolore anche per cappellini, sciarpe, guanti, occhiali e zainetti. All’interno delle giacche e delle felpe, sul lato del cuore, è riportata in oro e in corsivo, la prima strofa dell’inno di Mameli. Questa volta non ci saranno giustificazioni per chi non canta.

La Francia punta su Lacoste, che ha sostituito Adidas come sponsor ufficiale. Gli otto capi che compongono la collezione sono stati presentati con una sontuosa conferenza stampa: “Con Lacoste la squadra condivide i valori di tenacia, joie de vivre e sportività” hanno dichiarato da Parigi. Che si tratti di alta moda o di tute da sci, per i francesi non fa differenza: lo stile prima di tutto. Ogni atleta dispone di una divisa da cerimonia, una divisa ufficiale e due divise per il villaggio olimpico. Speriamo che gli abbiano fornito anche un set di bauli di Vuitton. Piccola curiosità: il marchio del coccodrillo vestì gli sciatori francesi anche ai Giochi Olimpici invernali di Grenoble nel 1968.

Gli Stati Uniti scelgono ancora Ralph Lauren e puntano tutto sul patriottismo. Ogni singolo capo è interamente made in USA: la lana viene dall’Oregon, i filati da Pennsylvania e North Carolina e le magliette dalla California. Ralph Lauren ha realizzato anche un sito web dedicato alla collezione disegnata per la squadra olimpica. Andateci a fare un giro, vi sembrerà di essere entrati nello shop online di Abercrombie. A far discutere è il golf creato per la cerimonia di inaugurazione di Sochi: pieno stile Bridget Jones a Natale, con la differenza che le renne sono state sostituite da ogni possibile simbolo a stelle e strisce. Molti americani non I’hanno presa bene.

Questo tweet è stato uno dei più gentili:

“Chi ha il golf più brutto alla cerimonia di inaugurazione vince qualcosa?”.

Somewhere over the rainbow. C’è chi sostiene che l’uniforme della Germania a Sochi sia una risposta alle leggi anti-gay in Russia. Vero o no, fatto sta che il team tedesco ha indossato una divisa arcobaleno durante la sfilata di inizio dei Giochi. Tutti gli atleti hanno in dotazione giacconi lunghi con tre strisce di colore sfumate, il giallo, il verde e il blu: il rosso compare nei pantaloni delle donne. La Federazione olimpica tedesca ha già smentito che tra i colori scelti e le leggi di Putin ci sia un collegamento. Anzi si tratterebbe solo di un omaggio a Monaco 1972 (la mascotte Waldi era “multicolore”). Anche il designer Willy Bogner difende le sue creazioni: “Nessuna polemica politica, le divise sono state create usando materiali e colori specialmente pensati per le condizioni di Sochi”.

Infine la Svezia che non avendo trovato niente da Ikea, per i suoi atleti sceglie H&M. Prima la sfilata a Parigi, ora l’accordo per vestire la nazionale sia a Sochi che a Rio, la medaglia d’oro per la scalata spetta di sicuro a H&M.

 

Eisenstein e la scuola del montaggio

Negli anni intercorsi tra la rivoluzione e la definitiva cattura del potere da parte di Stalin, in Russia ci fu una notevole propulsione delle attività artistico-culturali, spesso con impronte avanguardistiche destinate a rimanere celebri e paradigmatiche. In questa rubrica parliamo di cinema e non c’è dubbio che in questo ambito la stagione post-rivoluzionaria sia stata fruttuosissima, sia per il dibattito teorico riguardo il mezzo, sia per gli esiti a cui esso ha portato quando si è trattato effettivamente di impressionare della pellicola, e il fatto che teorici e registi fossero fondamentalmente le stesse persone è stato uno dei principali fattori che ha portato ad una produzione così idiosincratica e peculiare, con così pochi analoghi nella storia della settima arte. La parola chiave attorno a cui ruotò molto del dibattito in quegli anni è ovviamente “montaggio”, inteso non solo come il procedimento artigianale di taglio e cucito di brandelli di pellicola, o l’ordinamento logico/cronologico degli eventi narrati nel film, ma piuttosto come lo strumento fondamentale a disposizione del cineasta nel forgiare la sua opera, la più nucleare strategia di significazione del cinema come mezzo di comunicazione.

La concezione che di questo procedimento si è avuta da parte di diversi protagonisti dell’epoca fu estremamente eterogenea. Se Pudovkin per esempio enfatizzava la dimensione ingegneristica del montaggio, necessaria affinchè il tutto risultasse più della somma delle sue parti, Vertov, che aveva un background musicale, si concentrava sulle possibilità ritmiche del procedimento, mentre Eisenstein aveva probabilmente la visione più onnicomprensiva e ambiziosa, delineando il montaggio non come una peculiarità del mezzo cinematografico, ma come una caratteristica di ogni forma d’arte che nel cinema trovava la sua massima espressione.

L’assunto di fondo di queste che furono poi raggruppate come “teorie del montaggio”, è che la giustapposizione di immagini diverse alteri decisivamente la comprensione che lo spettatore avrebbe delle singole inquadrature. La cosa potrebbe sembrare un’ovvietà, ma è concentrandosi sulle possibilità espressive, sulle diramazioni possibili nell’utilizzo di questo che ormai ci sembra un meccanismo intrinseco e fondativo del cinema, che Eisenstein e soci sono arrivati ad elaborare degli stili di regia le cui tracce sono ben difficilmente riscontrabili nel cinema successivo.

Per fare un esempio, fu in Russia che venne redatto il manifesto dell’asincronismo, un appello nato all’indomani dello sviluppo delle prime tecnologie per il cinema sonoro, affinchè la nuova possibilità non fosse sfruttata, o almeno non immediatamente, in senso strettamente naturalistico semplicemente per migliorare la capacità del mezzo di riprodurre la realtà. Eisenstein, tra i firmatari del manifesto, auspicava un utilizzo contrappuntistico della colonna sonora, che non servisse semplicemente ad arricchire o commentare le immagini, ma che con esse fosse in grado di creare delle dinamiche di significazione sulla base dei contrasti oltre che delle assonanze. Lo stesso principio era rispettato dal grande maestro nelle sue produzioni mute. Siamo abituati a pensare al montaggio come ad una maniera di giuntare immagini che abbiano comunque un’immediata vicinanza tra loro in senso spaziale o cronologico, e quando questa continuità viene interrotta siamo altrettanto abituati al fatto che lo iato sia segnalato tramite una delle molte convenzioni che sono state escogitate allo scopo. Eisenstein e i suoi colleghi rifiutavano questo paradigma e pensavano al montaggio nei termini del surplus di significato che l’associazione di due immagini può creare rispetto alla presentazione di una singola inquadratura. Rientravano in ciò considerazioni ritmiche, pittoriche e linguistiche che portarono a tentativi curiosi come quello di rappresentare l’eco delle cannonate nel Palazzo d’Inverno tramite inquadrature dei suoi corridoi deserti, a exploit retorici come l’intervallare immagini di mucche al macello a quelle delle cariche della polizia zarista sui manifestanti, ma anche a sequenze di più tradizionale pathos drammatico come la celebre mattanza sulla scalinata di Odessa.

L’imposizione del realismo socialista come estetica di regime, e l’ostilità anche personale all’operato di molti dei più audaci sperimentatori da parte di Stalin portarono alla rapida archiviazione di molte delle esperienze più interessanti, soffocate letteralmente nel sangue con le purghe degli anni ’30. Seppure alcuni dei loro maggiori proponenti continuarono a lavorare, le teorie del montaggio non sopravvissero al giro di vite di cui sopra, e rimangono per certi versi un’esperienza unica e irripetibile, una specie di crisalide mai del tutto mutata. I lavori dei registi di quegli anni sono dunque visioni molto poco familiari per lo spettatore moderno, ma sono in grado di esercitare un fascino come quello di una specie estinta o di una civiltà inghiottita dalla storia, e sono per questo un’esperienza indispensabile per chiunque voglia esplorare le zone di confine del continente cinema.

Dalla vetta del Caucaso alla vetta del mondo: la Russia di Putin in un evento sportivo

Le Olimpiadi di Sochi si presentano senza dubbio come l’evento sportivo più significativo del neonato millennio, ben più della prima Olimpiade cinese e dei primi mondiali di calcio organizzati in Africa. Per capire come mai un evento di secondo livello abbia acquistato questo peso a livello mediatico e geopolitico dobbiamo prima però fare due esercizi preliminari. Prima di tutto, dimenticare la realtà che per ignoranza e convenienza ci viene presentata dai media e dai politici, la Russia come potenza imperialista e Putin come feroce dittatore. Dopo questo arduo primo passo, non rimane che una sola cosa da fare: continuare a leggere l’articolo. Il 2013 è stato l’anno del ritorno in grande stile della Russia sulla scena mondiale, dove era relegata ad un ruolo di secondo piano dalla caduta dell’Unione Sovietica. Per capire appieno la natura e le ragioni di questo ritorno dobbiamo ripartire da quel momento.

Gli anni ’90 sono stati infatti non solo teatro della scomparsa del gigante eurasiatico dai radar della politica internazionale, ma di un vero e proprio trauma nazionale ancora impresso nella mente del popolo russo. Il crollo del regime socialista lo privò dell’ideologia e del prestigio internazionale, oltre ad aprire una fase di liberalizzazione selvaggia segnata da costante recessione, mancanza di tutele sociali, guerre e caos provocato dall’ascesa dei ricchi oligarchi e delle nuove mafie. Nel 1999 però venne eletto Presidente l’uomo designato da Boris Eltsin suo successore, un giovane ex agente del KGB in cui pochi avrebbero scommesso, ma che presto si sarebbe rivelato come l’uomo in grado di segnare in modo indelebile la vita politica ed economica del suo paese: Vladimir Vladimirovic Putin. Sotto la sua guida, l’ordine interno è stato ristabilito sedando nel sangue il tentativo di secessione cecena in Caucaso e mettendo i prepotenti oligarchi davanti ad un aut-aut: o arricchirsi in patria senza interferire col potere politico, o emigrare all’estero, per esempio a Londra, ribattezzata Londongrad o Mosca sul Tamigi, in quanto destinazione favorita degli esiliati. La popolarità di Putin, puntellata con la rinascita dell’orgoglio nazionale russo, l’alleanza con la Chiesa ortodossa e la diffusione dell’immagine virile e sportiva del Presidente (judoka, cacciatore e finanche esploratore sottomarino delle profondità del lago Bajkal), è stata favorita soprattutto dalla crescita economica dell’ultimo decennio, sostenuta dalle esportazioni di gas e petrolio, la quale ha fatto finalmente arrivare un’ondata di benessere a buona parte della popolazione. L’assenza di ricambio al vertice, favorita dall’assenza di una vera opposizione e dalla fedeltà di Medvedev, presidente per qualche anno per esigenze di Costituzione, ha permesso a Mosca di sviluppare una politica estera coerente e finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo storico russo: difendere la propria autonomia e raggiungere il ruolo di grande potenza.

La nuova politica estera russa non poteva che partire dalla riappropriazione dello spazio geopolitico delle ex repubbliche sovietiche, la cui scissione aveva rotto legami storici a livello economico, produttivo e spesso familiare, con una importante quota di minoranze russe presenti in ogni nuovo stato. Lontano dal voler limitare la sovranità degli stati satellite con la forza militare tanto cara a Leonid Breznev, Putin si è servito per la riconquista dello spazio sovietico di mezzi più conformi all’epoca in cui viviamo. La sua politica estera ha potuto così trasformare il peso energetico ed economico della Russia in una efficace arma politica, in grado da un lato di attirare storici alleati come la Bielorussia ed il Kazakhstan in una unione doganale, dall’altro di mantenere docili un vicino indeciso come l’Ucraina, riavvicinato a dicembre grazie ad agevolazioni energetiche, e persino gli stati europei in larga parte dipendenti dalle esportazioni russe di gas. E nonostante la defezione dei paesi baltici, della Georgia e della Moldavia, persi sulla via di Bruxelles, il presidente russo non si è perso d’animo ed ha aperto la sua terza presidenza con l’annuncio di una unione eurasiatica per favorire gli scambi commerciali e rafforzare i legami politici nell’area ex-sovietica. Con questa mossa Mosca vuole difendersi su due fronti. Ad occidente, dove i progetti di espansione dell’Unione Europea verso l’Europa orientale stanno gettando i rapporti russo-europei nel gelo più totale e l’Ucraina nel caos politico. Ad oriente, dove l’ascesa della Cina a primo partner commerciale dei paesi centrasiatici non è passata inosservata. La prevalenza dell’approccio commerciale e pragmatico, con momentaneo ritorno ai mezzi bellici ove necessario (come contro la Georgia durante le Olimpiadi pechinesi nel 2008), ha favorito anche l’ingresso atteso 19 anni della Russia nel WTO, dove in poco più di un anno e mezzo non sono mancati contrasti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ma il grande successo russo non ha avuto luogo tanto sulle dinamiche regionali, quanto proprio nei rapporti con l’avversario storico, gli Stati Uniti,. Al culmine della tensione internazionale sulla crisi siriana, con i marines pronti ad attaccare Damasco per colpa di una dichiarazione maldestra di Obama sulle armi chimiche e dell’abitudine americana ormai patologica ad assumere al ruolo di gendarme globale, è stato proprio l’intervento di Putin ad evitare un altro bagno di sangue mediorientale. Il Presidente russo, fino ad allora fornitore principale di armi e copertura diplomatica al regime siriano, ha messo i panni del mediatore di pace tra il governo siriano e la comunità internazionale, inviando persino un articolo al New York Times in cui umiliava l’odiato Occidente, dando agli americani una lezione di diritto internazionale e di moderazione. Se in patria l’accordo sponsorizzato dalla Russia veniva accolto con toni lievemente sopra le righe (nel tripudio generale spiccava la proposta del premio Nobel per la pace per Putin), la sconfitta politica e il ridimensionamento del ruolo mondiale degli Stati Uniti risultava comunque innegabile, così come il ritorno della Russia al rango di potenza diplomatica dalla proiezione globale.

In questo contesto incandescente le Olimpiadi di Sochi che si apriranno venerdì si trovano al centro di controversie e contrasti sempre più accesi, in cui le probabili manifestazioni contro la discriminazione legislativa e le violenze omofobe in Russia, sostenute dal boicottaggio di Obama e Hollande, si presentano come un fattore di interesse minore. Questi giochi hanno infatti un valore strategico per la Russia, e devono realizzare tre obiettivi distinti: cementare il consenso interno al governo, trasformare un’area periferica ed economicamente marginale in un resort turistico di lusso, e soprattutto migliorare l’immagine internazionale del paese. Il bisogno russo di investitori stranieri ha persino spinto Putin al coup-de-theatre della scarcerazione dell’oligarca ribelle Chodorovskij a pochi mesi dalle Olimpiadi. Come se non bastasse, la scelta della location per le Olimpiadi ha poi un valore tutto particolare. Come ha affermato l’intellettuale Eduard Limonov qualche giorno fa, “ospitare le Olimpiadi in una zona subtropicale a pochi chilometri dalla Cecenia è la più alta dimostrazione d’insolenza e autorità, una sfida all’opinione pubblica”. Putinha intenzione infatti di riaffermare la sovranità russa sul Caucaso, ben cosciente della valore dell’area di Sochi come simbolo storico della resistenza musulmana all’occupazione russa. Gli attacchi agli impianti olimpici e i due attentati di Volgograd di matrice jihadista hanno alzato la tensione per un possibile attacco terroristico, spingendo il governo ad emanare misure speciali: non solo sono stati controllati i documenti di tutte le persone nella regione di Sochi, ma è previsto anche l’utilizzo massiccio di tecnologie tali per cui, come affermano alcuni giornalisti russi e la stessa amministrazione americana, tutte le comunicazioni via telefono e internet saranno controllate durante lo svolgimento dei Giochi.

Ma a parte le tensioni diplomatiche e sulla sicurezza, le Olimpiadi di Sochi si annunciano un evento senza precedenti dal punto di vista logistico. La bizzarra idea di organizzare dei giochi invernali in riva al mare (Sochi è a tutti gli effetti una località balneare e le strutture principali sono costruite a ridosso della costa) sarà resa possibile dalla produzione in loco di neve artificiale a ritmi forzati e da altre tecnologie costose e all’avanguardia. Le spese statali per l’organizzazione dell’evento sono infatti state criticate dal blogger anti-corruzione Aleksej Navalnij, che sul suo sito ha denunciato i costi esorbitanti delle infrastrutture, il debito delle banche che ricadrà sui contribuenti russi e le vergognose agevolazioni alle aziende appaltatrici, condite con il consueto traffico di corruzione.

Ma Putin non dà troppo seguito delle accuse, così come non si cura troppo dei problemi interni e dei fondi ingenti di cui avrebbero bisogno la sanità, il welfare e il sistema educativo russo. In questo momento l’amministrazione è concentrata affinché le Olimpiadi siano la degna apertura del “Decennio d’Oro dello Sport russo”, che vedrà il colosso eurasiatico ospitare le Universiadi, le gare di Formula Uno e la Coppa del Mondo di calcio del 2018, al fine di sancire anche a livello mediatico il riconoscimento della Russia come superpotenza geopolitica ed economica. Cosa deve aspettarsi il paese da domani? Medaglie d’oro, sorrisi e successi internazionali. Finché durano gas e petrolio, of course.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Russia, che combini? Un arcobaleno di regole

Inizia PoliSochi, un’indagine a 360 gradi sulla grande protagonista delle prossime settimane, la Russia. Oggi un’introduzione sull’attualità, da un punto di vista il più filosofico possibile (anche se si parla pur sempre di concreta attualità.. I retroscena politici nella rubrica PoliLinea, e tutta la settimana dedicata alla comprensione di questo enigmatico Leviatano, la cui ombra sembra nascondere ogni giorno di più il suo passato glorioso. L’incostanza ideologica di un paese in crescente potere, paese oggi al centro non solo di fragili dinamiche politiche ma soprattutto incastrato – insieme agli altri paesi del BRICS – in un processo di crescita difficile e frastagliato. Forse il paese emergente oggi più osservato e criticato, personificato nell’immagine glaciale di Vladimir Putin, maschera non solo degli interessi della sua politica ma anche dei disinteressi e delle ideologie di un intero paese, del popolo, ma soprattutto della massa. Uno, nessuno, centomila,

Ciò che spaventa è come l’inversione ideologica di un presidente possa influenzare i valori di un intero paese. La massa, quella massa “aggregata” analizzata da Sigmund Freud ne la psicologia delle masse torna ad essere protagonista in un’analisi geopolitica sull’oggi russo a ridosso delle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014, come vittima di un’ imprinting mediatico acutamente progettato su misura per questo momento di visibilità internazionale.

In cui convivono situazioni di tensione di ordine diverso, legate da un lato al rischio terroristico, causa la vicinanza dei Giochi alla Cecenia, dall’altro al delirante clima di xenofobia che ha turbato la vigilia del grande evento.

Turbolenze. Regole. Oggi torniamo a parlare di xenofobia.

Tra amarezza e ironia si apriranno le Olimpiadi Invernali il prossimo 7 Febbraio, cercando di evitare boicottaggi ed interferenze terroristiche in seguito all’approvazione da parte di Putin della legge anti-gay lo scorso 25 Gennaio; a Sochi saranno punite forme di protesta contro la legge anti-gay, saranno punite espressioni omosessuali durante le manifestazioni olimpiche.

Proteste pacifiche da Amnesty International e dagli stessi atleti, come quella su Twitter dello snowboarder canadese Sebastien Toutant, che ironizza sulle regole che dovranno essere rispettate nei bagni di Sochi (vedi immagine).

Per fortuna il contesto delle Olimpiadi invernali appare come un giardino di differenze, in cui protagonisti sono paradossalmente coloro che provengono dal Sud del Mondo, dal Marocco, al Senegal, al Kenya -in tutto dieci paesi africani-, dal Brasile fino al sud-est asiatico, guidati solamente dalla passione per qualcosa che hanno difficilmente materializzato sudando sotto il sole del Sud.

Questo contrasto tra la solarità dei paesi ospiti e la fredda organizzazione del paese delle notti bianche salva l’atmosfera dei Giochi e allo stesso tempo incoraggia nuove forme di protesta. Boicottare i Giochi? No, boicottare il marcio del potere che viene a galla attraverso i Giochi.

Infatti Thomas Bach, presidente del Cio, si schiera contro ogni boicottaggio, rivolgendosi così anche a quegli Stati occidentali che si sono espressi contro le violazioni da parte di Putin ai diritti umanitari: “il boicottaggio va contro lo spirito dello sport e lo priva degli strumenti per continuare a lavorare per la pace, la comprensione reciproca e la solidarietà. Lo sport deve avere un’autonomia responsabile e la politica deve rispettare l’indipendenza dello sport. Ma lo sport non opera in un ambiente privo di leggi e questo significa che noi rispettiamo le leggi nazionali che non riguardano direttamente lo sport e le sue organizzazioni”.

Ibridi di quest’esperienza sono le iniziative anti-xenofobia “pacifiche”:

Ribaltamento del ribaltamento dello stato delle cose in Russia: infatti, prima che la legge anti-gay entrasse in vigore sembrava che la situazione russa nei confronti delle comunità minoritarie si fosse ammorbidita: oggi essere xenofobi in Russia è stato definito addirittura “trendy”.

Ivan Okhlobystin, eccentrico personaggio pubblico protagonista della versione russa della sit-com Scrubs in questa atmosfera di “delirio” si è sentito in diritto di dichiarare pubblicamente “farei bruciare vivi tutti i gay.. sono un pericolo vivente per i miei bambini”. Padre di sei figli, così si è giustificato, reindirizzando la minaccia esclusivamente agli abusi della pedofilia.  Come si è potuti arrivare ad una dichiarazione del genere?A pochi mesi dalla legge anti-gay approvata dal presidente Putin lo scorso 25 Gennaio il pubblico dei Giochi si ribella contro il marcio del paese. Mentre le variazioni della personalità del presidente influenzano l’immagine di tutto il paese, il cui popolo, prima vittima del non-sapere, si schiera in costante rivolta contro l’eccesso di potere.

Sul presidente ironizza anche Edward Limonov, politico e scrittore russo, per il quale avrebbe perso anche quel suo interesse ludico “da playboy”, o “da ufficiale del Kgb” (intervista sul Fatto Quotidiano del 29/1) che lo ha spinse ad investire cifre esorbitanti (circa 36 miliardi di euro) durante i suoi anni di fuoco (vedi festini con Berlusconi) per la realizzazione dei Giochi di Sochi, per poi oggi disinteressarsene, abbassando il tono.

L’immagine di Putin sfumata e sfuggente non è ben chiara neanche all’identità stessa del popolo russo: troppi interessi o troppo disinteresse?

Un’immagine del potere troppo forte, che porta a confondere la critica internazionale: l’opinione pubblica barcolla, gli intellettuali si indignano, le organizzazioni umanitarie si rimboccano le maniche.

Dietro a Putin forse una specie di nuovo Leviatano? Un Leviatano indefinito, contemporaneo, pieno di interessi ma allo stesso tempo apparentemente disinteressato, sfrenato ma capace di ripristinare l’immagine della propria serietà.

La capacità di controllo è oggi all’ennesima potenza; evoluzione ampliata degli orizzonti delle teorie di Foucault, secondo il quale l’azione del potere agirebbe localmente in determinati luoghi di controllo -i “luoghi del potere”-, mantenendosi vivo attraverso la forza del sapere.

Oggi è la forza dell’immagine che mantiene vivo il potere, non più il sapere, in una ragnatela di relazioni dislocate che si moltiplicano e mantengono la distanza tra il baricentro e il popolo.

Che succederà?