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Quando il teatro incontra la psicologia: il progetto Corti da legare

L’ambizioso progetto di coinvolgere e sensibilizzare il pubblico verso alcune delle patologie psicologiche più diffuse ma al contempo ignorate o prese spesso sotto gamba.

Con questo proposito nasce il progetto teatrale Corti da legare, con cui il Nuovo Teatro Orione ha deciso di dedicare 5 serate ad alcuni dei disturbi, comportamentali e non, che affliggono larga parte della popolazione.

Come si è potuto notare nel primo incontro dello scorso 16 novembre dedicato al Gap (Gioco d’azzardo patologico), l’evento è strutturato con una prima parte consistente in una rappresentazione teatrale del disturbo oggetto della giornata, in cui la rappresentazione teatrale mette in luce gli effetti degenerativi della patologia e le sue conseguenze, anche nei rapporti interpersonali.

Successivamente si entra in una seconda fase, in cui una psicologa esperta della patologia prima rappresentata ne illustra gli aspetti scientifici, anche tramite un supporto visivo in cui esperti del settore approfondiscono l’argomento, nonché con testimonianze degli stessi pazienti affetti da tale disturbo.

Una commistione di teatro e psicologia che nel primo appuntamento si è mostrata vincente, riuscendo a coinvolgere lo spettatore, avvicinato sullo stesso palco in modo da poter quasi toccare e prender parte alla rappresentazione, con un linguaggio colloquiale, avulso dalle tipiche narrazioni tecniche e scientifiche che caratterizzano colpevolmente i tentativi di avvicinare il grande pubblico a questi ambiti.

Il prossimo appuntamento è per il 12 dicembre, sempre presso la sede del Teatro Nuovo Orione, Via Tortona n. 7 (zona re di Roma), in cui verrà affrontato il disturbo ossessivo compulsivo.

Di seguito l’intero calendario

I biglietti, acquistabili anche online, sono altresì disponibili presso il botteghino della sede del teatro, dove per tutto il 24 novembre andrà in scena il “Black friday culturale”, con l’applicazione di un prezzo ridotto su tutti i biglietti degli spettacoli in cartellone.

Mindreading: una questione controversa

Ogni giorno chiunque di noi effettua il mindreading o in italiano la “mentalizzazione”: la capacità di spiegare e prevedere comportamenti altrui attribuendogli stati mentali come essere felici, arrabbiati e così via. È una componente che usiamo inconsciamente ed è alla base del nostro vivere insieme o di fenomeni di introspezione psicologica come la letteratura, il percepire il disagio altrui e così via.

John Bowlby
John Bowlby

Solitamente questo fenomeno così quotidiano ha origini di tipo evoluzionistico: è qualcosa che abbiamo sviluppato nel corso del nostro percorso per coordinarci in maniera più efficace con gli altri. Al giorno d’oggi la psicologia empirica è riuscita a dare un contributo importante nello spiegare come ciò avvenga: soprattutto grazie alle recenti ricerche nel campo della Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby, insigne studioso che durante gli anni ’50 riuscì ad arricchire la psicanalisi e la psicoterapia con i contributi dell’etologia, della biologia darwinista e della cibernetica, andando oltre Freud o il semplice behaviourismo. Gli psicologi che si ispirano a tale teoria vedono nel rapporto fra il bambino che cresce e il caregiver (la figura principale che fornisce affetto e cure all’infante) la principale causa dello sviluppo dei meccanismi e della abilità che ci permettono di interagire con l’ambiente circostante e gli altri individui.

Secondo Mary Ainsworth, la più brillante allieva di Bowlby, e Elizabeth Meins la metalizzazione deriverebbe da queste interazioni con il caregiver, il quale costringerebbe il bambino a sviluppare tali capacità insite già nella propria struttura cognitiva utilizzando parole e comportamenti che implicano il saper mentalizzare: in altri termini, il bambino impara quest’abilità poiché viene trattato come individuo che è in grado di eseguire questo genere di operazioni mentali. Come afferma Catherine Melsen, altra insigne ricercatrice, gli stili conversazionali materni contano.

Ma è qui che si solleva il problema scientifico e filosofico: quanto contano gli stili conversazionali? Sono condizione sufficiente o necessaria? In che modo influenza la cosa? In effetti due (o per meglio dire tre) sono le posizioni filosofiche possibili, a grandi linee:

  • Per Michael Dummett, Donald Davidson e altri filosofi del linguaggio, è necessario quest’ultimo affinché il pensiero e la possibilità di attribuire pensieri ad altri sia possibile. In sostanza possiamo mentalizzare perché nel linguaggio naturale abbiamo verbi che ci permettono di farlo. Cioè la that clauses theory.
  • Per linguisti e filosofi come Noam Chomsky e Jerry Fodor siamo dotati di un linguaggio interno che permetterebbe di mentalizzare, anche se non avessimo una lingua condivisa da usare per comunciare.
  • Terza possibilità, un insieme di posizioni intermedie fra le prime due.

Per i coniugi de Villiers per esempio è innegabile che il linguaggio abbia un ruolo fondamentale: non ci sarebbe senza la sintassi del linguaggio e l’esposizione alle strutture completive grammaticali la possibilità del Mindreading. Ovvero, noi possiamo dire:

“Sally crede che la biglia stia nella scatola.”

perché nel nostro linguaggio abbiamo i verbi credere, pensare, supporre, ecc. In tal modo è il valore di verità aperto di “X crede che Y” che insegna al bambino questo genere di stati epistemici. Se ne fossimo sprovvisti, allora non potremmo immaginare gli stati mentali di altri membri della nostra specie.

Ma per molti altri il linguaggio è necessario, ma non determinante a tale scopo: per esempio, in alcuni studi (sempre inerenti alla Teoria dell’Attaccamento) pazienti affetti da afasia agrammatica o perdita selettiva della grammatica hanno dimostrato invece di saper mentalizzare con un discreto grado di successo. Tali pazienti, nonostante fossero affetti da gravi patologie del linguaggio, sono stati in grado di comunicare a gesti ed eseguire test di false belives, prove per verificare la capacità di distinguere credenze vere e credenze false in un essere umano diverso dal soggetto sperimentale stesso. Anzi, in altri esperimenti si è visto altresì come in certi casi il linguaggio non sia neppure una condizione necessaria al poter mentalizzare.

Altri ricercatori perseguono come terza opzione un punto di contatto tra i due approcci, tentando di non escludere né una soluzione linguistica né quella neurologica. Ma la questione è tutto fuorché chiusa o ben definita.