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L’amore e la violenza, l’ultimo disco dei Baustelle

Questo album continua a confermare l’incredibile evoluzione artistica dei Baustelle. Incensato e criticato, come sempre il gruppo guidato da Bianconi, divide il pubblico.  La band di Montepulciano, si forma nel 1997 ma vede pubblicato il suo album di esordio Sussidiario illustrato della giovinezza solo nel 2000. A 17 anni dal loro debutto, questo è il loro settimo album in studio; il disco ha esordito alla seconda posizione nella classifica degli album più venduti in Italia stilata dalla FIMI, mentre ha esordito direttamente in vetta nella classifica relativa ai vinili.

baustelle 2

Dopo il capolavoro orchestrale di Fantasma (2013), L’amore e la violenza vuole essere decisamente più “leggero” e “fresco”. Con l’ultimo disco i Baustelle tornano alle origini nello stile, ma rimangono attualissimi nelle tematiche, donando nonostante la piacevolezza pop dell’album, uno spessore musicale degno del loro livello. È evidente che in questo caso non propongono nulla di nuovo, ma è nella semplicità del ritorno alle origini la vera sorpresa del disco che volutamente contrasta con il precedente. I riferimenti a Battiato permangono come in ogni loro lavoro e nel brano Il vangelo di Giovanni si nota in maggior modo. Amanda Lear, il singolo di lancio dell’album racconta le difficoltà del lasciarsi e ha già ottenuto un successo strepitoso

Ma la traccia migliore dell’album è senza dubbio Betty, sia per la musica che per i testi:

Betty è bravissima a giocare

Con l’amore e la violenza

Si fa prendere e lasciare

Che cos’è la vita senza

Una dose di qualcosa

Una dipendenza

L’amore e la violenza è un album piacevolmente giovane, adolescenziale. I testi parlano di amore, decadenza, amori precari, la maestria di Bianconi nello scrivere i testi si incontra anche nella citazione de La Pioggia nel Pineto poesia di D’Annunzio, abbinata a Facebook: “piove su immondizia, tamerici, sui suoi cinquemila amici”. È un disco “oscenamente pop” come lo definiscono gli stessi Baustelle, per il quale si rifanno a Battiato De André, Dalla, Alan Sorrenti fino a Matia Bazar riuscendo a cogliere tutta la magia della musica pop rendendola interessante e mai banale.

 

 

L’AMORE E LA VIOLENZA (2017, Warner Music Italia)

Love – 0:53

Il vangelo di Giovanni – 4:00

Amanda Lear – 4:24

Betty – 3:44

Eurofestival – 3:48

Basso e batteria – 3:31

La musica sinfonica – 3:43

Lepidoptera – 3:30

La vita – 4:48

Continental stomp – 0:52

L’era dell’acquario – 3:06

Ragazzina – 4:12

 

Obsoleto a chi? Le eredità di blues e soul

La musica di consumo ha mille nomi, etichette, background – ma solo due vie. Blues e soul. Dal blues tutto ciò che è rock, dalla soul tutto ciò che è pop (e elettronica, passando per la disco). Sono due universi che viaggiano in parallelo almeno dal dopoguerra, mantenendo differenze e opposizioni (ma anche, ovviamente, incrociando il loro cammino: Bobby Bland divenne una delle voci nere per eccellenza mescolando il gospel al rhythm’n’blues). Forse lo scontro più affascinante tra blues e soul riguarda l’invecchiamento.

I mondi del rock vivono di un culto della vecchiaia che non ha eguali. E non da oggi: persino la rivoluzione punk nasce per il desiderio di tornare indietro – a Elvis, al rock’n’roll diretto e immediato in contrapposizione con il prog, la psichedelia e la musica da intellettuali. Questa venerazione per l’anzianità ha due conseguenze di massima. La prima è la sopravvivenza in perpetuo di gruppi più o meno rilevanti decenni dopo il primo successo. In alcuni casi deriva da una genuina voglia di mettersi in gioco disco dopo disco – più spesso è una persistenza in un pantheon immutabile, come una hall of fame per chi ha almeno vent’anni di carriera, e poco importa se non è più innovativo da quindici. Questo però ci porta al secondo punto: il rock (cioè, il blues e tutti i suoi figli, nipoti e pronipoti) è un patrimonio culturale che viene conservato con una cura incredibile dagli appassionati anche giovani. Nulla si perde e nulla viene dimenticato: i discendenti del blues sono archivisti minuziosi, che colmano hard disk con tutti gli album, i singoli e le raccolte dei gruppi storici – sì, anche quelle uscite un po’ meno felici, per completezza. Sarà uno stereotipo, ma non penso sia un comportamento bizzarro. Per dire, guardate i cataloghi online: sono meno completi di quanto si possa pensare. Archiviare file e cartelle (possibilmente travasando su pc una collezione di cd e vinili, e non scaricando tutto…ma nessuno è perfetto) è la soluzione dell’uomo comune alla perdita di memoria culturale.

blues soul

Il che ci porta all’altro mondo, al soul e al pop. La memoria culturale nel pop ha un nome: è il kitsch. Un quindicenne che ama il rock sarà felicissimo di ascoltare i Pink Floyd; il suo coetaneo pop vi riderà in faccia quando gli passate il best of di Gloria Gaynor. Il pop è un momento unico, non può sopravvivere al di fuori della cultura che lo ha generato. Gli esempi contrari sono talmente pochi da essere eccezioni – Madonna in particolare, e la sua presa sul pubblico più giovane è nettamente calata. Questo porta ad un ricambio di talenti paragonabile a quanto avviene nello sport: sopravvivere dieci anni al top è un’eccezione permessa solo ai più grandi. Ogni generazione di fan ha i suoi idoli e non li condivide con nessuno: chi è cresciuto con Rihanna non è toccato dagli One Direction, chi ama(va) Bieber non può ricordarsi i successi di Britney Spears, i Little Monsters di Lady Gaga non saranno fan della prossima stella pop. Si può dire che questo sia la conseguenza di un’industria che vede la musica come una catena di montaggio e vende prodotti la cui ‘shelf life’ (cioè il tempo di permanenza sugli scaffali dei negozi) è intenzionalmente breve. Questo può essere vero, ma lo ritengo poco interessante.

Intrigante, invece, cercare l’unicità in ogni generazione di fan: è solo figlia di una circostanza, dell’essere nati nel 1990 anziché nel 2000? O c’è in ogni prodotto pop una qualità legata indissolubilmente all’epoca in cui esiste, a differenza del rock che tende all’eternità? Certo, se il pop è fin troppo ruvido nei confronti delle star di ieri, il rock rischia di essere un paese vietato ai giovani. Ma un po’ è anche colpa dei giovani stessi, che cadono nella stessa trappola dei fan e fanno bagni di passatismo prima di suonare. Le aspiranti popstar, nella beata ignoranza di ciò che c’è stato prima, hanno più possibilità di raccontare una generazione. Anche perché il mito della catena di montaggio di cui parlavamo sopra è, nella maggior parte dei casi, un mito. Tutti i grandi nomi del pop hanno un forte input creativo sul loro prodotto. Anche solo contribuire a scegliere le canzoni inviate dagli studi di produzione (e sappiamo che invece chi è in cima alle classifiche non si limita a questo) è un’opera di selezione fondamentale.

Quella tra pop e rock non può essere una guerra: è una coesistenza perfetta. Dove finisce l’uno, inizia l’altro. Certo, fa sorridere pensare che tra vent’anni il pantheon del rock sarà pressoché identico a quello attuale (si può entrare nella lista dei grandi, ma non si può uscire), e che chi nasce ora troverà noioso il pop del 2015 – condannato ad essere obsoleto ben prima del 2030. Forse la vita tecnologica ci spinge all’invecchiamento precoce dei prodotti, alla voglia irrefrenabile di saltare da un trend all’altro per rimanere rilevanti. O forse il mantenimento dello status quo non è un’attitudine esclusivamente lo-fi, da collezionisti di polvere, e anche le Silicon Valley di tutto il mondo si stanno adeguando. Non penso che la nostra fame di prodotti attuali e freschi possa rallentare. E non mi sembra possibile che un meteorite spazzi via i dinosauri – non quando questi dinosauri (detto con affetto) sono una parte fondamentale della nostra cultura. Se Stephen King cancellasse Proust, d’altronde, sarebbe un gran peccato.

Popsbawm

Nella descrizione che compare ai piedi di ogni mio post mi dichiaro un consumatore di cultura pop. Sebbene questa dicitura sia abbastanza intuitiva e sempre più usata, la sua esatta definizione resta incerta, sia che si voglia fondarla su categorie storiche o estetiche, sia se più modestamente cerco di definire il suo ambito per quanto concerne la mia personale esperienza. Sarebbe infatti molto difficile per me individuare, ammesso che ce ne siano, differenze tra la maniera in cui approccio oggetti che possiamo includere nell’ambito pop senza far alzare alcun sopracciglio -una puntata di un telefilm, un disco di musica rock- e quella in cui mi avvicino ad opere culturali create in un mondo molto diverso da quello che conosco, e che più o meno condivisibilmente possono aspirare al titolo di “classici”. In questo senso è la cultura pop a informare la mia prospettiva più di quanto non sia io a nutrirmi di essa come parte di una dieta culturale che includerebbe anche altre pietanze. Questa circostanza deriva necessariamente dalla pervasività con cui molti prodotti culturali innervano la società in cui viviamo, nonchè la banale quotidianità di ognuno di noi. Radio e televisione hanno iniziato nel ventesimo secolo un’opera che internet e i mezzi informatici stanno portando ad una completezza che sospetto fosse difficile da immaginare in tempi nemmeno troppo lontani, ed essendo la mia generazione la prima ad avere esperienza del completo annientamento dei rituali da sempre associati alla fruizione di opere artistiche o culturali in genere, tendo a considerarmi una specie di cavia per molte forme di discorsi culturali la cui longevità e influenza sono ancora tutte da valutare.

Lo stimolo per questa riflessione mi è venuto dalla lettura di un saggio di Eric Hobsbawm, uno dei più celebri e celebrati storici del secolo scorso. L’ultimo libro che porta il suo nome, pubblicato postumo nel 2013 col titolo di ‘Fractured Times: Culture and Society in the 20th Century’, e tradotto, credo in maniera piuttosto sfortunata, con ‘La Fine della Cultura: Saggio su un secolo in crisi di identità’ è una raccolta di scritti e trascrizioni di discorsi che trattano vari aspetti della lenta agonia della cultura borghese europea, o per meglio dire della lenta presa di coscienza della sua morte da parte di intellettuali, critici e artisti, e dei loro poco convincenti tentativi di scavalcarne la carcassa conservando il ruolo privilegiato che all’interno di essa potevano vantare. Il libro è molto interessante nel suo complesso, ma c’è al suo interno un saggio che ha particolarmente catturato la mia attenzione in quanto estremamente rilevante per le riflessioni che cercavo di introdurre prima. La copia del libro che possiedo fissa la data di pubblicazione originale di ‘Pop goes the artist’ al 17 dicembre 1974, ma un riferimento alla principessa Diana Spencer, che nel 1974 aveva 13 anni e principessa non era, mi fa pensare che il testo che ho letto abbia subito un numero di revisioni diverso da zero. Sapere quando la versione definitiva sia stata completata sarebbe interessante per capire a che punto dell’evoluzione dei mass media le osservazioni di Hobsbawm facciano riferimento, ma le domande che lo scritto solleva restano estremamente interessanti e problematiche a prescindere dalla sua esatta collocazione temporale.

L’osservazione di partenza è che la forma artigianale dell’arte che l’umanità ha conosciuto sin dai suoi albori è stata resa irrimediabilmente obsoleta dai mezzi di produzione industriale e dai mezzi di comunicazione di massa che hanno raggiunto pieno sviluppo durante il ventesimo secolo. Il bombardamento di informazioni e percezioni cui l’uomo contemporaneo è sottoposto quotidianamente ha distrutto il principium individuationis dell’opera d’arte come entità distinta da un qualsiasi altro oggetto di uso comune (da qui tutta la faccenda dei ready-made), e con esso finiscono nel cestino le categorie critiche ed estetiche -prima fra tutte la bellezza- che venivano utilizzate per analizzare le opere e distinguere tra quelle buone e quelle meno buone. Sarebbe quindi inutile cercare di resuscitare queste categorie per applicarle alle nuove forme di produzione culturale industrializzata perchè la magnitudo del loro impatto è dovuta più alla pervasività della loro presenza nella società che non ad un’eventuale qualità delle singole opere. Per citare la fonte: “Il western non è importante perchè John Ford ha fatto dei buoni film nell’ambito delle sue convenzioni. Queste sono conseguenze secondarie del suo essere in voga. Il suo successo è un panorama della mente, una mitologia ed un universo morale che sono stati creati da centinaia di storie, film ed episodi televisivi scadenti e che sopravvive non grazie ad essi bensì attraverso di essi.”.

Gli argomenti che tratto nella mia rubrica su Polinice sono in larghissima parte oggetti culturali e opere pienamente ascrivibili al modello di produzione industriale e diffusione di massa di cui sopra, e per quanto io mi sforzi di spingermi più che posso al di là di essa, non si può negare che la pulsione catalogatrice e descriminante -scaruffiana se vogliamo- sia uno dei motori principali della mia attività, e persino della mia voracia consumatrice in generale. In questo senso non posso, e nemmeno voglio, non sentirmi parte di una generazione educata da internet, che della breve spanna di attenzione magari non fa un vanto ma che quantomeno con essa si sforza di fare di necessità virtù, ed è forse per questo che nel saggio di Hobsbawm non posso fare a meno di leggere un certo sarcasmo, una certa condiscendenza che mi dà fastidio nella misura in cui mi rendo conto di non potermi difendere da essa. Spendo una certa quantità di tempo dibattendo questioni come “qual è il miglior video di Lady Gaga”, solitamente tra me e me, e sentirmi dire che tutte le domande che mi faccio sono irrilevanti e mal poste suscita in me quantomeno un senso di impotenza che l’inerente superficialità del mio approccio alla cultura non mi consente di scacciare tramite l’articolazione di un ragionamento. Da una parte infatti mi risulta del tutto cristallino che la significatività di un personaggio come Lady Gaga derivi dal sistema economico che l’ha portata al successo come prodotto commerciale e dalla nozione di “popstar” che la sovrasta ben prima che dalla qualità delle sue canzoni e dei suoi video. Dall’altra però penso che una persona cresciuta con forte il senso del principium individuationis di cui sopra possa fare fatica a districarsi nel flusso continuo di stimoli sensoriali cui i mass media contemporanei ci sottopongono (oggi anche più che nel 1974), e che possano sfuggirgli alcune delle sottigliezze nel processo con cui io come moltissimi altri cerchiamo di isolare, magari velleitaramente, alcuni stati di questo flusso, alcune sezioni. Questa volontà di catalogare l’incatalogabile è una discrasia che personalmente avverto molto acutamente, e penso che doni un certo retrogusto titanico alla mia attività, incompiuta per statuto a prescindere dalla qualità dei suoi risultati più tangibili, come questa rubrica.

Non so quindi bene che rispondere a Hobsbawm, se non che la particolare lotta contro i mulini a vento di cui mi faccio carico non rappresenta in alcun modo un tentativo di scimmiottare quella, probabilmente non meno titanica, dei miei nobili predecessori, ma semplicemente una risposta ad un istinto e un tentativo di interpretare i miei dintorni in una maniera che consenta almeno a me, e con un po’ di fortuna a qualcuno tra coloro che mi leggono, di dare ad essi una parvenza di senso. I miei dintorni, che io lo voglia o meno, comprendono Lady Gaga e Mad Men, e non credo che sia girandomi dall’altra parte che troverò la strada.

Gemme Pop: Voxtrot

Conobbi i Voxtrot in una di quelle maniere che un po’ ti fanno vergognare, un po’ ti fanno sentire fiero di essere un music nerd a uno degli ultimi stadi. Ero su RateYourMusic – celebre sito per chi ha delle problematiche a gestire la propria passione per la musica, con un database a dir poco infinito – e mi misi a guardare gli EP che avevano ricevuto i voti più alti in quegli ultimi anni. Era l’inizio del 2007 e in quel periodo era ancora lontana la mia totale fissa con l’indie-pop, con quella particolare dedizione verso quello inglese di fine anni ’80, quindi fu abbastanza normale che andai a pescare i Voxtrot, non solo americani, per di più texani (qualche anno dopo gli Okkervil River fugarono ogni mio pregiudizi nei confronti dei texani che fanno pop). L’EP consigliato era “Raised by Wolves”, il primo della loro carriera, uscito nel 2005.

Trovo estremamente imbarazzante il mio innamoramento per quella manciata di canzoni che anche adesso faccio fatica a descrivere. Non riesco proprio a trovare la ragione della loro efficacia, né tantomeno la cifra che per qualche motivo dovrebbe renderli particolari, o ancora degni di menzione. Eppure c’è qualcosa di irresistibile in quei testi che vanno dalla frustrazione adolescenziale a quella post-adolescenziale, inscritte in quelle strutture ovvie e naif che scopiazzano qui e là Smiths e Belle & Sebastian. I primi due pezzi, la titletrack e “The Start of Something” sono delle gemme pop, per me dovrebbero conoscerle tutti, le radio dovrebbero passarle tutti i giorni e tutti dovrebbero conoscere i Voxtrot almeno per questi due pezzi. Un po’ come i Buggles per “Video Killed the Radio Star”.

Il passo all’EP successivo “Mothers, Sisters, Daughters & Wives” era inevitabile. Questo non faceva che riconfermare la naturale vena pop della band che si trova(va) benissimo nel suo pop romanticamente scanzonato. Poteva forse capitare più a fagiolo l’uscita del loro primo LP nel Maggio di quello stesso anno? No. Però poteva essere sicuramente meno deludente. Per qualche ragione a me incomprensibile il gruppo arrivò all’album con più di qualche pretesa perdendo completamente quella verve che li aveva portato ad avere nelle precedenti uscite dieci dei migliori pezzi pop degli anni ’00. La delusione è cocentissima, lo scioglimento quasi un risarcimento emotivo.

Dopo sette anni sono ancora convinto che Raised By Wolves e The Start of Something siano tra i migliori pezzi pop scritti negli ultimi 10 anni.

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

La classifica di fine anno: i 10 earworm del 2013 più presenti nella mia testa

Dovete sapere che c’è una malattia – o meglio un disturbo – che tormenta alcuni tra gli amanti della musica: l’earworm. Il fenomeno, ampiamente trattato da Oliver Sacks in “Musicophilia”, consiste in alcuni secondi di musica immaginata (spesso un ritornello conosciuto) che si ripetono quasi all’infinito nella testa del malaugurato musicofilo fino a farlo impazzire. 
Affetto ma non sconfitto dall’earworm, ho deciso di sfruttarlo per cimentarmi nello sport preferito dai blogger: il classificone di fine anno. Ecco dunque

I DIECI EARWORM DEL 2013 PIU’ PRESENTI NELLA MIA TESTA

(Ovviamente, per una canzone, essere un earworm fastidioso è spesso indice di qualità ed efficacia. Inoltre, i pezzi in lista sono ordinati in base a quanto earworm mi provocano, non a quanto mi piacciono).

1) Guided by Voices – Littlest League Possible

Naturalmente il primo posto non poteva che spettare al Re del pop, Robert Pollard. A 56 anni suonati, un alcolismo galoppante e un centinaio di album alle spalle, riesce ancora a sfornare capolavori accattivanti come questo. The “P” stands for POP!

2) Guided by Voices – Islands (She Talks in Rainbows)

Ok, ok, è un altro pezzo dei Guided by Voices, ma stavolta non è di Robert Pollard, bensì di Tobin Sprout, ed è incredibile. Provate ad ascoltarlo, e dite addio a qualsiasi forma di concentrazione per qualche ora (o mese, se siete come me).

3) Unknown Mortal Orchestra – Swim and Sleep (Like a Shark)

Riff di chitarra elettrica baroccheggiante, quando te ne andrai dalla mia testa?

4) Robert Pollard – I Killed a Man Who Looks Like You

Sì sì lo so. Un’altra canzone di Pollard, sto perdendo credibilità. Però voi cliccate sul link, io non dico niente.

5) I Cani – Lexotan

Niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente niente no

6) Foxygen – San Francisco

Il 2013 iniziò benissimo con questa canzone irresistibile, che se non ricordo male ho canticchiato per 6 mesi anche nel sonno.

7) The Clever Square – February Is a Lie

Altro validissimo gruppo italiano che si è divertito a infestare la mia mente nell’ultimo anno. Entrate pure, il piacere è tutto mio.

8) Janelle Monàe – Q.U.E.EN.

Che pezzo incredibile. Amo quest’artista, odio quello che ha fatto alla mia capacità di concentrazione.
HEY BROTHER CAN YOU SAVE MY SOUL FROM THE EARWORM?

9) Departure ave. – How We Sang

Altri romani, altro brano accattivante (anche se decisamente downbeat) che non si dimentica facilmente.

10) Dumbo Gets Mad – Radical Leap

Last but not least, “Quelle tastiere… quelle dannate tastiere non mi si levano dalla testaghhhh”

Buon 2014 e buon earworm a tutti!

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

POP JET! Stupore e movimento in meno di un minuto

Il canone generico della musica pop prevede, a grandi linee, una composizione abbastanza breve, diciamo tra i due e i cinque minuti, che catturi l’attenzione dell’ascoltatore, la mantenga durante le strofe e la porti al suo culmine durante i ritornelli. Ora, cosa succede quando i punti cardinali di questo modello vengono estremizzati? I risultati sono i più disparati, come dimostra questa playlist da 25 pezzi da meno di un minuto
Ecco alcuni momenti notabili brevemente analizzati:

Alcuni di questi pezzi sono vere e proprie canzoni, più o meno compiute in tutte le loro parti, magistralmente compresse in poche decine di secondi in cui la composizione si sviluppa completamente. Maestri di questo sono Robert Pollard (Guided by Voices, Circus Devils) e Will Cullen Hart (The Olivia Tremor Control, Circulatory System), che ci regalano meravigliosi pezzi pop con melodie espressive, potenti o misteriose, che non hanno nulla da invidiare ai loro fratelli più lunghi, e che anzi, in aggiunta, ci lasciano lo stupore di aver ascoltanto tanto in così poco tempo.

Stephin Merritt (The Magnetic Fields) ha pochissimi pezzi sotto il minuto, eppure, da alchimista del pop quale è, riesce a elaborare una composizione di grande raffinatezza.

Alcuni, come Kevin Barnes (of Montreal) o Ettore Pistolesi (bassista degli Shout) usano i pochi secondi per scatenare della pura follia demenziale. Barnes trova anche il tempo per ironizzare sulla lunghezza della canzone: “the song will never end because it’s ¾ kosher ham” -e poi finisce.

Certi pezzi, come Tea Time dei Neutral Milk Hotel, sono talmente corti (8 secondi) da poter essere considerati solo frammenti. Eppure, nel tempo di un battito di ciglia, Jeff Mangum e la misteriosa voce famminile comunicano qualcosa che lascia traccia per molto tempo. “…And I will take all of the pain that I can(‘t?) stand…” 

Altri esempi, come i pezzi di Frank Ocean e Paul McCartney, forse colpiscono meno rispetto a  Tea Time, ma sono degli intermezzi placidi che dànno la sensazione (anche grazie ad alcune sagge registrazioni d’ambiente  di sottofondo, nel caso di Ocean) di aprire una finestra su un qualche momento della vita dell’artista.

Infine, Euros Childs (Gorky’s Zygotic Mynci) trasforma 38 secondi di musica in una vera e propria fanfara singalong come chiusura all’album Tatay (e alla playlist). Bravo!


Tea Time Neutral Milk Hotel
Demons Are Real Guided By Voices
The Preacher (Excerpt) Rock City
Boa Constrictor The Magnetic Fields
Maple Licorice of Montreal
End of the Swell Circus Devils
Shake! Shake! Shake! Cat Claws
News From The Heavenly Loom Circulatory System
Sono Molto Nervoso Babalot
Ho Bisogno di Pensare Shout
Green Typewriters 3 The Olivia Tremor Control
Did It Play? Robert Pollard
Yawn Parade of Stings The Clever Square
She Just Won’t Believe Me Tame Impala
The Lovely Linda Paul McCartney
Fertilizer Frank Ocean
Painted Raven Elyse Weinberg
Hey Aardvark Guided By Voices
Pound My Skinny Head Sebadoh
Bow Tie Daddy Frank Zappa
My Pretend The Apples In Stereo
Laurel Canyon Blvd. Van Dyke Parks
Good Riddence, Euridice The Capstan Shafts
Muddy Mouse (b) Robert Wyatt
Backward Dog Gorky’s Zygotic Mynci
PoliRitmi-Gianlorenzo Nardi