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Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Nicolas Maduro: nuove riforme economiche in Venezuela, in nome del Socialismo

Lunedì scorso, quasi il 70% del Venezuela è stato colpito da un blackout. Nonostante i blackout rappresentino un fenomeno abbastanza diffuso nella patria di Chávez, l’elettricità è solita mancare nelle zone rurali, non nella capitale. L’anomala ingenza del blackout ha portato il Presidente Maduro ad accusare l’opposizione di essere artefice di un sabotaggio mirato a creare scompiglio nel Paese in vista delle ormai prossime elezioni locali. In risposta, Capriles ha attribuito la colpa dell’accaduto allo scarso livello di mantenimento e prevenzione attuato dal governo.

Al momento, la veridicità delle dichiarazioni di Maduro è ancora da provare. Nel frattempo, il Presidente sembra essere sempre più impegnato a portare avanti il progetto socialista di Hugo Chávez, il caudillo compianto dai rivoluzionari.Durante il weekend, Nicolas Maduro ha rilasciato un’intervista televisiva per spiegare le nuove riforme economiche che avranno luogo in Venezuela e che mirano allo sviluppo di un modello economico produttivo.

Maduro ha indicato come primario obiettivo del suo governo quello di ridurre il valore del “black market dollar”, alla base di notevoli distorsioni dei prezzi. Il Presidente si è lamentato di chi vende dollari nel mercato nero per trarne profitto, o importa beni per poi rivenderli a un valore notevolmente più alto. Secondo Maduro, ad approfittare dei controlli valutari e a incrementare il mercato nero sarebbe la “borghesia parassitaria” del Venezuela. Il capo del governo ha asserito di aver già stabilito una commissione speciale che si occuperà di punire con la giustizia i colpevoli. Il Centro Nacional de Comercio Exterior, inoltre, è stato recentemente istituito per sorvegliare il sistema di controllo di valuta.Infine, il successore di Chávez ha giustificato l’inflazione annuale del 54% incolpando la “guerra economica” messa in atto dall’opposizione e dalle compagnie capitaliste. Nell’arco dell’intervista, Maduro ha ribadito il suo impegno ad affrontare la condizione economica di “oil-rentier” del Venezuela. A questo riguardo, il Presidente ha dichiarato che il socialismo dev’essere costruito sul vero lavoro, sulla concreta produzione, sulla creazione di nuove fonti di ricchezza. Il socialismo si basa su un’economia che è nutrita dalle sue stesse risorse. Ergo, nessun socialismo può nascere da un’economia capitalista e speculativa.

Politiche economiche troppo restrittive o giusta attuazione di un modello socialista?Questa domanda divide i venezuelani. Una delle principali ragioni per cui il popolo ha votato Maduro, è il forte legame che lo legava a Chávez, del quale era il delfino. I venezuelani speravano di mantenere una continuità politica; tuttavia, il lavoro del nuovo Presidente, eletto lo scorso aprile, non sembra rispecchiare le loro aspettative. In particolar modo, i venezuelani sono spaventati dall’elevato indice d’inflazione. L’esito delle nuove riforme economiche di Maduro sarà in grado di dare al popolo più risposte. E, forse, l’entusiasmo (perduto?) nel progetto socialista.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli