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La fine del classico?

1984: sulla rivista The MIT Press, Peter Eisenman pubblica un articolo intitolato “The End of the Classical“, che un paio di anni dopo darà il titolo ad una raccolta di saggi – pubblicati tra il ’76 e l’86 – punto focale del dibattito teorico della prima metà degli anni ’80, e di estremo interesse ancora oggi. Non era certo la prima volta che venivano celebrate le esequie dell’architettura classica: lo fece, a suo modo, il movimento moderno con le prime avanguardie, a cui fecero eco i movimenti europei delle neo-avanguardie degli anni ’60. Non ci volle molto, appena una ventina d’anni, prima che Lyotard scrivesse “La condizione post-moderna“: nella bara questa volta finì la modernità macchinistica e funzionalista, le meta narrazioni e le realtà univoche ed unificate.

Perché dunque il testo di Eisenman assume un’importanza fondativa nel suo contesto? Per due ordini di motivi: il primo è che riconduce tutta l’architettura che lo ha preceduto ad un unico paradigma, quello della classicità; il secondo è che legittima – o è volto a legittimare – il cambio radicale che, con la mostra Deconstructivist Architecture del 1988, rivoluzionerà l’architettura contemporanea. Questo processo analogico, che si sviluppa intorno alcuni nodi fondamentali: tempo, storia, ragione, segno, significato, proporzione, de-composizione, limite, modello. Non è questa la sede adatta per discutere nel dettaglio le tesi e i precedenti teorici di ognuno di questi punti, ma su di alcuni mi piacerebbe spendere qualche parola.

Se alcuni nodi concettuali, in una certa cultura europea, evidenziati da Eisenman costituiscono un effettivo ponte dal rinascimento al post-mo, altri sono stati cerniere rivoluzionarie nei cambi di paradigma: in particolare i temi del significato e del modello hanno costituito i punti di maggiore frattura tra mondo moderno e quanto lo aveva preceduto. La letteratura in merito è molto vasta ma, cercando di riassumere, si possono identificare tra modello e significato diversi livelli intersezione su cui Eisenman si muove. Per cominciare si possono identificare, nel corso della storia almeno tre idee di modello: quello rinascimentale -nella sua doppia accezione, da una parte di esempio da seguire, dall’altra di rappresentazione fisica del progetto; quello ottocentesco – così abilmente rappresentato da Durand e che era essenzialmente costituito da una serie di variazioni tipologiche su una configurazione di base; quello dinamico e contemporaneo – basato sui principi di adattività, dinamicità e interattività. Il cambio da un modello all’altro, nel corso della storia non può che comportare un cambio paradigmatico nel modo di progettare. In effetti, a dimostrazione di quanto volutamente ambiguo fosse il ragionamento di Eisenman sul modello, queste contraddizioni e variazioni si incarnano perfettamente nelle variazioni che lui stesso esegue sulla sua casa modello, la House X. Il tema del significato poi – che meriterebbe una trattazione a sé – rivela in maniera ancora più evidente quanto l’opera di Eisenman – che era ovviamente cosciente di questi ragionamenti – sia strumentale alla legittimazione della sua operatività. Dopo aver identificato l’architettura classica come un’architettura evidentemente semantica, sostiene che le sue le regole e i suoi elementi significanti sono rimasti invariati sino alla contemporaneità. Questa è forse l’approssimazione meno efficace, anche per la legittimazione del decostruttivismo, perché il tema della semantica è stato il punto di forza del movimento che lo ha preceduto: il post-mo. Non è stato infatti il più grande lascito del post-modernismo proprio quella legittimità di risemantizzare elementi architettonici per configurarli in un architettura contemporanea?

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Esistono poi altre tematiche, che non sono presenti nella trattazione, e che evidenziano in maniera ancora più efficace come la continuità e la discontinuità non siano quasi mai assolute in sé stesse: penso ad esempio ai temi del contesto, della scena urbana e della produzione. Ma forse tante categorie non sono necessarie perché, delle volte, l’architettura è più efficace del dibattito teorico per smentire o confermare un’ipotesi. Così, proprio mentre cercavo di capire come formulare al meglio una teoria sulla ciclicità del classico e sul continuo succedersi di fasi di continuità e discontinuità con i suoi principi, è stata inaugurata la Fondazione Prada a Milano, progettata da Rem Koolhaas.

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Sono arrivato tardi, ho pensato. È tutto li: il modello seriale, la risemantizzazione della metafisica milanese accanto ad un elemento “alla Koolhaas”. E proprio lui, che alla mostra dell’88 c’era, e che come Eisenman non è mai stato veramente dentro il mondo decostruito, ha chiuso il mio cerchio.

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Il mio primo maestro di architettura, durante una lezione, disse più o meno così: “a volte pensi molto a lungo a qualcosa prima di realizzarla. Poi, un giorno, ti volti e scopri che qualcuno ci ha già pensato. E’ una sensazione meravigliosa sapere di avere avuto ragione!“.

Borsa falsa? Per scoprirlo basterà uno smartphone

La vedi andare al supermercato con la Kelly di Hermès, portare i libri dell’università dentro gigantesche Balenciaga, sfoggiare Cèline in dodici colori nei pranzi con le amiche. Per quanto si possa svaligiare l’armadio della mamma, a meno che non si parli di Sarah Jessica Parker, il dubbio ti viene. “Che bella! Ma non cel’avevi anche blu? Dove l’hai comprata?”. “Me l’hanno regalata/me l’ha portata una mia zia dall’America/al compleanno”. Riceverai le risposte più varie ma mai e poi mai ti sentirai dire: “È finta”.

Eppure la forma è strana, tu che studi con attenzione i cataloghi quel colore non sei neanche sicura che esista. Il dubbio c’è, la certezza non la puoi avere mai. O meglio, non la potevi avere mai.

A breve sarà possibile smascherare i prodotti contraffatti, in tempo reale, con la fotocamera di uno smartphone. È l’idea su cui sta lavorando sta lavorando NEC: un sistema che consente di riconoscere un falso confrontando le immagini scattate sul telefonino con quelle di un database presente su cloud.  Una rivoluzione che potrebbe competere giusto con uno scanner che individua le false bionde.

La tecnologia, ancora in fase di test, riesce a registrare una sorta di impronta digitale per qualsiasi genere di oggetto, determinata da certi dettagli tipici della sua superficie, impressi durante la produzione, invisibili all’occhio umano. Questo metodo di riconoscimento, secondo NEC, è in grado di funzionare anche su manufatti di piccole dimensioni, come dadi e bulloni, ai quali è difficile apporre un numero seriale o un codici a barre. Per scoprire il falso basta scattare una foto che viene confrontata con quella del prodotto originale, salvata dal produttore nella banca dati. NEC prevede di mettere a punto la sua tecnologia entro il prossimo anno per poterla commercializzare nel 2016.

Nell’attesa, come riconoscere una borsa fasulla? Oggi i copioni sono quasi perfetti. Non bastano più gli accorgimenti basilari come la qualità del pellame, l’etichetta, o la fodera interna, (che deve aderire perfettamente alla borsa) anche perché, se non si guarda mai nella borse delle signore, sicuramente non si guarda in quella delle sconosciute. Ecco quindi qualche trucco.

Il più imitato è sicuramente Louis Vuitton. La simmetria è alla base delle borse originali: i simboli sono perfettamente uguali e centrati attorno ai disegni su tutti i lati della borsa, tanto è vero che i manici, ad esempio, coprono lo stesso simbolo da entrambi i lati. Nei prodotti autentici il marchio LV non sarà mai tagliato.

Passiamo a Prada. Chi ha visto il film Serendipity, sicuramente ricorda il portafoglio “Prado”, ma errori così grossolani sono rari. Negli originali le cuciture sono perfette e in tinta con i colori della borsa. Se vedete sfilacciature o segni di ruggine sulle guarnizioni metalliche, state certe che quella che avete tra le mani è una borsa falsa, perché le Prada vengono controllate meticolosamente anche nei minimi dettagli. Eventuali elementi in metallo saranno dorati, argentati oppure rosa ma tutti con il marchio Prada inciso. Se vi capita la borsa tra le mani fate bene attenzione al marchio, perché la seconda gambetta della prima A di Prada è leggermente più lunga della prima.

Gucci. In genere una borsa Gucci è autentica quando ha le doppie G non allineate lungo le cuciture. Il marchio è ovunque, anche dentro la borsa, nelle zip e nelle borchie.

Infine accorgimenti per i modelli 2.55 Chanel: le tracolle 2.55 sono realizzate solo in agnello liscio o in vitello matelassé, hanno cuciture allineate e perfettamente combacianti e nei modelli matelassé il numero dei quadratini è sempre dispari. La fodera interna è sempre in nero o in bordeaux.

British Fashion Award: l’Italia porta a casa l’Oscar

Gwyneth Paltrow e Miuccia Prada
Gwyneth Paltrow e Miuccia Prada

“Che carino dove l’hai comprato?”

“A Londra!”

“Ah ecco perché mi sembrava così bello!”

Non si capisce perché tutto quello che compri non nella tua città sembra meraviglioso. Quando sei fuori qualunque insignificante negozietto, magari che nessuna delle persone del posto conosce o si è mai filato perché è l’equivalente locale della Coin, sembra una ficata assoluta. E giri, giri come una trottola impazzita gridando “guarda quello! E questo?!” fin quando il tuo budget non cala a zero e all’aereoporto al ritorno non ti puoi permettere nemmeno una bottiglietta d’acqua. A casa invece tutto ti sembra caro/già visto, scadente e quindi il pensiero di andare a fare un weekend di shopping a Parigi/Londra/Madrid/Tokio per “risparmiare” ti sembra assolutamente razionale. Ma ti assicuro che se anche la tua maglietta di Zara in Spagna costa 10 euro di meno, con i soldi di aereo, viaggio, regalo per la mamma ecc. ti ci compri un vestito di Valentino.

Infondo l’Italia è una delle capitali della moda, ma non lo dico io, lo dice L’Inghilterra di Paul Smith e Burberry, di Top Shop e Charlotte Olympia.
Ogni anno si svolgono a Londra i British fashion Award, gli Oscar del mondo della moda inglese, assegnati da una giuria di oltre 300 esperti del settore, chiamata a votare l’industria modaiola britannica. E alla cerimonia che si è svolta lunedì sera il premio più importante tra i 16 consegnati è andato proprio all’Italia. Un’inglesissima Gwyneth Paltrow, ha incoronato l’italianissima Miuccia Prada “International designer of the year”. La motivazione? Eccola: «Prada è una dei più influenti designer internazionali del 2013 che anticipa e detta le tendenze sulla scena mondiale della moda».

Miu-Miu-Resort-2014-campaign
Miu-Miu-Resort-2014-campaign

Se ancora il made in Italy non vi ha convinto perché dei Bfa non avete mai sentito parlare e pensate siano una di quelle insignificanti rimpatriate di vecchie glorie dove per non scontentare nessuno si consegna anche il premio simpatia e un cesto si natale all’ultimo classificato, entriamo nei dettagli.
La serata, presentata dal comico britannico Jack Whitehall, è stata un tripudio di nomi prestigiosi che si sono contesi i vari riconoscimenti. Regina assoluta dell’evento è stata Kate Moss, che ha ricevuto lo Special Recognition Award (consegnato da Marc Jacobs) per i 25 anni di carriera. Metodo sottile per indurre qualcuno a credere che 25 siano anche i suoi anni..Edie Campbell invece, celebre per i propri iconici capelli neri e per il look vagamente gotico, che l’hanno resa una delle modelle preferite da designer del calibro di Alexander McQueen, si è aggiudicata il titolo di Modella dell’Anno, ereditandolo da Cara Delevingne, vincitrice dell’edizione 2012.

Tra le star maschili, applausi per Harry Styles a cui è stato riconosciuto lo Style Icon Awards. Forse non lo sapevate ma la star degli One Direction, ha un posto fisso nel front row di Burberry a ogni sfilata. Stupiti voi, ma anche lui: già non sa bene come fa a sembrare intonato, figuriamoci essere il portatore dello spirito londinese nel mondo. A consegnare il premio Alexa Chung, it girl che per tre anni di fila si era assicurata quell’award. Lei poverina non deve essere stata molto contenta, passi una vita a bere frullati di sedano per fare la modella e a postare foto su Instagram per essere un’icona fashion e poi finisci in un elenco dopo un teenager con la maglietta maculata a V e il ciuffo all’indietro..

Quindi diciamo che c’è da essere contenti che l’immagine dell’Italia nel mondo della moda sia Miuccia Prada e non gli One Direction..

Il fascino del Grande Gatsby

Sulla scia hipster arriva puntuale il remake cinematografico del romanzo di Fitzgerald, che rispolvera la moda degli anni ruggenti e si sposa bene con le tendenze vintage che hanno appena finito di contagiare il vecchio e il nuovo continente.

E’ uscito nelle nostre sale l’attesissimo remake di The Great Gatsby, ad opera di Baz Lhurmann, il visionario regista australiano di Moulin Rouge e dello stoico flop Australia, che con Leonardo di Caprio nei panni del romantico e misterioso miliardario di West Egg, rispolvera il romanzo capolavoro di Francis Scott Fitzgerlad, e con esso tutta l’euforia, la spensieratezza e lo sfarzo dei “Roaring Twentys”, quegli anni ruggenti che tra la fine della prima guerra mondiale e la grande depressione del ’29 hanno fatto leggenda. Ed è proprio quello lo “sfarzo” che le maison Ralph Lauren e Prada, rispettivamente per gli interpreti maschili e femminili, si sono impegnate a ricreare.

Certo c’è chi già dice (me compreso) che l’eleganza del nuovo Gatsby su pellicola non sarà mai paragonabile a quella di Robert Redford, che indossava anche lui Ralph allora, ma un altro Ralph Lauren, quello non ancora contaminato dalle linee prêt-à-porter che finiscono negli armadi di sgraziati magnati russi e degli sceicchi arabi, che con il vecchio caro Gatsby, non hanno molto in comune, se non le sconfinate ricchezze.

 

Ma vediamo come questa riscoperta del romanzo di Fitzgerald, finalmente fruibile dal grande pubblico grazie a questo colossal cinematografico attesissimo, possa sposarsi puntualmente con le ultime tendenze. In linea con le più classiche (a tratti sfocianti nel ridicolo) sub-culture hipster metropolitane 2.0 , quella che potrebbe incarnarsi nella “tendenza alla Gatsby” non farebbe altro che accentuare lo style retrò ed istituzionalizzare l’ormai dissacrato(ahimè) taglio di capelli anni ’20: quello con la sfumatura fatta con la macchinetta ai lati e dietro, che lascia i capelli più lunghi al di sopra dell’orecchio da aggiustare con la cera (un taglio ben più marziale dell’adattamento Borriello in da House), l’uso e abuso delle stringate inglesi dalla più classica forgia, indossate con disinvolta in ogni occasione (magari finalmente con un cenno più classico, che gayO) , le camicie oxford button-down che erano già tornate grazie allo stile Ivy e Preppy prima della scorsa estate, le giacche spezzate da giorno anche i per “giovanotti” che l’ultima giacca l’avevano vista il giorno della Comunione, degli occhiali con le montature vintage tonde(oggetto d’ordinanza per l’alternativo che si rispetti), gli orli dei pantaloni meditati (ma non ancora abbastanza purtroppo) e lo sdoganamento dell’esilarante “farfallino”, se volete chiamarlo cosi, anche senza dove indossare per forza con lo smoking; che è un altro dei punti fermi del guardaroba di un Gatsby che si rispetti, insieme all’ormai sempre meno richiesto frak, anacronistico e troppo noblesse oblige per molti(troppi).
Ma chissà.. che non si torni ai vecchi fasti della moda per una volta?Infondo la tendenza è un continuo tornare e ritornare, e anche se come diceva Oscar Wilde «la moda è una forma di bruttezza tale che ha bisogno di essere cambiata ogni sei mesi» ; in questo caso potremmo gioirne per una volta dicendo, noi che ne siamo profondi amanti, che l’eleganza di un grande Gatsby non passa mai di moda.

La rivincita di Sporty Spice

“Amore come sei bella appena sveglia”… vero o finto che sia non credo ci sia complimento che faccia più piacere a una donna. Struccata (o con il trucco colato perché il tuo sexi completino perdeva se ti levavi il rimmel la sera prima), con i capelli arruffati e l’alito non proprio da famiglia Boccasana gli piaci lo stesso, quando si dice gli occhi dell’amore…

“Amore come sei bella appena uscita dalla palestra”…non suona, non penso nemmeno sia stato mai detto e se sul complimento precedente c’è qualche possibilità che sia sincero vuoi perché lui è ancora un po’ addormentato, vuoi perché il sonno fa miracoli, questo suona come una palese presa in giro.

La scelta della palestra è un momento fondamentale nella vita di una donna, una di quelle cose in cui si può dividere il genere femminile tutto (tipo “quelle da ballerine Vs quelle da tacchi a spillo”, oppure “quelle da calze velate Vs quelle da calze coprenti), su cui si potrebbe fare una puntata di Ciao Darwin per capirci.
La palestra sotto casa contro il grande centro sportivo.
La donna da Sportin Tower o Golden Gym (generalmente hanno nomi cosi) ha una confidenza inossidabile in se stessa e nella compattezza del suo lato B, porta completini sempre abbinati alle scarpe, va dal parrucchiere anche PRIMA della palestra perché tanto lei non suda, fa al massimo GAG o cammina sul tapis roulant e i suoi boccoli saltellano con lei. Generalmente questo è dovuto a qualche istruttore sexi o a qualche frequentatore palestrato con la t-shirt con le maniche rimboccate.. Le sporty spice devono seriamente confidare nel buon funzionamento dell’impianto di areazione della palestra, perché se una donna sudata non è il massimo, una donna che sgocciola fondotinta è qualcosa di aberrante.

Poi ci sono quelle da palestra sotto casa, o che se anche vanno alla Golden Gym evitano l’orario delle Sporty Spice che è generalmente tra le 6 e le 7. Sono la maggior parte delle donne, quelle che se non sudano rosicano perchè vuol dire che non stai dimagrendo di un etto, e diciamocelo, nessuna va in palestra per la gloria o per un irrefrenabile passione per gli squat. Se vanno dal parrucchiere in palestra non ci vanno proprio. Non hanno completini coordinati ma un angolo dell’armadio riservato alla “roba da palestra” in cui confluiscono vecchi pantaloni della tuta, magliettone larghe, felpe e golfoni. Poi magari nell’altra parte dell’armadio hanno borse di Celine e Scarpe di Fendi. Ma quella è un’altra storia, io in palestra e io in qualunque altro luogo, c’è una grande differenza.

E invece pare di no..torni a casa apri una rivista e trovi un vestito Prada con un paio di sneakers o una maxi felpa adidas con una lunga gonna in jersey e degli anfibi. I tuoi lanosi pantaloni della tuta sono improvvisamente diventati un capo di “sportswear”..      è lo Sporty Chic l’ultima frontiera della moda.Accessori tratti dal mondo gym, tra hot pants e sneakers che ricordano un’atletica Jane Fonda. Colori fluo, accostamenti cromatici forti, si spalancano le porte al PVC. Sportive con stile insomma, possibilmente con un tocco vintage.

La chiave per un perfetto look sporty-chic è la sapiente mescolanza dei classici capi sportivi a un look propriamente femminile, come può essere una giacca oversize su pantaloni morbidi e zeppa, formula scelta da Stella McCartney, o un abitino stile tennis abbinato a sandali con tacco, prendendo ispirazione dalla sfilata di Rag & Bone.
Da Londra arriva invece un look decisamente più elaborato, che Ashish interpreta aggiungendo asimmetrie agli outfits oversize, dove casualwear e dettagli da sera si fondono insieme dando vita a un look glamour che non rinuncia per questo al comfort.
In un perfetto look sporty-chic che si rispetti, abiti e accessori devono essere sempre a contrasto tra loro nello stile.

Una vera rivoluzione. Una versione Fashion della donna che va in tuta al supermercato il sabato mattina, ma gli occhiali da sole diventano un dettaglio di stile e non un modo per coprire le borse, il cappellino un tocco glamour anzichè il modo per nascondere la coda, e la sacca della palestra è la it-bag del momento. Una sporty spice da manuale insomma, ma se gli hot pans fluo cadono così bene devi sempre ringraziare le sudate in compagnia dei tuoi lanosi pantaloni della tuta…