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Roma Rocks #3: Mary In June

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Tutti sanno che Roma è divisa in fazioni, ambienti, schiere di persone che si  auto-ghettizzano in micro-contesti autoreferenziali in cui le persone coinvolte si danno grosse pacche sulle spalle reciproche, dandosi forza a vicenda e guardando con sospetto le altre micro-realtà fuori dal loro confortevole porticato. La musica nella capitale è specchio di questo atteggiamento che ancora, dopo tanti anni, non sono riuscito a comprendere.
Se c’è un gruppo che esce da queste categorie, gruppo di cui ho sentito parlar bene e con affetto un po’ da tutte le parti, questi sono i Mary in June. La band, composta da Alessandro, Aron (già En Plein Air), Marco e Vincenzo, ha esordito nel 2011 con l’EP Ferirsi, accolto molto bene sia dalla critica che dal pubblico. ‘Ferirsi’ ha dato alla band una meritata visibilità non solo a Roma ma anche ben al di fuori del Raccordo.
I Mary in June costruiscono paesaggi prendendo le mosse da un post-rock ora furioso, ora atmosferico,  su cui Alessandro intesse le sue linee vocali, tentando ambiziosamente di abbinare un cantautorato che prova a confrontarsi con tutti i giganti italiani a un genere che difficilmente si è messo in discussione affrontando il cantautorato ‘classico’ (forse è accaduto solo con i Marta sui Tubi ma, per come la vedo io, in modo diametralmente diverso).  Questa caratteristica è per certi versi uno dei migliori tratti distintivi della band, anche se, quando l’operazione non riesce a pieno, il risultato suona ad un primo ascolto leggermente spiazzante.
L’elemento che ricorda percorsi già intrapresi da altri artisti italiani dagli anni zero in poi (e qua già ci dovremmo essere capiti), è il denso legame fra le canzoni e il paesaggio urbano, spesso periferico, della città, reso però non con mesta rassegnazione ma con un certo piglio nervoso e romantico.
Musica e testo dunque si muovono in questa introversa inadeguatezza, in questa sorta di implosione che trova libero sfogo solo in alcuni episodi (che a sentirli dal vivo ultimamente sono esponenzialmente aumentati) che sono come un’eruzione di rabbia dopo aver somatizzato a lungo, un esplosione liberatoria di tutta quella tensione irrisolta. C’è appunto un che di liberatorio nella musica dei Mary in June, nella loro poetica musicale che sa esprimere inadeguatezze e malinconia, riuscendo ad arrivare immancabilmente all’ascoltatore.
Aspettando con curiosità il prossimo lavoro, potete andare sulla pagina bandcamp del gruppo e scaricare ed ascoltare tutti i brani diFerirsi e i due brani registrati per la compilation ‘Il Sottosuono Vol.3’.
Luigi Costanzo

Allelujah! Don’t Bend! Ascend! Il ritorno dei Godspeed You! Black Emperor

I Godspeed You! Black Emperor di F#A# (la loro prima vera uscita discografica, senza considerare la demo All Lights Fucked On The Hairy Amp Drooling) venivano così descitti da Eddy Cilìa e Stefano I. Bianchi: “prendete le colonne sonore di Morricone e quella stracitata di Twin Peaks, inseritele in un contesto a metà tra blues e Pink Floyd medio periodo, portate il tutto in pieno deserto, fatelo suonare dai Popol Vuh e avrete […] un piccolo prodigio che si regge su equilibri delicatissimi, giusto sulla linea di confine tra Ispirazione e ridondanza”.


Questo delicatissimo equilibrio, reso ancor più fragile ed incredibile nel 2000 con il capolavoro Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven, è stato letteralmente spezzato con Yanqui U.X.O., il disco successivo datato 2002 (ma già nel 1999 avevano dato prova di voler assestare un duro colpo alle loro finissime costruzioni con l’ep Slow Riot For New Zero Kanada). Dieci anni dopo la loro ultima uscita discografica, il già citato Yanqui U.X.O., i GY!BE si ripresentano al mondo come un fulmine a ciel sereno, pubblicando un disco magari sognato, anelato, ma mai realmente atteso dai fan (voci di un possibile nuovo lavoro in studio si susseguivano però dalla fine del 2010, anno della loro reunion).

Allelujah! Don’t Bend! Ascend! conferma la volontà dei Godspeed di distruggere i delicati equilibri che li avevano caratterizzati durante i tardi anni Novanta per mezzo di vertiginosi muri sonori, figli del ruolo più centrale che hanno guadagnato mano a mano negli anni le chitarre a dispetto degli strumenti orchestrali (ricordiamo che i GY!BE sono arrivati ad essere una formazione di dieci strumentisti). Sono finiti i tempi degli ineffabili intrecci chitarristici, degli angelici incroci di fiati ed archi, la musica dei Godspeed si è fatta ormai più umana e carnale che mai. Da una minimalista ambientazione drone vanno creandosi figure mano a mano sempre più definite, fino a diventare imponenti wall of soundche attorniano l’ascoltatore, immobilizzato in un mondo che lo rende assolutamente impotente (conoscete un mondo simile voi, magari più reale?). Ed è proprio da qui, supposizione tutta mia, che deriva il titolo di questo disco. Conoscendo il loro passato, e l’impegno politico che i membri del collettivo hanno sempre riversato nella loro musica, il titolo altro non sembra essere se non un monito, un richiamo ad un risveglio sociale che ormai sembra soltanto essere pura utopia. Insomma, un’ascesa, un mondo migliore, deve essere possibile, nonostante la condizione di impotenza generale che viviamo tutti i giorni di fronte ai grandi colossi che dominano il nostro pianeta. Supposizioni le mie, certo, ma non prive di fondamenta di verità.

È un disco molto curato questo dei GY!BE, sul quale negli ultimi due anni hanno speso molte energie in fase di registrazione (la scrittura dei pezzi non c’è praticamente stata visto che le due tracce cardine del disco, le lunghe suite Mladic e We Drift Like Worried Fire, erano già state proposte sovente durante i loro live da dieci anni a questa parte, con i titoli Albanian e Gamelan). E non va neanche dimenticato che questo disco segna il ritorno in studio con la band canadese di Mike Moya alla chitarra dopo la sua dipartita dal gruppo datata 1998. Un disco ricco di ricorrenze e di spunti riflessivi, un’opera che ha letteralmente destabilizzato il panorama post-rock e i giornalisti del settore (senza considerare le migliaia di fan sparsi in tutto il mondo). Senza utilizzare mezzi termini, l’uscita discografica più importante del 2012. Con buona pace degli Swans.

Stefano Ribeca