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Romania – Una protesta che insegna il futuro ai giovani d’Europa

La Romania è nel cuore dell’Europa e appartiene all’ente sovranazionale Unione Europea. I suoi giovani sono in piazza da oltre due settimane e stanno dando un senso di risveglio alla gioventù europea, poco a quella italiana anestetizzata dagli intellettuali vicini all’ex Premier. In questi giorni stanno avvenendo le manifestazioni di piazza più imponenti dalla caduta del dittatore Ceausescu. L’accusa rivolta contro il governo è di aver varato una legge che ufficialmente ha come fattispecie l’intento di risolvere il problema carcerario interno, ma che in realtà avrebbe, secondo i manifestanti, favorito alcuni politici in carcere per corruzione.

La legge infatti avrebbe depenalizzato l’abuso d’ufficio e altri reati di corruzione. In particolare, depenalizzando l’abuso d’ufficio per casi riguardanti somme inferiori ai 44mila euro, il decreto avrebbe anche messo fine al processo in corso contro il socialdemocratico Liviu Dragnea, stretto collaboratore del premier Grindeanu e leader del suo partito. Dragnea è accusato di aver utilizzato 24mila euro di denaro pubblico per stipendiare due persone alle dipendenze del suo partito. Al fianco del popolo in protesta si è schierato apertamente il presidente della Romania, che ha chiesto al governo di dimostrare trasparenza e prendere decisioni a favore della società, e non di nascosto.  La rivolta è anche un modo di scagliarsi contro il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu, uno dei pochi governi rimasti a sinistra nella parte orientale dell’Unione Europea.

Quella rumena è una protesta ben raccontata in Italia, forse perchè tutti si dicono progressisti, per poi costantemente sbeffeggiare i ragazzi e le ragazze rumene, ormai inseriti appieno nel tessuto sociale del Belpaese. Ma, come la Grecia ha dimostrato, l’intelighenzia vera, non quella dei salotti o delle ultime spiagge, sta trovando conforto dall’azioni della nuova generazione europea. Per intenderci quella che non protesta solamente sui social network. Così per commentare la nuova scesa in campo dei giovani l’intellettuale rumeno Andrei Plesu ha affermato che:

“La rivolta dei giovani è l’unica speranza contro il ritorno all’oscurantismo”.

Lo stesso intellettuale in un’intervista rilasciata a La Repubblica ha affermato che : “Giovani coraggiosi, ma non solo. Informati, decisi. Convinti che la democrazia va difesa. Una giovane élite urbana, geniale anche nella creatività degli slogan ironici contro il potere. E maturi: rifiutano violenza e aggressività, scelgono l’umorismo, gridano “la situazione è così grave che anche gli introversi scendono in piazza”. Hanno mantenuto il carattere pacifico della protesta, marginalizzato i violenti. Sono istruiti, disciplinati, alieni alla demagogia, non s’identificano in questo o in quel partito, ma rispondono agli imperativi etici. Ma manca una qualsiasi leadership politica capace di raccogliere il loro slancio”.

Una Romania che ha molto da cambiare e da insegnarci. Soprattutto a noi giovani anestetizzati da un tessuto intellettuale, politico e mediatico che ci fa preoccupare più per quel che accade a Londra, Mosca o Washington e dimentica i suicidi di massa dovuti alla crisi. La crisi di una generazione senza alcun slancio di giustizia. Quella che non troverete sui social network.

Nuove realtà di protesta a Istanbul



Sopitesi in parte le violenze, la protesta a Istanbul non si è assolutamente spenta, ma ha assunto forme nuove e originali. Da settimane ormai, in vari quartieri della città, nei parchi di zona, sono nati diversi comitati coordinati tra di loro, che quotidianamente la sera si riuniscono in assemblea aperta per parlare assieme in merito ai diversi temi emersi nei giorni di occupazione diGezi Park.


Gli argomenti sono vari: nei forum in questione, i cittadini si ritrovano per approfondire e discutere le modalità con le quali portare avanti la protesta (non essendo ancora stata detta l’ultima parola circa il famoso progetto di sostituire al parco l’ennesimo centro commerciale), ma si analizzano anche i diversi progetti edilizi e ingegneristici (riguardanti Istanbul e non solo) che il governo ha in cantiere, che inciderebbero pesantemente sulla morfologia e la vita della città. Non mancano ovviamente neanche questioni politiche e sociali più generali.
Le giornate di Gezi hanno lasciato il segno, risvegliando l’animo e il senso civico della società civile di Istanbul. In realtà, si tratta del probabile coronamento di un processo iniziato prima dell’occupazione del parco. Già da qualche anno, infatti, sono in atto proteste contro le sconsiderate politiche edilizie e ingegneristiche attuate o progettate per la città da parte del governo. Da più parti si denuncia l’insostenibilità della crescita di Istanbul e sono sempre di più coloro che avvertono che i limiti naturali dello sviluppo della città sono stati raggiunti se non superati.

Il progetto riguardante Gezi Park e i violenti scontri che la sua tentata attuazione ha innescato hanno ulteriormente radicalizzato e allargato il movimento di protesta. Si tratta, infatti, di una protesta incredibilmente trasversale che ha unito tutta la cittadinanza senza distinzioni di genere, età, religione, etnia o fede sportiva. È questa probabilmente la cifra più importante di una protesta sviluppatasi per la salvaguardia di un parco ed evolutasi in un movimento organizzato schierato a difesa di diritti, libertà, ambiente e cultura. Buona parte della cittadinanza istanbuliotanon si fida più di un governo nazionale sempre più sordo e autoritario, legato a grossi interessi economici, che ha dato anche l’impressione di voler sviluppare un programma politico sempre più conservatore in senso islamico. Una scelta incompatibile con la radicata tradizione laica della giovane storia repubblicana del paese.


I forum, spesso suddivisi in più atelier(gruppi di discussione con compiti o argomenti specifici), fanno registrare un’ampia partecipazione e sono organizzati in maniera eccellente perché il tutto si svolga in maniera pacifica e rispettosa. Dopo una prima parte nella quale solitamente con l’ausilio di esperti viene illustrato ed esplicato l’argomento del giorno, si sviluppano dibattiti nei quali chiunque voglia (in alcuni casi previa richiesta di un numeretto perché l’ordine sia garantito) può dire la sua. Ognuno ha a disposizione 4 minuti per esprimere la propria opinione. Nessuno ha diritto ad interrompere chi parla. Per evitare ciò, ma anche per non recare disturbo al vicinato con urla e applausi, gli ascoltatori possono manifestare la loro approvazione alzando e roteando le loro mani (per intenderci, il modo di applaudire dei non udenti) ed il loro dissenso, invece, alzando e incrociando le mani. Il tutto ha inizio intorno alle 21.30 e si conclude intorno alla mezzanotte, non prima di aver ripulito l’area dall’eventuale immondizia. L’atmosfera è sempre molto pacifica e positiva e i presenti partecipano con attenzione e interesse. Gli abitanti di Istanbul, da anni violentata da politiche edilizie senza scrupoli e arbitrarie, votate al profitto di pochi, hanno deciso di riprendere il controllo della città e hanno dimostrato di essere disposti a tutto e andare fino in fondo.

Per il momento il governo di Erdoğan ha saputo confrontarsi con le istanze rappresentate dagli occupanti di Gezi solamente con la forza e la repressione, ma dovrà presto rifare i conti con una società civile non più disposta ad assecondare i progetti del suo governo e le sue manie di protagonismo. Erdoğan, infatti, forte di un notevole consenso elettorale che da più di dieci anni gli garantisce il ruolo di leader indiscusso del paese, ha accentrato il potere nelle sue mani e ha ritenuto lecito e possibile non curarsi delle pur presenti opposizioni, di non doversi confrontare con le diverse anime che compongono la società turca ed i suoi tradizionali principi repubblicani e democratici. Forte dei successi economici del suo governo, Erdoğan si è sentito legittimato a decidere per tutti.

Detto ciò, oltre a questa innovativa forma di organizzazione della protesta, la piazza e le strade non sono state abbandonate, a dimostrazione della serietà e la vivacità del movimento che si è sviluppato. Purtroppo, come anche gli ultimi giorni hanno ribadito, ogni volta che le manifestazioni tentano di raggiungere le aree o i luoghi più significativi ed importanti della città (nonché quelle più battute dai turisti), puntuale è l’intervento della polizia che senza mezzi termini non lascia spazio alla libera e pacifica espressione dei propri motivi e delle proprie richieste.


In conclusione, il moto di protesta è tutt’altro che morto o sopito. Ha assunto nuove forme originali e promette di dare filo da torcere al governo se questo, in un anno particolare per il paese, carico di aspettative legate soprattutto alla ripresa del processo di pace con i curdi, non deciderà finalmente di ascoltare e confrontarsi in maniera costruttiva con le istanze che una rediviva società civile sta presentando con tanta forza e passione.

Istanbul, 5 agosto 2013

Matteo Mancini

La rivoluzione in una canzone

«Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 

Bagism, Shagism, Dragism, Madism, Ragism, Tagism 

This-ism, that-ism, ism ism ism 
All we are saying is give peace a chance».


1969, durante la guerra del Vietnam, John Lennon e Yoko Ono trasformarono la loro luna di miele in una protesta incantata, un lungo “Bed In” iniziato ad Amsterdam e continuato a Montreal, passando per Vienna e le Bahamas (per una sola notte).
Due settimane di protesta non violenta, che sarà raccontata/cantata nella “ballata di John e Yoko” di Paul McCartney. Giocando con la forza attrattiva della loro immagine, vestiti di bianco, venerei ed esibizionisti, con grande ingegno mediatico portavano avanti una morbida lotta contro il sistema, spedivano ghiande di pace ai politici mondiali, comunicavano con cartelli scritti a penna, tennero una conferenza rinchiusi in un sacco.
Il loro fascino, l’immagine riportata da giornalisti, fotografi e dalla stampa, piacque talmente tanto da invadere apoliticamente i confini della politica.
«Why?» – domandò un giornalista – «..all we are saying is give peace a chance», rispose John. Quella risposta, canticchiata  durante tutta la protesta da John e Yoko, tra cori e chitarre, divenne uno dei motti di quegli anni di guerra e, il primo Giugno del 1969, nella camera 1742 del Queen’s Elisabeth Hotel di Montreal, quella frase divenne una delle canzoni più celebri dei Beatles.

Keny Arkana
La storia di questa canzone, come un albero con i suoi rami ha portato verso diverse direzioni: un ramo per la notorietà della coppia, poi ovviamente congiuntasi con quella dei Beatles stessi; un ramo per la lotta pacifista/anti-governo/anti-violenza/anti-sistema, che portò all’attenzione, seppur davvero minima, dei diretti interessati; un ramo per la potenza dell’immagine simbolica, seppur mediatica perché trasgressiva e non convenzionale, allo stesso tempo portatrice di un messaggio civile chiaro e diretto verso il raggiungimento di un intento. Molti altri sono i rami, ma, tra questi, l’aspetto secondo me più interessante, il tronco di questa storia, è l’utilizzo della propria notorietà a servizio degli altri, non solo di se stessi. Ovviamente, il riscontro sulla loro notorietà fu notevole, come è logico che sia, eppure allo stesso tempo l’apertura verso l’esterno, verso la folla, verso un interlocutore pubblico e  bisognoso di stimoli è l’immagine di un genere di protesta costruttiva, che con il fluidificarsi della globalizzazione e con il moltiplicarsi delle immagini a nostra disposizione, prende 
Zoa
esponenzialmente piede nelle nostre società. La protesta continua e il mondo dei giovani, seppur spesso accusato di inerzia politica, si esprime attraverso la musica e le arti alternative: dall’hip-hop pakistano di Adil Omar alla rapper franco-argentina Keny Arkana, o la street artist russa Zoa, che nei suoi stencil rappresenta donne col megafono “che gridano al popolo russo di svegliarsi”, o ancora, un po’ più spinte, le “femen”, le bionde a petto nudo anti-Putin e pro libertà d’espressione, follemente rivoluzionarie e costantemente arrabbiate. “La democrazia è donna”, gridano contro Putin e contro i potenti, sordi e chiusi nei loro affari; “noi non siamo marionette in mano dei politici e dei banchieri” gridano gli Indignatos spagnoli.
«La rabbia, perchè un giorno l’ingranaggio si romperà,
e la rabbia perchè troppi leggono verità sullo schermo della televisione,
la rabbia perchè questo mondo non ci corrisponde, 
ci nutriamo di falsi sogni per creare i loro muri»
(Keny Arkana, La Rage)

Sono solo pochi nomi di una protesta simbolica, genuina giovane e costante che prosegue negli anni alla ricerca di spazio per esprimersi, lottando contro un tempo che sfugge proporzionalmente all’aumentare dei disordini politici globali sempre nuovi, dalle minacce di guerra termonucleare provenienti dalla Corea del Nord, alle “missioni impossibili” di pace in Medio Oriente. 
Modi estremi di lanciarsi in un’attualità dove lo spazio di azione appare continuamente minacciato dalla burocrazia, dalla censura e ancora, da un controllo foucaultiano delle realtà sociali, nonché dall’inflazione di massa di stereotipi di false certezze.
  
«La causa principale dei problemi
è che al mondo d’oggi gli stupidi sono strasicuri,
mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi»
(Bertrand Russel, The Triumph of Stupidity)

La protesta si moltiplica anche attraverso l’indice crescente di immagini create a rappresentare la lotta contro questi “soliti stereotipi”, con un andamento simile al testo di John Lennon divenuto la canzone-simbolo della forza dei simboli, un collage di nomi conosciuti, simboli e ideologie, ironicamente messi insieme a manifestare la forza della loro unione simbolica come unico mezzo di una generazione per farsi ascoltare.

«Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 
Revolution, Evolution, Masturbation, Flagellation, Regulation, 
Integrations, mediations, United Nations, congratulations 
All we are saying is give peace a chance 
All we are saying is give peace a chance 

Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 
John and Yoko, Timmy Leary, Rosemary, 
Tommy Smothers, Bobby Dylan, Tommy Cooper, 
Derek Taylor, Norman Mailer, Alan Ginsberg, Hare Krishna 
Hare Hare Krishna 
All we are saying is give peace a chance»

Costanza Fino