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La scienza: normalità o rivoluzione?


Avete presente tutte quelle belle scoperte che riempivano al liceo i nostri libri di fisica e scienze naturali? L’immagine più comune che ci viene in mente è quella dello scienziato che fa ricerca nel suo laboratorio, verifica tutte le sue ipotesi, pubblica, diventa famoso e vince il Nobel. La sua scoperta verrà così divulgata e si riscriveranno i testi accademici. Tutti accetteranno pacificamente la nuova teoria e godranno di una nuova e più profonda comprensione della realtà.


Niente di più falso per Thomas Kuhn, filosofo e storico della scienza, grande avversario di Karl R. Popper e amico di Willard van Orman Quine.

Quella appena descritta è un’immagine banale di come stanno le cose. Facciamo un passo indietro: qualsiasi spiegazione scientifica prevede alle sue spalle un insieme di scoperte riconosciute e universalmente accettate dalla comunità di ricercatori, che chiamiamo paradigmi. Detto in modo più raffinato, un paradigma è quel quadro di riferimento condiviso dalla maggior parte degli studiosi di credenze, assunti metafisici e modelli culturali affermati da tempo. Esso non c’entra nulla con prove empiriche, verificazionismo, cigni neri o n+1. Il paradigma dipende da fattori extrascientifici, cioè sociali e psicologici (perché no anche economici). 
In sostanza si basa sugli interessi accademici di un titolare di cattedra: chi detiene tale modello interpretativo cercherà a tutti i costi di difenderlo e conservarlo, tentando di osteggiare qualsiasi altro paradigma che non sia quello dominante.

 «Se confutassimo quello che ho insegnato per anni all’università che fine farebbero tutti i miei libri e la mia carriera di bravo docente? Se fosse vanificato il mio paradigma perderei tutti i finanziamenti al mio dipartimento, peggio ancora  l’assistente che ha fatto la scoperta mi ruberebbe il posto». Pensa in questi termini lo scienziato medio, secondo Kuhn.


Il paradigma funziona confrontando i fatti empirici con quanto previsto dalle teorie ammesse dal paradigma stesso, quindi realizzando le promesse che la visione dominante della realtà ritiene auspicabili; questa attività è definita da Kuhn scienza normale.

C’è la possibilità che si presentino anomalie che riescano ad essere spiegate all’interno di quel contesto. Ma quando tali anomalie si moltiplicano esponenzialmente e il paradigma dominante non riesce più a risolverle, si entra nella crisi del paradigma e inizia la scienza rivoluzionata. Si mettono in dubbio i principi fino ad allora consolidati e si tenta di scalzare il vecchio paradigma (con la gioia di tutti quei assistenti anonimi o ricercatori in secondo piano che fino a quel momento in ombra, cercano di imporre un nuovo quadro di riferimento).

La proprietà del nuovo paradigma è di essere incommensurabile (totalmente incompatibile), visto che sarà sempre in contrasto con quello fino a quel momento dominante, data la differenza di prospettiva sugli stessi fatti. Tale processo qui schematizzato può avvenire in poco tempo come anche in periodi lunghissimi. Segna una trasformazione nel modo di vedere il medesimo mondo, ripensando concetti e approcci, relazionando in modo diverso i dati. Così la scienza rivoluzionata diviene paradigma dominante e scienza normale.

Le rivoluzioni scientifiche secondo il Kuhn possono avvenire non soltanto per questioni empirico-teoretiche, ma anche per fatti meramente umani: rivalità fra scienziati, questioni religiose, intromissioni politiche e perfino motivi estetici su quale soluzione sia “più elegante”. Insomma Thomas Kuhn fornisce una visione diametralmente opposta a quella logica presentata dal neopositivismo o da Popper (verificabilità e falsificazionismo): la scienza viene descritta non come  fatto assoluto ma come fatto relativo. Essa non è progresso, bensì contingenza ermeneutica.

Una nota critica: spezzo una lancia in favore del suo avversario Popper. Si può facilmente notare che quando avviene una rivoluzione scientifica i risultati della scienza normale precedente non vengono distrutti: anche se abbiamo la fisica quantistica, i teoremi di Archimede o gli esperimenti di Torricelli non sono stati spazzati via ma integrati nel più ampio sistema della conoscenza. Il buon senso dunque corregge Thomas Kuhn quando notiamo che uno o più paradigmi possono non solo convivere ma anche incastonarsi fra di loro per un miglioramento della nostra conoscenza. 

Nonostante questo il suo libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche rimane un classico e una lettura obbligata per chi di filosofia della scienza si interessa. Oggi infatti la tendenza è quella di filosofi come Imre Lakatos (allievo del sopracitato Popper) di conciliare il falsificazionismo con le istanze sociali e storiche di Kuhn.


Alessio Persichetti

Due facce della stessa medaglia

Karl Popper. Come molti già avranno intuito sulla base dell’argomento del post della scorsa settimana, oggi si parla di Karl Popper, teorico del “falsificazionismo”.

Come si attesta la verità di un enunciato scientifico secondo Popper? Chiarendo la sua non-falsità. “Tutti i cigni sono bianchi”. Come verificare questa proposizione? Schlick avrebbe detto: «andando a caccia di un sufficiente numero di cigni bianchi». Popper avrebbe detto: «andando a caccia di un cigno nero»!

Popper qui segna un punto a suo favore rispetto ai falsificazionisti: è più comodo definire la robustezza di una teoria scientifica andando ad accertarsi della debolezza dei suoi avversari! Nel caso della teoria circa “il colore bianco dei cigni”, l’esistenza di un cigno nero è un formidabile antagonista.

Un altro esempio. Vogliamo accertarci che “l’acqua, al livello del mare, raggiunga l’ebollizione ad una temperatura di 100 gradi”. Domando al lettore: è più comodo, per un provetto scienziato, portare a ebollizione 1000 pentole d’acqua (proposta di Schlick) o portare un’unica pentola alla temperatura di 99 gradi e, in tal caso, accertarsi che ad una temperatura inferiore ai 100 gradi la dannatissima acqua non bolla?!

Non nego che, tutto sommato, i due approcci siano due facce della stessa medaglia. Di base entrambi i metodi risultano verosimilmente validi. Certo, nel caso del verificazionismo il “caso bastardo” è sempre in agguato: potremmo tranquillamente incontrare 1000 cigni bianchi, d’altra parte l’atroce dubbio che il milleunesimo sia nero rimane ben saldo a roderci l’anima. È però vero che un bravo scienziato sa utilizzare il metodo di Schlick in sinergia con una buona dose di statistica: in tal senso il “caso bastardo” viene previsto ed eventualmente incluso nei protocolli di ricerca da principio.

Per quanto non dubito della validità pratica di entrambi i metodi (ne gioirà il mio ottimo amico Radlov), devo però rendere giustizia ad altri miei compagni di studi (ben più ferrati del sottoscritto), appassionati di problematiche logiche.

Il verificazionismo si basa, come vi accennavo, sul “principio di induzione”. Tale principio asserisce che “casi simili a quelli osservati sono veri in casi non esaminati”. Bene, come giustifichiamo tale principio? Verificando che esso funzioni per un certo numero di volte? Ma questo è un circolo vizioso! Giustifichiamo un principio ricorrendo al principio medesimo! È semplicemente inaccettabile. Una seconda soluzione potrebbe essere quella di accertarci della bontà del principio di induzione mediante un procedimento deduttivo. Peccato che tale possibilità non sia ammissibile. Non possiamo giustificare un’inferenza induttiva su basi deduttive. Sarebbe come accendere un fuoco con un secchio d’acqua. Non solo. Ammetteremmo tacitamente la bontà della tesi di Popper (che non a caso chiamava il suo falsificazionismo “metodo deduttivo dei controlli”).

Insomma, verificazionismo e falsificazionismo sono due facce della stessa medaglia. Il primo risulta però più debole poiché fondato su inferenze logiche di tipo induttivo, il secondo più forte poiché basato su deduzioni (in primis, per gli interessati, il “modus tollens”).


Giulio Valerio Sansone

Il cigno nero

Come stabilire se una teoria scientifica dice il vero? Una risposta intuitiva è «verificandola!». Ma cosa vuol dire “verificare?”. Procediamo con ordine.

L’austriaco Moritz Schlick, esponente di spicco del Circolo di Vienna, riteneva che un enunciato scientifico dicesse il vero nella misura in cui rispettava un criterio di verificazione. Tale criterio era «l’esser presente o il non esser presente di certi dati1». In altri termini, una teoria scientifica è vera se ci sono fatti empirici che ne supportino la verità, che rendano-vera (verum-facere) la teoria.

Banalmente, per poter affermare che l’enunciato «tutti i cigni sono bianchi» sia vero, sarà sufficiente definire il nostro criterio di verità: se saremo in grado di osservare empiricamente che un certo numero di soggetti (cigni) posseggono la proprietà in questione (essere bianchi), allora potremo dire che “soggetti simili a quelli osservati, sono veri in casi non osservati”. Insomma, applichiamo il cosiddetto principio di induzione: dato che i cigni osservati finora sono bianchi, allora tutti i cigni del mondo sono bianchi. Punto.

Un simile approccio epistemologico risulta essere perfettamente coerente con la visione del reale propria di tutti gli esponenti del Circolo di Vienna, secondo i quali gli unici oggetti esistenti sono fatti empirici e principi logico-matematici (no, gli unicorni non sono inclusi2). In effetti, la verificazione del nostro enunciato scientifico non necessita di nulla più: abbiamo i cigni empiricamente osservabili e il principio logico d’induzione con cui rielaborare le nostre osservazioni. Meglio di così direbbe qualcuno3

Eppure questa lineare e cristallina proposta presenta delle falle. Quali? In attesa di rivederci la prossima settimana vi lascio un indizio.



Giulio Valerio Sansone



1 M.Schlick, Allgemeine Erkenntislehre, trad. it. di E.Palombi, Milano 1986, pagina 188.

Vedi il mio “Sulla non-esistenza di Gatto Silvestro” del 28 Marzo scorso.
Chiamo qui in causa Còrar Radlov.