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Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel. La recensione.

La copertina.

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel (2014) è il successore di un’opera precedente del prof. Roberto Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx del 2004. Docente di Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma Tre, egli si occupa di idealismo tedesco e marxismo, con un occhio di riguardo verso la psicanalisi classica. Come intuibile, Un parricidio compiuto è il tentativo di tirare le somme del libro di cui rappresenta un seguito. Precisamente la domanda è: possiamo andare oltre il postmordernismo e il pensiero debole sulla scia di Gianni Vattimo, riprendendo le categorie di Marx? Che cosa tenere e cosa rigettare del Marx maturo? Ma per dare risposta a tale questione, per Finelli è necessario indagare l’origine delle categorie che il padre del marxismo uso per criticare la modernità; ciò esaminando come Marx smembrò la filosofia hegeliana prendendone le parti di cui aveva bisogno e rigettandone il nocciolo metafisico (nodo continuamente problematico della sua filosofia). A sua volta Finelli propone fra le righe del volume come uccidere Marx stesso e smembrarlo a sua volta, prendendo le parti più attuali e incisive di tale pensatore.
L’introduzione non è né più né meno un breve excursus, attraverso la sua esperienza di studente durante le contestazioni degli anni ’60-‘70, delle rinnovate letture del Capitale da parte dei giovani universitari dell’epoca. E di come tali tentativi, nonostante le declinazioni piuttosto raffinate che si svilupparono all’epoca, fallirono nel dare ragione del post-fordismo e di tutta la successiva società dell’informazione.

Il secondo e il terzo capitolo riguarda il ben conosciuto materialismo storico, per Finelli una lettura storica del reale ormai da abbandonare: alla dinamica struttura-sovrastruttura egli propone di favorire le categorie di presupposto-posto dei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, applicandoli al principi de Il Capitale, l’opera più scientifica ed economica di Karl Marx. In tali sezioni, egli sottolinea l’obbligatorietà di tale operazione, dati i nuovi presupposti dell’accumulazione sfrenata di ricchezze da parte del nuovo capitalismo. Un capitalismo dove non viene più sfruttata la forza-lavoro del lavoratore, bensì le sue conoscenze e la sua forza mentale, in cui il minaccioso macchinario della fabbrica è stato sostituito dai computer. I quali si propongono come qualcosa di amichevole e desiderabile, che si affianca al lavoratore medesimo.

Nei capitoli seguenti, si continua analizzando le radici hegeliane del Capitale e confrontandolo non solo con la storia filosofica, ma anche con la storia del pensiero economico (riprendendo la problematica tramite gli economisti classici come Adam Smith). Mentre nelle ultime battute si rielaborano le categorie così ottenute e indagate allo scopo di trovare una qualche forma di emancipazione da queste forme di economia e sfruttamento contemporanee.

In sostanza, il Parricidio Compiuto di Finelli non è unicamente il tentativo di uno storico della filosofia di guardare a Marx e ai marxismi seguenti (con particolare attenzione ad Althusser) in modo obbiettivo e disincantato. Ma è al tempo stesso il tentativo di formulare una linea di ricerca per trovare nuovi strumenti di critica del presente; verso un Capitalismo dell’informazione e dei servizi, che non sottomette più il lavoratore, ma lo corteggia e si rende desiderabile attraverso la trasfigurazione dei valori e delle realtà in atto. Fino ad arrivare a plagiare l’inconscio comune.

IL QUARTO ESCLUSO. Jung e la sincronicità

rothko

Triade della fisica:                                                                                                                                                                                                                                                                      Tempo                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Spazio                                                                                                                                                                                                                                                                                         Casualità.

E poi Jung aggiunse il “quarto escluso”.

Nel mare di Freud i pesci sono tanti e ci è dato vederli, nell’Oceano di Jung si muovono invece creature misteriose. È stato lui a crearle così come Freud ha fatto con l’Inconscio, il Rimosso, la Nevrosi, la Fissazione, la Sublimazione, il Sogno (e molti altri strani animali). La differenza sta nel fatto che Freud li ha disegnati a tavolino ed inseriti nel loro habitat seguendo determinate leggi, da lui stesso create -da lui definite “scoperte”-  facendoli comunicare con un determinato linguaggio, quello parlato dall’Inconscio, il pesce più grande. Per questo motivo il mondo di Freud lo conosciamo, o almeno abbiamo gli strumenti per poterne identificare i contenuti.

L’Oceano di Jung è molto più profondo, legato sempre alla nostra capacità di relazionarci con le sue “creature”, ma allo stesso tempo troppo profondo per poterle identificare. Troppo profondo non solo per noi ma anche per lui stesso. L’idea dell’Oceano e dell’oscurità richiama il suo rapporto con la profondità non conosciuta, un rapporto che lo ha accompagnato a 360° nella sua vita. Jung si occupò di psicanalisi. Ma anche di filosofia, di Oriente, di antropologia e di politica, delle religioni e di Dio, di fisica, di alchimia, di astrologia e di molto altro. Ma spesso rimase fermo al confine, anche lui sorpreso per la profondità dell’abisso che aveva davanti. Il blocco avveniva al confine con l’ultra-mondano.

Jung disse: “la mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’Inconscio”. Perché per Jung lo scopo della psiche umana è quello di comprendere di dover autorealizzare il proprio Inconscio, di autorealizzarlo e di comprendere di averlo fatto. Per questo la sua Psicologia Analitica supera da un punto di vista umano l’apparato psicanalitico freudiano, il quale non considera l’”individuazione” del soggetto psicanalitico che invece, secondo Jung, deve essere considerato e contestualizzato singolarmente, e curato al fine di “allineare” la propria anima al suo essere.

L’allineamento tra Inconscio ed Essere Umano è uno dei fini della Psicanalisi Analitica di Jung, ma è anche parte delle fondamenta della sua storia personale. L’individualizzazione diventa inevitabile in quanto ciascun uomo ha una determinata energia e, in base a questa energia, determinate connessioni (Energetica psichica, 1928).

Energia e Connessioni ricollegano e dimostrano la solidità del suo legame con la Fisica, la quale segue una via, seppur diversa, parallela a quella della Psicanalisi: il risultato è la “teoria del quarto escluso”, l’esistenza di una Sincronicità traducibile da un lato in Psicanalisi, dall’altro in Fisica, con l’aiuto del Premio Nobel Wolfgang Pauli.

Tempo                                                                                                                                                                                                                                                                                               Spazio                                                                                                                                                                                                                                                                                            Casualità.

A Jung questa triade non basta. Ci vuole un quarto “elemento”, una quarta chiave di lettura del mondo, che faccia coincidere (dove il termine “coincidenza” non basta) le diverse dimensioni del reale.

Il “quarto escluso” sembra essere l’anello mancante, una sintesi che insieme lega la materia e la profondità nascosta della mente. Dalla passione di Jung per il parallelismo delle due Scienze nasce la teoria della Sincronicità -da non confondere con il termine Sincronismo, il quale si riferisce alla sola coincidenza di eventi circostanti extra-psichici. La sincronicità invece si riferisce a una lettura dei fatti attraverso un linguaggio psichico, non scientifico, non fisico ma altrettanto reale. Reale almeno per la psicanalisi, per la quale il linguaggio dell’Inconscio è l’espressione più vera della realtà.

La sincronicità si manifesta nel momento in cui un accadimento psichico (conscio o inconscio, nella veglia o nel sonno) si riscontra nella realtà esterna ad una distanza temporale ravvicinata. – Non è da paragonare ad un deja vu (“già visto”), fenomeno di alterazione psichica del ricordo, il quale sembra già stato vissuto ma che in realtà non è esistito (anche “falso riconoscimento). – Con sincronicità s’intende la manifestazione esplicita di una coincidenza tra il proprio essere e l’essere-nel-mondo. Sincronicità significa che due eventi possono accadere nello stesso tempo ma in due spazi differenti (Sincronicità come principio di nessi acausali). Quindi non è più solamente la Causa a far accadere un avvenimento in un determinato tempo, ma esisterebbe un altro tipo di “connessione” atemporale: la Sincronicità.

Ma Jung nonostante la pubblicazione di Sincronicità come Principio di Nessi Acausali e gli studi approfonditi anche sul suo stesso paziente e amico Pauli, non può dimostrare nulla di definibile: “questa regione è ancora troppo oscura”, egli dichiara. Furono la passione e gli studi sull’Alchimia che legarono Jung e Pauli, ma entrambi non poterono acquisire la comprensione totale della materia dell’altro: la psicanalisi rimase a Jung, la fisica a Pauli.

Eppure questa “connessione” tra i due pensatori, così come il blocco dello stesso Jung davanti alla profondità dell’Oceano da lui disegnato, rappresentano l’essenza della sua stessa vita: se questa fu la storia di un’autorealizzazione dell’Inconscio allora Jung non può far altro che esplorare il suo abisso, non tanto per identificare o riportare a galla l’inconoscibile -l’Incoscio- quanto per avvicinarcisi sempre di più, vederlo brillare e tornare a galla.

“Come il pescatore di perle che arriva sul fondo del mare non per scavarlo e riportarlo alla luce, ma per rompere staccando nella profondità le cose preziose e rare, perle e coralli, e per riportarne frammenti alla superficie del giorno, esso si immerge nelle profondità del passato non per richiamarlo in vita così come era e per aiutare il rinnovamento di epoche già consumate.”  (L’Omino Gobbo e il Pescatore di Perle/W. Benjamin – Hannah Arendt)

Jung

POLI-NIETZSCHE – Costanza Fino

Il Mandala: lo specchio dell’Essere. Karma e sincronicità in Jung




“E’ una memoria ben misera quella che ricorda solo ciò che è già avvenuto” 
(Alice nel paese delle meraviglie, cit. Jung)

Migliaia di anni prima che nascesse la nostra civiltà un’enorme radice comune fece nascere i rami delle nostre culture, venne chiamata “radice indoeuropea” e attualmente rappresenta l’albero polimorfo delle nostre conoscenze acquisite, parallelamente nella penisola indiana e nell’attuale assembramento europeo: linguaggi, sistemi, letterature, religioni e idee, le quali al giorno d’oggi appaiono esternamente dissimili e discordanti, ma che originariamente nacquero da semi vicini, così vicini che all’insegna della loro differenza dovettero edificare la loro convivenza.
All’interno dell’antichissima raccolta di inni indiani Rg Veda “la raccolta delle strofe della sapienza”, il testo che viene definito dagli studiosi “strato arcaico della poesia indoeuropea” si fa menzione di un’affascinante immagine ritualistica, che sia nella filosofia che nella psicanalisi ha fatto “perdere” la testa a  molti, tra i più noti Schopenhauer e Jung. Questa immagine è chiamata “Mandala”.

Su una spiaggia di Goa, al tramonto, un anziano che raccoglie conchiglie disegna con un bastone sulla sabbia cerchi di varie grandezze che si sovrappongono, assemblati tra altre figure geometriche. Dopo molto lavoro giunge l’alta marea che spazza via la sabbia e cancella il disegno. Eppure l’anziano sorride, ed è felice, mi dice, perché la forza distruttrice del mare cancellando il suo lavoro ha dato prova dell’incessante movimento dell’esistenza che ora sostituisce quella forza con l’altra opposta, che è quella della vita. Il suo lavoro è stato una preghiera rivolta a ciò che i buddhisti definiscono il processo concentrico attraverso cui il cosmo si è creato. 
Già alle origini della civiltà, i monaci delle foreste dipingevano i mandala; concentrandosi sulla pittura focalizzavano l’attenzione verso la propria coscienza, verso i “cicli” della loro mente.

“Manda”: essenza, “la”: contenere, dal termine tibetano “dkyil khor”, è stato tradotto con l’immagine della circonferenza, la quale appunto “possiede” l’essenza. Il vero Mandala secondo il primo buddhismo è mentale: il disegno ne è solo la rappresentazione, è il simbolo da interiorizzare, è la stabilità che attraverso il rito esteriore va applicata alla nostra mente. È un Nulla esterno, ciò che non ha modo di manifestarsi esteriormente se non attraverso la concentrazione dell’attenzione nel compiere il disegno. Riflettendosi poi come su di uno specchio l’immagine rappresentata rientra nell’artefice del mandala per ritornando in forma di “Tutto” all’interno della mente, ricongiungendosi con essa. 

Secondo l’originale teorizzazione dello psicologo Carl Gustav Jung l’interiorità è un mondo extra-fisico fondamentale, difficile da comprendere perché parte di un Tutto, la cui idea è inarrivabile.
Il fatto che abbiamo occhi e orecchie visibili esteriormente, non esclude il possesso da parte nostra di un principio interiore della vista e dell’udito: infatti sostenere l’idea che vi sia un microcosmo, coincidente con l’ “inconscio” di  Freud, che riunisca ciò che la causalità fisica non giunge a dimostrare, ci porta a pensare che i “veri” occhi e le “vere” orecchie siano proiettate verso l’interno (anche la psicanalisi lacaniana, seppur su binari totalmente differenti, giungerà a teorizzare che il “sintomo” di un disturbo psichico possa essere ascoltato solamente nel silenzio totale della nostra interiorità).

L’importanza che Jung conferisce all’interiorità si traduce nella teorizzazione di una  “causalità interna” che va ad arricchire l’idea di realtà comunemente intesa: non solo spazio, tempo e casualità, ma anche sincronicità.
La sincronicità  e le sue leggi si integrano nell’esistenza giungendo in soccorso dell’individuo in difficoltà attraverso un elemento psichico omogeneizzante che lega, dove la casualità non arriva, realtà fisica e ciò che la oltrepassa. Quando qualcosa non è fisicamente spiegabile vi sono leggi interne extra-intellettive, le leggi della “sincronicità”, che aiutano ad integrare quell’aspetto oscuro della realtà, che è l’inconscio. 
“Sembra davvero che il tempo, lontano dall’essere un’astrazione, sia un continuum energetico concreto. Esso include determinate qualità o condizioni fondamentali che si manifestano simultaneamente in luoghi diversi con un parallelismo che non può essere spiegato dal principio della causalità” (“La sincronicità”, cit. Jung).

A differenza della legge del Karma, che rappresenta cause e connessioni manifeste, la legge della sincronicità giunge dove non vi è manifestazione, “dove il Nulla crea l’effetto”, dove non vi è spiegazione ma vi è coincidenza e legame invisibile. Da questo punto si è sviluppato ciò che ha portato il teorico svizzero ad allontanarsi dall’insegnamento freudiano ed avvicinarsi sempre più alla filosofia indiana. Jung si caratterizza per l’intuizione di una realtà psichica stratificata, costituita da un background comune di esperienze dell’umanità intera, che strutturano e determinano nel tempo la psiche: gli archetipiSono forme “vuote” che col tempo si solidificano e diventano forme comportamentali “tipiche”, strutturando così, col tempo, l’azione della psiche collettiva: plasmandosi attraverso l’esperienza personale esse si riempiono di senso e diventano archetipi per il futuro; creano una sorta di “memoria inconscia” di azioni non accadute che preparano all’accadere.

Tra questi archetipi, l’idea del “Sé” (la nostra vera essenza in opposizione alla costruzione mentale dell’“Io”) è l’archetipo centrale, o “l’archetipo dell’ordine”: forma trascendente al centro dello spazio mandalico, che è anche l’immagine del mandala disegnata dal raccoglitore di conchiglie sulla spiaggia di Goa: rappresentazione della presenza di ciò che non vediamo e comprendiamo, che crediamo Nulla ma che in realtà è la parte nascosta dell’Essere.

“Trenta raggi circondano un mozzo: 
sul nulla si fonda qui l’utilità del carro.
Si fanno chiavi e vasi in forma di recipienti: 
sul nulla si fonda l’effetto del recipiente.
Si praticano porte e finestre  e stanze,
sul Nulla si fonda l’effetto della stanza.
Perciò: il qualcosa crea realtà, 
il Nulla crea effetto”.

Lao Tse (cit. in “La sincronicità, Jung)


Costanza Fino