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La Danza di Frank

Gehry Fred and Ginger
Fred and Ginger + ZETA

 

“I think if i stayed in Canada as an architect, i wouldn’t have grown up with the sense of freedom that i got out here. There’s a lot more freedom because Los Angeles doesnt’ have the bourden of history.”[1]

Esistono caratteri che scelgono di parlar di sé piuttosto che confrontarsi con il mondo, lunghi monologhi d’apparenza in certi casi, intensi monologhi sull’esistenza in altri. In entrambi poco importa l’interlocutore o il coro, perché illuminato sulla scena vi è un solo protagonista, con la sua presenza, i suoi gesti ed il suo timbro vocale. Così fanno certe architetture, che vuoi nate un po’ capricciose, vuoi un po’ sbarazzine, parlano di sé e si raccontano da sole, senza ascoltar troppo parole dal contesto, giusto quel che serve a tener viva l’attenzione. Quel disturbo narcisistico di personalità che a lungo andare svela rughe e crepe nell’incanto del racconto. Il contemporaneo parla spesso di questa architettura dello spettacolo e di Archistars, eppure il pregiudizio e la semplificazione sono vie altrettanto sbagliate di  osservazione. Precludono di scoprire la realtà di certe opere, che nella loro danza di scena racchiudono importanti passi, storie di cambiamento e movimenti di stagioni.

Certe opere contemporanee non sono, dunque, solo danze della tendenza.

Gli anni ’90 si aprono con un momento significativo nella storia mondiale: nel 1989 crolla fisicamente il muro di Berlino e segue l’apertura dei mercati ed una forte accelerazione del fenomeno della globalizzazione. Non vi è più una linea proibita tra Ovest ed Est, l’Unione Sovietica si dissolve e si raggiunge l’indipendenza delle Repubbliche Sovietiche. La libertà dal regime comunista viene conquistata con lotte studentesche e rivoluzioni, così nel 1990 in Cecoslovacchia si tengono le prime elezioni libere dal 1946 e nel 1993 vengono fondate simultaneamente la Repubblica Ceca e la Slovacchia.

In questa atmosfera di cambiamento e grandi conquiste, in un profondo respiro di libertà cha attraversa anche l’Europa,  si inserisce un’opera nella capitale ceca, Praga. Realizzata in  collaborazione da un architetto praghese di origini croate, Vlado Munic, e da un  canadese di nascita ed americano di cultura Frank Gehry, la Nationale-Nederlanden Building, soprannominata Casa Danzante inizia ad essere progettata nel 1992 ed inaugurata pochi anni a seguire. Il sodalizio americano praghese si compie all’incrocio di due strade, lungo il fiume della Moldava, con un edificio che nella sua forma bizzarra esprime divertito il suo cuore finalmente libero da leggi e regole del passato.  Costruito sui resti di una casa bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale, l’edificio nasce con l’intento di essere un centro culturale, ma finisce poi con l’ospitare uffici, una sala espositiva ed un ristorante all’ultimo piano. I due architetti definiscono la soluzione d’angolo con una chiave tutta eccezionale: una forma “pinched”[1] che è utile ad evitare che l’edificio ingombri  goffamente la vista dai balconi adiacenti la struttura, per invitarli invece a guardare verso il castello ed il fiume.  Nella fase di ideazione i Due si divertono nel chiamare uno Fred e l’altro Ginger i due corpi di fabbrica, ricordando il famoso ballo del film “Follow the Fleet” del 1936 di Fred Astaire e Ginger Rogers.  Gehry racconta che Vlado divertito passò tale aneddoto alla stampa, la quale reagì presto incolpando l’americano di aver portato l’Hollywood Kitsch a Praga. Un figurativismo che venne messo in dubbio dallo stesso Presidente ceco Vàclav Havel il quale tenne a ricordare ai due l’importanza della lezione cubista ed astrattista di cui Praga aveva fatto parte. Nonostante ciò il progetto piacque e riuscì ad essere concluso.

L’edificio si eleva in altezza per due piani in più rispetto al contesto delle case ottocentesche che lo accompagnano, ma nasconde quest’operazione arretrando i due livelli rispetto al filo della facciata così da dare omogeneità al fronte stradale. La soluzione d’ingresso, ricalcando il tema storico dell’angolo smussato, accoglie il passante da vicino e lo richiama sbalordito da lontano.

Eppure l’iconicità di questa opera non si trova tanto nel gesto ardito che la distingue, quanto più nella mano del progettista che non poteva mancare dall’abecedario  dell’architettura contemporanea che ha plasmato il linguaggio di fine Novecento.  Fred e Ginger è un’opera che anticipa di poco quello che sarà l’edificio più iconico di fine secolo: il Guggenheim di Bilbao. In questa opera europea troviamo i temi ricorrenti dell’idioma di Frank Gehry mitigati da un imprescindibile rapporto col contesto praghese e dalla collaborazione singolare con un altro architetto. Scopriamo qui anticipato il richiamo alle sculture di John Chamberlain, che lo stesso Gehry dichiara di aver incontrato e frequentato più volte nei bar newyorkesi.

Glen_Lukens e John Chamberlain
A sinistra un vaso di Glen Lukens, sulla destra White Velvet di John Chamberlain 1962

 

La continua relazione d’amore tra arte ed architettura, in Gehry, la si legge sin dagli esordi di formazione, quando alla University of Southern California, ancora ignaro della strada professionale da prendere, segue le lezioni del maestro degli smalti e della ceramica Glen Lukens, appropriandosi di trucchi e nozioni sulle proprietà opache e riflettenti della materia. La presenza degli artisti continua costante anche nel periodo di lavoro allo studio Gruen Associates con la stretta frequentazione del gruppo della Ferus Gallery. Da quest’ultimo deriverà l’interesse per i materiali di scarto, le lamiere, i metalli che troveremo poi riaccordato in chiave architettonica nella casa realizzata per sé a Santa Monica nel 1978.

Dancing House_Gehry2
A sinistra il dettaglio della facciata continua disposta a scaglie di pesce, a destra il richiamo d’ingresso al tema del Pesce

 

Questa compenetrazione delle discipline permette a Gehry di accedere ad una profonda conoscenza dei materiali, leggibile anche nell’edificio di Praga, dove scelte architettoniche ardite si coniugano a lezioni di dettaglio tecnologico. Lo studio di come risolvere il problema delle superfici curve e degli infissi è impeccabile sia nella sezione vetrata, che nella sezione opaca: in una FG fa riferimento al tema per lui topico delle scaglie del pesce, nella seconda utilizza una soluzione intelligente per cui gli infissi non flettono con la parete bensì rimangono piani e, incorniciati da elementi scatolari, si incastrano all’interno delle traiettorie curve della facciata. Lo studio dell’architetto americano-canadese non è ancora esploso nelle realizzazioni ciclopiche e nell’effetto Bilbao e non ha ancora sperimentato l’utilizzo del software informatico per aerei CATIA, eppure la potenza comunicativa di un linguaggio così definito e dettagliato è forte. Vivendolo si può effettivamente comprendere: è un luogo a misura d’uomo e per quanto la percezione soggettiva sia invitata tutta allo stupore ed alla meraviglia, il risultato è quello di uno spazio dove passeggiare, sostare e salire sul terrazzo con la scultura metallica che fa da vivace richiamo formale alle cupole della città di Kafka.
L’ho trovata umana e libera, questa danza.

Gehry Fred and Ginger4
Fred e Ginger + ZETA

 

 

[1] Conversations with Frank Gehry, Barbara Isenberg

A est del paradiso

Ieri sono andato per la seconda volta alla “Movie night” organizzata qui a Praga dal club studentesco per dare un assaggio di cinema ceco agli studenti internazionali, e per la seconda volta mi sono sciroppato un polpettone semi-storico su quanto brutti e cattivi fossero i comunisti, spolverato con umorismo da scuole medie e maschilismo casual tanto per non farsi mancare niente.

Più che riflettere sul come la caduta della cortina di ferro abbia influenzato il cinema e in generale le arti nei paesi del patto di Varsavia, queste proiezioni mi hanno spinto a domandarmi perché dei ragazzi all’incirca della mia età siano spinti a utilizzare prodotti del genere per mettere in mostra il proprio paese davanti ad una platea internazionale.

La carenza di gusto cinematografico tra gli studenti di un politecnico non è forse esageratamente sorprendente (tanto è vero che entrambi i film sono stati sonoramente apprezzati dalla pressochè totalità dei presenti), ma dubito che il fil rouge che ha legato queste proiezioni sia stato casuale, ed è forse sintomo di una qual certa coda di paglia storico-culturale di cui mi sembra soffrano molti dei ragazzi est-europei che mi è capitato di conoscere in questa trasferta.

Ovviamente il trauma dell’occupazione è un qualcosa che non mi azzardo a stigmatizzare dalla mia posizione privilegiata, ma mi sarei aspettato che tra i miei coetanei, persone quindi che non hanno avuto un’esperienza diretta degli anni del socialismo, la tendenza a tracciare certe linee con la nettezza che mi sembra di avvertire fosse attenuata se non del tutto eliminata.

D’altra parte pensando a come la retorica primo-novecentesca sia ancora oggi parte integrante dell’educazione politica di molti adolescenti italiani, non dovrei essere troppo sorpreso che vicende temporalmente molto più vicine abbiano questo peso in una parte del mondo che probabilmente ancora non è riuscita a riappropriarsi di una propria identità storica e culturale, ma a maggior ragione dopo questa esperienza non riesco a fare a meno di augurarmi una pronta dipartita delle ormai vetuste e anacronistiche divisioni lasciate in eredità dal secolo breve quantomeno dal panorama culturale di chi quegli anni non li ha vissuti.