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Road to Premier League

Sotto sotto lo sappiamo tutti. L’ubriacatura generale da favola (o meglio dire, fiaba, a meno che non abbiamo tutti immaginato Claudio Ranieri essere una volpe) ha aiutato a mascherare la delusione per una Premier League che ha visto affondare una dopo l’altra tutte le candidate al titolo e che ha di conseguenza lasciato il palcoscenico alla sorpresa Tottenham e al sorpresone Leicester, che ci hanno appassionato settimana dopo settimana, tra retorica su Davidi, Golii e compagni, ipotesi di drammi sportivi e la festa finale a cui ci siamo volentieri imbucati, come quando il compagno di classe del terzo banco si comprava per primo la nuova Playstation e si andava da lui a giocare finché non arrivava il proprio compleanno o Natale per poter averne una propria e rispedire l’ormai ex amico nella ignore list.

E in terra d’Albione Natale è arrivato, sottoforma di sterline gentilmente messe sul piatto dal nuovo contratto dei diritti televisivi: 7 miliardi da dividere in modo piuttosto equilibrato per i prossimi tre anni, soldi che i nostri DS non sono abituati a maneggiare neanche a Football Manager e che hanno portato e che porteranno una paccata di giocatori fisiologicamente sovrapagati rispetto ai valori europei (se so che hai tanti soldi, non vedo perché non dovrei chiedertene di meno). Con loro, un roster di tecnici con uno starpower forse mai visto tutto insieme da queste parti: pensare a un campionato in cui si incontreranno Pep Guardiola, José Mourinho, Jürgen Klopp, Antonio Conte e Mauricio Pochettino, oltre ad Arsène Wenger, all’ennesima stagione da confermato senza un evidente perché, agli italiani (facciamo finta che sia un plus e non un minus, d’altronde la Premier è la lega dei lustrini) Ranieri, Mazzarri e Guidolin, a Slaven Bilić e Ronald Koeman, al never-relegated man Tony Pulis e alla new sensation Eddie Howe è roba da stropicciarsi ripetutamente gli occhi e poi andare a prendere l’acido borico per poter essere in grado di mettersi davanti alla televisione e assistere allo spettacolo.

Dopo una stagione come la scorsa, ci si aspetta (o quantomeno si spera in) un mucchione, con 5-6 squadre pronte ad alternarsi in testa alla classifica e una cintura che è di fatto vacante, perché se aspettarsi una vittoria da parte del Leicester era un – alla fine fruttuoso, visto che si fa a gara su chi trova la notizia della vincita più alta da parte di uno scommettitore – mix di fede e follia, puntare su una conferma delle Foxes somiglierebbe più a perseverare che a sognare. Comunque, daremo a Claudio quel che è di Claudio e apriremo questa analisi da chi indosserà le patch dorate sulle maniche delle proprie maglie.

Leicester City – I riconsegnatori

Come già detto, è improbabile che Claudio Ranieri possa confezionare un altro miracolo, e con questo le possibilità che questo accada si sono già alzate di qualche punto percentuale. L’idea è che le Foxes, più che difendere il titolo, saranno coloro che riconsegneranno la coppa e magari ricominceranno il giochino dell’escalation di obiettivi, anche solo per motivi scaramantici. Il “ma” che pende su tutto il ragionamento si chiama Champions League, a cui il Leicester parteciperà da testa di serie: più possibilità di qualificarsi, meno di ospitare al King Power Stadium una delle big d’Europa, visto che nella seconda urna ci sono solo i vicecampioni dell’Atlético Madrid.

E lo faranno con un impianto di squadra il più possibile immutato: SimpsonMorganHutheFuchs non sono stati toccati dal calciomercato, che ha tentato Jamie Vardy, forte a rimandare indietro Satana firmando un comunque cospicuo rinnovo del contratto, e Ryhad Mahrez, invece ancora ammaliato dalle sirene delle grandi e richiamato alla concentrazione dal tecnico. Non c’è più invece N’Golo Kanté, che ha capitalizzato al massimo la stagione della vita scegliendo un’altra maglia blu, quella del Chelsea. Tre gli acquisti: il portiere Campione del Mondo Ron-Robert Zieler, pronto a fare compagnia a Ranieri in panchina e a offrire copertura in caso di assenza di Schmeichel (fresco di rinnovo fino al 2021), l’attaccante Campione di Russia Ahmed Musa, velocissimo e dunque perfetto per ricevere i lanci lunghi tipici del gioco offensivo (?) delle foxes e dei player di FIFA, e l’esterno offensivo campione di niente Bartosz Kaputska, il classico diciannovenne di cui prima di Euro 2016 ignoravamo l’esistenza e che è diventato improvvisamente interessante nel momento in cui qualcuno lo ha fatto notare scrivendo su Whatsapp. Il polacco è perfettamente incastonabile nel 4-4-2 dei Campioni d’Inghilterra, che avranno letteralmente il compito di cambiare il meno possibile la storia rispetto allo scorso anno: la congiuntura astrale che ha permesso tutto quello che abbiamo visto è assolutamente irripetibile, ma magari a forza di ripeterlo… niente, va.

Tottenham Hotspur – Cenere a White Hart Lane

Mauricio Pochettino si deve far carico del compito più ingrato dell’intera Premier League: far ripartire i suoi Spurs dopo una stagione straordinaria (extra-ordinaria, fuori dall’ordinario), che però non ha portato nulla. Non ci fosse stato il Leicester sarebbero stati probabilmente loro gli eroi, e pensate quanto comunque si sarebbe potuto scrivere su riscatto, rivincita dei più deboli e quant’altro: la realtà è che non solo il titolo l’ha vinto qualcun altro, ma che dalle parti dell’Emirates hanno comunque potuto festeggiare St. Totterhingham’s Day, grazie all’inopinata sconfitta per 5-1 sul campo del già retrocesso Newcastle, con tanto di video celebrativo di Wojciech “core Gunner” Szczęsny. Sulla pagina “ufficiale” della ricorrenza, che ricorda per ogni stagione data e turno di campionato in cui scattano le celebrazioni, il commento è stato: “È stata una faticaccia e penso che tutti abbiamo avuto dubbi, ma come abbiamo potuto sottovalutare l’abilità degli Spurs di autodistruggersi?”.

Effettivamente di squadre col pulsante rosso incorporato ce ne sono poche altre (una in Portogallo, una in Italia, un paio in Germania) e a White Hart Lane, oltre ai calcinacci dovuti ai lavori di ristrutturazione dello stadio (in Champions League si giocherà a Wembley), ci sono anche le ceneri di un gruppo che però va ricomposto e in fretta. In un mercato per il momento numericamente scarno, prenderanno posto nel 4-2-3-1 di Pochettino il centrocampista Victor Wanyama, “comprato subito” allo shop del Southampton per 15 milioni, e l’attaccante Vincent Janssen, che si può fregiare del titolo di “quello forte dell’Eredivisie, altro che Milik” assegnatogli da più di qualcuno: 22 milioni all’AZ per colui che, presumibilmente, sarà comunque la riserva del capocannoniere Harry Kane. Si punterà dunque sulla continuità: pressing e gegenpressing come mantra collettivo e freschezza dei vari Alli, Dier, Eriksen e Lamela a tentare un nuovo triste assalto alla Premier League.

Arsenal – Provaci ancora, Arsène

Quella che è ormai la squadra meme della Premier League si appresta a cominciare la ventunesima stagione con lo stesso allenatore e, pare, con le stesse idee degli anni passati. Ancora una volta nella testa di Arsène non è minimamente balenata l’idea di prendere un difensore centrale (Manōlas è ancora impegnato nelle visite mediche datate 2014), probabilmente per sbloccare l’insbloccabile obiettivo “vinci la Premier League con Mertesacker e Koscielny”, ma a due giorni dall’inizio della stagione ha ritenuto il caso di arricchire il reparto con Shkodran Mustafi, in arrivo dal Valencia; in attacco, invece c’è stato un tentativo per prendere l’uomo contemporaneamente più (perché l’ha già fatto) e meno (perché non può farlo due volte) adatto a compiere l’impresa, quel Jamie Vardy che però è rimasto al King Power Stadium a godersi trionfo, soldi e Champions League. All’Emirates, che non vedrà più due elementi storici come Mathieu Flamini e Tomáš Rosický, sono arrivati dunque Granit Xhaka, ennesimo, seppur ottimo, centrocampista, e Takuma Asano, ventunenne attaccante giapponese impegnato alle Olimpiadi di Rio (dove ha già segnato un gol di tacco contro la Nigeria)  proveniente dal Sanfrecce Hiroshima, squadra simpatia di quella trasposizione nel mondo reale di ISS Pro Evolution 2  che corrisponde al nome di FIFA Club World Cup.

 

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La speranza dei tifosi dei Gunners di poter reggere anche oltre il solito devastante periodo di gennaio-febbraio risiede ovviamente nel mancato riempimento dell’infermeria, ma anche nella prosecuzione di un’idea di un calcio più pratico che Wenger aveva tentato di mettere in campo nella scorsa stagione, con il suo basket a 6 che aveva lasciato posto a delle precisissime transizioni innescate dai centrocampisti e soprattutto da Mesut Özil, in grado di arrivare a ben 19 assist vincenti nella scorsa stagione. Singolare però il fatto che di questi, 16 siano arrivati fino a dicembre e 3 in tutto il resto del campionato: simbolo aureo di una squadra storicamente in grado di toccare picchi anche più che buoni, ma che irrimediabilmente si perde quando si tratta di trovare regolarità, anche quando ne sarebbe bastata meno del normale per centrare l’obiettivo.

Chelsea – L’evoluzione di una scelta

Scucita del titolo, la squadra di Abramovich ha avviato l’ormai consueta rivoluzione dopo l’ormai solito traghettamento dell’uomo di fiducia Guus Hiddink. A Fulham Road è arrivato infatti Antonio Conte, che ha scurito la tinta da azzurro a blue e che rappresenta una versione già 2.0 della moda britannica di ingaggiare tecnici italiani. L’ex allenatore della Juventus è una garanzia a livello tattico e l’ultima dimostrazione l’abbiamo avuta agli europei, in cui ha radiocomandato i suoi e ha perso nell’unico momento, quello dei rigori, in cui non poteva farlo; il contesto della Premier League sembra inoltre quello ideale per rimettere sullo scaffale i noiosi manuali del 3-5-2 (il cui virus verrà comunque trapiantato da queste parti da Mazzarri e dal suo Watford) per dare una spolverata a quelli del 4-2-4, che ha fatto le sue fortune a Siena e a Bari e che potrebbe migliorare gli abituali e tipicamente inglesi 4-4-2 e 4-2-3-1. L’intensità, elemento chiave del gioco dell’ex CT, va però di moda da queste parti e sarà dunque ancor più decisiva per la riuscita dei piani a Stamford Bridge. Correre meno degli altri significherà non solo essere messi sotto a livello atletico, ma anche non aver modo di eseguire i comandi impartiti dalla panchina, finendo quindi per risultare inefficaci sotto ogni punto di vista: l’assenza delle coppe europee (in modo analogo a quello che capitò a Conte nel 2011-2012) potrebbe dunque giocare un ruolo decisivo.

Pochi, ma pesanti, i movimenti di mercato: 40 i milioni recapitati a Marsiglia per Michy Batshuayi, attaccante che ha tutte le premesse per diventare molto dengerus, 35 quelli spediti a Ranieri per prendersi Kanté, uno con una dimensione di polmoni idonei per coprire campo sufficiente a evitare squilibri e per farlo per un tempo suffcentemente lungo. Spazio e tempo che, in senso figurato, non ha avuto Abdul Rahman Baba, che dalla Germania veniva e in Germania è tornato, in prestito allo Schalke 04 dopo una spesa di 25 milioni effettuata l’anno scorso per prelevarlo dall’Augsburg: non proprio il modo ideale di far fronte alle regole del financial fair-play.

Manchester City – Il laboratorio

Il giorno dello svelamento del segreto di Pulcinella e della ufficializzazione dell’ingaggio da parte del Manchester City di Pep Guardiola, era impossibile non fare la somma “Premier League + soldi + Guardiola = cavolacci per gli altri”. L’ex tecnico di Barcellona e Bayern Monaco, però, è arrivato all’Etihad non per fare una somma, ma una moltiplicazione: scorrendo i nomi del, comunque dispendioso, mercato in entrata, praticamente solo quello di İlkay Gündoğan risulterebbe spendibile per un cosiddetto instant team. Gli altri, partendo da Leroy Sané, passando da Gabriel Jesus e John Stones – il difensore più pagato di sempre a soli 21 anni, 47 milioni di sterline che possono arrivare a 50 – per arrivare a Oleksandr Zinchenko, sembrano giocatori acquistati a Football Manager con in mano la lista dei wonderkids, pronti a migliorare esponenzialmente le proprie qualità e quelle della squadra a stretto giro di posta ma probabilmente con minore garanzia di rendimento immediato. Intendiamoci, la rosa a disposizione, pur con qualche elemento di età avanzata oppure poco adatto al guardiolismo, è già di altissimo livello, ma è come se Pep volesse creare un qualcosa di completamente nuovo a sua totale immagine e somiglianza, da tramandare ai posteri, un qualcosa di più grande, nelle intenzioni, di quanto mostrato al Camp Nou.

Apre così il laboratorio citizen, un’idea di calcio molto diversa da quella che i sudditi di Mansour erano abituati a vedere, probabilmente nel campionato meno adatto per svilupparla, tolta la Serie A dove qualsiasi germoglio di novità rischia di essere calpestato sotto ai colpi di ambienti infuocati e pareggi perpetui. Nella sua carriera, Guardiola è sempre stato abituato a lottare al massimo contro una sola avversaria, vincendo sei campionati su sette di massima divisione; qui avrà una lunga serie di rivali per il titolo e una medio-alta borghesia che non farà sconti di alcun genere. Oltretutto, i suoi insegnamenti non si apprendono in una settimana e neanche in un intero ritiro, specie se alcune amichevoli vengono disputate con mezza squadra ancora in vacanza e altre vengono proprio cancellate . La Steaua Bucarest, avversaria nei playoff di Champions League, rischia di diventare una cavia da laboratorio per una squadra che ha ancora bisogno di registrare diverse cose, soprattutto in difesa dove dovrà cambiare parecchio rispetto alle gestioni precedenti: la buona notizia è che non ci sarà più quella sciagura chiamata Martín Demichelis. È bello immaginarsi Pep con addosso camice e occhiali di protezione, a mischiare provette e fare tentativi, alla ricerca della formula perfetta. Sarebbe la foto dell’anno, la speranza è che prima o poi si riesca a scattarla.

Manchester United – Here comes the Mou-ney

Dicono che Manchester sia una città brutta, ma trasferircisi in questa stagione probabilmente non sarebbe una brutta idea. O per lo meno lo è diventato lo scorso 27 maggio, quando è diventato ufficiale l’ingaggio da parte dello United di José Mário dos Santos Mourinho Félix, nemesi sportiva di Guardiola e di un’altra mezza dozzina di allenatori sparsi qua e là. Il duello con il Manchester City rischia di essere uno dei più esplosivi mai visti sul pianeta calcio, anche più di quello visto in Liga tra Real e Barcellona, in cui il portoghese arrivava a minacciare la leadership del già consolidato rivale. Qui si parte invece entrambi da zero, e se dall’altra parte, oltre al cash, si punta sulle idee e sull’innovazione, a Old Trafford il metodo è quello classico: soldi, soldi, soldi per un rendimento immediato, immediato, immediato. La combo Mourinho-Raiola sposta denaro come poche altre cose al mondo e il serbatoio dello United – uno di quei quattro-cinque club favoriti e non penalizzati dal fair-play finanziario – è quello ideale per dare propulsione al calciomercato: l’acquisto di Zlatan Ibrahimović diventa dunque quasi un dessert rispetto alle portate principali chiamate Henrikh Mkhitaryan, Eric Bailly e soprattutto Paul Pogba, operazione da crocifissione in sala mensa nel caso in cui fosse stato necessario tenere il conto di ogni singolo euro speso come avviene invece in Italia.

Inutile aspettarsi chissà cosa in campo, Mourinho metterà in campo il solito 4-2-3-1, cercherà la via più semplice per andare a far gol (lo SneiderperMilito o il FabregasperDiegoCosta della situazione) e punterà tutto sul lato motivazionale per spremere ogni goccia di utilità dalla rosa a disposizione. Facilissimo immaginare l’Europa League come un fastidiosissimo campionato riserve dei giovedì sera, altrettanto facile immaginare faide con qualsiasi malcapitato che osi dire mezza parola di troppo contro lo United e anche contro alcuni degli stessi giocatori, come Bastian Schweinsteiger già messo fuori rosa e Juan Manuel Mata, messo in campo e tirato fuori dopo appena mezz’ora nel Community Shield contro il Leicester con annessa discussione postpartita. Ruolo importantissimo lo potrà avere proprio la supercoppa vinta a Wembley: il piattone potrà facilmente trasformarsi nella coperta di Linus di Mou in caso di fallimento degli obiettivi stagionali principali, almeno nella dialettica del portoghese. Tutto da guadagnare, nulla da perdere e un sacco di risorse a disposizione: la situazione ideale per far bene.

Liverpool – Il nemico in più

La squadra forse meno accreditabile di una vittoria del titolo tra le big è probabilmente una di quelle che generano più hype tra gli appassionati. Jürgen Klopp ha avuto finalmente un’estate intera per preparare i suoi, dopo lo spezzone dello scorso anno passato tra alti e bassi che qualcuno definirebbe fisiologici, e all’etichetta “rivelazione” deve essere soltanto levata la pellicina per poter essere appiccicata sulla testa dei Reds. Ad Anfield non si sono tirati indietro quando c’è stato da aprire il portafogli e il mercato ha portato giocatori che sembrano ideali per il gioco dell’ex BVB, un attaccante veloce e capace di giocare su tutto il fronte come Sadio Mané e con un incursore tranquillamente capace di arrivare in doppia cifra partendo dal centrocampo come Georginio Wijnaldum, oltre al curioso difensore estone Ragnar Klavan e al compagno di merende Joel Matip, che sostituiranno Martin Škrtel e Kolo Touré e ai portieri Loris Karius e soprattutto Alexander Manninger, senz’altro il trasferimento più strano dell’estate inglese.

Come nel caso del Chelsea, non giocare le coppe sarà utilissimo per un’altra squadra molto intensa – e per una società dal prestigio e dalla solidità finanziaria non minabili da un anno di assenza dall’Europa – come i Reds e questa stagione potrebbe rivelarsi quella della definitiva maturazione di una serie di elementi pronti a spiccare il volo. La mente non può non andare alla LFC (non era ancora uscita una sigla in tutta l’analisi, per la comprensibile preoccupazione di chi legge), ovvero alla trequarti Lallana-Firmino-Coutinho che, oltre a rappresentare graficamente l’identità del Liverpool, ha tutto per diventarne anche il tratto distintivo in campo ancor più di quanto già sia. Da loro passano gran parte delle speranze di sedersi con autorevolezza al tavolo dei grandi, che però sembra già abbastanza affollato: si aggiungerà il posto per un nemico in più?