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Appunti sull’architettura del concetto di ‘ponte’

Pensare a una infrastruttura come un ‘ponte’ nei termini di un’architettura non è mai facile. Del resto, la preponderante componente ingegneristica di questo genere di costruzioni sembra spesso non lasciare grandi libertà espressive, soprattutto in virtù degli stringenti vincoli pratici da cui necessariamente difficilmente non si può prescindere.

Non si pensi però ad oggi e alle possibilità che attualmente offre la tecnologia contemporanea; infatti, i nuovi materiali e le capacità di elaborazione dei computer consentono adesso la predisposizione di strutture complesse ma allo stesso tempo efficienti che hanno portato i progettisti a concentrarsi maggiormente sulla forma: una emancipazione che in certi casi si è rivelata essere un ‘boomerang’ poiché ha portato qualche professionista a dimenticare che la qualità intrinseca di queste architetture risiedeva principalmente proprio nel connubio fra venustas e firmitas, due componenti imprescindibili ma equilibrabili. L’ago della bilancia dovrebbe sempre restare al centro e in ciò consisterebbe il reale compito dell’esperto, e il discriminante fra l’intellettuale e il semplice tecnico. Non si può eccedere né in un senso, né nell’altro e ciò era ben chiaro ai professionisti del passato che, dall’epoca di Alberti in poi, cercarono di conferire dignità a quest’opere pur rimanendo saldamente ancorati ai paletti imposti dalla «buona pratica». Caso per antonomasia era il ‘ponte’.

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Rimini, Ponte Augusto (14 d. C.)

Come sosteneva Heidegger, il ‘ponte’ non è semplicemente un mezzo per passare da un riva all’altra di un corso d’acqua: esso è un ‘luogo’, poiché è frutto dell’ingegno umano, capace di creare qualcosa che prima non esisteva e riconoscibile come indispensabile alla principale attività di qualsiasi individuo, ovvero l’abitare. Ma questa infrastruttura raccoglie in sé molti distinti significati, fra loro correlabili ma non sempre assimilabili. Ad esempio, guadare attraverso un manufatto se da una parte significa favorire la viabilità di un percorso e quindi la vita stessa delle comunità che da esso dipendono, dall’altra questa attrezzatura è anche il simbolo in loco dell’autorità che lo ha edificato: è il suo emblema, il segno tangibile della sua presenza. È immagine del potere. Ma non solo: esso è anche espressione delle possibilità raggiunte dalla tecnica e del progresso della società.

In sostanza, un ‘ponte’ è strategico sempre. Di conseguenza, la sua nobilitazione riveste un carattere tutto speciale in quanto non solo deve conferire dignità all’opera in quanto tale, ma la sua configurazione formale deve anche risultare capace di esprimere i valori di cui questa architettura si fa portatrice. Oggi le novità introdotte dalla scienza hanno stravolto questo ideale rompendo una tradizione cresciuta nel corso dei secoli e codificata con grande attenzione e puntualità. Infatti, ancora nel XVIII secolo, un ‘ponte’ si costruiva secondo dei principi stabili e assolutamente certi, declinabili poi secondo la specifica sensibilità del progettista, dalla cui esperienza di potevano trarre alcuni accorgimenti di adeguamento: una sorta di correzioni a quanto tramandato dai trattatisti e chiaramente traibile dalle vestigia del passato: i ponti romani – la memoria dell’impero – erano il monito e il riferimento principe; gli scritti degli specialisti di epoca umanista –  come Leon Battista Alberti (1404-72) – il manuale operativo da cui partire.

Così si erigeva un ‘ponte’, benché poi tutti i limiti del caso specifico. Non sempre, ad esempio, si potevano utilizzare le pietre, sia per ragioni economiche sia per questioni strettamente geografiche. A volte, conveniva il mattone. Altre volte, le pile era meglio rinforzarle in un modo piuttosto che in un altro, e il numero delle stesse era continuo oggetto di dibattito: se erano meno l’acqua avrebbe certamente incontrato meno ostacoli, ma di più significava avere una struttura staticamente più resistente e stabile. Del resto, l’acqua sotto i ponti doveva pur passarci. E non era affatto clemente. Le piene erano frequenti e la forza dirompente delle stesse spesso spazzava via tutte le strutture temporanee, usurava gli argini e metteva in crisi le infrastrutture più rigide e possenti: una vera catastrofe che colpiva non solo i comuni abitanti ma, soprattutto, i viaggiatori, come i mercanti o gli emissari governativi. Per questo, i governi centrali cercarono si affidarono ad esperti progettisti di fiducia: persone le cui competenze, riconosciute ed apprezzate fossero di per sì garanti di un risultato certo o, quanto meno, quasi certo. Infatti, anche i più bravi professionisti non erano esenti da errori e quindi, più spesso di quel che si potrebbe pensare, le amministrazioni ponevano le proposte operative al vaglio di altri consulenti che – appositamente nominati – verificassero la bontà delle risoluzioni avanzate. Del resto, i fattori in campo e le competenze necessarie erano varie e spaziavano dall’idraulica alla meccanica, passando per la conoscenza dei materiali alla diretta coscienza del luogo.

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Danimarca-Svezia, ponte Selandia-Svezia (2000)

Un lavoro difficile, dunque. Ma il gioco valeva la candela. Infatti, il vantaggio di una simile struttura, all’epoca come oggi era impressionante: per i ponti passavano merci, animali e uomini. E cono loro circolavano le notizie, le idee, le novità. Un ‘ponte’ costituiva non solo un’attrezzattura urbana ma l’occasione di sviluppare, di crescere, di prosperare: in definitiva, il passaggio verso il futuro.

 

Bibliografia essenziale

  • B. Alberti,L’Architettura [De re aedificatoria], intr. di P. Portoghesi, trad. G. Orlandi, Edizioni il Polifilo, Milano 1966, in particolare pp. 162-173
  • Heidegger, Costruire, Abitare, Pensare, in G. Vattimo (a cura di), M. Heidegger, Saggi e Discorsi, MURSIA, Milano 2016, pp. 96-108

 

Al di là del costruito: i ponti di Soleri

Soleri_2593705bQualche giorno fa nelle aule della Facoltà di Architettura di Vallegiulia a Roma, si è tentuta la conferenza di Amanda Levete, uno degli esponenti più rappresentativi della corrente britannica dell’architettura contemporanea. Il percorso professionale della Levete ha avuto inizio a vertice dello studio Future System con il ceco Jan Kaplický . Fondato su una formazione a Union Flag tra gli studi di Norman Foster, David Lasdun e Richard Rogers, lo studio FS, figlio bionico dei padri dell’high tech, ha corso in quella direzione che è oltre la barriera del presente: là dove l’architettura e la sperimentazione s’intrecciano, a volte dimentichi della realtà contingente, per dare vita a brani di futuro, seducenti come non. Le visioni di Jan Kaplický hanno trovato una rara alleanza nella capacità realizzativa della Levete e forse senza di lei sarebbero rimaste solo sulla carta, perché lo stesso Kaplický preferiva tenere i propri progetti su inchiostro, senza lasciarli ferire dall’incuria del mondo reale.
Esistono storie che si ripongono nella trincea di quell’indistinto confine graffiato tra progetto e realizzazione, idee e realtà. Gli Unbuilt Projects sono quelle stesure d’immagine che raccontano nel più profondo l’animo dei loro padri. Spesso interrotti per motivi di irrealizzabilità, per inadeguatezza al contesto, oppure del contesto, nascono in una tensione protesa ad un infinito non finito e proprio per questo piena di suggestione: il fascino eterno dell’energia potenziale che non entra mai in atto, a voler scomodare Aristotele; il dito di Platone che indica al cielo delle idee nella Scuola di Atene, scomodando Raffaello.
L’Italia, in quanto luogo primo della complessità, ha generato molti padri del non costruito, a partire dalle famose letture intrecciate piranesiane, ai morfemi puriniani ed ai colossi d’Aymonino. La stessa capitale fu laboratorio nel 1978 per una proposta di progetti su carta a partire dalla pianta del Nolli, raccolti in un’unica mostra a titolo Roma interrotta. Concorsi su concorsi che si son conclusi senza vincitori né vinti raccogliendo firme autorevoli e progetti preziosi.
Negli Unbuilt spesso si sono versate le speranze di mutamenti sociali non avvenuti. Progetti immaginati per società future e migliori. In questa linea operava una figura poco nominata nelle facoltà d’architettura odierne, che può incarnare al meglio il ruolo dell’architetto idealista, in quanto padre di infinite città, ma tutte irrealizzate: Paolo Soleri.

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The beast, 1947

Nato e laureatosi a Torino, trasferitosi negli USA nel ’47, il giovane Soleri iniziò la sua carriera allo studio di uno dei titani del Novecento: F.L.Wright. In questo periodo e negli anni seguenti produsse la rilevante serie di progetti per ponti, di natura organica, che anticiparono di oltre cinquant’anni le formalità contemporanee: gesti di grafite che a distanza di mezzo secolo si spiegano con maggiore eleganza degli arditi squilibri decostruttivisti. Ponti di connessione e ponti abitati, allegorie splendide dell’incontro di unione fra diversità. Nel panorama attuale questi gesti di solidarietà espressi in calcestruzzo sono lezioni importanti agli occhi per l’architettura e  la vita stessa.  Video sui ponti di Soleri

Ponte per il Lussemburgo
Lussemburg Bridge, 1957

In contrasto con le teorie urbanistiche estensive, alla Broadacre city, che avevano da sempre animato lo studio di Taliesin, l’architetto italiano lasciò il maestro americano e si trasferì nelle aree desertiche dell’Arizona per dare vita a quello che intendeva essere il suo progetto di città del futuro: nel minor consumo di suolo possibile grandi macrostrutture organiche si sarebbero erette come palafitte per ospitare abitanti e natura, in continuo dialogo. La stessa vita di Soleri fu un progetto, una filosofia dell’essere che trovava materia nella sua casa, nelle ceramiche e negli oggetti del quotidiano vissuto, anticipando di decenni l’attenzione al territorio ed al paesaggio.

paolo Soleri, Double Cantilever Bridge, model, ca.1960. Silt cast plaster, 10 x 63 12 x 12 inches.
Double Cantilever Bridge, model, ca.1960. Silt cast plaster, 10 x 63 12 x 12 inches.

Di alcuni di questi Unbuilt si potrebbe dire che furono mal progettati proprio perché anacronistici ed irrealizzabili, ma se furono disprezzati e ritenuti follie del loro tempo, spesso, sono stati amati a posteriori e nella loro vita fuori epoca sono stati resi così messaggeri di ideali eterni e visioni profetiche.
Per citare il maestro romano dell’ingegneria del sogno Maurizio Sacripanti, che produsse i progetti più avveniristici del secondo Novecento, mai costruiti, nell’incipit del suo libro Città di Frontiera:

“I progetti illustrati in questo libro sono, di quanto ho detto, i mattoni; e li presento perché sono i sistemi che hanno prodotto immagini d’una città che mi porto nella testa. […] La storia di questi progetti rappresenta la mia lotta contro la viscosità sociale ma soprattutto contro una viscosità mentale che ciascuno di noi porta in sé. […] L’ombra del mondo non va “ignorata”, va “adoperata”.”

Gli Unbuilt sono come  campane nel deserto, solo chi attraversa i luoghi della ricerca può ascoltare e coglierne da dove arriva il suono.

Paolo SOleri e le campane artigianali da lui realizzate nel laboratorio in Arizona
Paolo Soleri e le campane artigianali da lui realizzate nel laboratorio in Arizona.