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Cos’è l’innovazione civica

Cosa è l’innovazione civica.

Si tratta di una di quelle domande per la quale la risposta, netta e definitiva, risulta di gran lunga più complessa dell’approccio epistemologico, del toccare con mano l’essenza dei fenomeni ad essa riferibili.
Complessità propria di tutti quei concetti che non risultano riconducibili a categorie predefinite, cristallizzatesi nel corso dei decenni, riluttanti a confini limitativi in virtù delle proprie caratteristiche.
La difficoltà di ricondurre a una disciplina tassonomica ciò che in realtà è di per sé aperto, ontologicamente inclusivo e indefinibile, nel senso di mutevole nel tempo nello spazio ma anche hic et nunc.

Definire quindi cosa sia innovazione, e quanto tale attività migliorativa assuma i caratteri “civici”, potrebbe portare a incrinare il precario equilibrio tra diverse iniziative, attività, settori apparentemente diversi e distinti ma in realtà contermini, condividendo il medesimo minimo (o massimo?) comune denominatore; una linea di faglia pericolosa, ma in certi versi anche necessaria per soddisfare la crescente curiosità positiva, ma anche negazionistica-negativa contemporanea.

A tal fine si è svolto un importante convegno ligure, i cui interventi sono rinvenibili sul sito di CheFare, che, grazie ai suoi relatori, ha fornito importanti spunti, indicando le pietre miliari per giungere ad una risposta al quesito originario, riflettendo in primis sul ruolo dei musei e sul cambiamento a cui sono destinati per sopravvivere prima e rivivere poi.

Dapprima ha preso la parola Serena Bertolucci, la direttrice di Palazzo Reale a Genova che ha la necessità di ripensare il museo proprio informandolo alla innovazione civica.
Ripensarne i confini o i non confini per superare l’immaginario collettivo del museo come luogo triste e mero costo per la collettività, spostando la prospettiva dalle spese per l’apertura fisica dei poli museali ai guadagni in apertura mentale.
In tal senso il Palazzo Reale rappresenta un’eccellenza: un museo permeabile, aperto e inclusivo, con 52 appartamenti, la “casa del re” come ludoteca ma anche spazio di sostegno per bambini e di assistenza medica.
Un mutamento necessario e non più procrastinabile: riprendendo le parole di James Brepunt: noi tutti siamo dei migranti, noi non nello spazio ma nel tempo. Spetta a noi scegliere cosa mettere nei nostri bagagli e portare con noi.
In tal senso dai musei, portatori della Memoria, un valore primario ancora di più oggi quando sembra che tutti ci siamo scordati di noi, del nostro passato, può partire la rinascita, che spesso è più importante della stessa nascita originaria.

Ha preso poi la parola Bertram Niessen, direttore di cheFare, che ha sottolineato la necessità di partire dai vari progetti di innovazione culturale, cercando di rifuggire le definizioni restrittive di “innovazione civica” per concentrarsi invece direttamente sulla produzione di servizi.
L’innovazione produttiva di culturale ha un valore omnicomprensivo: sociologi, filosofi, antropologi operano contestualmente sotto il cappello all’innovazione culturale per delineare il senso dato alle cose che ci circondano, tutti coinvolti per realizzare il cambiamento. Peraltro, non si deve trascurare come l’innovazione civica trova una sua dimensione a seconda del luogo di codificazione indagato, così come lo sviluppo della stessa appare inesorabilmente diversa di realtà in realtà.
In tal senso l’Italia sembra aver recuperato parte del gap esistente con altre realtà più floride da questo punto di vista grazie all’accezione della comunità di riferimento come specificatamente aperta e variabile, non legata a un rapporto fisso e costante e “sanguigno”. Bisogna, però, andare ancora oltre, non limitando l’innovazione civica alla sola fase di recupero, veicolo a una situazione virtuosa ma temporanea, ma pensare a come l’innovazione civica può garantire una rinascita stabilizzata del luogo.
Ideare percorsi, prodotti e contesti per creare “capabilities”, abilitazioni, dimostrando la sostenibilità dell’innovazione civica fino a rimettere in discussione il concetto stesso di “cittadinanza”, ovviamente non imbrigliarlo in nuovi confini ma per garantirne una nuova dimensione.

Per Ciccio Mannino direttore delle Officine Culturali di Catania, l’innovazione civica deve partire dalla cultura e dal suo rapporto con la comunità.
In particolare, occorre partire da una premessa: non sono i ragazzi ad essere disinteressati alla cultura ma è la cultura ad essere disinteressata ai giovani. Gli stessi luoghi della cultura non sembrano adattati alla vita dei più giovani, non adattandosi al cambiamento culturale ed esistenziale delle odierne generazioni. In tal senso l’aggregazione non deve esser intesa solo come fine, ma come mezzo, dovendo considerare che l’aggregazione non ha solo un valore di per sé, ma anche e soprattutto riguardo quello che porta. Ugualmente, quindi, una mostra non deve esser solo mezzo di aggregazione ma di creazione di qualcos’altro: cosa faccio dentro il museo.
In tal senso crescerà l’importanza dell’aggregatore moderno: il Community manager come figura idonea a realizzare connessioni, creando così opportunità ma anche una coesione positiva: non solo lo stare insieme ma anche il prendere scelte per il futuro con uno sguardo prospettivo e lungimirante. Un approccio che pare idoneo a superare le povertà educative, intesa non secondo gli ordinari e scolastici criteri di tipo quantitativo ma invece come capacità di comprendere per affrontare il futuro con effettiva consapevolezza.

Il convegno è stato concluso da Alessandro Bollo, direttore della Fondazione Polo del ‘900 il quale ha precisato come l’innovazione civica rappresenta una risposta originale a bisogni magari che non devono per forza essere nuovi, proponendo però volta risposte nuove, migliorative di qualcosa che può quindi anche preesistere, quand’anche rivalutando bisogni esistenti ma prima ancora non riconosciuto come primari ovvero non sentiti particolarmente.
Anticorpi, processi trasformativi e visione del futuro che si connettono alla cultura: l’innovazione civica non può che essere un’innovazione culturale, intersecandosi inevitabilmente con ulteriori temi, diversamente ma uniformemente legali alla democrazia, o meglio alle diverse dimensioni della democrazia; tra tutti si pensi alla peculiarità della gestione dei beni comuni e delle implicazioni democratico-collaborative connesse.
Peraltro, laddove la storia ha dimostrato come quando l’innovazione sia disconnessa dalla cultura i risultati siano negativi o comunque non pienamente soddisfacenti: su tutti le smart cities basate sull’introduzione delle innovazioni scientifiche e non sulla sedimentazione di una cultura scientifica.
L’innovazione civica, per produrre effetti costanti e migliorativi deve esser una partecipazione culturale ampia ed equilibrata, divampando il più uniformemente possibile. In caso contrario, l’innovazione potrebbe arrivare ad aumentare le asimmetrie e disuguaglianze, arrivando addirittura a produrre uno scenario peggiore di quello preesistente.
Partire dall’essenza civica, dal basso, come collante per ricucire la società e creare delle alleanze, delle reti di economie di scopo che sfruttano le esternalità positive fino a trasformare i classici poli di memoria e di conservazione in poli di partecipazione.
È questa la muta che ha fatto il Polo del ‘900 facendo convivere l’ordinario scheletro museale con spazi vivibili, didattici e meno. Un tegumento fatto di spazi ibridi in cui rivendicare la necessità di conseguire obiettivi culturali ponendo al centro le persone, protagoniste del cambiamento sociale.

Di seguito il link ai video degli interventi:

4 visioni sull’Innovazione Civica. Per il Bando CivICa di Compagnia di San Paolo