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#NONVEDOLORA DI SENTIRE I SANTELENA

Metti un giurista al basso, un imprenditore alla chitarra, un economista alla batteria, un manager al microfono, il risultato è Santelena, il gruppo pop emergente formato da Mik, Giorgio, Tommy e Dev. Quattro amici romani under 30 che fin da piccolissimi coltivano la loro passione per la musica, si conoscono dai tempi dell’Università e da allora la condividono e portano avanti nel loro progetto musicale. È appena uscito il loro primo singolo Il sole brucia, noi di Polinice siamo andati a stanarli in studio di registrazione a qualche giorno dal loro primo concerto il 17 maggio al Music Inn di Roma dove suoneranno in anteprima le canzoni dell’album in futura uscita Non vedo l’ora.

P: Ciao Santelena! Da dove nasce la vostra passione per la musica?

Mik: “Nella mia famiglia suonano tutti, anche se nessuno lo fa per professione. Sono cresciuto con mio padre che ha sempre suonato Battisti durante il weekend. Da lì è stato naturale: ad undici anni ho preso la chitarra in mano.”

Giorgio: “Battisti è stato un faro anche per me. La mia passione per la musica nasce da quando piccolissimo ascoltavo le sue musicassette in macchina con mia madre. Da ragazzino invece mi sono fatto prendere dalla musica dance ed elettronica, mi ci sono voluto avvicinare da “addetto ai lavori”, mi sono scaricato i primi software e componevo musica al computer, organizzavo le feste, mi ci sono divertito parecchio.”

Tommy: “Niente Battisti per me ma anche io devo tanto ai miei genitori. A casa mia si è sempre ascoltata tanta musica ma americana e inglese anni ’70 e ’80 per lo più, di italiano poco. Facevo corsi di musica a scuola. Il pianoforte mi piaceva tantissimo poi un giorno, era un mio compleanno da piccolo, ho deciso di comprarmi una chitarra classica, dopo un mese mi ero stufato e ho voluto quella elettrica. Ho suonato per tanti anni in una tribute band dei Subsonica, poi in altre band finchè non ho conosciuto Giorgio all’università. Lui mi ha trasmesso la voglia di fare musica elettronica e io a lui di approfondire la chitarra. Ci siamo contaminati. Il passaggio alla batteria è stato un po’ casuale, legato alla pratica, quando suonavamo e non ci piaceva un passaggio, l’avremmo voluto diverso e allora ce la facevamo al computer finchè per esigenza sono passato alla batteria vera e propria.”

Dev: “Per me la musica è un sentimento di aggregazione: alle medie c’era il gruppo del pallone, quelli dei giochi da tavolo, niente io non mi ci ritrovavo ma volevo trovare una dimensione che mi permettesse di “fare gruppo”, di condividere con altri una passione. I miei allora mi hanno iscritto a una scuola con indirizzo musicale. Suonavo in gruppo, suonavo il clarinetto nell’orchestra della scuola, per me è stato un passaggio importantissimo, ho capito che la voglia di stare insieme nasceva dal sentimento comune di fare musica. La musica per me è voglia di stare insieme. Fare il solista non fa per me, ci ho provato, tornavo a casa e mi mancava la mia community musicale.”

P: Siete tutti musicisti, avrete le camere piene di strumenti! Da quello che mi dite quindi gli strumenti che suonate oggi come Santelena non sono i vostri di origine

Mik: “In effetti sì, io ho suonato molto il piano, la tastiera.”

Giorgio: “La cosa forte è proprio questa, ognuno di noi nasce con un altro indirizzo musicale, pensiamo che questa sia la chiave che ci permette di realizzare prodotti musicali semplici e comprensibili ma allo stesso tempo sempre curati nei dettagli, il suono per noi è importantissimo.”

Tommy: “Altro che camere, semi studi di registrazione, ci incontravamo a casa e suonavamo, la strumentazione è stato sempre un pallino per noi.”

Dev: “Io ho cantato serio la prima volta nel 2009 con un gruppo che faceva cover, i Rejected, bellissimo i “rigettati” perché eravamo stati tutti bocciati a scuola, (ride.ndr) una comunanza in più oltre alla passione per la musica.”

P: Che genere di musica è il vostro? Che influenze vi portate dietro?

Tommy: “Pop!”

Mik: “Risentiamo tutti dell’influenza Uk degli Oasis, (che amano tutti, ndr).

Giorgio: “Vasco Rossi come influenza italiana, Lenny Kravitz come influenza americana e ovviamente l’elettronica.”

P: Voi tutti lavorate in altri ambiti, Mik in uno studio legale, Giorgio ha fondato la sua società di comunicazione e design, Tommy è business development per una tech company americana e Dev è brand manager. Le vostre occupazioni principali incidono sulla vostra musica?

Mik: “Se io stessi in studio di registrazione tutto il giorno sarebbe grandioso ma mi piace che ci sia un momento per tutto.”

Tommy: “Se suonassimo e basta, sempre, probabilmente non saremmo come siamo, se fosse la nostra unica occupazione ci staremmo troppo stretti e non riusciremmo a produrre la musica che ci piace. Noi abbiamo i nostri appuntamenti settimanali, e li aspettiamo con una voglia di suonare pazzesca e intanto è un pensiero fisso, ci carichiamo, la desideriamo. Molto facciamo anche da soli, come scrivere testi o pensare a una melodia, ovviamente ci sentiamo e consultiamo di continuo, poi arriviamo in studio e mettiamo tutto insieme.”

Giorgio: “Sono due mondi che si alimentano a vicenda, ad esempio a livello pratico, la società che ho fondato Studioplace, che si occupa di marketing, social media, design, è la struttura operativa che c’è dietro alla nostra comunicazione, la Pr e la strategia digitale Santelena che ci ha permesso di curare tutto dall’interno, di usufruire della figura del nostro manager Tommaso Politano e del web designer Giorgio Ferdinandi che insieme ad Andrea Licata, cura le copertine dei nostri pezzi e di avere un riscontro notevole in poco tempo, il nostro progetto è partito a dicembre 2016. Tutte le nostre esperienze di vita personali noi le esprimiamo nella nostra musica, amiamo quello che facciamo e lo raccontiamo cantando e suonando.”

Dev: “I momenti individuali, a prescindere dalle nostre professioni, sono fondamentali. Io ad esempio sotto la doccia! Ragiono sulle melodie per le canzoni che poi andiamo a comporre tutti insieme.”

P: Il fatto che siate amici, è stato mai d’ostacolo o potrebbe esserlo?

Mik: “No è un rapporto costruttivo, parliamo molto, ci confrontiamo e sappiamo ascoltarci.”

Giorgio: “Abbiamo una comunicazione interna invidiabile. Abbiamo tutti sfumature caratteriali diversissime ma è proprio questa varietà che da stabilità al gruppo.”

Dev: “Abbiamo un equilibrio perfetto, ci compensiamo e completiamo, dove non arriva uno c’è l’altro e viceversa.”

P: Avete da pochissimo pubblicato il vostro primo singolo, Il sole brucia, siete soddisfatti del riscontro ottenuto?

Dev: “Sì siamo soddisfatti, il feedback è stato positivo, la gente ha voglia di cantare il ritornello, rimane in mente. Non siamo mai soddisfatti al 100%, vorremmo sempre di più, siamo tutti e quattro ambiziosi, vogliamo di più ma soprattutto vogliamo dare di più.

P: Insomma Santelena, ve la cantate, ve la suonate, ve la scrivete. Come nascono i vostri testi, a cosa vi ispirate, qual è il vostro messaggio?

Dev: “Fondamentalmente io e Giorgio scriviamo i testi ma poi ognuno da il suo contributo. Le donne ci ispirano molto. Il mio sogno è arrivare alle persone con un messaggio positivo che li porti ad affrontare la vita, che sia facile, difficile, impegnativa ma sempre in una maniera ottimista. I problemi poi ci sono ma che siano affrontati senza ingigantirli, dobbiamo prendere quello che abbiamo di bello, di solare. La musica può fare tanto.”

Giorgio: “Le donne sono sicuramente sempre una grande fonte di ispirazione, che sia positiva, negativa, di un istante o frutto di un’idealizzazione. Non ci sono solo le donne però, c’è il rapporto con gli altri, le esperienze di vita, le esperienze della vita, le difficoltà della vita, di tutti i giorni, la felicità di un certo momento. Ci mettiamo tutto, tutti noi stessi. Parliamo della vita di tutti i giorni. Cerchiamo emozioni forti ma nelle cose semplici.”

Mik: “Quello che interessa me invece è il messaggio che ognuno, ascoltandoci, riceve facendolo suo, a prescindere da quello che è il nostro di messaggio. Il lavoro per me è ben fatto quando quella ragazza o quel ragazzo ci ascoltano perché gli va, perché per loro ha un certo significato.”

P: Sareste interessati a fare delle collaborazioni, con altri artisti, altre band, emergenti come voi o già affermate?

Mik: “Se posso sognare, il desiderio sarebbe una collaborazione con Noel Gallagher, in italiano eh, difficile però chissà… mi piacerebbe molto fare qualcosa con Cesare Cremonini.”

Dev: “Cesare Cremonini anche per me, per quanto mi riguarda, è il cantautore italiano più forte in circolazione, mi è sempre piaciuto, ha sempre avuto un’influenza su di me, vedevo i suoi live da piccolo e oggi tengo il microfono come lui, lo avvolgo.”

Giorgio: “Io credo molto nel rafforzare la propria personalità e identità, come gruppo, non mi stuzzica l’idea di mischiarmi, poi certamente il concerto a Vasco glielo aprire eh!! Vasco per me, per noi, è un maestro, la più grande rockstar italiana.”

P: Non avete citato nessuna artista donna, chi vi piace?

Giorgio: “A me piace molto Dido.”

Mik: “Come cantante italiana, Giorgia in assoluto.”

Dev: “A me piace molto Shirley Manson dei Garbage, il loro genere è alternative rock ma anche sexy, un bel mix, poi Giorgia anche per me.”

Tommy: “A me Giorgia piace, ma Elisa di più, l’uso che fa dell’elettronica, fighissimo.”

P: C’è una delle vostre canzoni alla quale siete più affezionati rispetto alle altre?

Mik: “Il sole brucia, perché è il primo singolo, perché ci accende, perché si fa cantare.”

Tommy: “Il sole brucia, lo abbiamo scelto come primo singolo, è molto pop ma ha una nota di elettronica, sottile, forse non tutti se ne accorgeranno che è molto ricercata, è un pezzo dalla struttura complessa. Come dicevamo prima, ci piacciono le cose semplici, è una canzone pop, ha un bel ritornello, si fa cantare, poi però l’attenzione al dettaglio e alla particolarità è quel quid in più.”

Giorgio: “Il sole brucia è ai primi posti anche per me, tengo molto a Un mondo leggero, una canzone molto emotiva, nata da un momento particolare, suonarla per me è ancora difficile, condividerla con gli altri, la sento ancora troppo intima.”

Dev: “La mia è Incredibile, mi coinvolge completamente. Poi il primo singolo è nel cuore.”

P: Parliamo degli strumenti, avete delle preferenze in particolare? La postura sul palco e la figura del frontman, com’è una vostra esibizione?

Mik: “Io ho la mia chitarra, anche se con i Santelena suono il basso, ho la mia chitarra alla quale sono particolarmente affezionato, una Fender Stratocaster, ovviamente è tutta customizzata (personalizzata.ndr). La scelta degli strumenti è personale, il suono poi cambia, ad esempio una Gibson cambia da una Fender. Sul palco ci stiamo bene, siamo noi stessi, non saltiamo come i Kiss, ma abbiamo le nostre movenze. Il gruppo è talmente equilibrato, ognuno ha un ruolo importante e fondamentale per far funzionare il tutto, ognuno dipende dall’altro, la faccia ce la mettiamo tutti.”

Giorgio: “Io sono un cultore Gibson, gli amplificatori Marshall, Peavey e Fender. La chitarra acustica per me è Epiphone, sempre della Gibson ma con un carattere particolare. Siamo un po’ poser sul palco, ce la godiamo la performance. I pezzi dei Santelena funzionano solo se siamo tutti e quattro, li possiamo suonare solo insieme.”

Tommy: “Il fulltone Ocd, distorce il suono della chitarra, aggressivo però anche classe e stile. Dev, il nostro frontman è una bomba, è carismatico. Nella performance poi ognuno fa il suo, siamo tutti protagonisti, ci cerchiamo.”

Dev: “Io sul palco sono dinamico, mi muovo, mi avvicino agli altri, cerco il contatto con il pubblico, poi dipende dalla canzone.”

P: A chi dedicate il vostro debutto?

Giorgio: “Lo dedico a chi ha sempre creduto in me, sono varie persone e loro lo sanno.”

Dev: “Alla mia famiglia senz’altro, stanno credendo in questo progetto musicale, io ho la fortuna di avere un rapporto incredibile con i miei genitori e di godere del loro sostegno.”

P: Il palco dei sogni?

Dev: “San Siro, una fissazione, penso che Milano abbia molto da offrire dal punto di vista musicale. Io amo i festival, pratoni all’aperto, mi piacerebbe suonare allo Sziget, il MI AMI di Milano. Mi piace l’atmosfera, che la gente stia sotto palco o lontana sul prato ma sempre con noi in sottofondo, tipo colonna sonora dei loro momenti.”

Mik: “Io sogno di suonare al Piper di Roma, ha un’anima fortissima, un locale storico, tanta gente ma allo stesso tempo anche intimità.”

Giorgio: “Anche a me piace più la performance indoor, nel cuore ho il palazzetto dove Vasco Rossi ha suonato a Berlino, mi ci portò mio fratello più grande, forse lo lego anche al rapporto con lui, al fatto che abbiamo condiviso i concerti insieme e quella fu la prima volta. Mi piace più l’idea di un posto chiuso anche per una questione di suono, lo reputo migliore.”

Tommy: “Suonare allo Stadio Flaminio di Roma sarebbe figo, uno stadio ma non gigantesco, conserva un po’ l’intimità dell’esibizione, poi lì ci ho visto il mio primo concerto degli Oasis, un ricordo pazzesco, ci sono affezionato per questo. Anche l’Atlantico di Roma mi piace molto, non è ottima l’acustica ma a livello di impatto visivo e di godibilità dello spettacolo lo trovo accattivante.”

P: Il 17 maggio ci sarà il vostro primo concerto. Sensazioni, aspettative, come gestite l’emozione, cercherete lo sguardo di qualcuno tra il pubblico? 

Tommy: “Sarà bellissimo, ci saranno tutte le persone che hanno sempre creduto in noi e che ci sostengono. La scaletta del 17 è pensata per dare tempo e modo al pubblico per appassionarsi ed emozionarsi. C’è adrenalina, ma quella bella, dell’emozione, ho suonato spesso live, non è la prima volta, ma sempre la chitarra, uno strumento che mi sta addosso come un vestito su misura. Con la batteria siamo ancora ai primi appuntamenti, tante prove ma al live non l’ho mai suonata, questo mi emoziona moltissimo. Inoltre credo in questo progetto e quindi l’aspettativa è grande.”

Giorgio: “Io sono molto emozionato, abbiamo scritto molte canzoni, chiuse otto, quelle che suoneremo il 17, altre due in dirittura d’arrivo. Pensiamo che per il debutto sia il giusto numero, vogliamo che l’approccio con il pubblico sia graduale. Prima del concerto meditazione e corsa. Non guardo il pubblico, mi concentro a suonare, guardo gli altri, ci carichiamo a vicenda. Suonare è come mettersi a nudo, aprire la tua anima al pubblico, a volte è difficile concedersi del tutto e guardare in faccia le persone, l’intimo che diventa condivisione.”

Dev: “Io tendo a guardare il pubblico negli occhi. Spero di incontrare lo sguardo di qualcuno ma non dico chi. In generale, mi da molta carica avere gli occhi addosso, sapere che la gente ci guarda, incuriosita, divertita, questo mi motiva e mi da voglia di dare ancora di più perché sono lì per noi, glielo devo.”

Mik: “Io avendo suonato tanto live in passato non soffro l’ansia da prestazione giorni prima, forse i 15 minuti prima dell’inizio, poi però una volta salito sul palco tutto si mette a posto. Chi ci ascolta è lì per noi, mi basta questo per farmi stare tranquillo.”

Adesso non ci rimane che aspettare 17 maggio per sentirli live al Music Inn, Largo dei Fiorentini 3 dalle 22.00 in poi, free entrance

Di seguito il link all’evento: https://www.facebook.com/events/213678955800924/

Il femminismo fa bene alla musica pop?

È andato e venuto, nello spazio di pochi giorni, lo screzio via twitter tra Taylor Swift e Nicki Minaj (http://www.buzzfeed.com/kimberleydadds/taylor-swift-has-apologised-and-made-up-with-nicki-minaj#.xl44Oy4mY).

Che le due star abbiano fatto pace ci rasserena, ma non ci può distogliere dal problema: il femminismo fa bene alla musica pop?

C’è stato un momento, una spinta di inizio millennio, in cui la pop music ha cominciato a diventare femminista. Ha scaricato le bombe (e bimbe) sexy, le ha destrutturate (con Lady Gaga) o satirizzate (e qui il merito è di Ke$ha), le ha sostituite con figure tormentate (Amy Winehouse) o con donne comuni (Adele), ha dato loro il potere assoluto (basti pensare a Beyoncé). Questa spinta si è dissolta, per una serie di motivi. Per prima cosa, le femmes fatales non sono scomparse: Rihanna, Miley, Katy Perry e Selena Gomez sono lì a ricordarci che sì, è ancora bello piacere allo sguardo maschile. Secondo motivo: le innovatrici originali si sono smarrite. Gaga insegue una retromania improduttiva, Amy Winehouse è finita preda di se stessa, Adele ha lottato con l’alcol e il suo corpo, Ke$ha è diventata quello che derideva – con risultati musicali peraltro eccellenti. Terzo ed ultimo motivo: le nuove popstar hanno affrontato il discorso femminista con la delicatezza di chi usa il martello per tagliare una torta. E arriviamo alla querelle tra Taylor Swift e Nicki Minaj, appunto.

C’è una gara a chi è più moderna, più femminista, più giusta. Una gara che poi è una contrapposizione tra modelli di corpo, di comportamento e di società, in un’America lacerata da tensioni sociali e razziali. Taylor Swift parla ad un pubblico molto vario, ma molto facile da identificare: dalla classe media in su, rigorosamente white, in tutti e cinquanta gli stati. Piace agli hipster-chic di San Francisco e alle It Girl di Manhattan, e non c’è una ragazza bianca, dalla Florida allo stato di Washington, che non sogni di essere come lei. Non usiamo mezzi termini: è la Audrey Hepburn del 2015. Ha, quindi, la stessa aria “rispettabile” che aveva la Hepburn – bella senza trasudare sessualità, modaiola con uno stile classico e anche un po’ austero – a cui aggiunge la capacità di sembrare la sorella maggiore che la domenica mattina, in pigiama e struccata, ti dà consigli di vita.

In pratica Taylor è la donna che l’America vorrebbe essere. Non può essere innovativa (viene, d’altronde, dal genere più retrò del mondo, la country radiofonica) né provocante, e per questo viene considerata il modello giusto. Il confronto con Nicki Minaj è stridente, sia da un punto di vista fisico che sociale, ma lo stesso (escluso il discorso etnico) vale per Katy Perry, che è una Jessica Rabbit nata povera. Attorno a queste figure – Taylor modesta e raffinata, Nicki la nera sfrontata, Katy la bomba sexy, Miley la figlia ideale che decide di fare di testa sua – ruota un dibattito sulla natura del femminismo nella società occidentale.

Può esistere un’immagine ideale di donna, uno standard di comportamento giusto o accettabile? E soprattutto, può il femminismo porre dei confini morali su cosa ci si può aspettare da una donna? Vero, il sesso è stato strumento maschile per eccellenza. Ma la soluzione non può essere impedire alle donne di mostrarsi erotiche. Soprattutto quando – è il caso di Nicki Minaj – viene proposta un’immagine nuova, dirompente, carica di connotati sociali e culturali. Molta critica online finisce per ricadere su standard maschilisti, slut-shaming, una paura pruriginosa dell’erotismo e del desiderio. Ecco, a voler essere maligni Taylor Swift (che, bontà sua, scrive canzoni meravigliose, non dimentichiamolo) è il parafulmine perfetto per ragazze un po’ puritane che invidiano la libertà delle “mignotte”. E Nicki, Katy, Rihanna e Miley quelle fanciulle trash che a volte sono proprio fuori luogo.

Se ci aggiungiamo problematiche razziali e “geografiche” (per un esempio recente basti pensare al divieto di esporre la bandiera confederata in California, polemica in cui il mondo della musica si è affrettato a scegliere parti e schieramenti), diventa evidente l’impossibilità di dividersi in squadre.

Il problema è che il femminismo è diventato di pubblico dominio e ha subito una regressione a livello di contenuti piuttosto allarmante. Il che ha portato alla diffusione, per reazione, di “attivisti dei diritti del maschio”, in un rigurgito misogino che vive soprattutto su reddit (in funzione anti-tumblr) e pervade il discorso collettivo sulla musica (dove è accompagnato da un razzismo profondissimo, mascherato da nostalgia per il caro vecchio rock in contrasto con l’hip-hop brutto e cattivo) e sui videogiochi. Non è che si stava meglio quando il femminismo era un fatto accademico? Ovviamente no, ma pensare a ragazze che nella vita cantano e ballano e ora sono costrette a improvvisarsi sociologhe fa sorridere. Non è arroganza, care, ma lasciate le chiacchiere a noi, che ci divertiamo pure.