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Quando le mode si imborghesiscono

Dr. Martens nella parodia della scena underground da salotto

È di questi giorni la notizia che la famiglia Griggs, recente proprietaria dei Dr. Martens, abbia accettato l’ultima offerta da 300 milioni di sterline del fondo di private equity Permira per cedere il marchio di anfibi dalle cuciture gialle che hanno fatto la storia della moda Punk.

Non a caso forse, gli stivaletti inventati da un dottore tedesco durante la WW2 (Klaus Maertens), già da diverso tempo infatti sono passati dal rappresentare lo stile cheap della sub-cultura più famosa degli anni ’70 (i suddetti Punk), al rappresentare invece il vezzo di tutte quelle giovani future salottiere, desiderose data la noia accumulata, di quel senso di ribellione adolescenziale velleitario (puntualmente sprovvisto di sinceri pulsioni idealiste), e affascinate da quelle atmosfere underground in franchising (ormai così facilmente riproducibili). Insomma, possedere un lato un po’ hardcore con soli 150 euro.

 

I Rave con la musica elettronica che spacca

“Mmm a te ti ho già vista, può essere che eravamo vicini di tenda allo Sziget?” “No, ma i nostri hanno la tenda nello stesso bagno a Forte (dei Marmi)”.

L’ipotetico inizio di flirt tra i banchi della Bocconi. Straordinario infatti è, come nella seconda metà degli anni 2000 i Rave, un tempo bollati come bivacchi di sodomiti impasticcati, si siano inflazionati a tal punto da diventare per tanti giovani rampolli dei luoghi di culto, dove prenotarsi con i soldi del papi un pellegrinaggio mistico sulle ali di musica che comprenderanno meglio (si spera) sotto l’influsso delle metanfetamine. Monegros, Sziget, Tomorrowland, Technoparade… sboccio solo Belvedere lalalala.

 

La Giacca di Pelle con o senza la motocicletta

La giacca di pelle,dalla Bomeber Jacket al Chiodo, è da sempre un capospalla di gran moda. Ma negli ultimi anni si è voluto Fonzs_Triumph_at_Auctionstrafare. Ce l’hanno tutti. Originariamente adoperato dai piloti di bombardieri, e impreziosito da simpatiche toppe per sdrammatizzare, lo abbiamo visto più volte abbinato a motociclette da corsa anni ’50, da James Dean a Shia Labeouf nell’ultimo tragico Indiana Jones, passando per TomCruise in Top Gun. Non di rado infatti, gli ex piloti tornati a casa dopo la guerra, sia degli anni 30, sia nei primi anni 50, investivano i soldi delle loro paghe d’armi per acquistare motociclette post belliche, per poi riunirsi in crew. Quasi come proseguimento di un cameratismo avventuroso. Bhe..tutto molto romantico. Meno romantici sono però, tutti quegli ex-giovani borghesi che si comprano la Triumph della domenica, come paliativo per ingannare la crisi di mezz’età. Che quando indossano quelle giacche di pelle ancora troppo rigida si sentono gridare, mentre vengono superati a destra: “ma se ce metti il piede pe’ fa le curve, che te la sei comprata a fa’!?” Molto, molto meno romantico.

Le Clarks, i simil Parka e il Pd

Dopo le rivoluzioni studentesche della seconda metà degli anni ’60, se volevi riconoscere un militante di sinistra che passeggiava per la strada trasognando il manifesto di Marx non dovevi aspettare di sentirlo cantare Bella ciao. Bastava guardargli le scarpe, Clarks, simbolo inconfondibile,sciatto, comodo, politicizzato. Spuntavano sfatte da un paio di jeans larghi sormontati da un Eschimo verde. Adesso questo outfit simpatico perfino a Guccini, si è anche lui irrimediabilmente imborghesito. Come quell’idea di sinistra del resto, perchè i borghesi che un tempo si sarebbero visti “tutti appesi” adesso, oltre che i vestiti, a sentire gli exit poll, hanno cambiato anche le loro ideologie generiche..valle a capire ‘ste “mode”.

 

Il Fiocco in testa e il Femminismo

Ve lo ricordate l’iconico manifesto “We Can Do It!” associato a Rosie the Riveter e al movimento delle donne salariate che erano andate a sostituire gli uomini in fabbrica negli anni ’40? Vi ricordate il fiocco che portava in testa? Simbolo della spartana salvaguardia dei lunghi capelli femminili chiamati per la prima volta ad essere “operosi”. Ebbene anche quello ultimamente è stato reso moda, adoperato in qualche video musicale su Mtv, adesso è in voga tra tutte le teenager nullafacenti d’ Europa, e oltre. Anche la simbologia del femminismo, mercificato dal XXI secolo, si è imborghesita, e ne è rimasta un’acconciatura..

 

La Barba

Ultima, ma non meno importante, la Barba. Oggetto a stretto uso e consumo dell’ Intellighenzia fin da prima che nascesse, fin dai classici greci, ormai potrebbe essere sostituita nella strofa di Battiato che cita gli occhiali da sole, indossati : “per avere più carisma e sintomatico mistero”. La barba un po’ Hipster ormai indossata nel modo giusto possiede un fascino mondano che sotterra le accuse di sciatteria rivoluzionaria che gli venivano affibbiate un tempo, e fa impazzire il “genere” femminile che non a caso ha coniato il detto: “Ogni volta che un uomo si sbarba, in una donna, un ormone muore”.

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PloF: aspettando il primo disco


Oggi ho voglia di scrivere qualcosa di diverso. Ho voglia di parlare di un gruppo che non conosce nessuno. Anzi, voglio essere uno dei primi a dire che un gruppo è veramente fico prima che esca il loro primo album, prima che ci siano miliardi di recensioni fotocopia sparse per il web, prima di vedere il loro primo videoclip virale su youtube, prima che tutti parlino di questi ragazzetti di Montalbano di Fasano, in provincia di Brindisi, che si chiamano PloF. Ne parlerò io, sì, così quando tutta la critica ne parlerà come di una nuova fantastica realtà io potrò dire di averlo fatto prima. Che poi, specifico subito, non sono certo io a scoprire il talento di questi quattro ragazzi pugliesi, che hanno sbancato praticamente ogni contest musicale a cui hanno partecipato.





Ho ascoltato solo una volta i PloF nella mia vita. Ero a San Cataldo a Lecce, e con il mio gruppo abbiamo suonato all’Indie Fest, festival di band più o meno emergenti, più o meno indipendenti. Fra queste c’era un gruppo che mi ha lasciato veramente sconvolto. Durante la loro performance sono rimasto incollato ad ascoltare il loro mix di demenzialità, libertà compositiva, aggressività sghemba. Diciamo che probabilmente è una delle cose più punk, nel senso di libertà e di attitudine, che io abbia ascoltato negli ultimi tempi (in Italia). A vederli sul palco si penserebbe a un’esperienza estremamente studiata, almeno negli intenti, a una consapevole presa di posizione artistica, che ha le radici in certe esperienze serio-demenziali con precedenti tanto in America, quanto in Inghilterra. Insomma, una proposta matura, dall’ironia sarcastica, sottile, condita da una musica volutamente assurda e talvolta naïf. Invece i PloF sono ironici e geniali più per istinto che per vocazione. Parlando con i ragazzi dopo il concerto sono rimasto sconcertato dalla loro quasi completa mancanza di cognizione del loro valore artistico. All’inizio ero un po’ spiazzato dal fatto che fra le loro influenze non avessero citato quello che mi sarei aspettato, come ad esempio Butthole Surfers, qualche gruppo free-jazz, un po’ di alternative americano anni ’80 e ’90. Invece mi hanno citato i fumetti, i cartoni animati e Frank Zappa. Che va pure bene per me, però lì per lì speravo di sentire un po’ di nomi particolari. Fatto sta che questa semplicità mi ha fatto riflettere. In quest’epoca di piccole scene cittadine, spesso chiuse ed autoreferenziali, è meraviglioso che un gruppo che viene da un paese smonti completamente ogni forma di snobismo, di questo finto indipendentismo del nuovo millennio – della serie “siamo indipendenti ma comunque prima bisogna fare l’EP, poi il video, poi ancora un video che anticipi l’album, le foto fatte bene, devi scrivere tanto su Facebook, e se arriva la Sony accetti ogni condizione”. I PloF con il loro atteggiamento e con la loro musica pisciano su tutto questo, e lo fanno proprio perché non hanno la minima idea di farlo. E’ questo ciò che amo e mi sorprende di questa band. E’ questo che rende la loro musica e il loro impatto dal vivo fantastici: una band nata per caso, per suonare in fretta in furia a un concerto rimediato presso un circolo ARCI. Sperando che il disco confermi queste premesse, seguite le vicende dei PloF!



Luigi Costanzo – PoliRitmi