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La concretezza della filosofia: green economy

“La scienza è conoscenza, l’opposto del segreto, che è buio temporaneo”, scrive Luigi Sertorio in un saggio innovativo sulle dinamiche evolutive tra l’insieme e le parti all’interno della natura, e parallelamente all’interno di tutto l’Universo: la rete della conoscenza, egli sostiene, avanza in un sistema di interazione tra “nicchie”, che si formano e si disfano, auto-rinnovandosi e auto-riparandosi. Si intende per nicchia un sottogruppo di organismi viventi, come per esempio uno specifico gruppo di animali, che interagendo con altre nicchie crea una struttura in grado si svelare l’azione di regole di selezione geografiche, chimico-fisiche e biologiche fra varie specie. 
La conoscenza di queste regole, l’irregolarità documentata delle relazioni tra nicchie vengono misurate alla luce della scienza, diventano parte della scienza. L’insieme che si viene a creare è tutt’altro che caotico, anzi segue una propria armonia che, come spesso sentiamo dire, è un’armonia molto fragile: ogni sua alterazione, ogni estinzione di una specie  o di una pianta, si ripercuote sulla “salute” della Terra, costringendo la biosfera a grandi sforzi per ristabilire l’equilibrio perduto.  Sertorio pone un secondo problema, legato non più alla biosfera ma alla tecnosfera: “terrorizza il pensiero che si possa essere felici senza consumare”, seppure la tecnologia che attualmente viene sfruttata è solamente quella accessibile nel modo più diretto, che non sfrutta le vere potenzialità della scienza, quelle a lungo termine, anzi  se ne allontana; la tecnosfera vive di opportunità immediate, per questo “può funzionare unicamente in opposizione alla scienza” [da «Vivere in Nicchia, pensare globale», Bollati Boringhieri].
Una società per essere intelligente dovrebbe svilupparsi su metodi efficienti; lavorare in termini di efficienza nei confronti della biosfera significherebbe rendere le macchine anch’esse intelligenti, e quindi diminuire drasticamente i consumi.; paradossalmente è sempre più difficile cambiare vettore ai consumi, spesso perché non si è coscienti di ciò che si danneggia, essendo abituati a mantenerci ad una certa distanza di “sicurezza” dai macro-problemi, oppure perché, come nel caso dei paesi in forte crescita – quelli del BRIC, ad esempio – si agisce prima di aver chiaro un piano che segua un criterio di prevenzione dai danni futuri. 
Nel secolo della green economy, delle smart cities, dell’architettura eco-sostenibile, noi non sappiamo cosa potremmo perdere in futuro forse perché non ne conosciamo la misura. 
E a questo proposito pochi giorni fa Fred Pearce, giornalista del New Scientist, ha toccato temi davvero illuminanti: “non puoi gestire quello che non puoi misurare” è la massima che ha ripreso dal mondo degli affari per motivare l’esperimento economico che Andrew Michell, zoologo della Oxford University e Hylton Muray-Philipson, imprenditore della Canopy Capital, stanno svolgendo dal 2007, acquistando i “servizi ecosistemici” della foresta di Iwocrama, in Guyana. Circa 360 mila ettari di foresta pagabili in “titoli verdi”. Un’esperimento coraggioso, vista la crisi mondiale, ma non privo di coscienza, poiché “solo capendo il vero valore della natura saremo incentivati a prendercene cura”. Così per salvare gli ecosistemi si applica ad essi un valore monetario, si “monetizza” la natura, creando un “capitale naturale” come unità di misura. 
“The economics of ecosystems and biodiversity”, per esempio, ha attribuito alla foresta amazzonica un valore monetario tra i 6,5 e i 13 miliardi di dollari all’anno, solamente per il suo deposito di carbonio, il quale in termini di valori ecosistemici significa meno circolazione di anidride carbonica nell’atmosfera e quindi meno surriscaldamento globale. Si ipotizza per il 2020 la risoluzione da parte delle Nazioni Unite di un programma di investimenti provenienti da aziende private perché la salvaguardia delle foreste rallenti le emissioni di carbonio; tuttavia la coscienza che l’economia degli ecosistemi abbia dei “limiti commerciali” frena la realizzazione di grandi progetti, poiché il problema che emerge è se il sistema economico sia in grado oppure no di accettare la procedura di attribuzione di un valore monetario ad un bene comune non vendibile.
Comunque andrà a finire in termini di mercato, l’idea di trovare una misura nuova per rileggere ciò a cui non siamo predisposti a prestare attenzione ritengo valga moltissimo come azione umanitaria,  oltre che filosofica: dando una misura economica alla Terra, si interloquisce universalmente non solo con gli economisti o con i governi, ma soprattutto con il “cittadino”, non abituato ad affrontare gli imponenti problemi dell’attualità, i quali crescono a ritmo frenetico e che a forza di non saperli misurare ci provocano una specie di sindrome di Stendhal mentale: ci rendono immobili di fronte ad essi.
Immagino che se si potesse fotografare il concetto di attualità, inteso come insieme di fatti quotidiani strettamente legati al nostro “essere-nel-mondo”, ne uscirebbe un’immagine in lontananza imponente e “piena di significato”. Eppure, avvicinandomi lentamente ad essa mi troverei di fronte ad un caos ordinato, talmente esteso da essere divenuto quasi intoccabile, quasi inagibile; vedrei una fotografia talmente ingrandita da non apparire più come un corpo omogeneo messo a fuoco ma come un agglomerato di miliardi e miliardi di particelle separate tra loro (per rendere l’idea un po’ come quelle fotografie ci escono “sgranate”). 


Forse per questo motivo il nostro sguardo rimane sempre ad una certa distanza da questi fatti, come se per metterli a fuoco avesse bisogno di discostarsi da essi, come un ipermetrope di fronte ad un quadro di Lichtenstein. Così, spesso mi chiedo come sia possibile trovare una chiave di lettura che dia accesso a questo flusso infinito di minuscoli atomi di cronaca, di fatti scomposti infinitamente, di dati ridotti a particelle di dati, che si perdono nello spazio e che si nutrono del nostro tempo; come insegnare alla mia coscienza spettatrice a scindere ciò che all’ordine del giorno è realmente ed urgentemente importante da ciò che non lo è?  Ci sono dei temi che si elevano dalla quotidiana analisi del presente come fiumi di pensiero, abbattono gli argini della comunicazione e sfociano molto a largo, nei mari della conoscenza: potremmo chiamarli “protesi” delle scienze umane. 
La filosofia abbraccia molte di queste tematiche, appartenenti alla sfera dell’etica, della politica, dell’ambiente, della contaminazione culturale e, con le sue strutture e suoi sistemi ci offre degli strumenti per fare su di esse un’analisi profonda, dà sfumature di senso a molti apparenti non-sense del presente. “Filosofare inseguendo il concreto”, motto del College Philosophique di Parigi (fondato da Jean Whal, amato da Emannuel Levinas) è l’impresa estrema della filosofia: fermarsi al confine, tra il nostro sguardo e  le urgenze della contemporaneità, cercando un senso concreto a questi non-sense, applicando metri di misura e strutture nuove a misura del cittadino, col fine di poterci orientare collettivamente nel presente.

Costanza Fino