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La sovrana politica di Londra in antitesi all’Unione Europea

Londra improvvisamente con una scelta tanto importante ideologicamente quanto economicamente cambia il corso della storia economica europea. Non è un esagerazione, poiché è in atto uno studio nel quale si progetta la creazione di una nuova banca d’investimento pubblica spostando (finalmente) l’asse da quella mania tutta continentale che risiede nella perdita di sovranità monetaria e statuale.

Innanzitutto, per capire lo studio messo in atto dal governo conservatore guidato da David Cameron bisogna partire dal presupposto che Londra non ha svenduto a favore della moneta unica la propria sovranità monetaria, anche se nella prima parte dello scorso decennio molti analisti del resto d’Europa pensavano che la Sterlina potesse essere accantonata. Lo studio sopracitato si concentra sulla costituzione di una Banca d’investimento pubblica che possa essere un valido istituto di credito capace di rendere nuovamente competitiva l’industria Inglese. Tale Banca non dovrebbe essere solo ed esclusivamente un istituto di credito, bensì un Ente capace, vista la sua natura pubblica, di condizionare le scelte della stessa industria cui si rivolge e le politiche da attuare nella costituzione di un nuovo modello di sviluppo “Made in Britain”. Con lo studio e l’analisi di una Banca d’investimento di fatto cambia anche il primo obiettivo della politica economica britannica, l’accento dall’onnipotente finanza si sposta alla “politica industriale”. “Politica industriale” accostamento e termine capace di far rabbrividire ogni politico italiano e gridare al complottiamo da parte degli analisti nostrani. Eppure, su ispirazione del Ministro del Business inglese il liberal-democratico Vince Cable, s’intende cercare di dare una nuova linfa vitale alla piccola e media industria britannica, in modo tale da attrarre investimenti stranieri che di solito si concentrano nella finanza industriale.

Riorganizzare la “politica industriale” per il governo conservatore–liberaldemocratico significa ripartire da massicci interventi ed erogazioni di credito a favore delle Piccole e Medie Industrie (PMI) condizionandone però la scelta dei prodotti e servizi finali d immettere nel mercato reale. Non deve apparire come un abbaglio la scelta del Ministro Vince Cable poiché i dati dello scorso semestre, che stanno seguendo il trend di quelli antecedenti, hanno messo in evidenza il crollo della concessione del credito in Gran Bretagna. Addirittura, dai dati sopracitati emerge che al 33% delle Piccole e Medie Imprese presenti sul suolo di Elisabetta II sono state negate la totalità delle forme di affidamento di credito mediante obbligazioni anche a breve termine.

Con la possibile costituzione di questo Ente pubblico il Ministero del Business vuole scardinare (mettendo di fatto al sicuro l’economia reale in caso di crolli) l’oligopolio bancario costituito da: Rbs, Lloyds, Hsbc e Barclays. Non che gli Inglesi improvvisamente si sentano italiani, quindi presi dalla mania che dare allo straniero sia meglio, ma la necessità di supplire alla crisi finanziaria da parte degli Istituti bancari inglesi ha creato un deficit di credito e quindi di sviluppo dell’Industria Inglese.

A preoccupare da sempre la politica economica internazionale rispetto la Gran Bretagna è l’assoluta predominanza di servizi nel terziario rispetto alla vera e propria produzione industriale. Da qui la risposta del Governo Inglese della costruzione di una Banca pubblica che possa vincolare la “politica industriale” verso determinati settori e prodotti, principalmente rivolti al futuro. Come riportato da Bloomberg il Governo britannico guidato da David Cameron immagina che questi settori strategici debbano essere : l’energia, la ricerca, l’educazione e le bioscienze.

A tal proposito rispetto all’industria aerospaziale ed automobilistica il Ministro liberaldemocratico Cable ha dichiarato – In entrambi questi settori le ragioni di un intervento e di forme di partnership sono evidenti: ci sono migliaia di miliardi di ordini per aerei civili nel prossimo ventennio. Per ottenerli ricerca e sviluppo sono essenziali. La produzione di autoveicoli è storia di grande successo con un significativo avanzo commerciale -. Con queste premesse l’Inghilterra cerca di cambiare il corso della storia economica, quantomeno degli ultimi decenni, riproponendo il pubblico in antitesi alle “unioni” finanziarie. Ristabilendo la forza di Istituzioni realmente riconosciute e non imposte e precostituite, ove come nell’Unione Europea nessuno sa chi elegge a commissari i burocrati di turno. In conclusione a risposta dei progressisti, liberalcapitalisti e democratici nostrani che nella mia strenua difesa storica e nostalgia per l’IRI (Ente che in Italia si occupava di Politica Industriale Pubblica) mi hanno criticato e bollato come retrograde riporto le parole de “Il Manifesto” dello scorso martedì.

“L’Italia è in una crisi gravissima: cresce la disoccupazione e la miseria, è in corso un processo de-industrializzazione: la Fiat è ridotta al lumicino e quanti sono i nomi di prestigiose industrie italiane che non ci sono più? Dalla recessione non si esce senza il prodotto industriale. Lo Stato, ancorché col debito, deve ritrovare un ruolo positivo. Ricordando una storica crisi del passato, quella iniziata nel ’29, mi torna alla mente il positivo esperimento dell’Iri (Istituto ricostruzione industriale). Oggi non saranno certo i mercati e la finanza (quella che fa denaro con il denaro) a salvare l’industria italiana (pensiamo ai lavoratori dell’Alcoa venuti dalla Sardegna a Roma e a quelli dell’Ilva di Taranto). Oggi forse, ma più che forse, sarebbe necessaria la ricostituzione dell’Iri.”