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Fuck Yeah Brutalism

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Photo © Matthew Carbone, taken February 26th 2015.

 

 

Credo di aver visitato, delle sue opere, la sola sede della facoltà di architettura di Yale. Un edificio straordinario. Come straordinario è l’architetto che lo ha disegnato. Un edifico enigmatico. Come enigmatico è l’architetto che lo ha progettato. Un edifico ancora incompreso. Come ancora oggi, Paul Marvin Rudolph è incompreso; o meglio abbattuto.

Fuggiamo spesso da ciò che non si comprende, da ciò che facciamo fatica a comprendere.
Difficilmente si fugge da ciò che si combatte. Gli avversari hanno bisogno gli uni degli altri per continuare ad abbaiare, senza mordere naturalmente. Con ciò che non si riconosce invece, con ciò che non si ha l’interesse, la pazienza, o le capacità di comprendere, ci scagliamo con veemenza, spaventati da una soglia che non vorremmo oltrepassare.

Ebbene l’architettura di Paul Rudolph, principe del cosiddetto Brutalismo, ti arriva sgradevole all’orecchio come una lingua che non si conosce, parlata di fretta e a voce alta. E questo ci infastidisce.

Non faccio fatica ad ammettere che nel braccio di ferro giocatosi lungo la seconda metà del secolo scorso, parteggio spudoratamente per la tendenza Postmoderna. Ma, come detto, subisco una necessaria fascinazione per il mio avversario (conservo la pagina Fuck Yeah Brutalism tra i top sites del mio portatile), tanto da ritrovarmi a scrivere in sua difesa, avallando il detto che recita:

Il nemico del mio nemico è mio amico.

Qui il nemico comune è l’ignoranza, la volgarità, la pochezza che muove il dibattito sul contemporaneo in architettura, nonché l’azione delle amministrazioni politiche che sistematicamente procede verso l’abbattimento di opere appartenenti al nostro patrimonio, dal valore inestimabile.
Una di queste è il Government Center di Goshen, Orange County, N.Y., eccellente architettura di Rudolph.

 

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Photo © Matthew Carbone, taken February 26th 2015.

 

 

Terminato nel 1967, l’ufficio governativo ha resistito nel 2011 anche al passaggio dell’uragano Irene. Ma questo non sarà sufficiente per sottrarlo ad una demolizione, decretata lo scorso marzo dall’esecutivo di Orange County. Non sono serviti gli attacchi del NYT, affidati a Michael Kimmelman, una delle penne più importanti della critica contemporanea americana. Non è bastata la presenza dell’edificio nella World Monuments Watch List. La stessa personalità di Rudolph è valsa a poco. Allievo di Gropius, direttore della facoltà di architettura di Yale dal 1958 al 1965, influente nella formazione di architetti di primo ordine come Foster e Rogers, l’architetto americano è stato un figura chiave della seconda metà del Novecento, docente impegnato e professionista affermato in tutto il mondo.

Le sue architetture, potenti e mai banali, riportano suggerimenti formali provenienti da Gropius come da Wright, accostati in modo non sempre felice. Il linguaggio di Rudolph è volutamente dissonante, un apparato formale severo ed ironico, di certo coltissimo. L’approccio è evidentemente politico. Come nel caso del Government Center di Goshen. Pensare l’edificio, composto da tre padiglioni disposti intorno ad una corte, come un luogo aperto, proteso nei confronti della comunità, trasmette un’idea di architettura ben precisa. Un’architettura a tratti utopica, demiurgica, sovraimposta ad un tessuto estraneo, che anche per questo tra poco la espellerà.

Proprio Kimmelman, malinconicamente, descrive l’edificio come

An old wagon train around a village green.

Non è ancora certo il destino che attende il centro di Goshen: se l’edifico brillerà, per far posto ad una nuova architettura in stile, o se verrà camuffato – davanti e dietro – come in un film porno in costume.

 

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Early proposals for new Orange County Government Center, courtesy Orange County.

 

 

Progetto dello studio Clark Patterson Lee.
Progetto dello studio Clark Patterson Lee.

 

Quello che è certo, è che stiamo per perdere una delle più valide testimonianze della nostra architettura contemporanea.

 

 

Postmodernità – Parte seconda

Due settimane fa ho introdotto, tra le tematiche affrontate in questa rubrica, la questione della postmodernità. L’articolo si chiudeva con un cenno a Jean-Francois Lyotard. Vorrei tornare brevemente su questo autore e concludere con due parole sul ruolo delle Guerre Mondiali nella periodizzazione della storia della filosofia.

Lyotard scrisse il già citato saggio «La condizione postmoderna» su commissione del governo dello stato canadese del Quebec. Mi affascina molto l’idea che un governo (!) possa avere interesse nel commissionare ad un filosofo un rapporto sullo “stato dell’arte” nel vago e astratto mondo del pensiero. Entrando nel merito, mi affascina anche l’idea che un autore possa individuare le caratteristiche proprie di un’epoca ed esprimere una valutazione sulla loro attualità, quasi erigendosi a giudice globale delle dinamiche filosofiche. É un fatto che da un lato sembra esprimere una grande arroganza, ma che, tuttavia, ha delle legittimità.

Seguiamo il ragionamento di Lyotard.

L’essere umano conosce due tipologie di ragionamento: quello scientifico e quello narrativo. Il primo si caratterizza per la sua verificabilità. Una proposizione scientifica è sempre in grado di fornire evidenza della sua verità. Altrimenti non è scientifico. Punto. Nel caso del sapere di tipo narrativo, tuttavia, questo stato di cose non è ugualmente dato. La legittimità di un asserto narrativo prescinde, infatti, da queste verifiche.

Secondo Lyotard, l’età moderna (in senso lato dal 1492 in poi) è stata caratterizzata dalla presenza di due grandi saperi narrativi, tanto grandi da essere definiti metanarrazioni. La prima metanarrazione è quella illuministica, la quale “raccontava” all’uomo la storia della sua emancipazione dalle tenebre dell’ignoranza verso un futuro di prosperità e “pace perpetua”, per citare Kant.

La seconda metanarrazione è quella dell’idealismo hegeliano, propugnatore di un sistema totale di conoscenze, identico all’autocoscienza dello Spirito Assoluto.

A dire di Lyotard, la modernità si è concluso, cedendo il passo alla postmodernità, quando l’essere umano ha smesso di credere a queste due metanarrazioni, ha smesso di farsi raccontare favole e si è, in una parola, disilluso.

Laddove la modernità predicava l’esistenza di verità assolute, la postmodernità si schiera in favore del pluralismo e del relativismo. Laddove la modernità annunciava il radioso avvenire dell’uomo razionale, la postmodernità ci sbatte in faccia i fallimenti di quest’ultimo.

Ma perché è avvenuto tutto ciò? Qual’è stata la scintilla che ha fatto esplodere tanta disillusione?

Personalmente – e qui parte il mio delirio, il povero Lyotard non è responsabile delle vaccate che sto per propinarvi- vedo nelle due Guerre mondiali il punto di rottura tra moderno e postmoderno. Veniamo così alla conclusione.

La Grande guerra realizzò una vera e propria autofagia, l’auto-annientamento di una cultura secolare per opera di se stessa: la vecchia razionale Europa annichilì se medesima. E addio alla metanarrazione illuministica della pace perpetua.

E poi il colpo di grazia: la Seconda guerra mondiale. Nel corso di quest’ultima il sapere totale (quello della seconda metanarrazione) si pose al servizio del totalitarismo, del dominio delle masse, dell’industria bellica. Senza dare giudizi di valore, tuttavia, non si può non riconoscere una sistematicità (chi ha letto Hegel conosce il valore di questo termine) nelle procedure di sterminio dell’Olocausto, dei Gulag, nelle sperimentazioni precedenti il lancio dell’atomica americana.

La conseguenza di tutto ciò?

La difesa delle minoranze, anzitutto. La stesura di trattati internazionali, costituzioni, perfino di regolamenti didattici volti alla tutela dei diritti della persona e dei più deboli. L’ONU vide la sua genesi in questo contesto.

Ancora: il rifiuto dell’idea di Verità. Hitler e Stalin erano entrambi propugnatori dell’esistenza della Verità Assoluta. A cos’ha portato tutta questa Verità? Allo sterminio. Non è meglio, allora, il relativismo?

Al giorno d’oggi, la postmodernità prescrive l’adozione di singole, piccole verità con la «v» minuscola. Molteplici prospettive che possono così convivere, coesistere senza giungere allo scontro.

Ecco la legittimità del pensiero postmoderno. È una legittimità che, pragmaticamente, non nego. Continuo, tuttavia, a ritenere auspicabile l’esistenza di un fondamento stabile che diriga l’agire umano.

Per citare il mio professore di storia della filosofia contemporanea: «ci sono liberalismi che ammazzano», anche i più tolleranti, pluralisti e – apparentemente – rispettosi dei diritti umani.


Giulio Valerio Sansone


Per chi fosse interessato, segnalo: Georg Sans, Al crocevia della filosofia contemporanea, Roma 2010, pagine 306-316.