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Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

Nesey Gallons: folk da un’epoca sfocata


Tra tutti i luminari, i maghi e gli eremiti di quell’oscura e luminosa entità che è il collettivo Elephant 6, Nesey Gallons costituisce un caso a sé stante. Prima di tutto per via della sua età: classe 1984, Nesey è 10-15 anni più giovane della maggior parte degli Elephant 6er. Inoltre, ha sempre avuto col collettivo artistico un rapporto incostante, altalenando lunghi periodi di convivenza e collaborazione con alcuni dei membri principali a momenti di allontanamento (in uno dei quali si trova ora), in parte a causa della lontananza della sua terra natìa, il Maine, da Athens, Georgia, patria dell’Elephant 6. 


Affascinato dall’idea di manipolare il suono al fine di esprimere qualcosa che le parole non possono dire, Nesey comincia a registrare all’età di 6-7 anni. Imparando a suonare sempre più strumenti e influenzato dai gusti eccentrici dello zio, durante la sua prima adolescenza colleziona una grande quantità di cassette autoprodotte fino a quando, stregato dalla capacità degli Olivia Tremor Control di “creare un ponte tra suono come linguaggio segreto e musica”(*), si avvicina all’Elephant 6, fino a cominciare a collaborarci ufficialmente nel 2002. Infatti Julian Koster, ex membro dei Neutral Milk Hotel e poi suo coinquilino, chiede a Nesey di aiutarlo nella registrazione del suo secondo album con i Music Tapes.

A partire da questo periodo Nesey inizia a far uscire i suoi lavori, in modo del tutto inusuale, dato che si trattava di materiale che copriva l’arco di tempo di vari anni. I primi album sono divisi tra folk lo-fi scarno che Nesey stesso definirà poi “imbarazzante e giovanile” (“When we Were Clouds”, “Now Gargling”, 2002-3), lunghissimi collage di field recording e rumore (“The Silhouette Museum”), o drone e suoni manipolati (“Somewhere we Both Walk”). Già da questi primi dischi si può definire lo stile che continua a caratterizzare Nesey Gallons tutt’ora: la voce sognante e morbida cavalca un lo-fi nostalgico, privato e intimo che sembra uscire da un vinile seppellito per centinaia di anni. Anche i collage sonori, grazie ad esempio ai tappeti drone di archi di “Somewhere we Both Walk” si adeguano a questo canone, che è vivo tanto nel bel “Two Bicycles” (2006), quanto nel disco più famoso di Nesey, “Eyes & Eyes & Eyes Ago”, del 2009. Questo piccolo capolavoro meriterebbe ben più fama di quanta ne abbia (nessuna): la collaborazione col polistrumentista Julian Koster sfocia in arrangiamenti densi di armonium, organi e fiati, che insieme alle melodie aperte ma nascoste cullano l’ascoltatore attraverso quell’immaginario che ci aveva già mostrato nel 1998 In The Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel: un’inizio ‘900 mitizzato e sfocato, tra cartoline in stile Art Nouveau e guerre incombenti, un passato-infanzia in cui i ricordi di un bambino diventano i suoni di fantasmi provenienti da un antico grammofono. Questa particolarità la si può osservare facilmente anche nei testi, dato che i riferimenti temporali sono frequentissimi: “when”, “once”, “old echo”, “so long” e molti altri. Questi, uniti a una misteriosa collettività malinconica ottenuta grazie a vaghi pronomi e riferimenti (i numerosi “we”, titoli come “Sweet Sweet Friend”, “Jupiter an I”,” Forestlit Dinners”) creano una sorta di “psichedelia temporale”, ossia straniamento e fuga dalla realtà non attraverso allucinazioni o distorsioni visive e percettive (tema molto caro all’Elephant 6), ma grazie a questo viaggio immaginario nel passato e nella fanciullezza.

Dopo “Eyes & Eyes & Eyes Ago” Nesey continua a far uscire materiale registrato tra uno e dieci  anni prima della pubblicazione. Decide di cambiare pseudonimo per alcuni dischi: “Southern Winter” (2010) e “Blackout Era” (2013, nel quale spicca la bellissima e oscura “Blue Brunswick”) sono sotto il nome di Smouldering Porches. Un altro collage, “Swan Phase” (2011), questa volta pesantemente influenzato dalle collaborazioni con Will Cullen Hart (Nesey Gallons ha fatto parte dei Circulatory System per alcuni anni) e accompagnato, come le uscite giovanili, a dei racconti, è seguito da quello che forse è il suo album più interessante subito sotto il picco raggiunto nel 2009: “When I was an Ice Skater” (2012), aggiunge alle belle melodie di “Eyes & Eyes & Eyes Ago” grande complessità e maturità nella scrittura, negli arrangiamenti e nella struttura nel disco stesso. Infatti i brani folk e pop, arricchiti da cori evocativi e dalla partecipazione di un gran numero di musicisti dell’Elephant 6 Collective, si alternano a registrazioni d’ambiente che accentuano l’effetto-viaggio nel tempo e nell’infanzia. Un lavoro coerente, ragionato e profondo. Riguardo al particolare carattere nostalgico della sua musica e del suo disco del 2012, Nesey ha detto: “Dipende dal progetto. Quando cominciai a lavorare su “When I was an Ice Skater” ero scoraggiato da quanto sentimentalmente vuote suonassero le registazioni. […] Le tracce erano tecnicamente superbe, e molto ben suonate, ma le odiavo. Ho cancellato i nastri e ho ricominciato. A un certo punto ho iniziato a usare un metodo molto rozzo simile alla roba che facevo da adolescente. Più indisciplinato e caotico, confuso ma colorito. E ho cominciato ad avere risultati di cui ero soddisfatto. È nostalgico della vita. Quasi tutto l’album è registrato da una prospettiva di morte, guardando indietro alla vita”(*).



 

di Gianlorenzo Nardi

(*) Fonte: questa intervista di Ray Baltimore

Non ti basta? Leggi qua

Stare in mezzo alla gente non è mai divertente: Strueia e gli Shout

Morolo, un piccolo comune in provincia di Frosinone, è un tipico paese ciociaro: arrampicato sulle rocce, con sempre meno abitanti e un’economia che arranca, chiese e bar sono i luoghi più popolati (soprattutto i bar, come ho constatato con piacere le poche volte che ci sono stato). Questà realtà provinciale sembra aver fatto scattare qualcosa nella gioventù del basso Lazio tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, una reazione alla depressione e all’isolamento che ha contribuito alla nascita della sempre sorprendente scena musicale ciociara, che con gruppi come  Mosquitos,  Bee Hives, Betty Ford Center, Pentothal e altri (più band ciociaro-romane come I Quartieri e i Jacqueries) ha portato alla luce prodotti di grande qualità, purtroppo senza mai raggiungere un considerevole successo  di pubblico.

Da Morolo sono usciti gli Shout, un gruppo che reputo tra i più interessanti in Italia. Strueia (Andrea all’anagrafe), frontman del gruppo, mi ha recentemente raccontato la loro storia e il contesto dietro al loro unico album, Manuale per non Suicidarsi.
Gli Shout si formano nel 2000, con Strueia alla batteria ed Ettore Pistolesi al basso. Dopo poco si aggiunge un batterista e Strueia passa alla chitarra. Tra prove, due demo in inglese fatte girare tra gli amici e un cambio di batterista, il gruppo comincia a suonare nei locali del frusinate e a confrontarsi con la scena musicale locale, che Strueia descrive così: “Di band in giro se ne vedevano pochissime ed erano tutte cover band dei Pink Floyd e dei Dire Straits. Roba da uscirne piegato in due! (dalle risate? dal dolore?) […] Il background musicale era quello che era, il più alternativo ascoltava i Guns’n’Roses e i Metallica, il must erano i Nomadi, poi di striscio gli altri cantautori (Guccini, De Andrè, De Gregori). Insomma il target era quello, la parola “indie” era scritta solo sulle confezioni dei sali da bagno”.
Inizialmente influenzati soprattutto da John Frusciante e dai Nirvana, nel 2004 gli Shout incidono il loro primo EP ufficiale, The Shout, questa volta in italiano, con quattro canzoni (definite da Strueia “roba bruttozza che poi avremmo rinnegato ”) dal suono grunge, su cui spicca la follia drogata di “Ho bisogno di pensare” scritta da Ettore Pistolesi.

Subito dopo avvengono quelli che Strueia considera i due eventi più importanti nella storia del gruppo: il primo è l’incontro con i Mosquitos ad un loro concerto alla Cantina Mediterraneo, storico locale di Frosinone. La scoperta della psichedelia, del Paisley Underground e del fatto che c’erano realtà ispiratrici a pochi chilometri dal proprio paese cambia lo stile della band: “Per la prima volta in vita nostra assistemmo a un concerto che fu un vera e propria rivelazione di vita. Ne uscimmo totalmente sconvolti. Fu subito fissa, comprammo Electric Center, il loro ultimo disco e tornammo a casa con la sensazione che fino a quel momento avevamo vissuto una misera esistenza!”.
Il secondo episodio è l’incontro con Emiliano Colasanti, futuro fondatore della 42Records, al NordOvest, negozio di dischi frusinate e centro delle idee musicali della zona: “in un certo senso era una specie di factory di Warhol e Marco Archilletti (il proprietario) era il guru”. Gli Shout e Colasanti stringono da subito amicizia, un rapporto che influenzerà il gruppo e lo incoraggerà nella produzione di un EP e del loro album.

Dopo mesi di registrazioni che portano Strueia e i compagni (con batterista nuovo) allo stremo,  Manuale per non Suicidarsi esce nell’autunno del 2009 per  42Records. Il disco, che non esito a chiamare capolavoro, è un concentrato delle ansie e dell’isolamento e della gioventù ciociara: dalle canzoni, potenti, terribili, escono squallore, paura e noia, resi palpabili attraverso immagini forti e fisiche, con testi che vanno da “Ho perso l’equilibrio/prenoto altro niente/nel mio frigo/strane cose andate/piove ovunque/tranne nel mio letto/dove non c’è niente/nemmeno ambizione” (da Lumaca) intrecciati su un rock questa volta molto influenzato dai Velvet Underground, fino alle urla angosciose (e che personalmente mi fanno davvero paura) di L’amore è un cane che viene dall’inferno. Non mancano brani più calmi (ma mai leggeri, sia chiaro) come la soffusa Oh my Darlin’ e l’ironica Ninnananna di Ettore Pistolesi.

Il disco, paranoico, riflette anche le tensioni nel gruppo: dopo pochi concerti trovati a fatica, gli Shout si sciolgono: “Nel 2010 eravamo di nuovo in tre, senza batterista, a cercare di fare qualcosa di nuovo, qualcosa però si era rotto, ed è tutto finito”.

Dopo la rottura, mentre Ettore ha iniziato a suonare con i Poptones e gli Esercizi Base per le Cinque Dita  Strueia ha iniziato un progetto solista nel 2011. Registrato a casa con l’aiuto dello studio mobile di  VDSS Recording Studio, From the Appartamento to the Eternity, uscito per 42Records, è il suo primo EP, un disco ottimo che eguaglia il suo precedente lavoro con gli Shout. Decisamente psichedelico, From the Appartamento è un disco  caratterizzato da una scrittura più matura di quella di  Manuale per non Suicidarsi e da una strumentazione ricca di tastiere e sintetizzatori, che uniti ad atmosfere tra il lo-fi e gli anni ’60 gli conferiscono un suono unico. In questo lavoro claustrofobico e riflessivo, Strueia ci parla di auto-isolamento, idee, forme mentali, impossibilità della fuga e anche di amore perduto. È la versione cresciuta e solitaria degli Shout, con l’equilibrio ottimale tra melodie e arrangiamenti accattivanti e testi più che interessanti.
Stampato in poche copie, è disponibile su Youtube.
Strueia conclude con un po’ di anticipazioni: “Adesso dall’inizio di giugno sto registrando un nuovo disco, questa volta in studio, con Filippo [di VDDS Recording Studio, ndr]. Non ho idea di quante canzoni ne verranno fuori, né quando e sopratutto come uscirà. […] Nel frattempo sto suonando la batteria con una nuova band che si chiama Sky of Birds, con l’ex cantante dei Mosquitos alla voce e altri volti più o meno noti a Frosinone, credo che usciremo con un EP, probabilmente nel 2014”.
Occhi aperti, c’è da aspettarsi grandi cose.
link utili:


 

PoliRitmi- Gianlorenzo Nardi

Taking drugs to make music to take drugs to


Se pensiamo alla psichedelia, a mio parere una delle espressioni più alte del rock, non si può fare a meno di parlare di Jason Pierce, noto anche con lo pseudonimo di J.Spacemen, incarnazione vivente del rocker lisergico. Conosciuto per il suo turbolento rapporto con le droghe, e per una particolare passione per l’eroina – elemento molto presente nei suoi testi, in particolare in Ladies and Gentlemen We Are Floating In Space, capolavoro licenziato con gli Spiritualized nel 1997 – Mr. Pierce ha recentemente scoperto di avere il fegato completamente a pezzi ed ha cominciato a prendere diversi tipi di pillole, questa volta finalizzati a salvargli la vita.
“Taking drugs to make music to take drugs to”, questo il motto degli Spacemen 3, superlativo duo formato da Pierce e da un altro signore con una carriera a dir poco devastante: Peter Kember, per gli amici Sonic Boom. Fuori da ogni concezione classica di chitarrista, Kember e Pierce danno nuova linfa alla musica psichedelica aggiornandola agli anni ’80, inizialmente riprendendo Velvet Underground, Suicide, il garage (ma solo nel primo disco), sino ad arrivare a una musica allucinata, ipnotica, da trance. L’acme compositivo del duo è senz’altro raggiunto in The Perfect Prescription, un concept album che descrive le fasi di un trip.
Chiusa l’esperienza psico-sonica con gli Spacemen 3, con i quali Pierce tracciò un solco chitarristico che arrivò direttamente allo shoegaze, J.Spacemen formò gli Spiritualized, che rieditano l’esperienza psichedelica degli Spacemen 3 con una maggior cura degli arrangiamenti e una maggiore propensione per una spiritualità, ora di matrice gospel, ora hippie, ma sempre contaminata dai toni ora lisergici, ora tossici del chitarrista inglese.
Il percorso degli Spiritualized è uno dei più nobili dei gruppi ancora in attività. Se i primi tre dischi sono una crescita progressiva dal materiale psichedelico vicino agli Spacemen, sino ad arrivare all’ambizioso e riuscitissimo Ladies and Gentlemen We Are Floating In Space, che rimodella con un sound che non ha precedenti né successori degni di nota, riuscendo a incanalare tutte le ispirazioni musicali di Pierce, i dischi successivi sono invece un ritorno a un rock n’ roll scarno e onesto che si riappropria di gospel, soul, e della folk music. Questa seconda fase, seppur non epocale, mostra un Pierce alle prese con sé stesso in modo più maturo, che attraverso i suoi testi autobiografici riesce a darsi un’identità quasi cantautoriale.
Autore anche di splendidi lavori solisti, come la colonna sonora di Mister Lonely di Harmony Korine, J.Spacemen è allo stesso tempo il talento più influente e più dimesso del rock a noi contemporaneo.

PoliRitmi-Luigi Costanzo

Syd Barrett


Anche se amava le canzoni semplici, Syd Barrett aveva un modo esplosivo di missare i pezzi – abbassava e alzava i cursori della consolle a tutta velocità e apparentemente a caso, ma sta di fatto che il risultato era sempre fenomenale… Syd era un pittore, e non faceva mai nulla se non in modo artistico. Era un creatore al cento per cento, e sempre molto esigente, in particolare con se stesso”. (Andrew King)

Moderna rappresentazione dello stereotipo dell’artista folle e geniale, Syd Barrett si colloca all’interno della storia della musica come motore propulsivo di quella psichedelia inglese che riuscirà, grazie agli stessi Pink Floyd, a reinventarsi fino ad avere esiti commerciali del tutto inaspettati. Non è un caso che parte della critica veda i lavori dei Pink Floyd post-Barrett come delle opere spurie che coincidono con un lento ma costante declino, portando la band dalla folle genialità degli esordi a un pop elegante, onirico ma mai di rottura. Pur non concordando con questa valutazione, è indubitabile che i Pink Floyd non sono mai riusciti ad eguagliare la brillantezza artistica di Syd, di pareggiare quella capacità di essere straniante pur suonando tre accordi, volti ad accompagnare una strana filastrocca.

Barrett nel 1966 era un giovane artista stralunato e iperattivo, capace  di  trascinare un’intera band nei suoi deliri psichedelici che sembrano influenzati da qualsiasi cosa, ma che non sono simili a nulla uscito fino a quel momento. Il passaggio da band di culto all’interno dei locali underground londinesi a grande rock band avviene grazie ai due singoli: Arnold Layne e See Emily Play, prima prova della sorprendente capacità pop di Barrett.

The Piper At the Gates Of Dawn è uno dei dischi più grandi della storia del rock – bizzarramente uscito in quel 1967 che vede anche l’uscita di altri dischi imprescindibili come ‘The Velvet Underground & Nico’, ‘Sgt. Pepper’s’, ‘The Doors’ e ‘Are You Experienced’ – ed è impregnato della figura di Syd Barrett. Il disco si divide fra favole lisergiche, di impianto quasi favolistico, e improvvisazioni strumentali e dissonanti. Ma non è solo questo; il disco riesce a rimescolare con un fascino impressionante vaudeville, folk music, rumorismo, fantascienza, free-form, trovando conforto in una forma che, pur smantellata, viene da rock music e r ‘n’ b. Eccentrico, libero, affascinante: the Piper At the Gates of Dawn a più di 45 anni dalla sua uscita è ancora un disco irraggiungibile. Difficile trovare un opera così imponente fatta con la stessa fanciullesca naturalezza.

 

All’uscita di The Piper At the Gates Of Dawn i problemi mentali di Syd Barrett cominciarono a essere sempre più evidenti per la band, soprattutto in seguito a un pessimo tour americano. La sua dipendenza dagli acidi non fece che acuire la sua schizofrenia e  allontanarlo sempre di più dal mondo. Barrett divenne sempre meno utile agli scopi del gruppo e, come tutti sanno, fu prima affiancato poi sostituito da David Gilmour. Il managment dei Pink Floyd pensava che Barrett potesse essere il Brian Wilson della situazione, un grande compositore drogato, utile per i dischi ma inadatto per i tour. Ovviamente questo non fu possibile. Nel successivo A Sarceful of Secrets, Syd Barrett contribuì solo con la magnifica ‘Jugband Blues’, uno stupendo pezzo di commiato, un capolavoro, ironico anche verso gli stessi membri della sua (ex)band.

Nel 1970, grazie all’aiuto di David Gilmour, Barrett diede alle stampe due album solisti: The Madcap Laughs e Barrett. Questi due dischi rappresentano appieno l’animo geniale ma sempre più alienato e paranoico di un ragazzo di appena venticinque anni. The Madcap Laughs è un disco folk scarno che vive proprio dell’inquietudine di Barrett. Ogni pezzo è frutto di una rocambolesca live session, ennesima dimostrazione della sua fulgida ma fragile genialità.

Barrett prende le mosse sempre dallo stesso sentimento: anche questo disco è appeso, sembra che Barrett possa crollare da un momento all’altro, ma lui rimane là, fra stonature e scordature, a concludere le sue gemme. Questa volta però il reale, presente in modo così drammatico in The Madcap Laughs – tuttora motivo di dibattito critico – viene parzialmente celato anche attraverso arrangiamenti più completi.

Questi due fragili dischi furono precursori di quello che sarà il folk psichedelico. Barrett si ritirerà in casa affidato alle cure materne, e la sua leggenda si alimenterà di aneddoti fino alla sua prematura morte nel 2006.

Luigi Costanzo

Gemme nascoste: Alexander ‘Skip’ Spence


C’è qualcosa di più bello di amare in segreto, di avere un tesoro custodito in fondo al cuore, ed avere la presunzione che sia lì solo per te? Nel caso di un disco o di un artista questa sensazione di possessione porta a provare una profonda gelosia nei confronti di chiunque possa intaccare questo magia che si viene a creare fra l’opera e il fruitore.
Uno dei dischi che può raggiungere questo speciale risultato è ‘Oar’ di Alexander ‘Skip’ Spence.

Alexander Spence, anche se in molti non lo sanno, è dentro le storie di gruppi assolutamente centrali nel panorama musicale americano degli anni ’60. Inizialmente chitarrista dei Quicksilver Messanger Service in una delle loro forme più embrionali, Alexander detto ‘Skip’, venne ingaggiato poco tempo dopo dai Jefferson Airplane per il loro esordio ‘Jefferson Airplane Take Off’, ma a causa delle sue continue intemperanze fu allontanato abbastanza presto. Skip tornò immediatamente alle sei corde per fondare i Moby Grape, band che nel 1967 fece uscire il suo omonimo esordio, considerato ancora da alcuni critici come una delle migliori opere prime della storia della musica rock. Certo è che, considerate le opere uscite prima del 1967, l’affermazione di questi critici suona piuttosto eccessiva (pensiamo a The Piper At The Gates of Dawn e The Velvet Underground & Nico). Ciò non toglie che Moby Grape, pur non offrendo gli sperimentalismi che andavano per la maggiore in quegli anni, è un album di primissimo piano.

Durante le registazioni di ‘Wow’, secondo album dei Moby Grape, Skip aumentò a dismisura il suo uso di droghe, tanto da distruggere la porta della camera dell’hotel dell’amico Jerry Miller con un’ascia, e rischiando di ferire seriamente molte delle persone presenti nell’albergo. L’uscita dal gruppo, come il ricovero in un ospedale psichiatrico furono a quel punto inevitabili.

Durante il periodo di tossicodipendenza e schizofrenia Spence scrisse il suo unico lavoro solista: ‘Oar’, un fantastico bozzetto di ballate psichedeliche, uno dei primi dischi acid folk che finirà per inaugurare, più o meno consapevolmente, un fortunatissimo filone della musica leggera. ‘Oar’, registrato in una giornata, è interamente suonato da Skip. Il disco dà delle sensazioni analoghe quelle che possono donare i dischi solisti di Syd Barrett: un insieme di canzoni così fragili che sembrano poter perdere di significato da un momento all’altro; e forse è proprio questo il fascino segreto di questi artisti.

‘Oar’ è l’ultima (e unica) gemma di un drogato, alcolista, schizofrenico; ovviamente questo stato di salute rendeva quest’uomo impossibilitato dal poter intraprendere una normale carriera nel music business. A differenza di tanti suoi colleghi. Skip non riuscì neanche a trovare il conforto della morte in età giovanile, che avvenne solo nel 1999 per un cancro ai polmoni.

Oar è uno dei dischi meno venduti della storia della Columbia Records, ma è in realtà una delle gemme più preziose della psichedelia anni ’60.   



Luigi Costanzo

Tame Impala live @ Magazzini Generali (Milano) 26.10.2012

Lo scorso 26 Ottobre a Milano sono stati di scena i Tame Impala, band australiana balzata all’onore delle cronache con il loro esordio Innerspeaker, un convincente mix fra psichedelia di stampo beatlesiano, garage, e vaghi echi stoner. Ripartiti in tour con alle spalle il nuovo Lonerism, cercano di riconfermarsi dopo quell’esordio che aveva destato l’interesse di tutti gli appassionati di rock psichedelico e non solo. Michele, a cui va un ringraziamento speciale, ha deciso di condividere con noi le sue impressioni di questo attesissimo live.
L.C.
“21st century problems” dice Kevin Parker trafficando tra cavi ed effetti a metà del concerto.
Dopo poco più di un anno i Tame Impala tornano in Italia con un nuovo album in repertorio, ai Magazzini Generali di Milano.
L’estate scorsa sono stati a Torino: concerto davvero d’impatto, a cui ho partecipato un po’ per caso, e un po’ per caso ho scoperto lo straordinario potenziale musicale ed esecutivo dei quattro ragazzi di Perth. Capite dunque che le aspettative per questa sera volano alte.
A Milano piove. Arrivo al locale e, non appena entro, cominciano. La prima è “Be Above It”. Con non poca fatica riesco a guadagnare la zona intermedia fra  pubblico e palco. I primi suoni che percepisco chiaramente sono quelli della batteria, tratto distintivo del brano, con un ritmo che ti picchietta ossessivamente in testa. Il pubblico subito si scalda, investito dal sound inconfondibile dei Tame Impala, bandiera dello psych-pop di ultima generazione.
Sono colpito da un fatto: il quartetto australiano che conoscevo non è più un quartetto, ora sono in cinque. Kevin Parker (voce e chitarra), Dominc Simper (basso), Nick Allbrook (tastiere e chitarra) rimangono invariati ai loro strumenti, Jay Watson invece va ai synth e alla seconda voce, con il subentrante Julien Barbagallo alla batteria.
Dopo il brano d’apertura segue “Endors Toi”, e ciò mi fa pensare che suoneranno Lonerism dall’inizio alla fine. Non ho neanche il tempo di formulare il pensiero che la band attacca con “Solitude is bliss”, un classico che fa esaltare un pubblico già su di giri. Sempre più ragazzi (me compreso) cercano di avvicinarsi il più possibile al palco. Ma, causa sold out, è impossibile avanzare molto, quindi sospiranti ci tocca rimanere sul posto maledicendo il fatto di esser arrivati troppo tardi. I sospiri non durano più di qualche secondo perché questa musica è una terapia psichedelica, tutti sono amici di tutti e nessuno si arrabbia se per sbaglio gli spingi la ragazza o magari gli passi davanti.
Quando arriva il momento “Elephant”, protesa per il doppio della durata effettiva, realizzo che sto assistendo ad un’esibizione che non ha nulla da invidiare a quella torinese, anzi forse è ancora più d’effetto.
Arriva anche il momento di “Feels like we only go backyards”, episodio più pop della serata. Kevin oscilla quasi impercettibilmente la testa, mentre tiene le sue classiche movenze. I lunghi capelli ondeggiano leggeri e suona la sua Rickenbacker forse perché davvero “si sente come un elefante che scuote la sua grande proboscide grigia solo per il gusto di farlo”.
Dominic si è tinto i capelli di nero e sta in disparte, vicino alla batteria.
I cinque australiani sembrano in una sorta di altro mondo, totalmente in pace. Continuano proponendo un corretto mix fra vecchio e nuovo repertorio. Le attessissime hit vengono suonate tutte: “Desire be desire go”, “Why won’t you make up your mind”, fra le più acclamate. Anche i pezzi nuovi riscuotono molto successo, alcuni fra tutti meritano una menzione speciale: “Keep on lying” e “Apocalipse dreams”.
La performance si può riassumere come una fusione di chitarre ondeggianti e synth spaziali.
Tornati sul palco per il bis, i Tame Impala chiudono lo show con l’irrinunciabile “Half glass full of wine”. La allungano, dura quasi tre volte di più rispetto alla versione originale e il tempo si dilata. Non sono più le 22.00 del 26 ottobre 2012. O almeno ce lo dimentichiamo tutti. E’ una “Fantastic explosion of time” come potrebbero dire i loro cugini Pond, o meglio, una “Fantastic explosion of Tame” . E noi, per un ora e mezza, esplodiamo con loro. BOOOM.
Michele Apicella