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La fine della Παρρησία, la libertà di dire la verità

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Παρρησία, nell’antica Grecia aveva il significato di libertà di parola. Non solo. Traduceva implicitamente lo stato di realtà della parola e circoscriveva nell’esser-parola tutto ciò che poteva essere detto dal cittadino X (diritto di parola) ed il modo in cui questo tutto doveva essere detto dal cittadino X (verità di parola).

Euripide, nel V secolo a.C., la definisce la virtù del dire la verità.

In realtà era quella virtù a cui l’uomo politico, nella Grecia Antica, doveva aspirare per poter essere definito realmente “virtuoso”. Infatti, in quanto libero doveva poter dire il vero e condividerlo con il resto della comunità di cui faceva parte. Allora era un termine con un forte peso semantico: traduceva il diritto, la libertà e il valore delle parole che i cittadini-greci-maschi-liberi erano soliti pronunciare in pubblico, durante le assemblee.

Il significato positivo di Παρρησία, quello che Platone definisce “costruttivo” in contrasto con la retorica, traduce in un unico termine l’intenzione morale ed insieme il fine ultimo a cui l’individuo politico deve tendere: è sua libertà politica il poter esprimere la realtà dei fatti, ma è anche sua responsabilità morale che tale realtà sia vera. Perciò se la Παρρησία come virtù comporta da un lato il poter dire tutto, dall’altro il suo fine comunitario deve mettersi in atto attraverso il dire il vero. Nonostante l’intento di liberare la verità attraverso la parola fosse nobile, il cittadino ateniese si trovò sempre di più perso tra troppe verità liberate e nelle assemblee giunse il caos, nonostante fossero state fondate sulla libertà.

Dire il vero. Ma in qual misura una verità è più vera di un’altra? Come raggiungere una verità nel caos delle verità degli altri?

Fu così che dalle assemblee scomparve questa virtù, soppressa dal bisogno di ubbidire ad un potere che rappresentasse quella verità non trovata.       Si avverò nella politica ateniese quel “paradosso della Democrazia”, sul quale era fondata la critica platonica al regime democratico: il potere unico della tirannide un giorno avrebbe inevitabilmente preso il posto della troppa libertà.

Così come l’esercizio smoderato della libertà porta di conseguenza all’annullarsi dei suoi benefici, trasformando in un attimo l’ordine in caos, così la democrazia può annullare se stessa, trasformandosi all’improvviso in nuove forme di predominio politico, come per esempio la tirannide (Platone).

Il paradosso della democrazia svuota di significato l’ideale del “mito di Protagora”, secondo cui gli uomini avrebbero dovuto saper utilizzare a loro favore la libertà, grazie alla “tecnica politica” donata loro da Zeus, e fa cadere per la prima volta all’interno di una comunità politica la speranza nei suoi stessi fautori, i quali avrebbero potuto, secondo il mito, saper discutere, istituire leggi e negoziare tra loro proprio grazie a quella libertà.

Il venir meno di questo mito, come ideale di riuscita politica, è una parte della relazione non andata a buon fine tra il cittadino e la sua libertà di espressione. Ad un certo punto della storia greca infatti la Παρρησία -quella libertà di esprimere il vero-, nonostante il suo nobile scopo, entra in cortocircuito con la politeia; e si ritrova faccia a faccia davanti allo specchio, davanti al suo inestirpabile punto debole: la mancanza di limiti, sulla quale essa era stata fragilmente fondata.

L’estrema libertà porta al dissestarsi dei tre pilastri della democrazia: l’uguale diritto di parola – l’isegoria – e l’uguale diritto di potere politico – l’isonomia, tolgono peso al contenuto di realtà della paressi a. La troppa libertà di esprimere la verità uccide la verità stessa: troppe verità soffocano il reale. La Παρρησία decade, diventa utopia.

Oggi questo termine non credo sia più considerato. Forse qualche filologo greco ancora lo usa, ma con scetticismo, come un’utopia a cui potersi riferire da cittadino universale. Sta lì, nei vocabolario politico di Erodoto, Euripide, Isocrate, Demostene, Platone. Nelle politiche nazionali il dire la verità non ha spazio, non c’è più spazio almeno per ora. Ma nella vita sì, ancora c’è posto. C’è spazio nell’arte, nella protesta, nella satira, nei luoghi di confronto tra le culture, nella vita.

Socrate pensava che la Παρρησία fosse comunque una virtù da coltivare in sé stessi, un’ideale etico a cui volgersi non solo da buon cittadino ma da buon individuo. Dire la verità come espressione del proprio essere.

Nel presente, alla base della democrazia liberale occidentale e delle nuove democrazie in crescita, insieme al diritto di poter esprimere liberamente il proprio consenso e il proprio voto ci dovrebbe essere ancora spazio per poter esprimere la verità, poiché alla radice della democrazia vi è la libertà di parola e il diritto di espressione pubblica e poiché, come dopo secoli disse anche Faucault, “perché ci possa essere democrazia deve esserci Παρρησία”.

Poli-Nietzsche, Costanza Fino

Caos e nuovi dialoghi. Riflessioni indiane sul Diverso.

È dimostrato che il caotico cerchi l’ordine e l’ordinato cerchi stravolgimenti. A noi ci piace il Caos, ma se lo dovessimo vivere come situazione permanente?

Per esempio, applicando questo ragionamento alle società vediamo delle grandi discrepanze.

Le più grandi società hanno strutture estremamente diverse, hanno fondamenta che allontanano per natura l’indole potenziale di ciascuna. Ci sono le città-dipinto come Roma, le città-inception come Londra, le città-idealizzate come Barcellona, le città-napoletane ecc. ognuna di queste città non è altro che il rispecchiamento del suo retaggio culturale, del suo ritmo di vita.

Tra queste ci sono le città-Caos, che sono tutte quelle che racchiudono le società “nuove”, create sulla scia della globalizzazione e delle nuove combinazioni culturali. Sono le società dei paesi del BRICS (Brasile Russia India Cina South Africa); e allo stesso tempo lo sono anche molte altre, che iniziano a riprodurre gli stessi meccanismi di sopravvivenza.

Nel momento dell’urgenza, seguendo teorie politiche contemporanee, riesce meglio colui che è predisposto; sembra che le città-Caos a questo proposito siano più abituate a reagire, poiché abituate a vivere uno Stato di Emergenza costante.

Facciamo un esempio nel quotidiano.

Roma: alle tre di notte ad un tassinaro romano gli si buca la ruota della macchina. Comincia a imprecare. Chiama l’ACI: dormono. Chiede aiuto ai colleghi: “non c’hanno tempo”. Continua ad imprecare. Prova a chiamare la moglie: gli si scarica l’I-phone. Allora ti fa scendere dalla macchina e ti chiede anche i soldi extra.

Delhi: alle tre di notte ad un magrissimo autista sikh con turbante rosa in testa gli si buca la ruota della macchina. Ti fa scendere dalla macchina e dopo averla smontata e rigirata, in pochi secondi materializza una ruota. Con un solo cacciavite la cambia e come niente fosse riparte sulla sua strada. Non una parola, nessuna spiegazione.

Nessuna presa di posizione e nessun giudizio morale sottintesi, quanto il riscontro di un’evidente nota di sopravvivenza che possiamo dire mancante in uno dei due contesti.

Questa nota di sopravvivenza è quella molla che tiene in piedi gran parte delle società imperfette dell’Età contemporanea, nelle quali il Caos, la Fame, l’Inquinamento e la Violenza sono i grandi protagonisti.

In alcune società la vita del cittadino è improntata sul dover fare, sul lavoro; la maggior parte di queste società sono anglosassoni.

Queste, avendo colonizzato nel passato gran parte di quei territori che attualmente sono in forte crescita economica, hanno dato un “imprinting” pragmatico anche a città fortemente caotiche.

L’India vive oggi un forte contrasto tra l’imprinting della colonizzazione inglese e il caos e la mutevolezza insiti da millenni nella natura della società.

Questo contrasto, il quale non è vissuto solamente dall’India, ma a mio parere da tutti quei paesi che vivono l’accelerazione della crescita economica, ha una sola cura: il Dialogo, l’educazione al Dialogo e all’Ordine.

Per dialogo intendo la voce della politica, di coloro che hanno il potere di parlare e di spiegare, di Educare le società in crescita; e allo stesso tempo il Dialogo proveniente da relazioni interne, dirette, che aiutino a definire l’individuo nelle sue libertà.

Il Dialogo come forma di comunicazione, più silenziosa che parlata, contraddistingue la dinamica relazionale propria di molti linguaggi contemporanei: non solo lingue vere e proprie, lingue primitive riportate in vita nel processo di glocalizzazione e dalla necessità di comunicare con la modernità attraverso forme estremamente dirette -che hanno abbattuto le mura della censura del sapere- ma anche linguaggi paralleli, linguaggi sempre più pieni di significato da esprimere.

Linguaggi artistici, virtuali, sensoriali, creativi, trascinano nella fluidità del discorso moderno le parole inespresse delle minoranze, degli emarginati, dei pazzi, dei  muti, traducendo in fatti, o creazioni fattuali, le potenzialità del loro discorso inespresso. Solo l’espressione libera l’uomo, e dove non è traducibile attraverso il pronunciamento di parole con senso, deve trovare nell’arte, nel movimento, nel suono, nella produzione del diverso, nell’incontro o/e scontro con un’alterità, un’ espressione più significante della parola stessa.

Per dare significato soggettivo al reale devo avere la possibilità di esprimermi in qualsiasi modo, producendo una qualsiasi forma totalmente originale, perché essa si possa manifestare chiaramente, al di fuori di me stessa, ai miei occhi, perché io stessa possa capire il contenuto del significato oggettivato ed avere quantomeno l’illusione di riuscire ad ascoltarlo, attraverso manifestazioni concrete che ne esprimano e si avvicinino il più possibile alla sua interezza.

Un popolo ha bisogno prendere coscienza attraverso la propria libertà di espressione per vedersi come “popolo” e ciò può avvenire solo a partire da ciascun individuo, che come primo gesto “politico” deve rendersi conto, o “essere cosciente”, di essere unico e diverso, sia rispetto all’insieme che alle singole parti.

Un popolo prende coscienza di sé attraverso la libera espressione di ogni singola diversità, ma quali possibilità ci sono che essa sia realmente libera? È possibile renderla libera? Come fare a rendere attuale il potenziale di libertà d’espressione del Diverso nel mondo? Andiamo avanti, progrediamo, risolvendoci attraverso serie di dialettiche e procedendo per espressioni, ovvero definendo e limitando in un certo spazio significati al di fuori di noi stessi: ce ne liberiamo esprimendoli, e potendoli riascoltare siamo coscienti di aver comunicato attraverso un certo linguaggio. Quando la coscienza rimane ad ascoltare, e sente, comprende e traduce qualcosa di nuovo: crea nuove forme di comunicazione libere, naturali, e più umane.

A questo punto siamo in grado di comunicare anche con gli altri, in una collettività, in una società: ci avviciniamo al pensiero dell’Altro post-coloniale.

Lasciamo il XX secolo con le teorizzazioni post-nietchiane di Michel Foucoult contro l’autenticità dell’idea di progresso delle scienze umane; oggi, abbandonate anche le teorizzazioni di M. Foucoult, ritroviamo una schiera di linguaggi del passato figli di una generazione di parole liberate.

Scambio, espressione, azione, gesto, smorfia, concretezza, comprensione, messa in discussione, e silenzio: l’urgenza legata al “dialogare” contemporaneo comprende ciascuno di questi “atti” di mediazione con linguaggi spesso inesistenti e non traducibili.

La pesantezza delle parole diventa sempre più estranea alla leggerezza volatile del presente, nel quale il progetto universale è diventato rendersi comprensibili in maniera sempre maggiore da tutti, ovunque.

L’urgenza sta nel riuscire a gestire relazioni dirette con un Altro “fisico”, non scritto o descritto, immaginato ed idealizzato, esercitando nuove forme d’espressione, spesso facendosi bastare unicamente la mediazione del silenzio.