Home / Tag Archives: Qe

Tag Archives: Qe

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

Read More »

Economia- Il successo di Barack Obama

Tracciare bilanci è quanto mai difficoltoso. Ancor di più lo è nella prossimità di una scadenza di mandato del Presidente della più importante nazione al mondo. Nel tracciare il bilancio degli otto anni dell’amministrazione Obama in economia mi rifarò a dati oggettivi e analitici, lasciando alla speculazione politica filosofica gli altri aspetti. Ciò, per il semplice motivo per il quale nel 2008 non trovai nulla di affascinante nell’essere un afroamericano in Obama, anzi, come la sua più grande sconfitta è rappresentata dall’ineguaglianza nell’organizzazione sociale americano, specie degli afroamericani. Certo non mancano ambiti negativi, come del resto negarli, sarebbe affermare il falso, ma di certo assieme a Putin è stato l’unico leader capace di riformare il suo Paese e portarlo fuori dal pantano del nuovo millennio.

L’economia è il capolavoro di Barack Obama. Egli, ha preso le redini della superpotenza economica per eccellenza proprio nel momento in cui dalla stessa, un anno prima, si era scatenata la crisi dei titoli sub prime che avrebbe, nel giro di pochi mesi, fatto crollare l’intera economia mondiale.

Se da un lato Obama è stato troppo morbido con le banche e altre istituzioni finanziarie poiché come affermato dal premio Nobel Krugman «nessuna figura importante è andata in prigione; banche come Citigroup e Goldman si sono comprate una via d’uscita piuttosto pulita», allo stesso tempo e modo Barack Obama ha attuato due riforme tombali. La prima grande riforma è stata la legge finanziaria Dodd-Frank del 2010 che ha avuto un effetto molto più positivo di quanto ci si potesse aspettare: le legge in questione ha previsto l’istituzione di un registro di systemically important financial institutions (abbreviate in SIFI: cioè aziende che in caso di fallimento produrrebbero effetti su tutto il sistema) che prevedesse, per le aziende che ne facessero parte, alcuni vincoli federali per potere avere accesso ad aiuti economici da parte del governo. Un cambiamento storico, che paragonato all’Unione Europea si pone in maniera diametralmente opposta.

Seconda riforma dal valore imprescindibile è stata l’istituzione del “Consumer Financial Protection Bureau”, un’agenzia creata nel 2011, progetto ideato dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. Tale agenzia è riuscita a tutelare con efficacia cittadini che hanno contratto dei prestiti a condizioni irregolari o eccessivamente svantaggiose. Un modo di combattere le clausole vessatorie e i tranelli posti in essere da molteplici attori economici i quali grazie a questa istituzione hanno trovato un forte ostacolo federale sulla loro strada. La mente per gli Italiani va facilmente a quanto accaduto recentemente con le Banche toscane.

A sei anni dall’inizio della «cura Obama » il presidente degli Stati Uniti ha potuto annunciare l’uscita dal paese dalla fase di recessione, la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 10% (15 milioni di persone) al 5, 6 (8 milioni di disoccupati), una percentuale di crescita costante del Pil tra il 3,5 % e il 4,5 % e l’assunzione di 2,6 milioni di persone nell’anno 2014, con la prospettiva di una nuova direzione dell’economia nazionale.

Dal febbraio 2009, una serie di misure economiche assunte dal governo che incontrano in una prima fase serie difficoltà, possono essere definite NeoKeynesiane. Ciò significa che queste sono state attuate in piena avversione e controtendenza con i dogmi propagati dalla Commissione Europea e dal passato board della Banca Centrale Europea, per capirsi quello precedente alla Presidenza di Mario Draghi, che ha fatto dell’austerità in Europa quello che per i Cattolici è rappresentato dalla ” Trinità” Primo importante provvedimento è stato il Recovery act, una legge di stimolo economico da 787 miliardi di dollari in esenzioni fiscali a imprese e lavoratori, spese per le infrastrutture. Se in un primo tempo tale Atto ha riscontrato sterili risultati e molte difficoltà, ma fin dopo il terzo trimestre successivo alla sua promulgazione ha rappresentato uno dei volani per la crescita dell’economia reale e del Pil statunitense.

L’iniezione di liquidità immessa nell’economia anche attraverso il quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di stato pubblici e privati, o di pacchetti di azione, sul mercato delle borse finanziarie in cambio di denaro contante da parte della Fed , la Banca federale, ha come in Europa, dove la sua approvazione è stata dovuta solo a Draghi, ridato slancio al credito e agli investimenti. I progetti previsti e proposti dall’amministrazione Obama di lavori pubblici infrastrutturali «di rapido intervento e attivazione» sul modello del New Deal di Roosvelt per dare rapidamente lavoro ai disoccupati, non vengono accolti dai parlamentari dei differenti Stati federali che lanciano controproposte di progetti a lungo termine nei propri Stati, con pochi effetti immediati sull’economia. In quel torno di tempo, tra il 2009 e il 2010, sembra valere il vecchio detto keynesiano che la politica monetaria del quantitative easing «nel suo splendido isolamento» non è in grado da sola di fare da stimolo alla ripresa economica.

Per far fronte a questo isolamento la politica dell’Amministrazione Obama è stata di guida degli investimenti privati rimettendo in piedi il mercato automobilistico, MG e Chrysler, sostenendo l’attività chimica e di ricerca farmaceutica, con forti e seri progetti strutturali sul territorio federale.

Per dar maggior convinzione alla mia esposizione basta pensare che l’economia Usa è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre del 2015, quando attese degli economisti erano per una crescita del 3,7%, ben diverso dal 0,2 Italiano.

Ora con buona pace degli ultras dell’austerity, dell’intellighenzia italiana e degli europeisti privi di patria, posso facilmente affermare con convinzione che l’economia è stato il ” Capolavoro dell’Amministrazione Obama”. Un Presidente che ha dato speranza a una parte di mondo, illuso forse i più deboli e che a sua volta è stato forse impotente di fronte chi ha provocato la crisi, ma che di sicuro ha lasciato una buona traccia.

Un lascito economico sul quale ripartire o affondare, se le prossime elezioni dovessero presentare cattive sorprese, come amici dell’austerità europea o capitalisti dogmatici. 

QE: così Draghi contrasterà l’inflazione nell’eurozona

Per le decisioni assunte dalla BCE, quella del 22 gennaio è stata una giornata destinata ad entrare nella storia. Non significa che con tale manovra si risolveranno tutti i problemi e che ci lasceremola crisi alle spalle, però per i provvedimenti posti in essere dalla BCE e per il tipo di intervento non ortodosso questo costituirà senza alcun dubbio un considerevole passo avanti.

Non tutta la stampa ha compreso a fondo la portata storica del passo avanti compiuto dalla BCE. Dopo l’ingresso nell’euro, a mio avviso, questa è la decisione più importante – fino a questo momento operativa – presa nello sviluppo del SEBC.

Riepiloghiamo, dunque, cosa ha deciso la BCE e perché è importante ciò che ha deciso.

Nella conferenza stampa della scorsa settimana Mario Draghi ha annunciato l’attuazione, da parte della BCE, di una forma estrema e non convenzionale di politica monetaria: il quantitative easing.

Il quantitative easing consiste, solitamente, in un abbassamento dei tassi di interesse da parte di una banca centrale, effettuato proprio nell’intento di stimolare un’economia i cui tassi di interesse sono pari o vicini allo zero. Tuttavia, quando ciò non è possibile, la banca centrale può altresì acquistare delle attività finanziarie (per lo più a breve periodo), tra cui titoli di stato ed obbligazioni aziendali, da istituzioni finanziarie (ad esempio gli enti creditizi) utilizzando nuova moneta.

Nel caso di specie, la Banca Centrale Europea si è impegnata ad acquistare, sul mercato secondario, non solo titoli di stato, ma anche i titoli di debito impacchettati, i c.d. ABS (Asset-backedsecurities). Questa serie di acquisti massicci, che partirà a marzo di quest’anno, andrà avanticontinuativamente ogni mese fino a settembre 2016. Con sessanta miliardi di euro ogni mese di acquisti, tra titoli sovrani e titoli di credito impacchettati, la BCE incrementerà in tal modo la quantità di moneta in circolazione con l’intento di far diminuire l’inflazione.

Un ulteriore dato da sottolineare è che l’intervento nel mercato della BCE potrà continuare anche oltre marzo 2016. Come si dice in gergo tecnico questo è un open-ended program, cioè questi mille e cento miliardi di euro di acquisti sono già decisi nel momento in cui sto scrivendo, ma tali acquisti potranno altresì protrarsi nel tempo perché l’obiettivo dichiarato del Governatore Draghi è quello diavvicinarsi in maniera soddisfacente a quel tetto di inflazione del 2%, dal quale oggi siamo lontanissimi (gli ultimi dati ufficiali dell’eurozona testimoniano che siamo in deflazione, cioè abbiamo un andamento dei prezzi al consumo negativo).

Analizziamo adesso alcuni elementi degni di nota.

Innanzitutto, la grandezza dell’operazione appena descritta è superiore ad ogni previsione, poiché ci si aspettava che il Governatore ed il Consiglio della BCE sarebbero con fatica arrivati ad immetterecinquanta miliardi di euro al mese, invece hanno scelto di destinarne sessanta.

In secondo luogo, non c’è una data fissa che sancirà il termine di questa manovra, ma c’è un obiettivo (combattere l’inflazione), che difficilmente sarà conseguito in tempi brevi. Dunque, ci troviamo di fronte ad un open-ended program.

Infine, chi si aspettava che la BCE ponesse dei limiti di acquisto dei titoli di alcuni paesi rispetto ad altri, anche in questo caso deve rimanere stupito positivamente. È vero che il criterio per l’acquisto dei titoli sovrani è quello dell’investment grade, dunque chi è sotto l’IG non rientrerebbe, in teoria,nei programmi di acquisto, ma c’è una clausola aggiuntiva, che si riferisce sostanzialmente alla Grecia (con uno sguardo rivolto alle recenti elezioni politiche del 25 gennaio). Anche i titoli ellenicisaranno ammissibili agli acquisti ma ciò dipenderà da come la Grecia si comporterà nei riguardi degli impegni assunti con la troika (Commissione europea, BCE, FMI).

In sostanza, quindi, non si chiude la porta in faccia alla Grecia: ci si auspica semplicemente che il nuovo Governo di Tsipras si comporti in maniera responsabile.

Un’altra questione da prendere in esame è capire quanta parte di questi acquisti verrebbe poi mutualizzata. Cioè le eventuali perdite e l’eventuale rischio di questi acquisti, in caso di default, da chi verrebbe assunto?

Al riguardo vi è un acceso dibattito, giacchè alcuni Paesi dell’euroarea chiedevano che il totale degli acquisti finisse sul bilancio della BCE. Per intendersi, la BCE avrebbe dovuto assumersi integralmente il rischio degli acquisti. Ciò che avrebbe significato andare oltre a quanto prescritto dallo statuto della stessa. Sul punto, è tornata pochi giorni fa l’Avvocatura Generale della Corte europea di Lussemburgo, perché, come è noto, tale questione delicata è stata sollevata dal Bundesverfassungsgericht.

Mario Draghi

La Corte Costituzionale tedesca è stata, infatti, chiamata a pronunciarsi sul fatto che gli acquisti di titoli sul mercato secondario violassero o meno l’obbligo a non monetizzare i debiti pubblici dei paesi della zona euro (è pacifico infatti che la responsabilità dei debiti pubblici resta nazionale e non è federalizzata, nonostante la moneta comune).

Di fronte a questo, la Corte di Karlsruhe aveva girato l’interrogativo alla Corte Europea per saperese l’eventuale acquisto dei titoli da parte della BCE fosse in linea con il suo statuto. L’Avvocatura Generale ha risposto positivamente, ma solo ad alcune condizioni. Una di queste, era proprio che il rischio negli acquisti non fosse prevalentemente a carico della BCE.

La soluzione partorita dal Consiglio Europeo è stata quella di ripartire il rischio di questi acquisti: 20% a carico della BCE e 80% distribuito per quota secondo la percentuale di titoli acquistati di ogni singolo paese dell’eurozona da parte della banca centrale di quello stesso paese (Banca d’Italia nel nostro caso) che fa parte del SEBC.

Naturalmente bisogna capire meglio quali saranno gli effetti e come si manifesteranno. I mercati in questo periodo stanno oscillando perché il contesto mondiale è molto complesso. Le banche centrali sono ora in una deriva asimmetrica. La FED ha terminato di attuare il QE dopo anni poiché il loro obiettivo finale dichiarato era quello di ridurre la disoccupazione al 6%. La Banck of England ha a propria volta smesso, in quanto è stato raggiunto lo stesso obiettivo di riduzione della disoccupazione. Il Giappone, invece, si sta muovendo in direzione opposta riprendo in mano tale strumento perché il suo obiettivo dichiarato è quello di ridurre l’inflazione. La stessa BCE ha come obiettivo, da raggiungere col QE, la riduzione dell’inflazione. Su questo punto Draghi è stato più che fermo. La BCE quindi farà tutto ciò che le sarà possibile affinché l’inflazione attesa prima, e quella effettiva poi, torni al 2%. Per intendersi, un’inflazione al 2% sta a significare che la ripresa è in atto e si sta consolidando. Il 2% di inflazione oggi significherebbe che anche il reddito reale aumenterebbe al 2% e quindi quello nominale al 4%. Tutta l’economia così ripartirebbe.

Per inciso, con un tasso di crescita reale al 2%, in Italia sarebbe anche sostenibile la riduzione del rapporto debito/PIL verso il 60%. Risulta pertanto chiaro che il vero obiettivo perseguito dalla BCE non è il 2% di inflazione, ma il 2% di crescita reale.

Nel frattempo ci sono state anche banche centrali, come quella Svizzera, che hanno spinto alcuni paesi ad uscire traumaticamente dal rapporto fisso di cambio con l’euro, in quanto messe di fronte alla prospettiva di un ulteriore indebolimento dell’euro. Inoltre la Banca Centrale Danese ha dovuto, per la seconda volta in pochi giorni, abbassare i tassi negativi allo 0,85.

Ci troviamo in conclusione in una situazione di grande volatilità, tuttavia non è da sottovalutare la svolta storica dell’accaduto. Dalla creazione di una moneta comune, la BCE, promettendo di attuare tali interventi non ortodossi per fronteggiare la deflazione, la bassa crescita e l’asimmetria dei mercati del credito nei diversi paesi della zona euro, ha compiuto ora un ulteriore passo significativo.